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11/08/17

legge del contrappasso ..... aggiornamenti sul caso della nave nera' anti-migranti degli estremisti di destra: soccorsa da una Ong : rifiuta l'aiuto

http://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2017/08/legge-del-contrappasso-vai-nboicottare.html

In avaria la 'nave nera' anti-migranti degli estremisti di destra: soccorsa da una Ong rifiuta l'aiuto
La nave degli estremisti di destra C-Star


Un portavoce degli attivisti C-star ha detto che non si trovano in condizioni di emergenza e che la nave ha semplicemente spento i motori per risolvere un problema tecnico. Quadruplicati arrivi migranti in Spagna. I dati forniti dall'Oim rilevano che via mare sono arrivate più di ottomila persone.




ROMA - La 'nave nera' contraria ai soccorsi resta in avaria ma rifiuta l'aiuto della nave umanitaria che si era avvicinata. La tedesca Sea Eye è stata chiamata dalla guardia costiera di Roma per dare soccorso alla C-star, la nave anti Ong noleggiata dalla Defend Europe che da alcuni giorni incrocia davanti alle coste libiche con l'intento di disturbare l'azione delle imbarcazioni che prestano soccorso ai migranti. Questa mattina la C-star era stata costretta a fermare il motore e stava andando alla deriva ma quando la nave umanitaria tedesca è arrivata in aiuto via radio ha rifiutato il soccorso. Succede anche questo, nel Mediterraneo. Un portavoce degli attivisti C-star ha detto che non si trovano in condizioni di emergenza e che la nave ha semplicemente spento i motori per risolvere un problema tecnico.
Su facebook il presidente dell'ong tedesca Sea-Eye, Michael Buschheuer, ha detto di essere stato informato delle difficoltà di "una nave nazista", sottolineando che aiutare persone in difficoltà in mare è un dovere, "indipendentemente dalla loro origine, colore della pelle, religione o idee". La Sea-Eye è stata quindi dirottata verso la C-star, ma una volta creato un contatto radio, l'equipaggio ha rifiutato ogni aiuto.
Il viaggio della C-star è stato, sin dall'inizio, abbastanza tribolato. Dopo il fermo per 48 ore dal comandante a Cipro, la nave non è mai riuscita ad attraccare in nessun porto, nè in Grecia, nè in Italia nè in Tunisia a causa delle annunciate manifestazioni di protesta contro la missione dell'equipaggio di estrema destra che è stato costretto proprio ieri a ricevere rifornimenti al largo dell'isola di Sfax. Oggi evidentemente un problema deve aver spinto la centrale di soccorso di Roma a chiedere ai tedeschi di Sea eye di recarsi in soccorso.
• MOBILITAZIONE CONTRO LA 'NAVE NERA'
Nei giorni scorsi era montata la mobilitazione contro la C-Star, la cosiddetta 'nave nera': "Facciamo appello a tutti gli attori della società civile, a tutti i responsabili, a tutti i marittimi, i guardacoste, a tutti i portuali, a tutte le parti interessate in Tunisia, Algeria, Libia ed Egitto, affinché si oppongano all'arrivo della nave C-Star in uno dei nostri porti, a impedire che entri nelle nostre acque territoriali e a rifiutarsi di trattare o comunicare con il suo equipaggio", aveva denunciato in un comunicato il neonato "Collettivo contro la C-Star in Tunisia".
DEFEND EUROPE, i GRUPPI DI ESTREMA DESTRA ANTI ONG
Il Collettivo segue gli spostamenti della nave. "Riportare i migranti verso le coste libiche dove già molti di loro sono detenuti in condizioni disumane e ostacolare le attività delle Ong e le operazioni di soccorso, mettendo così a grave rischio chi si mette in viaggio e, naturalmente, assicurarsi una chiassosa campagna di comunicazione". Questi gli obiettivi di queste organizzazioni fasciste si legge ancora nel comunicato.
"Rigiriamo contro di loro - concludeva il comunicato del Collettivo - lo slogan dell'operazione Defend Europe: che se ne tornino a casa, qui non sono i benvenuti! In Egitto, in Grecia e anche in Sicilia, gruppi di cittadini/e antirazzisti/e hanno già debellato i tentativi d'approdo della C-Star e ridicolizzato la sua propaganda. Si stanno avvicinando alle coste tunisine, allora facciamo la stessa cosa qui! Defend Europe - go home!"

