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27/03/17

Carlo Acutis un altro beato come Maria Goretti ?

leggi anche
http://www.santiebeati.it/dettaglio/93910
http://www.carloacutis.com/



Carlo Acutis è stato un giovane ragazzo di Milano morto nel 2006 a 15 anni per una leucemia fulminante. Carlo è stato nominato dalla Chiesa “Servo di Dio”, e presto potrebbe diventare “beato”. Da quando prese la prima comunione, a 7 anni, continuò a farla ogni giorno della sua vita. Uno dei suoi soprannomi è il “Patrono di Internet”,



era, infatti, molto bravo con le nuove tecnologie. Non solo. Tutte le mattina andava a messa, era solito dire che: “L’eucarestia è l’autostrada per il cielo”. "Siamo contenti che il Papa verrà in visita a Milano – ha detto sua madre, Antonia Salzano Acutis – perché ovviamente il Papa ha molto da dire a questa società, soprattutto Milano che è una città molto presa dagli affari, da questo turbinio continuo, dove si vive a volte molto il mito del potere, del successo, del denaro. Quindi un esempio come Carlo che se gli compravi due paia di scarpe si arrabbiava, perché diceva che un paio era sufficiente, sicuramente fa molto bene anche per far riflettere che spesso noi ci interessiamo di questo superfluo, e invece bisogna cercare di essere più essenziali e pensare più al prossimo".

25/03/17

CASTELNUOVO SCRIVIA Nicolò, il ragazzo che vuole vivere nel passato

  da  http://laprovinciapavese.gelocal.it del 24 marzo 2017 Leggo con misto  di  risata  e serietà  la storia  di Nicolò, un ragazzo che vuole vivere nel passato . Egli Ha 19 anni, diplomato al liceo artistico e una grande passione per l'antiquariato. Ama indossare cappelli e abiti d'epoca. Interpreterà un calciatore in un film sulla storia del grande Torino


Nicolò Maimone

CASTELNUOVO SCRIVIA.
Vorrebbe vivere nell’Ottocento e si veste con abiti dell’epoca, il 19enne castelnovese Nicolò Maimone, scelto recentemente per recitare in un docufilm dal regista Victor Vegan. Figlio di Loredana Filograno, parrucchiera da 42 anni, conosciuta come Lory e Renato Maimone dipendente come autotrasportatore per la “5 Valli”, Nicolò sin da quando era piccolo ha mostrato interesse per l’antiquariato, soprattutto Ottocentesco.














«Colleziono ogni tipo di oggetto: mobili, abiti, libri, bastoni e santini, tanto che ho ricevuto da Papa Francesco una delle prime lettere che ha inviato, proprio perché venuto a conoscenza della mia passione. Mi piace restaurare tutto quello che trovo, a volte abbandonato da chi non da importanza a questi oggetti, per me di valore inestimabile, Mi piace vestirmi con abiti d’epoca e portare i cappelli. Molti mi donano oggetti che poi rendo riutilizzabili, come le biciclette. Ho sistemato anche un calesse che il regista vorrebbe utilizzare in una scena del film. Più o meno colleziono qualsiasi tipo di oggetto prodotto fra gli inizi Ottocento ed il 1950, compresi libri, tessuti ed opere d'arte».
Nicolò, ha 19 anni e vuole vivere nel passatoVuole vivere nell’Ottocento e si veste con abiti dell’epoca, Nicolò Maimone, 19 anni, di Castelnuovo scrivia, ha scelto recentemente per recitare in un docufilm dal regista Victor Vegan. Figlio di Loredana Filograno, parrucchiera da 42 anni, conosciuta come Lory e Renato Maimone dipendente come autotrasportatore per la “5 Valli”, Nicolò sin da quando era piccolo ha mostrato interesse per l’antiquariato, soprattutto Ottocentesco.



