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18/03/17

daniele carbini il mugnaio filosofo

da leggere  prima    del post  se   non si hanno    studi  filosofici


L'immagine può contenere: 1 persona, barba, occhiali e primo piano
Molti di voi  mi dicono  che pubblico  solo storie  prese  da  i giornali  e\o dai vari siti online, ma nessuna  di mia o  trovata  da me 
Ebbene oggi  saranno accontentati . Nel  post   d'oggi racconto ovviamente sotto  forma  d'intervista \ chiacchierata la storia    del compaesano  Daniele  Carbini  ( foto a  destra  presa  dal  suo facebook   ) Un ragazzo   che  dopo la  laurea  in filosofia  110\ 110   con una   la tesi  su  Nietzsche: filosofia e pittura :
Il testo si pone l'obiettivo di mostrare come la filosofia sia uno strumento di fatto artistico ad uso della mente.
Il saggio analizza la filosofia nietzschiana al fine di mostrare come la conoscenza non sia altro che un mondo linguistico ed artistico.
Vengono messe in evidenza correlazioni e stringenti affinità di pensiero (a conferma della premessa) tra il pensiero di Nietzsche e diversi pittori (e le loro opere) quali kandinsky, Van Gogh, Pollock.
Infine, si mostrano affinità di pensiero tra Nietzsche, Wittgenstein, Lao-tzu, Chuang-tzu ed il pensiero orientale in senso più largo (ovvero taoismo, buddhismo, zen e buddhismo ch'an) e come, in definitiva, il pensiero che ne esce fuori sia una dichiarazione della filosofia come arte.






ed una decennale esperienza nel settore Informatica - Telecomunicazioni fatta iniziando da semplice programmatore per poi scalare tutti i passi fino ad arrivare infine ad architetto del software decide dal gennaio gennaio 2006  (  nel    momento in cui la  ditta  familiare     compiva   30 anni di vita  ) di  abbandonare Roma e la sua carriera di professionista di progettazione del software   e  per dedicarsi, insieme al resto della famiglia, all'attività molitoria, assicurando un segno di continuità e innovazione tecnologica, nel pieno e assoluto rispetto della tradizione  ormai  quarantennale   . La ditta  si occupa di farina e grani  qui  la loro storia  e qui la loro pagina facebook ) che produce sfarinati di GRANO DURO di alta qualità artigianale, ottenuti dalla macinazione dei migliori grani sardi che vengono acquistati direttamente dai produttori .
Infatti dalla pagina facebook


Nessun testo alternativo automatico disponibile.
Il semolato di grano duro (senza estrazione di semola) del Molino Carbini Nicola è un prodotto di alta qualità artigianale.
Da sempre l’azienda ha focalizzato la sua attenzione su un prodotto senza compromessi in merito alla sua qualità e tipicità. Per questo motivo il prodotto è da considerarsi unico nel suo genere.
In genere le industrie molitorie da un chicco di grano estraggono i sottoprodotti (cruscami e farinacci, principalmente usati nel comparto zootecnico), il semolato, la semola e la farina di grano duro. Ognuno di questi viene poi venduto al mercato separatamente e indirizzato ad usi molto specifici. Il Molino Carbini invece ha scelto, fin dai suoi inizi, di realizzare un prodotto che esclude solo i sottoprodotti e di offrire alla clientela un prodotto a «corpo unico», cioè semola e semolato vengono tenuti insieme, offrendo una ricchezza di sapore ineguagliabile nelle altre soluzioni. Questi risultati però non sarebbero possibili se alla base non vi fosse un’accurata scelta della materia prima, il grano, selezionato e raccolto nei migliori campi della Sardegna, il quale offre un gusto ed un sapore tra i migliori e più rinomati al mondo.In uno scenario mondiale completamente aperto e globale, il Molino Carbini Nicola ritiene che la migliore promozione di un prodotto sia data della sua assoluta tipicità, legata alle tradizioni culturali del proprio territorio, diventandone elemento identitario. Consumare il semolato del Molino Carbini è riscoprire i reali sapori della Sardegna in ogni pane, pasta o dolce che andrete a realizzare. Il Semolato di grano duro (senza estrazione di semola) del Molino Carbini Nicola è ideale per realizzare pani tipici, paste fresche e dolci tradizionali. esaltandone gusto e profumi.
 ed  ora     vai  con la  storia intervista



