22/07/17

Criticate Israele per quel che fa. Non per ciò che è Umberto De Giovannangeli Giornalista, esperto di Medio Oriente e Islam


Di Medio Oriente mi occupo da trent'anni. Ma non ho dovuto attendere che i capelli si facessero bianchi per comprendere quanto fosse vera una riflessione lasciataci da un grande giornalista, ahimè scomparso, che il mondo l'aveva conosciuto e raccontato davvero: Sandro Viola."Ho scritto tanti articoli da ogni parte e su tante cose avvenute nel mondo, ma non ho mai ricevuto insulti o plausi. Solo quando mi accingevo a scrivere di Israele avevo la certezza, sempre azzeccata, che sul tavolo del direttore sarebbero arrivate decine di lettere, quasi tutte di critica se non di insulti...".È la verità. Non c'è altro argomento, in politica estera, come Israele che tocchi così tante corde, emozionali e razionali, che susciti polemiche le più aspre, che fomenti divisioni, che militarizzi l'informazione. Sembra non esserci spazio per il dubbio, o si sta da una parte (israeliana) o dall'altra (palestinese) della barricata.E poco vale ricordare, con le parole e le pacate considerazioni di Amos Oz, che il conflitto israelo-palestinese rappresenta una tragedia "dostoevskijana" forse unica al mondo perché a scontrarsi, rimarca il grande scrittore israeliano, non è il "bene" contro il "male", il "torto" contro la "ragione"; l'essenza di questa tragedia è nel fatto che a scontrarsi sono ragioni e diritti altrettanto legittimi: il diritto alla sicurezza e a essere finalmente un Paese normale, per Israele, e il diritto dei palestinesi a vivere finalmente da donne e uomini liberi in uno Stato indipendente, pienamente sovrano su tutto il proprio territorio nazionale, a fianco dello Stato d'Israele.Sembrano affermazioni ragionevoli. Ma così, purtroppo, non è. Chi pensa che una pace giusta, stabile, duratura, altro non possa essere che un incontro a metà strada tra le rispettive ragioni e aspirazioni, nel migliore dei casi è tacciato di "cerchiobottismo", di voler mascherare i crimini degli occupanti (israeliani) ovvero di dimenticare i tanti civili israeliani innocenti massacrati dai kamikaze palestinesi."Nel mio mondo – scrive sempre Oz – la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c'è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte".Quante volte, ormai ho smesso di contarle, nel dar conto di critiche nei confronti di atti compiuti dai governanti israeliani, mi sono trovato (ma non sono il solo) a dover respingere l'accusa più grave, dura, infamante: essere antisemita. Da tempo, ormai, si è fatta strada in una certa parte dell'opinione pubblica e della diaspora che l'antisemitismo moderno oggi si rifletta nell'antisionismo. Soprattutto in Europa.L'accusa è di quelle che fanno male e che impongono una riflessione e interrogarsi con asprezza e sincerità sul lavoro compiuto. E chiedersi e chiedere qual è la frontiera insuperabile. Per quanto mi riguarda la risposta è: Israele può e deve essere criticato, se ve ne siano fondati motivi, per quel che fa e mai, mai, per quello che  per la grande maggioranza dei suoi abitanti e per la diaspora, vale a dire il focolaio nazionale del popolo ebraico.Senza memoria non c'è futuro, ripeteva come monito al colpevole oblio, Elie Wiesel, Premio Nobel per la Pace, da poco scomparso, sopravvissuto ai lager nazisti. E non c'è Paese al mondo come Israele che coltivi, a ragione, la memoria storica con così grande passione e attenzione. La memoria della pagina più spaventosa che l'umanità abbia conosciuto: l'Olocausto.Lo Stato d'Israele, è bene non dimenticarlo mai, nasce da questa immane ferita della quale l'Europa, e non solo la Germania nazista e l'Italia fascista, porta responsabilità. Non è un caso che fino a non molto tempo fa, ogni visita ufficiale di Stato si aprisse con una cerimonia allo Yad Vashem, il Mausoleo della Shoah a Gerusalemme.Ma quando affermo, da amico d'Israele, che Israele può e deve essere criticato se eccede nel diritto, legittimo, alla difesa o se porta avanti la colonizzazione forzata dei Territori palestinesi occupati, rendendo così impraticabile, una soluzione "a due Stati", questo non è antisionismo, tanto meno, antisemitismo.Riporto qui un passo, a mio avviso illuminante, di un lungo colloquio avuto non tanto tempo fa, con il più grande e premiato storico israeliano, il professor Zeev Sternhell:"Il sionismo si fonda sui diritti naturali dei popoli all'autodeterminazione e all'autogoverno. Questi diritti naturali dei popoli valgono per tutti, inclusi i palestinesi. Resto fermamente convinto che il sionismo ha il diritto di esistere solo se riconosce i diritti dei palestinesi. Chi vuole negare ai palestinesi l'esercizio di tali diritti non può rivendicarli per se stesso soltanto.Purtroppo, la realtà dei fatti, ultimo in ordine di tempo il moltiplicarsi dei piani di colonizzazione da parte del governo in carica, confermano quanto da me sostenuto in diversi saggi ed articoli, vale a dire che gli insediamenti realizzati dopo la guerra del '67 oltre la Linea verde rappresentano la più grande catastrofe nella storia del sionismo, e questo perché hanno creato una situazione coloniale, proprio quello che il sionismo voleva evitare.L'immagine può contenere: cielo e spazio all'aperto