                                 (Video Studio Serra)


Diplomato al liceo artistico, Nicolò veste fuori dai canoni della moda ed ama circondarsi di oggetti dal profumo antico; ricerca fra mercatini e negozi, camicie, abiti, cappelli e sciarpe che gli conferiscono un aspetto unico. Ha già frequentati corsi di restauro e si sta informando per seguirne altri. Recentemente, è stato contattato dal regista Victor Vegan per interpretare il ruolo del calciatore Herbert Kiplin nel suo film, dedicato appunto alla storia del Torino; una grande soddisfazione per lui e per la sua famiglia. Le riprese del film sono già iniziate negli studi di Collegno e Torino.
Paola Dellagiovanna

24/03/17

ma dobbiamo andare fuori per realizzare il nostro talento ? il caso di Gangalistics alias di Gabriele Mario Ganga, dj e producer sardo, 33 anni, sassarese

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"Noi sardi? Originali, senza rendercene conto". L'intervista a Gangalistics

Oggi alle 13:10 - ultimo aggiornamento alle 15:56

Gangalistics
Un videoclip, girato per le strade di Liverpool, di notte. E il lato oscuro della città che ne emerge, mescolato a una musica profonda come i battiti del cuore. Scuri, rallentati, riflessivi, come la linea dettata dal singolo che quelle immagini rappresentano, un pezzo pubblicato a firma Gangalistics. Una sigla dietro cui si cela Gabriele Mario Ganga, dj e producer sardo, 33 anni, sassarese trasferitosi da qualche tempo in Inghilterra per dare fondo alla sua arte. Un percorso - racconta lui - "iniziato da ragazzino, grazie all'hip hop e al giradischi".
Sembra un'epoca fa, quando si parla di dischi e vinile...
"Avevo 16 anni quando ho acquistato il mio primo giradischi e già seguivo la scena. Erano gli anni Novanta ed ero molto affascinato dal rap, come molti ragazzini".
E lei come ha affinato la tecnica?
"Ci ho dedicato molto tempo, molto. Ho cominciato a fare delle battle, le sfide tra dj, e in una, anche piuttosto importante, a Palermo. sono arrivato secondo".
Nel frattempo andava a scuola?
"Sì, certo. Ho fatto il liceo scientifico a Sassari, nonostante la propensione alla creatività e all'arte".
E la svolta?
"Quando ho iniziato a suonare live, tra il 2004 e il 2005, con i Malos Cantores. Lì è cambiato l'approccio perché, oltre ad aver partecipato al loro secondo disco, mi sono reso conto di cosa voleva dire suonare dal vivo. Abbiamo girato tutta la Sardegna".
Gangalistics
Gangalistics
Gangalistics quando nasce?
"Quando con Quilo – Alisandru Sanna, ex Sa Razza, fondatore dell'etichetta Nootempo e mc dei Malos Cantores – abbiamo deciso di fare uscire il mio primo disco, alla fine del 2009".
Viveva ancora in Sardegna?
"Sì, facevo la spola, come sempre, tra Sassari e Cagliari. Ho suonato forse più spesso in Campidano che al nord. Poi ho ampliato la mia visione sulla musica".
In che modo?
"Ho dovuto studiare un po' la musica. Il giradischi e il campionamento ti limitano nella produzione. Con grande sacrificio mi sono fatto un mio studio, ho comprato il primo synth, uno Yamaha Motiv, che non era tutta 'sta gran cosa, ma se sai come usarlo...".
E lei ha saputo farlo?
"Ho imparato a comporre, a sperimentare. Con il primo disco sono andato fuori dall'hip hop, con pezzi un po' bossa, elettronici, trip hop. Massive Attack, Tricky, Dj Krush, dj Shadow, quelli erano i miei riferimenti di allora".
Il video di "2Shy"
Quanto ha contato la famiglia in questa crescita?
Vengo da una famiglia di persone creative. Mio padre, architetto, ha insegnato per una vita all'istituto d'arte, mia madre ha sempre dipinto e insegna pittura all'università della Terza età. Siamo cresciuti in questo contesto.
Vi hanno spinto all'arte?
Sempre, mai ostacolati. Io sono stato writer, breaker, dipingo, disegno. Mio fratello - in arte Flub - ha approfondito di più questo aspetto. Ci siamo influenzati sempre uno con l'altro.
Il singolo "2Shy"
Il singolo "2Shy"
Quando decide di lasciare la Sardegna e andare a Liverpool? E perché?
"La musica. È stato uno dei motivi principali. Ho deciso di spostarmi perché volevo studiare qui. Questo è un mondo in cui si deve essere molto specializzati".
È cambiato il suo sguardo sull'Isola stando lì?
"Il mondo della musica e dell'elettronica è sempre uguale e si muove con le medesime dinamiche. La differenza tra noi e gli artisti internazionali sta nel fatto che loro sono influenzati da molti più stimoli e peccano a volte in originalità, per colpa di un mercato più vasto e forse più omogeneo".
E noi sardi?
"Noi abbiamo atteggiamento molto più originale e spesso non ce ne rendiamo conto perché non abbiamo un confronto vero con l'esterno. Ma le cose non sono cambiate sotto ai miei occhi, con Nootempo la "factory" di cui faccio parte non solo come artista, produciamo cose che suscitano interesse e che riusciamo spesso a diffondere. E questo vuol dire che, forse, stiamo facendo bene".

