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29/05/17

Nella Bassa friulana l'uomo che sussurra ai coleotteri






Fausto Del Pin, di San Giorgio di Nogaro, ha creato nella sua fattoria l'habitat adatto alla crescita del "cervo volante", un coleottero che si sta estinguendo. Ecco le immagini di uno degli insetti cresciuti nella Bassa friulana (Video Fausto Del Pin)




San Giorgio: Del Pin ha creato nella sua fattoria l’habitat naturale per il cervo volante. «Sono in via d’estinzione e ci vogliono anche cinque anni per farli crescere»di Francesca Artico

da http://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca del 27 maggio 2017



SAN GIORGIO DI NOGARO. A dieci anni dalla creazione di un habitat adatto, nella Bassa Friulana è nata la nuova generazione di cervi volanti (Lucanus cervus), i grossi coleotteri in via di estinzione la cui specie è inclusa nella Convenzione per la conservazione della vita selvatica e dei suoi biotopi in Europa.
Nella Bassa friulana l'uomo che sussurra ai coleotteriFausto Del Pin, di San Giorgio di Nogaro, ha creato nella sua fattoria l'habitat adatto alla crescita del "cervo volante", un coleottero che si sta estinguendo.
Fausto Del Pin, imprenditore e produttore di nuove tecnologie conosciuto anche fuori dai confini nazionali per aver realizzato il Defend un dispositivo “antifulmini”, animalista e naturalista convinto (in questi giorni sta combattendo una battaglia contro l’abbattimento delle nutrie), lavorava da dieci anni per raggiungere questo risultato.
«Oggi - racconta - sono contento. In dieci anni é nata la seconda generazione di cervi volanti nella fattoria dove tenevo i cavalli a San Giorgio di Nogaro. La vita da larva nei tronchi vecchi e morti dura 5 anni. Lo sviluppo di un cervo volante può durare tra i 3 ed i 5 anni.Da noi si possono considerare in via di estinzione ma se si agisce come ho fatto io si ripopolano e si salvano. Basta lasciare marcire dei tronchi dove nelle vicinanze c’è un esemplare.
Loro depongono le uova alla base dei ceppi di alberi vecchi o morenti (preferibilmente quercia, castagno, faggio, salice e pioppo) che vengono incisi dalle mandibole della femmina prima della deposizione. È un insetto stupendo che va tutelato».
Il via grazie a un cumulo di legno vecchio lasciato riposare per anni. «Dopo cinque anni - racconta Del Pin - ho visto nascere i primi coleotteri. Li ha visti combattere e anche amoreggiare.
Ora si sono di nuovo riprodotti. Vorrei trasmettere questo mio impegno a tutti con il fine di iniziare a ripristinare quell’ecosistema che l’uomo ha interrotto in alcuni suoi passaggi. Tutti dobbiamo fare un passo indietro se vogliamo un mondo vivibile.
Ricordo che un tempo il cervo volante – come altri coleotteri che vivono nel legno –, era molto comune. La specie si deve considerare potenzialmente minacciata per la riduzione o la distruzione del suo habitat, in particolare per le pratiche forestali che tendono a eliminare i vecchi tronchi».
Il cervo volante è inserito in alcune norme di protezione dell'Unione Europea, e precisamente nella direttiva Habitat del 1992, che prevede la designazione di zone speciali per la conservazione.



















direttiva Habitat del 1992, che prevede la designazione di zone speciali per la conservazione.