Da questo punto di vista, per come è stata interpretata e per ciò che ha innescato, la Guerra dei Sei giorni è in rottura e non in continuazione con la Guerra del '48. Quest'ultima fondò lo Stato d'Israele, quella del '67 si trasformò, soprattutto per la destra ma non solo per essa. da risposta di difesa ad un segno "divino" di una missione superiore da compiere: quella di edificare la Grande Israele".L'esercizio della critica, quando non è strumentale, aiuta a non persistere nell'errore. Ciò vale per i "veri amici" d'Israele come per quelli che si sentono tali verso i palestinesi: essere sotto occupazione non può voler dire disconoscere gli errori, strategici, commessi dalle varie leadership palestinesi nel corso del tempo: non essere riusciti a trasformarsi da capi di un movimento di liberazione a leader di uno Stato in formazione, ad esempio, o l'aver giustificato, o comunque non agito con la necessaria determinazione, quando la resistenza (anche armata) contemplata dalla Convenzione di Ginevra sfociava in terrorismo stragista.Quanto all'Europa, essa non deve chiudere gli occhi o abbassare la guardia di fronte a un insorgente populismo di stampo razzista e xenofobo, che si nutre dell'odio verso l'altro da sé, che concepisce la diversità, etnica, culturale, religiosa, come minaccia e non come ricchezza, e che riaggiorna in questa chiave i pregiudizi antisemiti. Al tempo stesso, però, l'Europa non può e non deve subire passivamente l'accusa, rivoltale dai governanti d'Israele, di essere sfacciatamente filopalestinese (implicitamente intendendo anche antisionista e dunque antisemita) perché critica la colonizzazione o insiste nel considerazione la costituzione di uno Stato palestinese come un elemento essenziale per raggiungere la pace in Terrasanta.Una riflessione in proposito è imposta dalla cronaca e dalla "gaffe" di cui si è reso protagonista nei giorni scorsi il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu:"Penso che l'Europa debba decidere se vivere e prosperare o appassire e scomparire. L'Ue è l'unica associazione di Paesi nel mondo che ponga condizioni politiche ai suoi rapporti con Israele, che produce tecnologia in ogni settore. È folle, è completamente folle".Le parole poco diplomatiche e politicamente azzardate sono state pronunciate Netanyahu nel corso di un meeting a Budapest, a porte chiuse, con i leader del gruppo Visegrad (Polonia, Rep. Ceca e Ungheria). "Folle" si riferisce all'insistenza europea sulla risoluzione del conflitto israelo-palestinese. Il collegamento con i giornalisti è stato tagliato appena i collaboratori di Netanyahu si sono accorti che i reporter sentivano tutto quello che stava dicendo. Ma prima che ciò accadesse sarebbero filtrate diverse altre dichiarazioni controverse.A proposito dei cambiamenti alla Casa Bianca, Netanyahu avrebbe attaccato l'ex presidente Barack Obama. ''Abbiamo avuto un grosso problema con gli Stati Uniti. È diverso ora. C'è una presenza americana rinnovata nella regione (la Siria e il Medio Oriente in generale, ndr). Questo è positivo'' avrebbe sostenuto Netanyahu, dimostrando di apprezzare il nuovo tono imposto alla Casa Bianca dal presidente Trump. "Siamo d'accordo sullo Stato islamico, non siamo d'accordo sull'Iran".Le critiche sferzanti all'Europa non sono una novità. Ciò che è invece una (sgradevole) novità è che Netanyahu avrebbe espresso anche un chiaro sostegno per la linea anti-immigrazione del gruppo Visegraad, che in questi anni ha alzato recinzioni alle frontiere per bloccare le ondate di profughi provenienti dal Medio Oriente.Il premier israeliano avrebbe detto di credere nella libera circolazione delle merci e delle idee, "ma non delle persone" ed esortato i leader dell'Europa orientale a proteggere i propri confini. Nessuno, nell'entourage di Netanyahu, ha smentito o rettificato queste affermazioni. Fa un certo effetto il sostegno del primo ministro d'Israele al suo omologo ungherese, quel Viktor Orban, che ha fatto della purezza identitaria magiara e del respingimento di persone che fuggono da miseria, guerre, disastri ambientali, il proprio credo politico.Ecco, rilevare questo è una critica a Israele (rappresentato da un premier liberamente eletto) per quel che fa o che dice, e non per ciò che è. L'antisemitismo non c'entra niente ed evocarlo non fa il bene d'Israele.
Huffington Post 20/07/2017