22/03/17

"Mi dicevano ucciditi, invece ho scritto un libro". La rivincita di Erika di quartu sant'elena , 16enne vittima dei bulli

Generalmente quando si parla di bullismo e di violenza fra adolescenti si parla solo delle angherie subite e della prostrazione o del suicidio . Ebbene ecco un caso del suo superamento . questa la storia n riportata sotto è un esempio di coraggio, per tanti bambini che hanno i suo stesso problema ma soprattutot ovviament e senza generalizzare per quei i genitori che non vogliono vedere che i loro figli stanno attraversando l'inferno e loro sdrammatizzano



"Mi dicevano ucciditi, invece ho scritto un libro". La rivincita di Erika, 16enne vittima dei bulli


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"Mi dicevano ucciditi, invece ho scritto un libro". La rivincita di Erika, 16enne vittima dei bulli

Oggi alle 16:44 - ultimo aggiornamento alle 19:16

Prima il baratro, poi la rinascita. Erika Orrù ha 16 anni e vive a Quartu. È una ragazza esile e carina, sopravvissuta a un periodo d'inferno.Sbeffeggiata, maltrattata e umiliata dai suoi compagni di scuola fin dalla prima elementare, arrivata alla prima superiore ha deciso di ritirarsi perché ormai non
mangiava più ed aveva continui attacchi di panico.
"Mi dicevano che ero un mostro. Mi dicevano "ucciditi". Chiedevo a mia madre: "Cosa ho fatto di male per meritarmi tutto questo?".
Si è allontanata dal precipizio scrivendo un libro "E vissero tutti dannatamente infelici", e lasciando parlare i suoi personaggi: Giada e Marika, vittime di bullismo.
"Adesso mi piacerebbe tanto avere degli amici, non sono mai stata accettata. Quando vedo i ragazzi che escono in gruppo, li invidio".



Prima il baratro, poi la rinascita. Erika Orrù ha 16 anni e vive a Quartu. È una ragazza esile e carina, sopravvissuta a un periodo d'inferno.
Sbeffeggiata, maltrattata e umiliata dai suoi compagni di scuola fin dalla prima elementare, arrivata alla prima superiore ha deciso di ritirarsi perché ormai non mangiava più ed aveva continui attacchi di panico.
"Mi dicevano che ero un mostro. Mi dicevano "ucciditi". Chiedevo a mia madre: "Cosa ho fatto di male per meritarmi tutto questo?".
Si è allontanata dal precipizio scrivendo un libro "E vissero tutti dannatamente infelici", e lasciando parlare i suoi personaggi: Giada e Marika, vittime di bullismo.
"Adesso mi piacerebbe tanto avere degli amici, non sono mai stata accettata. Quando uando vedo i ragazzi che escono in gruppo, li invidio"