28/05/17

L’estate di Mirandola, rossa come le mura di Marrakech Figlia di due mondi, la scrittura in dono e migliaia di seguaci sul web “Papà parlava in modenese, ma solo il terremoto ci ha uniti davvero”

La  storia che     riporto  oggi  (  se  non volete  leggere  l'intero post   trovate  qui  l'articolo )  tratta  da   http://gazzettadimodena.gelocal.it/modena/cronaca/2017/05/27/  è la  dura   lotta  di  chi  è italiano a tutti   gli effetti  (  nato\a  , cresciuto  ,  studia  \ lavora qui  e paga le tasse  )  ma   non ha ancora la  cittadinanza  diretta  e  subisce   quotidianamente    cose  del genere :


Sono in sala d'attesa e l'ispirazione mi suggerisce di raccontarvi un mio peccato di debolezza che non sfugge alla regola "causa-effetto". È una storia lunga, cominciata quasi dieci anni fa e che dedico a tutti quelli come me, in cerca di un riscatto per se stessi, per le proprie origini e per l'Italia.
da https://www.gridodutopia.com/marocchina
Il mio primo anno di scuola superiore l'ho trascorso in un liceo di provincia, cullata dal desiderio di imparare molto e di creare altrettanto. Ero l'unica figlia di immigrati nell'intero edificio, ma fino a quel momento la diversità non era mai stata un grosso problema che si ripercuotesse spesso anche sui fatti. Con i miei compagni più stretti non c'erano difficoltà di nessun tipo, se non qualche innocente curiosità da parte di ragazze all'alba dell'adolescenza, intente a combattere brufoli e cotte precoci. Il dramma che vivevo, però, esisteva e proveniva dal resto delle classi, i cui giovani animi ribelli trovavano in me una serie di errori estetici, dettati da un'appartenenza etnica e religiosa lontana dalla loro. 
"Ma i marocchini non vengono in gita con noi / Tu alzati da lì che noi abbiamo la priorità / tu, il caffè, lo prendi dopo / non sei invitata al mio compleanno" e cose così, che a quattordici anni uno fa fatica a digerire. Avevo smesso di andare alle macchinette da sola, perché non volevo fare scorta di occhiatacce e derisioni. Evitavo di unirmi ad uscite di gruppo, in cui fossero presenti alcuni dei ragazzini che sprecavano per me pezzi d'odio. Ho finito l'anno con la pagella brillante e l'umore spento. A settembre, la goccia che aveva fatto traboccare il vaso ed io che in lacrime scongiuravo mia madre di non mandarmi più in quella scuola, che avrei preferito rinunciare all'istruzione piuttosto che a tornare tra quelle mura. Il mese seguente l'ho passato a casa, alla ricerca d'una soluzione che mi portasse via da un entourage che mi soffocava la serenità. Ho cambiato città e scelto altre facce con cui condividere la mia crescita scolastica. Ho cambiato gli insegnanti, che non si erano mai accorti di nulla, i compagni che hanno fatto finta di niente o che mancavano di sensibilità perché troppo distanti dalla mia realtà. Ho cambiato atteggiamento e ho maturato una diffidenza che mi ha condotto a sedare molte parti della mia identità. Ho riempito la cartella di promesse e di un dolore che solo il tempo, oggi, è riuscito a curare. Ho peccato d'una debolezza che profuma di fallimento, di mancato riscatto personale e mi pesa sul cuore come un macigno destinato all'eternità.
Ora,

26/05/17

Cagliari, Saline Conti Vecchi: il primo sito archeologico in un impianto ancora produttivo

per  saperne di più
http://www.leviedellasardegna.eu/storia_delle_saline_in_sardegna.html
https://it.wikipedia.org/wiki/Saline_di_Molentargius
http://www.parcomolentargius.it/articolo.php?art=885

  da http://www.repubblica.it/cronaca/2017/05/26/news/saline_conti_vecchi_il_primo_sito_archeolgico_all_interno_di_un_impianto_ancora_produttivo-166458088/  dove  potete  trovare nella slideshow  altre immagini



CAGLIARI - I fenicotteri rosa sono diventati i guardiani delle bellezze della Sardegna meridionale. 