poterti parlare di Matteo Tassinari


Dodici anni fa mio babbo abbracciava la sua Croce per sempre fino a diventare una cosa unica, per sermpre. Il gran finale avanzava da lì a poco. Con ma mamma eravamo all’ospedale per malati a lunga degenza all’ospedale di Rocca san Casciano, un paesino dell'entroterra romagnolo, un “Ospedaledeposito” in pratica per i casi più disperati, lì, mio babbo dormiva e viveva da molti giorni e giorni. Un Parcheggio di corpi e carne umana in attesa che si spenga definitivamente tutta la luce e si spengono i rumori che pria di partire per l'ad di là, compagnia gli facea e che ora rammaricar il cuore fa. Queste frasi per mio babbo non hanno alcuna pretesa di interpretare il vostro stato d'animo perché quello è solo e soltanto vostro, come il mio è solo il mio, anche potessi urlarlo dai tetti di tutto il mondo, riuscireste a leggere solo il titolo, il resto sono ragnatele tutte collegate tra loro come neuro trasmettitori che tormentano le anime massacrandole. Alvaro, suo nome d'origine spagnola, che a lui però non piaceva affatto, era troppo dandy, lo metteva a disagio quando si dovea presentare. Una volta bisbigliò sotto voce: "Ma che razza di nome è, Alvaro?", feci finta di non aver setito nulla per non infierire. Ho smepre amato mio padre, nonostante il rapporto ondoso. La realtà del morire e quella del soffrire costituiscono due aspetti topici dell'etica di tutti i tempi con il quale l'uomo si misura per non essere troppo preda dello spavento più grande della nostra esistenza e non ne parliamo mai. Perchè? Per semplice paura, ma si sbaglia, in questo modo i calcoli, perché il rimuovere la dipartita non fa altro che aumetare il suo terrore. Bisogna ampliare i nostri discorsi sulla morte, come nell'Est del mondo, dove la morte è vissuta come un momento della vita e la rende meno "nemica".



Noi possiamo chiudere col passato

ma il passato non chiude con noi
Chi non ha mai vissuto un dolore del genere, non può capire quella intensità, ma per carità, non c’è alcuna fretta. Possiamo vivere uno stato d’empatia (che non è poco), lasciarsi coinvolgere dalla sofferenza di chi perde un padre (che non è poco) agevola l'insieme. Ma non riusciremo mai a capire fino in fondo cosa significhi perderlo per sempre, non poterlo toccare,parlargli, guardarsi. Non voglio perdere tempo in preamboli insipidi e abusati. Anzi, vorrei lasciarvi subito al ricordo ondeggiante. In certi momenti, leggere frasi, libri, poesie, dediche che a lui ti rimandano col pensiero, è lenitivo, può essere un emolliente momentaneo per l’assenza di quella figura d’uomo che amavo tanto e non lo capivo e vorrei dirglielo. Ma non è più il tempo dei pedalò sui"bagnasciuga" di Milano Marittima al bagno Sesto, ora siamo entrati nella generazione 2.0, e fa male alla letteratura babbo. Ci fossi tu, forse qualcosa cambierebbe. Pensa, ti evoco spiritualmente a 54 annicome farebbe un bambino con suo padre. Il fatto è che tu lo sai quanto mi sei caro. E' l'ora dello strazio e del non capire. 
 continua    su http://rainingallegories.blogspot.it/2017_07_02_archive.html


(m.t.)

"Ecco le risorse della Boldrini". E il poliziotto viene sospeso

 hanno  fatto bene    un   rapressentante   dele  forze  dell'ordine  ,  sopratutto  quando  è nelle  sue  funzioni  dovrebbe    rimanere  neutrale    e  soprattutto  non può insultare  \  dileggiare  i proprio superiori  


"Ecco le risorse della Boldrini". E il poliziotto viene sospeso
Nel video si vede una volante che "scorta" un extracomunitario che viaggiava in sella a una bicicletta nella corsia di emergenza dell'autostrada Torino-Bardonecchia Un video di 50 secondi finito sul web ha decretato la sospensione di un agente della Polstrada.

da http://www.ilgiornale.it/news/cronache
Luca Romano - Ven, 21/07/2017 - 22:12









Il caso è finito in procura. Ma cosa è successo? Nel video si vede una volante che "scorta" un extracomunitario che viaggiava in sella a una bicicletta nella corsia di emergenza dell'autostrada Torino-Bardonecchia. Nel filmato si sente una voce fuori campo che commenta: "Risorse della Boldrini, ecco come finirà l'Italia: tutti su una Graziella in autostrada a comandare". E ancora: "Voi che amate la Boldrini, voi che avete voluto questa gente... Goditi questo panorama, ecco le risorse della Boldrini: un tipo che pedala sulla Graziella pensando che fosse una strada normale, con le cuffiette in testa".
Il video 

inizialmente era stato inviato in una chat privata ma poi ha iniziato a circolare su Facebook. E così i superiori dei due agenti in servizio hanno accertato chi fosse il colpevole e l'hanno sospeso, hanno aperto un procedimento disciplinare contro di lui e l'hanno segnalato alla procura di Torino che starebbe valutando eventuali ipotesi di reato.
I vertici della polizia Stradale piemontese non hanno voluto commentare ufficialmente l'episodio, ma il poliziotto è già stato sospeso dal servizio e nei suoi riguardi è stato avviato un procedimento disciplinare.


disciplinare.

Servirebbe più tolleranza e buon senso , ma è difficile pretenderla in questi anni. Forse non siamo ancora pronti all’integrazione \ coesistenza il caso dello Sporting Center di Montegrotto Terme


L'nico commento , oltre quello del titolo , che mi sento di fare davanti a tale news è questo : siamo nel caso d'imbecilità ed ignoranza senza confini .
  Eccone un esempio  su  Politicamente scorretto patriottico pagina di fb  fogna  a  cui  mi avevano inscritto   ma  da  cui poi mi sono  rimosso e   l'ho segnalata

Iside Lilith Dea ha condiviso il suo post.
mici"
A Padova i clienti di una piscina si sono andati a lamentare dal direttore per la presenza di islamici in piscina col burkini

A Padova i clienti di una piscina si sono andati a lamentare dal direttore per la presenza di islamici in piscina col burkini
ILGIORNALE.IT

Certo   neppure a me piacciono certio costumi da bagno , ma mica mi lamento o protesto inutilmente   con i gestori . Vivo e lascio vivere  . 


da http://mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/2017/07/20/

MONTEGROTTO TERME. Una famiglia di religione islamica va a fare il bagno in piscina indossando il burkini, il costume da bagno integrale usato dalle donne musulmane, e diversi clienti italiani s’indignano e vanno a protestare in direzione.