Anch'io mi pongo gli stessi interrogativi di 



Giorgio Pintus Un tema delicato e attualissimo: qualche interrogativo: primo: quali azioni sono state promosse nei confronti di chi stalkerava fino a costringerla a ritirarsi da scuola? Secondo: perché ritirarsi e non cambiare classe o istituto? Terzo: i genitori hanno assistito passivamente a questa gogna? Quarto: in questa intervista quanto pesa la denuncia per la vicenda personale e quanto l'esigenza di propagandare il libro? Resta il fatto che al di là di come sono andate le cose scrivere è un'esperienza straordinaria. Tanti auguri. (...) per natura mi pongo domande su tutto.. anche in questo caso mi sono chiesto come mai , una bambina che è stata, parole testuali (quindi scritte non da me ma dal giornale) '' Sbeffeggiata, maltrattata e umiliata dai suoi compagni di scuola fin dalla prima elementare'', a 6 anni? capito?. a 6 anni da altri bambini che ragionevolmente avevano 6 anni.... ma che cavolo.. tutti lei se li è beccati i criminali in erba? ..''arrivata alla prima superiore ha deciso di ritirarsi'' .. e ripeto fin dalla prima elementare ... (non so quale classe frequentava quando le hanno suggerito di suicidarsi), addirittura è costretta a ritirarsi da scuola ed ecco che, combinazione.. la sua tragedia diventa di dominio pubblico nel momento in cui pubblica un libro.... e negli otto anni della scuola dell'obbligo qualcuno ha tollerato senza muovere un dito, senza reagire, senza denunciare? Ma 'ndo cazzo andava a scuola  ?











vedo i ragazzi che escono in gruppo, li invidio".

20/03/17

«Così ho vinto la lotta contro l’anoressia» Erica Grazioli, 32enne di Magherno, nel suo libro “Cioccolato e cannella” ha messo nero su bianco la sua lunga lotta (vinta) contro la malattia


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Libro Cioccolato e cannella ...io e l'anoressia Erica Grazioli
https://www.ibs.it/
VOGHERA. A vederla adesso, il sorriso generoso e la voce squillante, non indovinereste mai cosa si nasconde nel passato di Erica Grazioli, trentaduenne di Magherno che alla libreria Ticinum di Voghera ha presentato il suo romanzo autobiografico “Cioccolato e cannella”. Nel libro edito da Selecta  (  copertina a destra  ) , Erica ha messo nero su bianco la sua lunga lotta contro una malattia insidiosa, di cui si parla raramente e spesso senza capirla appieno: l’anoressia. Per quasi sette anni ha combattuto per riuscire a sconfiggerla, e una volta uscita dal tunnel ha deciso di trasformare la sua esperienza in qualcosa che potesse essere d’aiuto a tante altre ragazze come lei, che ogni giorno cercano di vincere la battaglia contro il proprio corpo. 
Erica, come ci si ammala di anoressia?
«Per ognuna è diverso, non è vero quello che si dice che per lo più diventano anoressiche quelle ragazze che aspirano a un corpo perfetto, che desiderano raggiungere canoni di bellezza impossibile. Io mi sono ammalata relativamente tardi, in un periodo di stress: nel tentativo di accontentare tutti, di risultare sempre impeccabile, ho finito per dimenticarmi di me stessa, per annullarmi completamente. Fino a pesare trenta chili. Ci sono ragazze che si ammalano per carenza di affetto, per attirare l’attenzione della famiglia. In ogni caso si ammalano per lo più ragazze troppo sensibili e con una bassa autostima».
Sono tante?
«Tantissime, molte più di quanto non credessi. Nonostante durante la malattia abbia parlato spesso con altre ragazze con il mio stesso problema, non mi sono resa conto di quante fossero fino a che non ho pubblicato questo libro. Quando ne parlo con qualcuno, più o meno una persona su ciqnue mi confida di aver sofferto in prima persona di anoressia o di avere una sorella, una zia, un’amica con lo stesso problema. Spesso si crede che questa malattia riguardi solo le ragazze giovani ma non è così: anche se l’età media di chi ne viene colpito si sta abbassando, ci sono anoressiche di tutte le età, anche di sessant’anni».
Come ci si accorge che una persona è anoressica?
«Quando imbocchi la strada dell’anoressia, la malattia ti cambia. Non sei più tu. Io ero nervosa, scostante, in certi casi cattiva sia nei miei confronti che in quelli degli altri. Non uscivo più, non ridevo più, trascorrevo molto tempo da sola. Ciò non significa che chiunque si comporti così stia diventando anoressico, ma se notate un cambiamento in questo senso forse è il caso comunque di indagare: i disturbi alimentari, infatti, sono solo uno dei possibili esiti di un simile comportamento».
Come si cura?
«L’iter medico tradizionale prevede flebo e ricostituenti, ovviamente, e ricoveri in ospedale o in strutture riabilitative abbinati a una terapia psicologica individuale e di gruppo. E per lo più, anche la somministrazione di psicofarmaci. Io però non ne ho mai voluto sapere».
Di psicofarmaci?
«Sì, e anche della psicoterapia. Ho fatto una sola seduta in vita mia e mi sono resa conto subito che non faceva per me. Non me la sentivo di affrontare con un estraneo certi argomenti, di spiegargli cosa c’era che non andava in me. Così in larga parte ( fatto salvo per un periodo di un paio di mesi in ospedale quando proprio non ho potuto farne a meno) ho portato a termine da sola il mio percorso, ne sono uscita con le mie sole forze».
Cosa l’ha aiutata?
«Parlare con chi aveva il mio stesso problema è stato di grande aiuto, ed è anche per questo che ho scritto un libro sulla mia esperienza e continuo a frequentare ragazze malate di anoressia. I disturbi alimentari sono subdoli, difficili da comprendere. Uno pensa “che ci vuole a uscirne, devi solo mangiare”, e non si rende conto che è contro la tua mente che lotti, e che non ne riesci ad avere il controllo. Non è diversa da qualunque altra malattia mentale, in effetti».
E se ne esce davvero?
«Se ne esce, sì, ma non è detto che se ne esca per sempre. Nel mio caso, avendo avuto origine da un periodo di stress, torna a bussare alla porta quando aumentano le tensioni, sia a livello relazionale che a livello lavorativo. Ora però ho imparato a riconoscerne
i segnali e quando mi accorgo di essere a rischio, metto la mia salute al primo posto. Tiro fuori un po’ di sano egoismo, e lo faccio perché se c’è una cosa che questa malattia mi ha insegnato, è che devo voler bene a me stessa e al mio corpo».