legge del contrappasso vai a nboicottare le ong che salvano i migranti e poi lanci un SOS perchè sei in avaria e ti soccorrono loro

Ricordate la legge del contrappasso? La nave fascista C-Star, in mare per fermare i salvataggi dei migranti da parte delle Ong, è in panne. Il centro di coordinamento della Guardia Costiera manda la nave di una Ong tedesca Sea-Eye ad aiutarli

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28/04/17

elaborare il lutto aiutando gli altri ed amare la propria terra senza paura di allontanarsi

Perde la figlia e si dedica al ricamo, la storia di Lucia: «Così ho donato 40 mila euro al Cro»
L’iniziativa di una pensionata che ha raccolto i fondi per il centro oncologico di Aviano con i ricavati dei suoi lavori. «L’ho fatto in ricordo di mia figlia, scomparsa a 37 anni»
di Piero Cargnelutti



Con quelle mani segnate dall’ago e dal filo, in 12 anni di ricami solitari ha raccolto la ragguardevole cifra di 40 mila euro che ha donato al Cro di Aviano per la ricerca contro il cancro.
La storia è quella di Lucia Feregotto, 74enne di Gemona, che dal 2004 realizza merletti, pupazzi e creazioni artigianali in stoffa che vende nei mercatini o nell’ambito di diversi festeggiamenti, per raccogliere fondi che poi ha sempre messo a disposizione del Cro, con tanto di documentazione.
Quest’anno, con la vendita delle sue ultime creazioni, ha ricavato ulteriori proventi che le hanno consentito di raggiungere la cifra complessiva di 40 mila euro, e lunedì prossimo, in occasione dei festeggiamenti del primo maggio a Campagnola, consegnerà ufficialmente ai rappresentanti del Centro di Aviano, che hanno accettato di intervenire personalmente, il contributo con il quale raggiungerà quella fatidica cifra nel corso di un incontro che sarà realizzato grazie alla collaborazione del comitato di borgo.
Quella di Lucia è una storia che ha inizio in un momento difficile, ovvero la perdita improvvisa per una malattia incurabile della figlia Milly, mancata all’età di 37 anni. «Quando andai in pensione – racconta Lucia Feregotto –, poiché avevo più tempo a disposizione, cominciai a dedicarmi al cucito e alla creazione di abbellimenti in stoffa. Mia figlia Milly mi diceva spesso che quelle che realizzavo erano belle creazioni che meritavano di essere vendute, io le rispondevo che lo facevo per passione, e non mi interessava guadagnarci perché fortunatamente riuscivo a vivere con la mia pensione. Allora Milly si prese l’impegno di organizzare la mia prima bancarella, ma poi mancò improvvisamente».
Era il 2 settembre 2004 quando la figlia fu colpita da una malattia che se la portò via in una notte. Lucia reagì a quel duro colpo, portando a termine quello che Milly aveva cominciato, e decidendo di destinare tutto il ricavato alla ricerca contro il cancro. Cominciò quell’autunno alla sagra della Beata Vergine della Salute di Maniaglia e poi continuò tra mercatini e festeggiamenti vari, dove poteva organizzare il suo banchetto colorato: nel corso degli anni, tante persone l’hanno aiutata portandole stoffe e materiali che lei riciclava creando merletti e ricami e lavorando a mano sino a mezzanotte, dopo essersi assicurata che la sua abitazione fosse in ordine come fa un’ottima donna di casa.
In questi anni, neppure i cinque interventi in anestesia che ha subito l’hanno fermata: per lei la cosa importante era che ci fosse il nome di Milly in quella busta che ogni anno andava a consegnare di persona al Cro. «Ho sempre donato sino all’ultimo centesimo raccolto – dice Lucia – e non ho mai tenuto niente per me. Di certo non avrei mai pensato di arrivare a questa cifra. Ora
che ho raggiunto 40 mila euro continuerò a cucire, ma non so se riuscirò a partecipare a molti mercatini in futuro: sono tornata tante volte a casa con la gonna bagnata dalla pioggia e la mia età non se riuscirò a partecipare a molti mercatini in futuro: sono tornata tante volte a casa con la gonna bagnata dalla pioggia e la mia età non mi permette di affrontare facilmente le intemperie».