Montegrotto, in piscina con il burkini: i bagnanti si indignano

È successo mercoledì pomeriggio agli impianti dello Sporting Center di via Roma, a Montegrotto, dove il direttore della struttura, Abele Arcolin, ha avuto il suo da fare per calmare gli animi agitati.
«Tre famiglie, presenti mercoledì in piscina, hanno detto che non torneranno più allo Sporting Center, perché non vogliono stare in piscina con gli islamici», riferisce Arcolin.«Mercoledì pomeriggio si è scatenato il putiferio verso le 17, quando è arrivata da noi, per passare un’ora in piscina, una famiglia nordafricana composta da sei persone, di religione islamica. Quando gli altri clienti si sono accorti che le persone erano scese in acqua con il costume intero (anche gli uomini hanno deciso di fare il bagno con gran parte del corpo coperta) nessuno ha esternato proteste contro gli ospiti, ma alcune persone sono venute da me a manifestare il disagio. Alcuni clienti hanno protestato dicendo che queste persone erano entrate in piscina vestite» annota Arcolin.«Ho inviato subito il bagnino a verificare la circostanza, assistito dall’addetto al ricevimento che è islamico e di origini marocchine. Le verifiche hanno evidenziato che queste persone, tra cui due donne, stavano facendo tutte il bagno con il costume intero, il burkini, indumento coerente con la loro religione (scoperti rimangono il volto, le mani e i piedi). Ci siamo solamente sincerati che una delle due donne non entrasse in acqua con il velo che aveva in testa».«Queste persone avevano tutto il diritto di fare il bagno» aggiunge il direttore dello Sporting Center «Indossavano un costume, come gli altri, e si comportavano correttamente con gli altri bagnanti. Cosa avrei dovuto fare? È la prima volta che mi capita un fatto simile nelle nostre piscine. Tre famiglie mi hanno comunque già detto che non verranno più allo Sporting: per fortuna mercoledì c’era solamente una cinquantina di clienti. Se fosse successo nel fine settimana avrei avuto problemi ben più seri. Servirebbe più tolleranza, ma è difficile pretenderla in questi anni. Forse non siamo ancora pronti all’integrazione».Qualcuno ha fotografato la famiglia islamica nelle piscine dello Sporting Center e la foto è girata immediatamente su Facebook. A postarla Alessio Zanon di Forza Italia.


21/07/17

Per chi non lo sapesse... a Samugheo paese dell'interno della sardegna c'è tanto da scoprire e da ammirare altro che mare e coste

La maggior  parte  dei turisti  italiani  e stranieri   vengono in sardergna  solo per  il mare  o per  brevi tour  nele  zone  " mitizzate   "  dai media  ,  trascurando alcune  belezze  e  musei  particolari dell'interno  come   quello  del tappetto di  Samugheo comune italiano di 3.102 abitanti ( secondo l'ultimo censimento  ) della provincia di Oristano in Sardegna.

Secondo http://www.sardegnacultura.it/  ( sito   consigliato  per  chi  vuole  conoscere l'isola  oltre  le classiche mitizzazioni  e luoghi comuni  mass mediatici  ) 

Il Museo è alla periferia di Samugheo, centro rinomato per la fiorente produzione tessile, in una nuova costruzione disposta su due piani. 
Il Museo è nato nel 2002 grazie alla volontà di recuperare e conservare la memoria storica tessile della Sardegna, attraverso il reperimento di manufatti per lo più racchiusi nelle cassapanche delle case del paese  e\o in collezioni private  . 
La collezione permanente raccoglie un vasto repertorio di manufatti provenienti da diverse parti dell’isola: si tratta di tovagliati, coperte, lenzuola, biancheria per l’infanzia, biancheria per uso quotidiano, bisacce e teli per la campagna, copricassapanca, abbigliamento per il pastore e costumi tradizionali per le feste   
Il piano terra della struttura è dedicato all'organizzazione di mostre temporanee (allestite ogni uno o due mesi) con le quali si vogliono valorizzare le varietà e le preziosità della tradizione tessile, tramandata ancora di madre in figlia, e rimasta vitale a Samugheo ed  aggiungo io  a Luras  in Galura  .


InformazioniIndirizzo: via Bologna sn, 09086 Samugheo; telefono: 0783 631052 Ente titolare: Comune di Samugheo Gestione: Cooperativa “La Memoria Storica” di Sestu (CA) Orari: ora legale 10-13 e 17-20; ora solare 10-13 e 16-19, tutti i giorni tranne lunedì e martedì Biglietto: € 2,50 intero, € 1 ridotto (scolaresche e gruppi di almeno 20 persone) Esenzione biglietto: disabili Sito internet: http://murats.it/e-mail: museomurats@gmail.comfacebook: Murats Museo dell’Arte Tessile







Ora molti mi chiederanno Perché è importante visitarlo ? La rispota  del  portaler  sardegnacultura.it prima citato parla  da  sola  : <<  (...)  L'attività artigianale tradizionale, un tempo così viva in tutta la comunità sarda, ha subito nel tempo un forte regresso, ma è rimasta vitale a Samugheo. La visita guidata ha, perciò, lo scopo di recuperare e conservare la memoria storica della tradizione tessile di tutta la Sardegna. Tra i pezzi più importanti esposti nel museo troviamo cinque "tapinu ‘e mortu" del Settecento. Si tratta di manufatti tessili funebri piuttosto rari, se si pensa che in tutta l’isola se ne contano solo otto, compresi quelli del museo di Samugheo  >> .