 ti senti  più'  mugnaio o filosofo  ?
non vi è distinzione reale tra le due cose. la filosofia è attività molto pratica e concreta. la mia attività di mugnaio, come qualunque altra attività che ho svolto, non è che una possibile declinazione di quello che è il mio pensiero filosofico. non ha importanza ciò che fai ma come lo fai e quanto è in corrispondenza con il tuo pensiero. la filosofia ridotta a mera teoria a sé stante è vuoto esercizio intellettuale che non serve a nulla e che tradisce l'amore per la filosofia stessa.

come mai   non hai  coltivato , magari insegnando o  scrivendo  libri   tematici   come fanno altri  laureati  in filosofia  ?
in verità mi farebbe piacere trovare il tempo per organizzare le mie riflessioni e realizzare un testo dall'aspetto organico, ordinato. In verità scrivo molto, in modo disordinato e spesso dettato dall'urgenza del presente. Uso molto i social, perchè amo stare in mezzo alla gente e con essa la condivisione ed il confronto. Non amo i club esclusivi degli intellettuali, amo l'umanità e di essa voglio farne parte. Mai scelto di fare l'insegnante, non è nelle mie corde, non amo i programmi nozionistici e ripetitivi. Mi capita di fare lezioni private. Scrivo diversi articoli per testate di cultura e di informazione su internet. Nel 2004 è stato pubblicato un mio romanzo e ho pubblicato in diversi periodici.
 cosa  è per  te la  filosofia   e  che collegamento ha   ,  visto che  ci hai fatto una tesi  in merito  , con l'arte   e  con la musica  (  vedi   esempio   lavori di  cristian  porcino  o  quelli  di Giuseppe  Pulina )?
ti rispondo con un famoso aforisma di Nietzsche, "l'arte vale più della verità". Vi è sempre un processo creativo, che va al di là del mero fatto oggettivo. La scienza stessa è creativa, senza questo impulso sarebbe ferma. Il motore creativo dell'umano è l'essenza dell'evoluzione dell'innovazione. Non può esserci arte se non è accompagnata dalla passione, dall'amore di realizzare ogni cosa.
Secondo    te  come  è stato proposto qui  . insegnare  filosofia  ai bambini  dalle  elementari    va bene  o no  ? 
Quest'ultimo Natale ho regalato ai miei nipotini Sofia, Alice e Nicola, che frequentano tutti le elementari, il libro di Platone per bambini. Non conosco risposta migliore di questa.

 Durante   i tuoi  viaggi ,  soprattutto    quelli  che  fai su  è  giù per   la  sardegna  ,   ti  è mai  capitato  per parafrasare  la strada  dei Mcr  ( qui  il  testo originale)

Di tutti i poeti e i pazzi \che hai  incontrato per strada \hai tenuto una faccia o un nome\
una lacrima o qualche risata\e ascoltare  le voci dei matti \incontrato la gente più strana \e imbarcare   compagni di viaggio   di  cui qualcuno è rimasto\ qualcuno è andato e non s’è più sentito \   e  magari rincontrarlo     lungo  la strada  \Di tutti i paesi e le piazze \dove hai  fermato il furgone 
hai  perso un minuto ad ascoltare \ qualche ubriacone \le strane storie dei vecchi al bar   >> 
nei miei viaggi quotidiani vivo ogni momenti significativi di umanità e spesso ritrovo la declinazione pratica di molte teorie filosofiche. Ci sono dettagli che fanno la differenza. I dettagli, che spesso trascuriamo sono spesso la chiave che ti aprono la radura.
se   si  o   anche  no   hai trovato   qualche altro  " filosofo  ?
incontrare filosofi nel senso tecnico del termine è difficile. bisogna partire dalla premessa di cosa si considera per filosofia e cosa si considera filosofo. la filosofia è un mestiere? o è uno strumento del pensiero?