                                           Serena Simula

la storia di Veronica Puggiioni dalla depressione al canto


da l'unione sarda  CRONACA » CAGLIARI 20\3\2017  12:21 - ultimo aggiornamento alle 12:53

"Io, miracolata da padre Puggioni": la storia di Veronica, dalla depressione al canto


Veronica Pisano
Diventare una cantante era il suo sogno più grande: "Fin da piccola - racconta Veronica Pisano, cagliaritana - ogni occasione in cui stavo con la mia famiglia era contornata da momenti di canto, fino a quando tutti i miei sogni si sono infranti".A "salvarla" da una depressione profonda è stato un "miracolo", come lo definisce, da parte di padre Giovanni Puggioni."I miei genitori si sono separati, e questo ha determinato il tracollo economico e affettivo della famiglia. Sono passata da una situazione agiata a una di povertà e sono caduta in uno stato di solitudine e sconforto".Tra i suoi ricordi di fine anni Novanta, l'immagine di sua madre "distrutta dal dolore e dalla disperazione nell'impossibilità di provvedere al sostentamento mio e della mia sorellina"; pensieri cupi, "non riuscivo a vedere il mio futuro", accompagnavano Veronica ed era sopraggiunta "una brutta depressione, per cui credevo che la soluzione migliore fosse fuggire da questo mondo".
Poi qualcosa è cambiato, "mi sono guardata intorno e mi sono resa conto che tante persone avevano più bisogno rispetto a me, e ho iniziato a frequentare l'associazione onlus Operazione Africa di padre Giovanni Puggioni".
Veronica ha riscoperto così "l'impegno e la forza di vivere aiutando il prossimo. Padre Giovanni è stato capace di leggermi nel cuore, spalancando una finestra sulla mia vita futura, profetizzando la mia carriera di cantante".
A vent'anni Veronica ha cominciato a studiare canto e la "profezia" del sacerdote si avvera nel 2014 "con l'incontro con il chitarrista e compositore Maurizio Gastaldi".
"Voglio raccontare questa mia esperienza per tutte le persone che si sentono sole e vittime dello sconforto - spiega Veronica - La vita, anche se a volte è ingiusta e ingrata, merita di essere vissuta perché il futuro ci riserva cose bellissime".