L'immagine può contenere: 1 persona, persona seduta
La  signora  Susanna per  gentile  concessione della figlia
 Isabella Frongia  ( https://www.facebook.com/isabella.frongia.57  )
Ma soprattutto per l'ottimo servizio di visita guidata è compreso nel prezzo del biglietto (   1€  basso per l'ottimo servizio  )  . È previsto un percorso didattico che consiste in una vera e propria prova di tessitura, con lo scopo di evidenziare il difficile lavoro che si cela dietro la creazione di un manufatto tessile: ad ogni partecipante viene fornito un piccolo telaio sul quale realizzare, con l’aiuto delle operatrici museali, un bracciale in lana da portare via con sé, insieme al diploma di piccolo tessitore.
Il Museo dell’Arte Tessile ospita stage e tirocini formativi. È prevista la partecipazione a borse e fiere turistiche nazionali e internazionali. Lo shop del Museo propone testi sull’arte della tessitura e sulla Sardegna in generale, oltre che piccoli manufatti di arte tessile.
Il Museo dispone di una sala convegni con 127 posti a sedere. Non esistono barriere architettoniche.

Ecco  un nostro  ( di mio padre   e  mio  )    fotografico   sulla  giornata  dj  domenica  scorsa    visita   sia  alla  50^ Mostra dell’Artigianato Sardo  e poi al museo  visitabile   fino  al 3 settembre


Per celebrare il prestigioso anniversario, il Comune di Samugheo e il MURATS (Museo Unico Regionale dell’Arte Tessile Sarda), in collaborazione con la Pro-Loco di Samugheo, rinnovano il tradizionale appuntamento con Tessingiu, la rassegna dedicata alle eccellenze del panorama artigianale regionale. Inaugurazione sabato 15 Luglio alla presenza del Sindaco di Samugheo Antonello Demelas, del direttore del Museo MURATS Baingio Cuccu e dell’art-director della mostra, l’architetto Roberto Virdis.

La location scelta per ospitare i manufatti selezionati dall’architetto Virdis, realizzati da artigiani provenienti da tutta l’Isola, è un esempio di archeologia industriale, simbolo e testimone dell’operosità manuale locale: l’ex cantina sociale di Samugheo. Per l’occasione la storica struttura diventa un’inedita e contemporanea “wunderkammer”, una “camera delle meraviglie” in cui gli oggetti dell’artigianato tradizionale, artistico e di design della Sardegna, dialogano con il particolare contesto architettonico. Forma, materia e colore sono le chiavi di lettura dell’allestimento che pone in relazione il passato e il presente, l’antico e il moderno.

Il ricco ventaglio di eventi collaterali comprende convegni, manifestazioni enogastronomiche e laboratori artigianali-esperienziali dedicati a tutti coloro che vorranno cimentarsi nelle antiche e nuove arti manifatturiere, guidati con sapienza da maestri artigiani del settore.
Le sale del MURATS sono invece la scenografia di una esposizione/installazione, capace di coniugare armoniosamente tradizione, alta manifattura e tecnologia multimediale. In occasione della 50° edizione di Tessingiu, il Direttore del museo Baingio Cuccu, presenterà i progetti realizzati grazie alla donazione del principe Karim Aga Khan e a lui dedicati: la “Collezione del Principe”, il “Tappeto Corale” con il “Video d’Autore” e il “Catalogo del MURATS”.
La “Collezione del Principe” è la preziosa serie di manufatti tessili realizzati dagli artigiani di Samugheo, che riproducono fedelmente le principali iconografie della tradizione locale sviluppatasi dal 1960 ad oggi. Le sette coperte e i dieci tappeti firmati Karim Aga Khan andranno a completare la collezione del museo e compariranno nel Catalogo del MURATS.
Al “Tappeto Corale” spetta il compito di valorizzare l’alta manifattura tessile e di tramandare tradizione, competenze e conoscenze delle maestre artigiane di Samugheo attraverso video-racconti azionabili manualmente dal visitatore. Il tappeto è infatti dotato di un sensore multimediale touch che attiva automaticamente la proiezione. Infine, in occasione della 50° edizione di Tessingiu, verrà presentato al pubblico il “Video d’Autore” realizzato da Antonio Pecora, dedicato alla memoria storica e alle tradizioni di Samugheo.

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Adesso il  reportage  
inizio io  con foto fatte  sia  alla  mostra 


















 a museo



ecco invece  quelle   più  sintetico , dono che   a me  manca  👇👎😇😉😏😐😒 ,  di mio padre


20/07/17

SOLO (In morte di Pino Pelosi) © Daniela Tuscano


Quella pace che non so augurarti. E di cui tu pure hai diritto. Quella pace, parola grande, imprendibile, quella pace oggi forse t'accoglierà. Cerco le tue immagini - non voglio affiancarti al poeta vivo, meglio il monumento - e ti vedo sempre estraneo, mai protagonista.
L'immagine può contenere: 1 persona, in piedi e spazio all'aperto
da  https://www.facebook.com/Pier.Paolo.Pasolini.Eretico.e.Corsaro/