 qual  è  l'episodio   più curioso che  ti è  capitato   durante i  tuoi viaggi   

 quello più bello
 quello più brutto
non ho una risposta a queste domande.
 Visto  il proliferare  di  filosofi copia - incolla  ed   da  salotto  (  ogni  riferimento  a persone  e fatti  è puramente    casuale  😀😆 ), io  che   consideravo   la  filosofia  qualcosa  d'astratto  riferendomi a questa  vecchia  canzone  anarchica  \  libertaria  :

 (....) La casa è di chi l’abita
e un vile è chi lo ignora,
il tempo è dei filosofi
il tempo è dei filosofi.
La casa è di chi l’abita
e un vile è chi lo ignora,
il tempo è dei filosofi,
la terra di chi la lavora.  (... qui il resto del testo )  
tesi poi  poi rimessa  in discussione    dall'aver  imbarcato    su  Facebook  e  sul mio blog  alcuni  filosofi  ,    ti  chiedo   si può  ancora   parlare  di filosofia   ?
Quindi  filosofia  non accademica , come sembra dai  tuoi  scritti   sui  social   ( facebook   , twitter )    ed   dai tuoi interventi   da moderatore  durante le presentazioni letterarie    tenute  dalla ormai ex libreria     max 88 ,  o  filosofia  accademica  ?
su facebook si sente l'esigenza di emergere. da un certo punto di vista è la celebrazione edonistica dell'ego, dove ognuno vuole distinguersi dalla massa e avere successo all'interno del proprio contesto. in molti vogliono far vedere che sono qualcosa e non niente. se vogliamo è anche comprensibile come esigenza: essere confusi nella massa, essere insignificanti e non considerati è un qualcosa che può fare stare male. da qui nasce il desiderio di mostrarsi e di dimostrare di avere una sostanza che merita attenzione. insomma si cerca di emergere per far vedere che c'è qualcosa di interessante che dovrebbe attirare l'attenzione di chi legge. diciamo che sarebbe più saggio immergersi e piegare la schiena, darsi una formazione seria. a quel punto si emergerà in modo naturale e si brillerà di luce propria.di filosofia si deve parlare sempre, è necessaria e fondante. la filosofia è il cuore di ogni conoscenza. non esiste materia o argomento che non abbia il proprio fondamento nella filosofia. La filosofia è il graal della conoscenza e della comprensione. ma la filosofia andrebbe mostrata più che discussa.



25/10/14

Adam Wild l'ultimo arrivato in casa Bonelli ne parliamo con Gianfranco Manfredi


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da  comicsblog.it   tramite  google creative comms
Prima  d'incominciare  il post d'oggi,chiedo scusa  ai miei  40 lettori  , ma   a causa  di problemi con il mouse   non potevo  fare granché  sul mio  blog  .Ma adesso dopo le  scuse   , veniamo al  post  d'oggi Qualche giorno fa, mentre  aspettavo di pagare  i  quotidiani e il primo numero della nuova  stagione d'Orfani  , trovo esposto in edicola il primo nunero di Adam Wild il nuovo  fumetto della Bonelli .
Incuriosito : dalla presentazione fatta dall'autore il 26/set/2014 e  d a  cui  sono  tratte  foto  e  video   durante la conferenza stampa di Sergio Bonelli Editore. in cui si elencava La nuova vita di Dylan Dog. Le novità della prossima stagione editoriale. ( orfani e Adam Wild ) e Le future strategie aziendali nel settore multimediale.