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Gli ultimi arrivati in questa terra di approdi e partenze sono la prima meraviglia che si incontra all'ingresso delle Saline Conti Vecchi, monumento di archeologia industriale inaugurato oggi ad Assemini, alle porte di Cagliari, grazie alla collaborazione tra il Fai (Fondo Ambiente Italiano) e l'Eni. Le saline Conti Vecchi sono un impianto di estrazione del sale avviato nel 1929 e da allora sempre in funzione. 
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È il primo sito archeologico aperto all'interno di un impianto ancora produttivo. Il Fai ha restaurato l'impianto originario di inizio Novecento, i vecchi uffici e le vecchie officine. Ma tutt'intorno c'è l'impianto attivo - e questa è la particolarità unica - anch'esso visitabile. Così,  insieme agli ambienti di inizio Novecento (diventato il monumento di archeologia industriale), si vedono le vasche rosa in cui il sale sta "maturando" per la raccolta di fine ottobre e novembre.ndial dove Eni lavora il cloro. Intorno pale eoliche che svettano sulla laguna e sullo sfondo i monti di Capoterra. 
Il lavoro del Fai cerca di portare sviluppo sostenibile in un'area nata dall'intuizione di un imprenditore illuminato, l'ingegner Luigi Conti Vecchi, tra il 1921 e il 1929, e gli scempi fatti dalla politica industriale in Sardegna negli anni Sessanta e Settanta. La visita alle saline è un'immersione nella storia economica dell'isola di un secolo e insieme uno sguardo struggente sulla particolarità naturalistica di questa terra.

''Oro bianco'', con il FAI alla scoperta delle saline di Sardegna


Le sale degli uffici, riarredate con la consueta  precisione filologica degli esperti Fai, la voce dei pochi dipendenti (18) rimasti rispetto ai circa 1400 dell'epoca d'oro delle saline, le montagne di sale scintillanti raccontano un secolo di storia sarda ma anche di storia italiana, ricordano che in Italia non ci fu soltanto l'esperienza Olivetti. Anche alle saline Conti Vecchi ci fu il villaggio degli operai, dove il fondatore aveva pensato alla scuola, all'infermeria e a un bagno per ogni casa nel 1929, in un'isola dove nel 1973 in alcune case dell'interno ancora non esisteva. 
L'officina, la falegnameria, i laboratori descrivono un'industria efficiente in cui per non fermare mai il lavoro si poteva rifare ogni pezzo mancante, per non aspettare che il ricambio arrivasse dal continente. Le saline hanno resistito alla guerra, alle scelte scellerate della politica industriale nazionale, continuano a produrre e si rinnovano. 
Aperte da domenica 28 maggio per tutti, oggi sono state presentate alla stampa e domani l'ingresso sarà riservato agli abitanti dì Assemini e Capoterra. La collaborazione tra Eni, Fai, Regione e Comuni della zona apre infatti a una modalità di riqualificazione partecipata, dopo decenni di lotte sindacali nella zona di Macchiareddu e di battaglie per la bonifica ambientale. 
Non a caso l'inaugurazione ha avuto la partecipazione istituzionale dei grandi eventi nazionali. Insieme al sindaco di Assemini, Mario Puddu (che ha nvitato i sardi a spargere la voce per promuovere l'uso della sala eventi delle saline) hanno descritto la nuova vita delle saline l'amministratore delegato di Syndial, Vincenzo Maria Larocca, il presidente del Fai Andrea Carandini e il vice presidente Marco Magnifico, l'amministratore delegato Eni, Claudio Descalzi, il presidente della regione Francesco Pigliaru e la sottosegretaria ai beni culturali e turismo Dorina Bianchi. 
Descalzi ha annunciato per la zona l'implemento della produzione di energia sostenibile con un impianto fotovoltaico che dovrebbe andare a regime nel 2018. Il presidente della Regione Pigliaru non ha taciuto sui problemi di inquinamento ancora esistenti nell'area di Macchiareddu e dello stagno di Santa Gilla, richiamando Syndial agli impegni presi e assicurando trasparenza nel monitoraggio dei livelli di inquinamento.
"Troppe cose di buon senso non si sono fatte, oggi è bello vedere che si può  produrre senza inquinare. Qui è facile - ha sottolineato - ma ci ricorda anche quanto ancora c'è da fare, dopo che per decenni si è distrutto con una visione di breve periodo". La sottosegretaria Bianchi ha definito il turismo "il sale che può migliorare le condizioni economiche" a patto che questo turismo ripsetti tradizioni e ambiente. 
La descrizione del lavoro del Fai sulla salina descritto dal presidente Carandini ha sottolineato la "condivisione del passato di fronte al presente" e anticipato il progetto di ampliare ancora il sito con  il recupero del molo e del villaggio operaio. "Cooperazione inedita nella quale si lavora a fianco di chi lavora", ha chiosato Carandini sottolineando il compito del Fai di intrecciare ambiente e storia "comunicato in un mondo concreto".
 