 Non so se incarnassi la mutazione antropologica preconizzata da Pier Paolo. Eri semplicemente capitato lì, come un grande punto interrogativo, vagante e privo di curiosità. Con quelle rughe sbagliate, incapaci di far storia. Ogni tanto perfino sorridi, accanto ai manifesti del poeta. Ed è un sorriso, purtroppo per te, inopportuno e scentrato. Dolente? Semmai, umiliato. Vedo alle tue spalle una notte remota che mi spira ancora addosso, e vorrei tornare a quel novembre del '75, a quel tavolo, alle chiacchiere. Vorrei riavvolgere il nastro e implorare: "Fermatevi!". Oppure no, oppure mi ripeto che non può finire così, che PPP ce la farà comunque, malgrado te, malgrado anche se stesso. Ma è andata diversamente. E bestemmio quei passi, quel tragitto e quelle pietre e le erbe marce e gli avanzi di civiltà industriale vomitati tutti lì, assieme a voi, in quel nero di petrolio, e pretendo mi restituiscano Paolo.
Sono i testimoni di tutte le pesanti disgraziate notti d'Italia. Più eloquenti, nel loro solido silenzio, delle tue mille evocazioni, troppe volte smozzicate e rimangiate.
Eri solo, ostinatamente e forzatamente solo. Anzi, isolato. Anche in questo, cifra del nostro millennio al declino, lo sbriciolarsi degli ideali, degli abbracci, delle relazioni, degli inni e delle bandiere. Dei cori e dei baci. Eri il nostro rischio, la nostra perdizione.
Sì, abbi pace. Hai sepolto con te ogni segreto, ogni verità. L'umana, inesausta domanda s'arresta davanti ai misteri, ma la coscienza individuale può sempre aprirsi al Mistero, supremamente giusto ma immensamente misericordioso.
© Daniela Tuscano

bene e male si mescolano, Le 22 mila persone obbligate a pulire bagni dai Termini di servizio di un wifi,vivere in strada , papagallo fa condannare un assasino , lavorare con la fantasia e con la letteratura ,


da http://palermo.repubblica.it/cronaca/  20 luglio 2017

giuseppe   lo  porto 

Il commento, due città costrette a convivere tra loro
La storia dei fratelli Lo Porto come metafora delle due facce di una stessa realtà nella quale bene e male si mescolano

 di ENRICO DEL MERCATO


Ci sono due fratelli, in uno dei quartieri più difficili di Palermo: uno fa il cooperante gira per il mondo - anzi per le zone più pericolose del mondo - per aiutare i negletti della Terra e nel suo quartiere, che spesso è più pericoloso delle zone in cui infuria la guerra, non ci torna quasi mai al punto che muore lontanissimo da casa ucciso da un aereo teleguidato a centinaia di chilometri di distanza; l’altro fratello, invece, nel quartiere ci sta e ci fa i suoi affari che- hanno scoperto gli inquirenti- sono quelli della mafia. Ecco, da Brancaccio dove si consuma la storia dei Lo Porto fratelli diversi, arriva l’ultima, inevitabile, metafora di Palermo.
Giovanni Lo Porto Twitter © ANSA
giovanni lo  porto 
Quella che era la città del grigio, dove il bene e il male, il buono e il cattivo si mescolavano risultando spesso indistinguibili, sembra essere diventata la città del bianco o nero. Del bene e del male che pur stando vicinissimi tra loro, riescono a restare distinti. Come nel caso dei fratelli Lo Porto (il “fratello buono” va via da casa e riduce al minimo i contatti con la famiglia e con il quartiere) e come nello stridere di quanto accaduto ieri. Nel giorno in cui si commemorava il venticinquesimo anniversario dell’assassinio di Paolo Borsellino e degli uomini della scorta centinaia di palermitani ripetevano quel rito laico (che in molti giudicano stantio ma sul quale si possono appoggiare le fondamenta di una società civile e migliore) del ricordo e della rievocazione. Centinaia di palermitani stavano in silenzio oppure rilanciavano con slogan o sui social network le parole di Palo Borsellino, ne “professavano” l’esempio. Nelle stesse ore, un’operazione di poliziaquella nella quale è stato arrestato tra gli altri proprio il fratello del cooperante di Brancaccio- svelava che una sostanziosa fetta di città continuava indifferentemente a chinarsi e baciare l’anello della prepotenza mafiosa. Pagando il pizzo e tacendo. Non osando minimamente - come invitava a fare Paolo Borsellino - “respirare quel fersco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale”.
Così come nella stessa famiglia c’erano un fratello pronto a immolare sé stesso per gli altri e uno che agli altri imponeva il tallone della prepotenza criminale, così in questa città coesistono quelli che riconoscono la mafia come sistema che conduce inevitabilmente al sottosviluppo e vi si ribellano e quelli che continuano a ritenere che con la mafia ci si possa o ci si debba convivere o fare affari.
Attenzione, però. Sarebbe facile e ovviamente sbagliato fare coincidere le sempiterne categorie del bene e del male con un mappa geografica della città sulla quale, per esempio, tracciare linee che assegnino alle periferiedove peraltro è molto più difficile darsi il coraggio antimafia senza l’aiuto delle istituzioni- i territori della connivenza e al centro quelli della resistenza. Così come sarebbe sbagliato sovrapporre quelle categorie a ceti o appartenenze politiche definite. Quello che accade all’interno del variegato mondo dell’antimafia deve fungere da segnale: industriali, politici, commercianti, giornalisti che si erano appuntati sul petto i distintivi dei “buoni” si sono poi rivelati più vicini ai “cattivi”.
Se la storia dei due fratelli diversi (e delle due città diverse) può lasciarci in dote qualcosa di utile è proprio questo: consideriamo un passo avanti la possibilità di saper leggere dentro l’indistinto grigio separando il bianco dal nero e facciamolo. Curando, però, di tenere gli occhi bene aperti