La presentazione  di AW   e nwei primi  15\20 minuti

 delle  buone recensioni  dal discreto  passaparola .  Ma  soprattutto  dal  promo o meglio   dal  booktrailler ufficiale

    

Lo prendo in mano , lo sfoglio e mi dico lo prendero più in là adesso ho i soldi contati.Ma soprattutto non mi andava, anche se essendo un paese piccolo dove ci si conosce tutti indirettamente o direttamente,ed essendo l'edicolante sia  mia  amica  e lei e la  sua  famiglia  nostri clienti nè di fare buffi debiti nè farmelo lasciare da parte e ripassare come  faccio spesso   .
Ed ecco che in quanto due giorni dopo , nelle edicole del centro era esaurito , decido per colmare questo mio senso di colpa o vuoto ( ogni tanto riempirlo fa bene ) di scambiare quatto chiacchiere su facebook con l'autore Gianfranco Manfredi e da qui è nata questa intervista che m'induce a comprare il secondo numero ( per gli altri non saprei in quanto lo spazio nella libreria inizia a scarseggiare sempre più  )  trovate  qui sotto  . Buona  lettura  



Ultimamente con Magico Vento  e Adam Wild  ti  stai  avvicinando al romanzo storico come mai  ?
In realtà è da quando ho cominciato a scrivere romanzi (cioè da “Magia Rossa” uscito al principio degli anni 80) che tratto temi storici. Ci sono due generi narrativi per cui non mi ritengo molto adatto: l’autobiografismo e il romanzo cosiddetto “d’attualità”. I romanzi più o meno autobiografici della generazione dei baby boomer impallidiscono di fronte a quelli delle generazioni precedenti che avevano attraversato due guerre mondiali e dunque, se non altro per questo, erano frutto di vissuti assai più drammatici. L’attualismo credo sia una piaga del nostro tempo, un vizio di origine giornalistica, e grave sintomo di una mancanza di visione delle prospettive storiche. Non si sa da dove si viene e non si sa dove si va. Per questo ci si concentra sul presente. E’ un presente che fa da piccolo rifugio . Un tirare a campare giorno per giorno. 
In Adam Wild  hai  scelto l'africa  e  non l'Asia  o l'america del sud  per  denunciare  il colonialismo  ed  indirettamente il neo colonialismo ?
Adam Wild è un’avventura. Non denuncia. Mostra. Sono due cose diverse. Molto diverse. Non ho mai fatto fumetti  ideologici, tantomeno propagandistici. Nei miei fumetti tutti i principali personaggi , anche i cattivi, esprimono una propria visione. Non voglio sovrappormi ai personaggi, voglio lasciarli vivere. E il giudizio spetta ai lettori. Adam Wild rispetto ai precedenti ha però una linea più netta, in quanto il protagonista è un combattente antischiavista. La scelta si esprime chiaramente fin dalla copertina del primo numero, in cui Adam spezza le catene della schiavitù.
In  AW  si parlerà  anche indirettamente  di Ebola  ?
No, non c’è nessuna testimonianza d’epoca, in proposito. Affiorano però temi che hanno risvolti contemporanei: lo sterminio degli elefanti, per esempio, o un doppio episodio ambientato in Nigeria che può spiegare in parte certe vicende attuali come il rapimento delle ragazze da parte di Boko Haram. Ci sono corsi e ricorsi, nella Storia.
Cosa ne   pensi  dell'importazione  nel  fumetto italiano   e più precisamente   in quello Bonelliano  del metodo Americano della  Variant   delle copertine  ?   è una cosa buona  o pessima   ?
La prima cosa buona è che finalmente la Bonelli si sia decisa a vendere qualcosa a Lucca. Partecipare alle fiere senza i fumetti sul banco, l’ho sempre considerato un non senso. Certo… Sergio Bonelli non voleva nuocere alle edicole e nemmeno ai banchi dell’usato ed era lodevole, in questo. Ma vendere un prodotto speciale è un’altra cosa e non contraddice le indicazioni di Sergio. L’altra cosa buona è che il Variant non si limita a una cover diversa, ma contiene quindici pagine in più di making off dei vari fumetti , dunque è davvero qualcosa di molto particolare e per lettori affezionati.