Fuori dalla freschissima sala, realizzata ai primi del Novecento in maniera sapiente con mattoni di argilla, il sole arroventa il paesaggio e il riverbero è abbagliante. I fenicotteri hanno la testa nell'acqua, la Sardegna è come sempre stupefacente.



 

19/05/17

La triste storia di Jeremy, la lumaca condannata a restare singl







da http://www.repubblica.it/ambiente/2017/05/19/


La triste storia di Jeremy, la lumaca condannata a restare single
La lumaca Jeremy
(foto: Angus Davison, University of Nottingham)  


A causa di una rara malattia genetica, per la lumaca Jeremy era quasi impossibile trovare partner. Gli unici due esemplari al mondo "compatibili" hanno preferito accoppiarsi tra loro

17/05/17

giovani artisti , tipo particolar e di bibliotecha , terrorista islamico pentita

FERRARA Il trionfo di Lucilla: a 16 anni vince il “Kocian Violin” La giovane violinista conquista la Repubblica Ceca. «Ho iniziato a suonare a 5 anni e non mi sono più fermata» di SAMUELE GOVONI
Ferrara, il talento di Lucilla
Lucilla Rose Mariotti, giovane violinista ferrarese, a soli 16 anni ha vinto il prestigioso Kocian Violin, concorso internazionale che si tiene in Repubblica Ceca. Prima italiana a ottenere il prestigioso riconoscimento, si esibisce e si racconta in questo video di Filippo Rubin LEGGI L'ARTICOLO

FERRARA. Lucilla ha sedici anni e da undici suona il violino. Ha iniziato a soli cinque anni, quasi per gioco. Ben presto però ha capito che quello strumento racchiudeva in sé qualcosa di più e lezione dopo lezione quel gioco si è trasformato in passione, una passione che alcuni anni fa l’ha portata a trasferirsi dalla sua Lucca a Ferrara per seguire il suo insegnante di violino e il sogno di diventare violinista solista di fama internazionale.
È sulla buona strada la giovanissima Lucilla che pochi giorni fa in Repubblica Ceca ha trionfato al “Kocian Violin Competition”. «Ciò che vorrei fare nella vita - confessa - è suonare; suonare nei teatri del mondo con il mio violino».