da  http://www.rivistastudio.com/




Le 22 mila persone obbligate a pulire bagni dai Termini di servizio di un wifi



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Tim Berners-Lee, mediaticamente ribattezzato “il padre del web”, all’inizio dell’anno ha elencato le sue preoccupazioni principali riguardanti la rete che ha contribuito a creare: tra queste, c’erano i cosiddetti “Termini di servizio”, ossia i contratti legali tra gli utenti fruitori di un determinato servizio digitale (da Google all’app più sconosciuta) e i suoi gestori, che ultimamente sono sempre più densi di interminabili disclaimer e sotto-punti. Per dimostrare la pericolosità insita in questi strumenti a cui di norma prestiamo la nostra adesione senza un battito di ciglia, riporta Gizmodo, una società di comunicazione specializzata in servizi wifi ha inserito le condizioni più assurde, a cui poi migliaia di persone hanno inconsapevolmente detto “sì”.Purple è una compagnia basata a Manchester che gestisce hotspot wifi per diversi brand. La scorsa settimana, la società ha posto fine a un esperimento di due settimane in cui il suo “Service Agreement” aveva visto spuntare una “Community Service Clause” molto sui generis; chi la sottoscriveva era tenuto, a totale discrezione di Purple, a:

1. Pulire da rifiuti animali i parchi locali;
2. Fornire abbracci a cani e gatti randagi;
3. Rimuovere manualmente intasamenti dai sistemi fognari;
4. Pulire i bagni mobili usati a festival ed eventi locali;
5. Colorare i gusci delle lumache per illuminare le loro vite;
6. Grattare via i chewing-gum dai marciapiedi.

La notizia è che più di 22 mila persone hanno accettato a dedicarsi a un migliaio di ore di lavoro umile o completamente nonsense, e tutto per poter accedere a una linea wifi. Purple aveva anche previsto un premio speciale per chi avesse chiesto spiegazioni dell’insolito documento: l’ha vinto una persona sola. Non è chiaro, dice Gizmodo, se la società ora sarebbe davvero legalmente abilitata a richiedere i servigi di quei ventimila spazzini inconsapevoli, ma i suoi rappresentanti hanno già dichiarato che non impugneranno la loro parte dell’accordo.


da http://www.repubblica.it/esteri/2017/07/20/

Usa, donna condannata per l'omicidio del marito: la inchioda la testimonianza del pappagallo
La sentenza in Michigan: il pennuto non è comparso in tribunale, ma la ex moglie della vittima ha riferito che ripeteva "Non sparare" con la voce dell'uomo



WHITE CLOUD (Michigan) 
Usa, donna condannata per l'omicidio del marito: la inchioda la testimonianza del pappagallo
Una donna è stata condannata per l'omicidio del marito sulla base della testimonianza del pappagallo della vittima. Dopo otto ore di camera di consiglio, la giuria ha dichiarato Glenna Duram, 49 anni, colpevole di aver assassinato Martin Duram, 46 anni, sparandoli cinque colpi d'arma da fuoco. Il delitto avvenne nel maggio del 2015. Secondo l'accusa, dopo aver ucciso il marito, la donna tentò di togliersi la vita procurandosi una ferita alla testa.
Decisiva per la condanna è stata la testimonianza dell'ex moglie della vittima, Crhistina Keller, secondo la quale dopo l'omicidio il pappagallo Bud, un cenerino africano, ripeteva: "Non (parolaccia) sparare" con la voce di Martin Duram. Il pennuto, che dopo la morte del suo padrone è stato "adottato" da Keller, non è "comparso" in tribunale, anche se inizialmente
la pubblica accusa aveva accarezzato l'idea di chiamarlo a testimoniare. Non è stato necessario, anche perché pure i genitori di Duram hanno avvalorato la tesi secondo cui il pappagallo era presente al momento del delitto e ripeteva le ultime parole di Martin.


Insieme da dieci anni, coppia sceglie di vivere in strada pur di non separarsi
Pordenone: è la storia di Alex, 49 anni, e della sua compagna, di 48. Sopravvivono grazie all’aiuto di benefattori e di cittadini che portano loro da mangiare. Oggi vivono al parco Galvani