Io penso  come  David Basterfix  

Queste scelte di marketing aumentano gli introiti forse, ma diminuiscono la stima SICURO. Primo : comprare una variant e accorgersi solo dopo che la copertina non c’entra nulla con i contenuti è assai deludente , ho visto persone allontanarsi da un prodotto per molto meno.
Io tutta questa importanza alle copertine non l’ho mai data. Sarà che ho cominciato a scrivere romanzi ben prima di scrivere fumetti e per esperienza so che non c’è la minima relazione tra copertina e contenuto. Ci sono stati best seller, anche recenti, con copertine orrende e viceversa copertine raffinatissime per romanzi mediocri che non hanno venduto niente. Di sicuro, riguardo ai fumetti americani,  capita spesso che a una copertina curatissima e affascinante corrisponda un contenuto di basso livello grafico e autoriale. E’ questo che allontana i lettori. Promettergli una cosa bella e rifilargli un prodotto scadente. Molto meglio il contrario: una cover non particolarmente brillante e una storia sorprendente. Ovvio che sarebbe meglio coniugare le due cose, d’altro canto Sergio Bolli ci ha sempre insegnato che cover troppo sofisticate allontanano il pubblico popolare che sofisticato non è.
Secondo : Amo DyD , ma bisogna riconoscere che una buona fetta dei suoi fan ( di cui anche io faccio parte) ne continua la raccolta non tanto per l' originalita' delle storie o per il dettaglio dei disegni , bensi' per l'atmosfera ; non solo dell'opera in se , ma soprattutto dell'horror club , in cui le comunicazioni schiette e dirette degli autori ( soprattutto nel preannunciare con tono di scusa ogni futuro rincaro previsto) hanno sempre creato un'atmosfera di fiducia e rispetto . Questa atmosfera viene indubbiamente contaminata quando si adoperano queste iniziative commerciali . Il sentimento è quello di essere "traditi" nella fiducia , ne consegue un desiderio crescente a boicottare tali iniziative ritenute responsabili della fine di un qualcosa di bello che amavamo senza riserve , e presto potreste trovare suggerimenti come questo : "IN VENDITA SOLO A LUCCA ?? SI CERTO BASTA ASPETTARE 2 GIORNI E LO TROVO SU INTERNET AL 20% IN MENO !
Pessima , la strada dell'avidità ... non è da Dylan !!
   da  https://www.facebook.com/DylanDogSergioBonelliEditore/  più precisamente   questo post 
e  tu ?
Non so, queste sono riflessioni tue. Secondo me il vero problema è un altro. DYD si è abbeverato di cinema horror in un periodo in cui l’horror era al top. Oggi l’horror attraversa una fase di profonda decadenza. Dunque non c’è nulla da cui abbeverarsi. E  qualcosa vorrà pur dire se persino Stephen King pare propendere per il thriller o quantomeno non mostra più lo stesso entusiasmo e la stessa carica innovativa di un tempo riguardo all’horror. Questa fase passerà, credo che l’horror come genere abbia ancora molto da dire, ma va totalmente rifondato. Non è impresa facile.
Tu che nelle tue  canzoni   hai come  gli altri cantautori  delle  tua generazione  combattuto  e demolito  : <<  Mi han detto che questa mia generazione ormai non crede\in ciò che spesso han mascherato con la fede\ nei miti eterni della patria o dell' eroe (...) cit >> e  poi   dopo  magico vento  crei un eroe  ?    Come mai   questa  scelta  ?
La mia generazione non è mai stata contro gli eroi. Conoscendo autori latino americani ho scoperto anni fa che noi e loro siamo tutti figli di Sandokan, del Conte di Montecristo ecc. Dopodiché un conto sono le canzoni “generazionali” e dunque senza inni a presunti leader, un altro conto è il racconto epico, che senza eroi non esiste proprio.
che differenza  c'è oltre quelle  citate dall'ottimo articolo di http://cenericremisi.blogspot.it  , di Adam Wild  rispetto a  Tex o Zagor  ?
Non voglio rispondere adesso, perché la serie è appena cominciata. E poi, a questa domanda devono rispondere i lettori. Saranno loro a dire quali differenze hanno trovato. 
Cosa ne pensi  del primo numero della seconda   serie \  stagione di  Orfani ?
 Uno mica parla del lavoro di un collega quando per caso gli capita di uscire nello stesso periodo. È stata proprio una cosa casuale. Se cascava un anniversario di Tex , Adam Wild usciva insieme a Tex e se fosse stata pronta la nuova serie di Chiaverotti , Adam avrebbe potuto uscire insieme al nuovo personaggio di Chiaverotti. Perché commentarsi l'un l'altro? Non è una cosa da fare. Se abbiamo qualcosa da dire, ce lo diciamo direttamente. E poi abbi pazienza, ma io ho cominciato quando non esisteva FB, e ho iniziato dai dischi. Non esisteva proprio che se uscivano insieme un disco di Venditti e uno di Branduardi (per dire) qualcuno chiedesse all'uno cosa pensava del lavoro dell'altro. E se anche l'avessero chiesto noi avremmo trovato la domanda poco rispettosa di una minima etica di lavoro tra colleghi. Dopodiché resta salva la libertá di ciascuno di esprimersi. Ma in certi momenti, obiettivamente, si viene malintesi, perché se rispondi bello passi per leccaculo, se rispondi brutto passi per invidioso, se rispondi così così per superbo. Dunque è meglio parlarne a bocce ferme, se uno ha voglia di parlarne. Quando uscì Orfani mi piacque e ne parlai molto bene. Qualcuno mi giudicò un aziendalista.  Vedi? A volte non c’è neanche la libertà di essere sinceri. E comunque per giudicare una serie, che non è un numero a se stante, ma è appunto una serie… è meglio lasciarla sedimentare.  E valutare, nel tempo, se lascia tracce oppure no