Veronica Pisano: "Volevo dire addio, Padre Puggioni mi ha salvato"

La bravissima cantante sarda Veronica Pisano racconta su Cagliari Online la sua storia più sofferta: "Nel 1997 per problemi familiari, senza soldi nè amici, pensai di buttarmi dalla finestra:Padre Puggioni con una profezia mi salvò: mi disse che sarei diventata una cantante. Vorrei dire a tutti i giovani che in questo momento si trovano nel buio e soli, di avere pazienza, che tutto arriva prima o poi, anche la felicità"

Autore: Redazione Casteddu Online il 13/03/2017 16:22 
Veronica Pisano: "Volevo dire addio, Padre Puggioni mi ha salvato"
Nel 1997 si separarono i miei genitori, morirono i miei nonni paterni e mia madre perse il lavoro. All' inizio non mi rendevo conto, ma ero sempre più triste. Solo la musica e la speranza che sarei diventata una cantante mi consolava. A 19 anni in preda alla disperazione pensai di buttarmi giù dalla finestra; non avevo amici, ne soldi, ne più una famiglia unita. Mi sentivo sola e in preda alla disperazione.L' anno successivo , nel 1999 conobbi Padre Giovanni Puggioni, che mi raccontò i miei pensieri cattivi, nonostante non gliene avessi mai parlato,mi predisse il futuro ,dicendomi che sarei diventata una cantante, avrei inciso dei dischi e avrei imparato e cantato in un' altra lingua. Dopo quel colloquio andai via felice e iniziai a studiare francese e spagnolo. Ma niente, più passavano gli anni e più perdevo la speranza. Nel frattempo studiavo canto. Nel 2011 mi sono iscritta alla Scuola Civica di Musica di Cagliari in Canto Moderno, nello stesso anno ho conosciuto Maurizio Gastaldi (chitarrista e compositore ), improvvisamente è nata in me la voglia di ascoltare musica sarda. Nel 2014 nasce la nostra collaborazione fino ad oggi, con due album in attivo e un singolo. Se Padre Giovanni Puggioni quel giorno non mi avesse consolato a quest' ora non sarei qui a raccontarlo. Vorrei dire a tutti i giovani che in questo momento si trovano nel buio e soli, di avere pazienza, che tutto arriva prima o poi, anche la felicità. 













merita di essere vissuta perché il futuro ci riserva cose bellissime".

19/03/17

Si sposano in Comune e partono col carroattrezzi

ne avevo letto e sentite tante ma questa mi mancava . L'amore fra fare follie è proprio vero . Ecco la storia di Michele Marzocchi ed Elena Colombini . Michele conobbe Elena quando la soccorse dopo un incidente stradale. Fu amore a prima vista. E nel giorno delle nozze hanno voluto usare il mezzo "galeotto" per ricordare quel loro primo incontro


Si sposano in Comune e partono col carroattrezzi
Il sogno di Michele Marzocchi ed Elena Colombini si è avverato. Alla fine del rito civile in Comune che li ha resi marito e moglie, ad aspettarli non c'erano solo gli invitati...