Lucilla, quando e come nasce questa passione?
«Ho iniziato a suonare a cinque anni. Una mia amica si divertiva a prendere lezioni di violino, mi sono incuriosita e così l’ho seguita. È stato amore da subito. Del violino mi piace proprio tutto, anche la meccanica. Ricordo che una volta, avevo circa sei anni, il mio strumento ebbe un problema. Andai dal liutaio per farlo riparare e rimasi affascinata da tutte le sue componenti. Quando potevo andavo nella bottega e osservavo la creazione degli strumenti, mi piaceva il profumo del legno e portavo a casa i trucioli. Così ho capito che non mi sarei più separata dal violino».
Perché? Cosa le trasmette?
«Con il violino riesco a parlare alle persone, a condividere con loro ciò che vedo e sento. Affido agli spartiti, alla musica, i miei pensieri e i miei stati d’animo. Con la musica riesco a emozionarmi e, spero, anche ad emozionare. Penso che il compito dell’arte sia quello di trasmettere qualcosa che non è traducibile a parole. Per me la musica, sa assolvere questo compito magnificamente».
E lo studio?
«Lo studio occupa buona parte della giornata. In media mi esercito sei ore al giorno, non tutte di seguito (sorride, ndr). È importante intervallare le sessioni di studio, anche per un discorso di salute. A 12 anni ho sofferto di tendinite e per due mesi non ho potuto suonare, è stato un calvario. Non sapevo che fare, mi annoiavo e mi mancava moltissimo il violino. Da allora sto ancora più attenta e cerco di alternare studio e riposo in maniera corretta».
Non le pesano tutte queste ore sullo strumento?
«Studiare è faticoso, non posso negarlo ma mi piace tanto (sorride, ndr). Quando ero più piccola il sostegno dei miei genitori e di mia mamma in particolare è stato molto importante poi, col passare del tempo, ho preso il ritmo e ora studiare non mi pesa. Mi piace suonare in pubblico e condividere la musica con esso. Per stare sul palco bisogna essere preparati e quindi si deve studiare».
Lei è la prima italiana in 59 anni a vincere il “Kocian Violin Competition”. Come si sente?
«È stata un’esperienza davvero bellissima perché ho potuto fare amicizia con altri musicisti della mia età provenienti da diversi Paesi. E vincere è stata una bella soddisfazione. L’anno prossimo suonerò alla cerimonia inaugurale della sessantesima edizione, sono molto felice».
Oltre alla classica ascolta anche altri generi?
«Sembrerà strano ma mi piace ascoltare la musica coreana, il K-Pop per la precisione. So che è molto distante da ciò che ascolto e suono normalmente però mi svaga, mi rilassa. Mi piacciono in particolar modo le colonne sonore e i brani un po’ più “romantici”».
È dura coltivare le amicizie con una carriera così intensa?
«C’è la mia migliore amica indiscussa che non è musicista ma capisce i miei ritmi e la mia vita. Le altre amiche fanno un po’ più fatica a comprendere, mi chiedono: “Perché non esci?”. Chi non suona fa fatica a comprendere o a condividere certe scelte, tra musicisti invece ci si capisce meglio perché più o meno tutti viviamo le stesse situazioni».

la mia play list

Modena City Ramblers-Il fabbricante dei Sogni
Modena city ramblers - Il violino di Luigi


A Formigine nasce la biblioteca degli oggetti



FORMIGINE. Nasce la biblioteca degli oggetti. Domani, giovedì 18 maggio, la sala archivi di via Unita d'Italia ospiterà la prima assemblea per la realizzazione di una nuova forma di biblioteca: la “Oggettoteca” dove non saranno presenti libri e documenti multimediali, ma oggetti veri e propri, non sempre indispensabili.
Un esempio? Un trapano, uno strumento che ogni famiglia possiede ma non usa frequentemente, sarà uno degli oggetti di cui si parlerà domani, aggiungendo anche attrezzature da bricolage o accessori per la prima infanzia. Relatori dell'assemblea l'assessore all'innovazione Giorgia Bartoli, ideatrice del progetto, affiancata da Antonio Beraldi, fondatore di “Leila”, la prima biblioteca italiana degli oggetti, avviata a Bologna nel 2015.
«Parleremo di come realizzare la futura “oggettoteca” di Formigine - commenta Bartoli - innovazione, condivisione e collaborazione, saranno i 3 addendi su cui baseremo questo progetto, basato sulla sharing economy, dove la condivisione del materiale e lo scambio d'idee tra cittadini saranno il motore portante, per avviare, anche a Formigine, questo genere di biblioteca». Un luogo aperto a tutti, che permetterà ai partecipanti di risparmiare costose spese, rispettando certi criteri. «L'assemblea di domani sarà aperta a tutti. Poche sono le regole da rispettare come la sottoscrizione gratuita della tessera e la messa a disposizione di un proprio oggetto, sugli scaffali del centro di Educazione Ambientale di Villa Gandini, luogo dove verrà realizzata tale opera. Dalle 17,30, sia io che Antonio, saremo a disposizione di tutti per condividere, tramite lavori di gruppo, quelle che saranno le basi per dare inizio a questo programma».
Un programma, a cui hanno preso parte, mediante sondaggio online, un gran numero di persone: oltre 180 sono state le risposte ricevute in meno di un mese, da parte di un pubblico con un'età compresa tra i 18 e i 45 anni. I principali oggetti richiesti? Tigelliere, trapani e seggioloni... Ma è solo l’inizio.