27/06/14

ALLA SCOPERTA DI ZERO... Non sono un "sorcino" o "zerofolle", mi definirei piuttosto un "curioso". mia intervista

Amo la musica d'ogni tipo, purché non esageratamente commerciale. Il fenomeno Zero mi ha affiancato (mi è passato accanto, se vogliamo adattare il titolo di un bel libro su di lui scritto da Massimo Del Papa)
da sempre, ma non mi ero mai soffermato sulla sua musica per varie ragioni. Alcuni amici mi hanno spinto a farlo. Tra questi, Daniela Tuscano e Cristian Porcino, autori di "Chiedi di lui" (ed. Lulu http://www.lulu.com/shop/daniela-tuscano-and-cristian-porcino/chiedi-di-lui-viaggio-nelluniverso-musicale-di-renato-zero/paperback/product-21430369.html ),



diario appassionante e documentato che si legge come un romanzo e abbraccia tutta la carriera del cantante romano, dagli esordi agli ultimi tempi, ricco di  testimonianze dirette di amici e fans.


 - Cara Daniela, cominciamo proprio da questi ultimi. Dalle tue righe sembra emergere una differenza tra sorcini e zerofolli, zeromatti ecc., quasi fossero entità distinte. Come mai?

 «Non è esattamente così. Un tempo, lo confesso, ero molto più draconiana. Nel libro ho voluto segnare uno spartiacque tra gli estimatori della prima fase, più eterogenei, e quelli arrivati dopo il 1980, quando appunto nacque il nomignolo tuttora in uso. In genere non amo le etichette e quindi nemmeno esordi».
questa, che tende ad "appiattire" tutto in una sorta di pensiero unico. Non si tratta di snobismo, ma voglio poi sentirmi  libera di esprimere le mie sensazioni, positive o negative che siano, senza essere considerata "traditrice della causa". Ma, ripeto, adesso è solo una puntualizzazione".

- Hai insistito molto sull'ultimo scorcio dei '70, sottolineandone il lato ludico e non soltanto drammatico...

 «I '70 furono effettivamente anni travagliati, sfregiati direi: terrorismo, strategia della tensione, droga, servizi deviati... Una slavina che aveva subito una violenta accelerazione dopo l'assassinio di Pasolini. Ma io li ricordo pure felici. Non solo per la giovane età, ma per quella ventata di novità portata proprio da Zero: una piccola "rivoluzione" dei costumi, colorata, pacifica, ma significativa e senza ritorno. Renato, col trucco provocatorio e le canzoni esplicite, mise definitivamente in crisi i ruoli ingessati della coppia e della famiglia (e la famiglia, non dimentichiamolo, è lo specchio della società), ancora fortemente arcaici, che il Sessantotto non era riuscito a scalzare, soprattutto dal sentimento comune. Rese, a suo modo, pubblico il privato. Non portò la fantasia al potere, ma in alcune case forse sì. E fu un periodo di audaci sperimentazioni in campo artistico. Ecco, di questo le cronache non raccontano nulla. La considero una mancanza piuttosto grave».