GROSSETO 
C'è la coppia che vuole sentirsi vip per un giorno e affitta la limousine, quella più tradizionalista che punta invece sulla carrozza trainata dai cavalli e la coppia sportiva che opta per una rombante due ruote. Ma finora nessuno aveva mai scelto di andare al proprio matrimonio... a bordo di un carroattrezzi.Una scelta d’amore, quella di Michele Marzocchi, 28 annni di Grosseto, e di Elena Colombini, 29 anni di Paganico, che va ben oltre l’attività professionale dello sposo, titolare della nota ditta di soccorso stradale Pronto Marzocchi con sede in via Smeraldo a Grosseto. Michele è un giovane che sui carroattrezzi ci è letteralmente cresciuto: prima di lui il titolare della ditta era il babbo Roberto che rimase vittima alcuni anni fa (era la notte dell’Epifania del 2010) di una gravissima aggressione a seguito della quale è rimasto invalido. Proprio dopo quei fatti drammatici raccontati anche dalle cronache del Tirreno Michele ha preso le redini della ditta dal babbo facendo del soccorso stradale il suo lavoro a tempo pieno. Ma non è solo questo il motivo della sua scelta così poco canonica.«Ho conosciuto Elena nel 2010 – racconta Michele – perché ebbe un incidente stradale. Lei non si fece nulla per fortuna ma servì l’intervento del carroattrezzi per portare via l’auto». A guidare il mezzo era proprio Michele. Insomma, parafrasando Dante, “galeotto fu il carroattrezzi”.A quel primo incontro in una circostanza non certo fortunata segue un appuntamento per un caffè per conoscersi meglio. Da quel momento Elena e Michele non si sono più lasciati fino alla decisione di convolare a nozze con rito civile. «Domattina (stamani) ci sposiamo in Comune», dice emozionato Michele. «Ho chiesto che fosse l’assessore Fausto Turbanti a celebrare il rito. Ho voluto lui non solo perché lo conosco ma anche perché ha tra le sue deleghe quella alla Polizia municipale con cui per lavoro mi trovo a collaborare tutti i giorni».Data la concomitanza della manifestazione Primavera per la vita in programma oggi e domani tra piazza Duomo e piazza Dante, il carroattrezzi non potrà arrivare sotto il municipio come avrebbe sognato Michele ma sosterà di fronte all’hotel Bastiani in piazza Gioberti per tutta la durata della cerimonia. «Ringrazio la Municipale che ha fatto di tutto per potermi accontentare in questo mio sogno», dice Michele. «Hanno studiato possibili alternative ma la manifestazione in piazza non consente di fare altrimenti».In vista delle nozze Michele ha fatto riverniciare e tirare a lucido il carroattrezzi e ieri sera, al termine di una normale giornata di lavoro tra interventi sulla strada e in officina, lo ha addobbato di tutto punto. «Arriverò da solo col mezzo entrando da Porta Corsica – dice – e dopo la cerimonia e le foto di rito con lo stesso carroattrezzi porterò Elena, che a quel punto sarà finalmente mia moglie, al banchetto nuziale organizzato alla Tenuta dell’Uccellina al Collecchio».


Poi    alla   fine   sempre  secondo http://iltirreno.gelocal.it/grosseto/cronaca/ Il sogno di Michele Marzocchi e Elena Colombini si è avverato. La mattina di sabato 18 marzo il rito civile in Comune che li ha resi marito e moglie e ad attenderli al termine della cerimonia non solo parenti e amici ma anche un bel carroattrezzi tirato a lucido e addobbato per l’occasione con tulle bianco e fiocchi gialli.
Lo sposo, Michele Marzocchi, 28 anni, è il giovane titolare della ditta di soccorso stradale Pronto Marzocchi di via Castiglionese a Grosseto e come aveva annunciato al Tirreno ha scelto un mezzo davvero singolare per i suoi spostamenti nel giorno più bello. Una scelta d’amore, la sua, perché è stato proprio un carroattrezzi il motivo del primo incontro tra Michele e Elena. Nel 2010 la sua futura fidanzata e oggi moglie chiamò infatti la ditta Marzocchi dopo un incidente stradale per far portare via la sua auto. La circostanza non era delle più fortunate ma Cupido quel giorno ha scoccato la sua freccia e così da quel primo incontro è nata una bella storia d’amore, coronata ieri dal sì.
Per questo i due giovani sposi hanno voluto per la loro cerimonia il mezzo che li ha fatti incontrare. Dopo le foto di rito in centro storico Michele ha aiutato la bella Elena a salire sul carroattrezzi con il quale poi hanno raggiunto la Tenuta dell’Uccellina per il banchetto nuziale.

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