PORDENONE. Vivono in strada per amore, da un anno tra le panchine dei parchi cittadini e la stazione ferroviaria. Sempre insieme. È la storia di Alex, 49 anni, e della sua compagna, 48.
Solo lui ci ha voluto parlare. Lei ha voluto rimanere anonima. Chiedono una casa, per cercare un lavoro e riprendere in mano la loro vita.
Insieme da 10 anni, non si sono mai separati. Nemmeno i conti che Alex ha dovuto fare con la giustizia, saldati un anno fa, sono riusciti a dividere un grande amore, un sostegno reciproco.
«Io vivevo una vita splendida – ricorda –. Vivevo a Spilimbergo, lavoravo in posta, facevo l’impiegato». Poi sono subentrati i problemi con la prima moglie, i giudici e i tribunali.
Nel frattempo, una decina d’anni fa, ha conosciuto lei, che gli ha fatto battere il cuore. Italiana, faceva la badante e aveva qualche lavoretto precario.
Esattamente un anno fa è cominciato per la coppia un calvario. «Per una ventina di giorni abbiamo vissuto in albergo, grazie ad alcuni risparmi che avevo da parte – spiega Alex –. Poi questa disponibilità è venuta meno e quindi ci siamo ritrovati per strada».
Le giornate si susseguivano tra i parchi e la stazione. «Per un paio di mesi lo scorso inverno ho vissuto nell’appartamento di un africano che è dovuto tornare nel suo Paese – sostiene Alex –. Avevo pagato la mia quota d’affitto. Peccato che quell’appartamento non fosse suo e il legittimo proprietario ci ha sbattuto fuori».
Oggi vivono al parco Galvani, seconda panchina a sinistra dell’ingresso principale: è quella la loro casa. I frequentatori dell’area verde cittadina li conoscono. Sopravvivono grazie all’aiuto di benefattori e di cittadini che portano loro da mangiare.
Si sono anche informati ai servizi sociali di Pordenone. «Vogliono imporci le loro condizioni e separarci, ma noi non vogliamo allontanarci: io e la mia compagna siamo fatti per stare insieme e per sostenerci», afferma l’uomo.
In realtà, i servizi sociali vorrebbero veramente dare loro una mano, separandoli sì ma per aiutarli a superare alcuni loro problemi e creando solide fondamenta per riprendere in mano la loro vita.
Ma su questo rimangono irremovibili:
giorno dopo giorno trascorrono la giornata al parco, su quella panchina, che è diventata anche il loro giaciglio notturno, con qualche borsa dove conservare i propri abiti e la solidarietà della città per mantenere la loro dignità.

Abbiamo inventato un lavoro



Ilaria e Daniele raccontano i matrimoni
Ilaria e Daniele raccontano i matrimoni


Grazie a Ilaria Bigonzi e Daniele Massi, raccontatori di matrimoni

“Dicono che non c’è lavoro e bisogna inventarselo, non l’abbiamo inventato”. Comincia così la lettera di Ilaria Bigonzi, che fa fatica perché “anche mandare una semplice mail come questa è tosto, se hai un AMORE di due anni e mezzo che proprio in questo istante vuole che canti con lui "Occidentali's Karma" e suoni la chitarra guardando le stelle immaginarie sul soffitto, mentre dice: "mamma hai finito, mamma hai finito, mamma hai mandato questa lettera???".Un bambino piccolo, il lavoro che non c’è. Un giorno Ilaria e Daniele, entrambi appassionati di scrittura, sono diventati “raccontatori di matrimoni”. Hanno inventato un lavoro. Qui spiegano come è successo, quando, perché. Hanno creato un sito ed una pagina facebook una vetrina del lavoro che offrono. Tutto è iniziato in via Caduti sul lavoro, per ironia della sorte. Ecco Ilaria.“Vi racconto questa storia perché so che in tanti canteranno con me il ritornello. In una città balneare del centro Italia, c’è un bel fabbricato di edilizia moderna. Mattoncini crème caramel e grandi vetrate fumé. Almeno duecento dipendenti. Di che lavoro si tratta? Sul finire dell’era geologica, anni ‘90, ebbe principio il vero Big Bang del www. E là, in via dei Caduti sul lavoro, (nome quanto mai profetico) orecchiarono il business che viaggiava nell’etere. Ora fanno software per studi commerciali; smistano posta altamente sofisticata, firmano carte con un click, seguono donnemadri e pensionati per complicatissimi incartamenti burocratici. Fino ad un certo punto la genesi dell’apprendista era questa: colloquio, assunzione, rodaggio e tempo indeterminato"."Ma quando toccò a me, big bang: contratto co.co.pro. scadenza ogni 3/6 mesi, annunciata ovviamente all'ultimo momento, per un totale di sette scadenze per sette contratti (in quattro anni). Una sensazione perenne di camminare sospesi. Un'incertezza alla quale non si fa mai il callo. Emotivamente e psicologicamente una continua lotta interiore: "Speriamo almeno questa volta...". Anche se era un lavoro diverso da quello che sognavo mi dava il pane e mi permetteva fuori da quell'ufficio di scrivere racconti, poesie Haiku e iniziare romanzi"."La motivazione che con malcelato imbarazzo adoperavano era sempre la stessa: "Ci piace come lavori ma purtroppo la tua mansione verrà automatizzata". Sono passati anni e il posto che non aveva ragione di esistere, esiste eccome. I contratti probabilmente son sempre quelli, ma il volto di chi lo svolge è diverso. Non è quello di una che allo scadere dell'ultimo contratto è diventa madre, ma di un’altra a cui probabilmente capiterà la stessa cosa quando le 'lieviterà il ventre'"."Cadono i lavoratori, ma per fortuna si rialzano, e un giorno al parco arriva l'idea. Col mio compagno stavamo pensando a un regalo originale per due amici che si sarebbe sposati a breve. “Perché non gli regaliamo il racconto del loro matrimonio?”. L'abbiamo scritto davvero, abbiamo trovato un’artista che lo rilegasse e gli sposi l’hanno apprezzato così tanto che il loro entusiasmo ha posto le basi per un'attività. Da allora non siamo più solo compagni di vita, ma anche “Wedding Writers”. Raccontiamo agli sposi il loro matrimonio. E’ stato bello scoprire che dopo tutto, regalare emozioni è un gran bel lavoro”.




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