Il lontano Perù dei bimbi tra Lima e l’Amazzonia

La storia di Martina Uda, architetto che lavora a progetti di cooperazione Costruisce scuole per le bidonville e i villaggi dei nativi che abitano la foresta 
 di Enrico Carta






ORISTANO. L’altra parte del mondo non è solo un luogo geografico. Non è fatta solo di alberi diversi, di città che hanno nomi dal suono magari un po’ strano. L’altra parte del mondo è fatta di volti, modi di vivere, persone. È lontana, ma non per chi la vuole scoprire e fare propria. Non è solo lo spirito di avventura, ma anche la voglia di conoscenza e di mettersi in gioco ad aver spinto Martina Uda sino al Perù dell’immensa capitale Lima e delle vastissime propaggini della foresta amazzonica.
Architetto di 30 anni di Santa Giusta, ha fatto le valigie qualche tempo fa quando ancora era studentessa. «Dopo l’esperienza universitaria di Cagliari, ho proseguito gli studi con un master preso tra Alghero e la Cina. A quel punto ero pronta per il lavoro, però avevo il desiderio di fare un’esperienza nell’ambito della cooperazione». Facile? No, per niente. Il settore è povero e per un anno le risposte non sono arrivate. L’occasione però passa e chi la sa attendere viene ripagato. «Attraverso il servizio civile sono stata inserita nell’associazione peruviana Semillas fondata da Marta Maccaglia e a quel punto ho fatto i bagagli».
Era l’ottobre del 2015 e il Perù è diventata la terra di Martina Uda per undici mesi divisi a metà tra Lima e l’Amazzonia. «Il mio lavoro – racconta – si è svolto in due diverse fasi. La prima nel sobborgo di Huaycon, una bidonville simile alle più conosciute favelas brasiliane, ma con una densità di popolazione inferiore». È allora che, anche nel lontano Perù, spunta fuori l’architetto: «Mi sono occupata di attività di doposcuola con i bambini e tra queste c’erano proprio laboratori di architettura, naturalmente adattata allo spirito dei piccoli alunni e orientata allo sfruttamento delle potenzialità che anche una periferia di una città come Lima offre loro».
La compagnia di quattro donne si è poi spostata verso la foresta, quella terra mitica che porta il nome di Amazzonia e che rimanda indietro sino alle storie dei primi colonizzatori e all’instancabile amore per la propria terra dei nativi. «Lì il nostro lavoro è cambiato – spiega Martina Uda – perché le scuole in molti villaggi da loro abitati proprio non esistevano. Per progettarle e costruirle servono soldi e a questo, io e le mie compagne, ci siamo dedicate a lungo». Poi è iniziata la fase di costruzione, mai banale come si potrebbe pensare osservando tutto ciò con gli occhi da europei benestanti. «Il primo passo – prosegue – è quello di analizzare il luogo, studiarne le esigenze e capire se la nostra iniziativa è accolta con favore. Una volta superata questa fase si parte: loro prestano la manodopera per abbattere i costi di realizzazione e noi mettiamo a disposizione le nostre conoscenze. L’associazione ha costruito quattro scuole – racconta–. Io mi sono occupata della costruzione di una scuola elementare iniziata ad agosto del 2016. Si chiama Jerusalem de Minaro e ospita duecento bambini, una sala mensa e un locale per assemblee. È fatta
principalmente di legno ed è stata editifacata con un mix di tecniche moderne e tradizionali». Ora Martina Uda è pronta per il nuovo viaggio, quello che porta alla conclusione dell’opera. Ci si può chiedere perché e la risposta è di una semplicità imbarazzante: «Lascio il futuro lì. A loro».
«Amo la mia terra ma non ho paura di allontanarmi»
Si pensa che chi abbia la valigia sempre pronta abbia un legame non strettissimo con la propria terra, invece quella è una valutazione frettolosa. «Non mi spaventa affatto allontanarmi – afferma
Si pensa che chi abbia la valigia sempre pronta abbia un legame non strettissimo con la propria terra, invece quella è una valutazione frettolosa. «Non mi spaventa affatto allontanarmi – afferma Martina Uda – e infatti nell’attesa di concludere il progetto in Perù, cosa che avverrà in questi giorni, ho vissuto a Genova col mio ragazzo dove ho continuato a svolgere la libera professione. Eppure l’idea di avere un giorno la Sardegna come base per tutto ciò, è sempre presente». È un po’ come avere un’anima divisa in due: «Adoro le cose che faccio dall’altra parte del mondo però gli affetti sono qui in Sardegna, il cui maggior problema è la mancanza di coesione e di fare rete. Percepisco che ci sono tanti aspetti che le persone invidiano a noi sardi come il nostro stile di vita però siamo poco uniti e il campo lavorativo non fa eccezione. La strada che dobbiamo percorrere è quella del lavoro in studi associati, del co-working utilizzando il termine inglese». E intanto il Perù si riaffaccia nell’orizzonte di Martina Uda e dell’associazioneSemillas che sta portando avanti una raccolta fondi per regalare ai bimbi della scuola amazzonica un parco giochi in bambù. il progetto si chiama Parquebambu che ha anche una pagina Facebook, mentre l’aiuto all’associazione si può dare attraverso la pagina internet www.semillasperu.com