 - Aggiungi che hai amato pure il Renato anni '90, quelli della rinascita...

«...e dell'umiltà. Probabilmente pochi si accorsero che dietro quella nuova corsa verso il sole c'era un uomo mutato nel profondo, ammaccato, maturato ma inevitabilmente diverso pur nell'apparente continuità dei temi affrontati. La produzione si fece più barocca e tecnicamente impeccabile e al contempo, in particolare nella prima metà del decennio, segnata dai graffi e dalle mestizie degli anni precedenti. Ebbi l'impressione che Zero, ogni tanto, si voltasse indietro, con qualche sgomento, rammentando il recente passato. Questo me lo restituiva ancora molto umano, propositivo».

- Sembra infatti di capire tu preferisca questo suo lato umano, magari incompiuto, a quello di star inarrivabile e incontestabile.

 «Senza dubbio. Per me il ruolo dell'artista è quello di sentinella, di accompagnatore se vuoi. Deve cioè aiutarti a esprimere i tuoi personali talenti. Ma questi, li hai o non li hai; non te li possono infondere né lui né nessun altro. Se qualcuno, o anche se stesso, attribuisce all'artista un ruolo simile, si attua una sorta di strabismo psicologico che altera la realtà».

- Cristian, tu ti occupi della seconda parte della carriera di Zero. Come ti appaiono, oggi, quegli anni che anagraficamente non hai vissuto? 

«Gli anni che per ovvi motivi anagrafici non ho vissuto direttamente sono quelli più importanti per capire e amare la sua musica. Anni splendidi e carichi di significato. Anni in cui l’estetica del suo linguaggio prendeva corpo e si dipanava in tutto il suo splendore. Un periodo davvero irripetibile e unico. Però grazie ai suoi album e alle numerose testimonianze video, sono riuscito a recuperare quasi tutto e posso ancora oggi godermi quell’età zeriana ormai sparita».

- Fra Amo I e Amo II quale preferisci e perché? 

« Nel libro ho specificato che in un primo momento non mi aveva entusiasmato molto Amo capito I. Un disco senza alcun dubbio di qualità ma senza quell’anima zeriana che invece si riscontra, nel bene e nel male, nel II°capitolo. Il suo ultimo lavoro va inteso nel suo insieme e quindi direi di apprezzare alcune canzoni del I° e altre del II° Amo»

- E, in genere, quale preferisci dell'ultima produzione e quale ti sembra meno convincente. Spiegane le ragioni. 

« Dell’ultima produzione di Renato preferisco "Cattura". Album in cui Zero si rivela e fa intravedere la sua anima. Attraverso le sue 13 tracce sonore Renato scrive in un pentagramma la sua biografia. Mentre l’album che non mi ha convinto del tutto è "Il dono". Quest’ultimo è un lavoro troppo frettoloso e poco in linea con gli standard qualitativi della sua carriera. A parte alcuni brani direi che è un disco da dimenticare».

- Quanta "spiritualità" c'è ancora nei testi di Renato e quanto si è invece perso? 

« La spiritualità nei testi di Zero è stata sempre presente. Però adesso la sua fede si manifesta in un cattolicesimo fin troppo ostentato. Prima i suoi accorati appelli etici erano criticabili ma veri fino al midollo, mentre adesso in lui vedo tratti un po’ troppo conformisti nell’uniformarsi continuamente ai dogmi della Chiesa di Roma. Si sente la mancanza di quel Renato Zero smaliziato e talvolta ingenuo degli esordi».

questa, che tende ad "appiattire" tutto in una sorta di pensiero unico. Non si tratta di snobismo, ma voglio poi sentirmi libera di esprimere le mie sensazioni, positive o negative che siano, senza essere considerata "traditrice della causa". Ma, ripeto, adesso è solo una puntualizzazione».

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