14/05/17

i gregari dei campioni di ieri: "Così aiutavamo i nostri capitani"




Furono gregari di fuoriclasse come Eddy Merckx, Felice Gimondi, Franco Bitossi e per venire a tempi più recenti di Moser e Cipollini. Intervistati da Gianni Mura e Marco Pastonesi all'ultima edizione dell'Eroica di Montalcino, cinque storici gregari del ciclismo italiano raccontano aneddoti di gara, rivalità di gruppo e segreti della vita a seguito dei grandi campioni. Dalle "grandi pretese" di Gimondi, alle poche - ma spettacolari - giornate di gloria, i cinque intervistati ci riportano ai bei tempi di un ciclismo che fu, ma che ancora oggi continua a vivere ed emozionare.



video di ANDREA LATTANZI

non sempre i figli somno come i padri . il, caso di Mario Dumini deto anche L'Eremita figlio di figlio di Amerigo Dùmini, il capo della squadra fascista che sequestrò e uccise Giacomo Matteotti.




A tu per tu con Dùmini, l’eremita
Pubblicato da Enrico Tiozzo
Data:2 maggio, 2016
in: Le Firme di Libertates, News



Incontro con il figlio di Amerigo Dùmini, il capo della squadra fascista che sequestrò e uccise Giacomo Matteotti.

Il figlio di Amerigo Dùmini, l’uomo che diresse l’operazione del sequestro di Matteotti il 10 giugno 1924, vive da qualche decennio a una trentina di chilometri da Roma, a San Vittorino, una località situata su un costone tufaceo. E l’uomo infatti, a 70 anni compiuti, abita proprio in una grotta di tufo, senza elettricità, senza riscaldamento, senza alcuna comodità, quasi senza mobilio, tranne lo stretto necessario. Si autodefinisce giustamente “Mario Dùmini l’eremita”. Dà in beneficenza la sua pensione sociale di circa 500 euro mensili e vive con il pochissimo che ricava dal suo saltuario lavoro come badante. Nel tempo libero studia, scrive, discute e s’impegna, con tutte le energie, in una strenua battaglia affinché i detenuti vengano sottratti alle condizioni disumane in cui spesso si trovano e siano rieducati anziché puniti. Il tema di base, in fondo, è lo stesso che sviluppò, da tutt’altra angolazione, il padre nel suo significativo e ormai introvabile libro autobiografico Galera…SOS, pubblicato nel 1956.
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dalla  sua pagina di fb 

I punti di contatto – a parte una straordinaria somiglianza nei lineamenti del viso – finiscono qui. Amerigo amava il denaro e il lusso, vestiva elegantemente, aveva acquistato uno splendido villino a Firenze. Mario vive soltanto per la sua crociata, disprezza il denaro, non immagina nemmeno di potersi trasferire in un appartamento, apprezza il contatto con la natura, affronta l’acqua che inonda la grotta nei periodi di pioggia e l’assalto delle zanzare durante l’estate con lo stesso sereno spirito di sopportazione, dedicando le sue forze e le sue giornate al bene del prossimo. Nei libri che ha pubblicato, Lettera ai secondini carcerari cristiani e Lettera a Sua Santità, non mancano le note polemiche contro una Chiesa ed un clero che dovrebbero impegnarsi di piú per il bene di chi soffre,