mi permette di affrontare facilmente le intemperie».

11/08/14

Medico in Guinea per Ebola. “A Parigi mi sono licenziata. Volevo tornare sul campo”

Medico in Guinea per Ebola. “A Parigi mi sono licenziata. Volevo tornare sul campo”

Gabriella, 34 anni, è infettivologa e lavora per Medici senza frontiere. A Lampedusa ha assistito gli immigrati, a Kinshasa i malati di Hiv. Poi è stata assunta come medical advisor a Parigi, ma ha preferito licenziarsi per rientrare in missione. E, ad esempio, seguire l'epidemia Ebola in Africa

Medico in Guinea per Ebola. “A Parigi mi sono licenziata. Volevo tornare sul campo”
Gabriella Ferlazzo Natoli è una siciliana di 34 anni, è medico infettivologo e da anni svolge il suo lavoro in giro per il mondo, a servizio di Medici Senza Frontiere (MSF). Quando parla di sé, pare lo faccia in punta di piedi. “La prospettiva di lavorare in ambito internazionale era nella mia testa già prima di iniziare medicina. Al liceo avevo passato un anno negli Stati Uniti, e durante l’università ho fatto l’Erasmus in Spagna, un’esperienza nella profonda Russia ed un periodo di volontariato in Brasile, occupandomi di lebbra”. Dopo la laurea in medicina a Bologna, per la specializzazione sceglie Roma: “Con gli anni si è delineato un interesse per le malattie infettive tropicali, una scelta poco frequente in Italia. Naturalmente durante gli anni di facoltà ho cambiato idea alcune volte, ero affascinata anche da chirurgia e pediatria, ma evidentemente questo desiderio ha poi prevalso. Anche per questo andavo all’estero appena le ferie lo permettevano, era utile per imparare e per mettere in piedi un curriculum adatto”.
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Nel 2008 Gabriella conclude gli studi. Propone subito il suo curriculum a Msf, e dopo alcuni mesi parte per la sua prima missione, destinazione Malta: “Inizialmente ci sono rimasta un po’ delusa – confessa ­mi aspettavo di essere inviata in situazioni di epidemie, invece mi hanno mandato a lavorare come assistente sanitaria ai migranti prima a Malta, e poi per un piccolo periodo a Lampedusa. Ora posso dire che sia stata un’esperienza unica, che mi ha molto insegnato su diritti umani, legislazione e politiche sull’immigrazione. Inoltre è stato emotivamente toccante, ti ritrovi a lavorare in queste prigioni dove per 18 mesi vengono rinchiuse persone che non hanno fatto nulla di male. C’è molto da imparare e capire”.
La seconda missione catapulta Gabriella in Congo, dove per sette mesi lavora a progetti su Hiv etubercolosi: “Il carico di lavoro era davvero intenso, la missione in Congo è gigantesca. Io lavoravo a Kinshasa, e contemporaneamente altri colleghi lavoravano in situazione più pericolose. Ho provato rabbia, e senso di impotenza. I farmaci esistono, l’Hiv è una patologia cronica con cui ormai si può convivere, ma lì manca l’accesso ai medicinali”. Fra una missione e l’altra Gabriellatorna a Roma e in Sicilia, dove vivono i suoi genitori. Ogni tanto la voglia di una vita tranquilla fa capolino.