che dovrebbero liberarsi davvero, e non soltanto a parole, di ogni orpello e di ogni ricchezza per destinarla ai poveri.
Come, nel suo piccolo, ha fatto e sta facendo lui. È una maniera per riequilibrare l’immagine demoniaca che una storiografia spesso di parte ci ha tramandato del padre? Forse sì, anche se l’eremita non lo ammette. Del padre ha pochi ricordi ma quelli che ha sono sereni. Era un uomo d’ordine, non alzava mai la voce, educava i figli con fermezza ma anche con amore. Su Amerigo Dùmini a tutt’oggi manca una vera biografia critica che ne metta a fuoco la figura sine ira et studio. Il libro di Giuseppe Mayda del 2004, Il pugnale di Mussolini. Storia di Amerigo Dùmini, sicario di Matteotti, è zeppo di sviste e di forzature madornali, che circolano indisturbate senza che nessuno si sia preso la briga di esercitare un controllo sull’acribia del volume. Certamente Amerigo era un personaggio ricco di ombre. Ma sulla vita e sull’azione di Mario Dùmini brilla soltanto la luce della campagna di san Vittorino.

13/05/17

ottimo modo per sapere se una donna ti ama è quello di farle portare nascosto a sua insaputa dentro un pendaglio orribile l'anello di fidanzamento come ha dfatto una coppia australiana

tqale storia che vi apprestate a leggere mi ricorda questa scena di questo bellissimo e famoso film






da  http://www.huffingtonpost.it/

Per un anno questa donna ha indossato l'anello di fidanzamento senza saperlo
L'anello era nascosto proprio sotto il suo naso
11/05/2017 11:30 CEST | Aggiornato 11/05/2017 14:12 CESTEleonora Giovinazzo

Senza esserne a conoscenza, Anna ha indossato per oltre un anno il suo anello di fidanzamento. Era racchiuso, a sua insaputa, all'interno di un ciondolo realizzato con il legno del pino di Huon, un albero raro e spettacolare della Tasmania.
A regalarle la collana, e a nascondere al suo interno l'anello di fidanzamento, è stato il compagno Terry, in occasione del loro primo anniversario nel 2015. Per oltre un anno e mezzo, Anna ha indossato la collana quasi ogni giorno.






È stato durante un viaggio nella Grotta di Smoo, in Scozia, nel novembre del 2016 che Terry si è deciso a rivelare alla compagna il suo segreto. "Avevamo parlato di visitare quel posto fin da quando ci siamo incontrati - ha raccontato Terry ad HuffPost - La parola Smoo deriva da un antico termine norvegese che indica un "posto nascosto".
E' in quel posto nascosto che Terry ha chiesto alla compagna di porgergli la sua collana per scattare una foto, appoggiando la collana alle rocce. Più tardi, con un coltello, ha estratto l'anello e fingendo di aver dimenticato di restituirle la collana, si è inginocchiato, l'ha aperto e ha chiesto la sua mano.






Dopo lo stupore iniziale ed il sì, Anna è passata alle sue considerazioni. "Ci è voluto qualche momento perché capisse che l'anello era sempre stato al suo collo - ha raccontato Terry - 'Avrei potuto perderlo! Sei un idiota!', mi ha detto a metà strada tra gioia e rimprovero".
La coppia australiana sta mettendo da parte i soldi per comprare una casa, possibilmente con un giardino per sposarsi lì. "Il matrimonio a cui pensiamo non è gigantesco e glamour, vorremmo stare a casa con la nostra famiglia e i nostri amici, è qualcosa che ci corrisponde di più".




 una  storia  strampalata  visot che   come dicono alcuni comdenti
Erika Zanarone · 
Lavora presso Self-Employed
Era una prova d'amore? Solo una innamorata se ne poteva andare in giro con quella ghianda appesa al collo per un anno
Itala Pardo · 
ahahahahahah l'ho pensato anche io
Mi piaceRispondi23 h
Ezio Lusi · 
Così sembra che l'anello sia stato cesellato da un fabbro. Ah, la crisi...;-))
Ramta Rama · 
uomo decisamente complicato!

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