“La prima volta che ho sentito l’esigenza di tornare a casa, di avere una vitapseudonormale, è stato durante la missione in Armenia, dove ho passato nove mesi. Eravamo in due, io e il coordinatore del progetto, in una casa nelle montagne. È stata la missione più lunga e isolata, in contrasto con il caos della mastodontica missione in Congo, ma il contesto sanitario era anche lì molto interessante. Il progetto era sui casi di tubercolosi multiresistente, davamo farmaci e supporto logistico, per il pazienti è una patologia tremenda anche dal punto di vista psicologico. Devono prendere farmaci tossici per due anni, peggio di una chemioterapia. Noi facevamo servizio ambulatoriale in tutto il Paese, lavorando su diagnosi e tentativo di cura deipazienti, anche con il supporto dello staff del ministero della salute locale. Cercavo un’esperienza più riflessiva, e lo è stata. Poi è arrivato il momento di qualcosa di più tranquillo”.
In quel periodo Msf offre in Francia una posizione che sembra tagliata sul profilo di Gabriella, e lei fa richiesta di assunzione. Di lì a breve la ritroviamo in un ufficio parigino, dove lavora con funzioni di medical advisor, referente per tubercolosi e Hiv. Segue una serie di progetti offrendo supporto di strategie, protocolli, e supporto clinico di casi complessi. Ogni due mesi viene inviata per circa due settimane a visitare i progetti di cui si occupa dalla Francia. “Un’esperienza tosta, ho imparato molto ma confesso che per me è stato più difficile lavorare in ufficio che sul campo, passando il tempo davanti ad un pc o in riunione. Quindi due mesi fa mi sono licenziata, nonostante fossi a tempo indeterminato: non mi ci vedevo lì per dieci, quindici anni”.
Così ritroviamo Gabriella attualmente alle prese con alcune proposte e un’incognita per il futuro. In questi due mesi è riuscita ad infilare un’altra esperienza importante in Guinea, dove ha seguito l’epidemia Ebola: “Studiare questi casi è il sogno di ogni infettivologo. Naturalmente sono missioni che non possono durare molto, quindi dopo cinque settimane sono tornata. Le successive tre settimane dal rientro devi passarle vicino ad un ospedale, ma puoi fare una vita normale”.
A chiederle come faccia, Gabriella risponde che quando rientra si instaura una specie di meccanismo di sopravvivenza, come ci fosse un muro tra le abitudini italiane e quello che fino al giorno prima la circondava: “Torno e ho davvero bisogno di essere coccolata dalla mia famiglia. Loro sono molto bravi, mi appoggiano moltissimo, così come il mio ragazzo. A volte le paure, come nel caso Ebola, vengono dall’assenza di conoscenza. Quando sono partita anche io avevo un po’ di ansia, ma è importante rassicurare le persone che hai attorno senza mentire loro sulla realtà. Conoscendo le malattie capisci come proteggerti dai rischi, e i miei sono molto bravi a fidarsi di me. C’è anche chi a volte va in contesti pericolosi e dice ai familiari di essere in posti più tranquilli, per non spaventarli. Alcuni aspetti di questo lavoro sono complessi, è inevitabile: molti di noi, ad esempio, hanno una vita sentimentale abbastanza complicata”.
A maggio di quest’anno Gabriella è stata insignita del “Premio Marcello Sgarlata” con una cerimonia al Campidoglio, ma non ama farsene vanto: “Sono stata molto contenta, ma credo sia troppo. Guardate che non faccio nulla di pazzesco – conclude -. Sarà che mi sono abituata in un contesto dove c’è chi rischia molto più di me. Per esempio, a dicembre mi avevano proposto una missione inSiria, ma ho avuto paura e ho rifiutato”. Come se questo bastasse a far di lei una donna meno coraggiosa.

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