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20/07/17

SOLO (In morte di Pino Pelosi) © Daniela Tuscano


Quella pace che non so augurarti. E di cui tu pure hai diritto. Quella pace, parola grande, imprendibile, quella pace oggi forse t'accoglierà. Cerco le tue immagini - non voglio affiancarti al poeta vivo, meglio il monumento - e ti vedo sempre estraneo, mai protagonista.
L'immagine può contenere: 1 persona, in piedi e spazio all'aperto
da  https://www.facebook.com/Pier.Paolo.Pasolini.Eretico.e.Corsaro/

 Non so se incarnassi la mutazione antropologica preconizzata da Pier Paolo. Eri semplicemente capitato lì, come un grande punto interrogativo, vagante e privo di curiosità. Con quelle rughe sbagliate, incapaci di far storia. Ogni tanto perfino sorridi, accanto ai manifesti del poeta. Ed è un sorriso, purtroppo per te, inopportuno e scentrato. Dolente? Semmai, umiliato. Vedo alle tue spalle una notte remota che mi spira ancora addosso, e vorrei tornare a quel novembre del '75, a quel tavolo, alle chiacchiere. Vorrei riavvolgere il nastro e implorare: "Fermatevi!". Oppure no, oppure mi ripeto che non può finire così, che PPP ce la farà comunque, malgrado te, malgrado anche se stesso. Ma è andata diversamente. E bestemmio quei passi, quel tragitto e quelle pietre e le erbe marce e gli avanzi di civiltà industriale vomitati tutti lì, assieme a voi, in quel nero di petrolio, e pretendo mi restituiscano Paolo.
Sono i testimoni di tutte le pesanti disgraziate notti d'Italia. Più eloquenti, nel loro solido silenzio, delle tue mille evocazioni, troppe volte smozzicate e rimangiate.
Eri solo, ostinatamente e forzatamente solo. Anzi, isolato. Anche in questo, cifra del nostro millennio al declino, lo sbriciolarsi degli ideali, degli abbracci, delle relazioni, degli inni e delle bandiere. Dei cori e dei baci. Eri il nostro rischio, la nostra perdizione.
Sì, abbi pace. Hai sepolto con te ogni segreto, ogni verità. L'umana, inesausta domanda s'arresta davanti ai misteri, ma la coscienza individuale può sempre aprirsi al Mistero, supremamente giusto ma immensamente misericordioso.
© Daniela Tuscano

bene e male si mescolano, Le 22 mila persone obbligate a pulire bagni dai Termini di servizio di un wifi,vivere in strada , papagallo fa condannare un assasino , lavorare con la fantasia e con la letteratura ,


da http://palermo.repubblica.it/cronaca/  20 luglio 2017

giuseppe   lo  porto 

Il commento, due città costrette a convivere tra loro
La storia dei fratelli Lo Porto come metafora delle due facce di una stessa realtà nella quale bene e male si mescolano

 di ENRICO DEL MERCATO


Ci sono due fratelli, in uno dei quartieri più difficili di Palermo: uno fa il cooperante gira per il mondo - anzi per le zone più pericolose del mondo - per aiutare i negletti della Terra e nel suo quartiere, che spesso è più pericoloso delle zone in cui infuria la guerra, non ci torna quasi mai al punto che muore lontanissimo da casa ucciso da un aereo teleguidato a centinaia di chilometri di distanza; l’altro fratello, invece, nel quartiere ci sta e ci fa i suoi affari che- hanno scoperto gli inquirenti- sono quelli della mafia. Ecco, da Brancaccio dove si consuma la storia dei Lo Porto fratelli diversi, arriva l’ultima, inevitabile, metafora di Palermo.
Giovanni Lo Porto Twitter © ANSA
giovanni lo  porto 
Quella che era la città del grigio, dove il bene e il male, il buono e il cattivo si mescolavano risultando spesso indistinguibili, sembra essere diventata la città del bianco o nero. Del bene e del male che pur stando vicinissimi tra loro, riescono a restare distinti. Come nel caso dei fratelli Lo Porto (il “fratello buono” va via da casa e riduce al minimo i contatti con la famiglia e con il quartiere) e come nello stridere di quanto accaduto ieri. Nel giorno in cui si commemorava il venticinquesimo anniversario dell’assassinio di Paolo Borsellino e degli uomini della scorta centinaia di palermitani ripetevano quel rito laico (che in molti giudicano stantio ma sul quale si possono appoggiare le fondamenta di una società civile e migliore) del ricordo e della rievocazione. Centinaia di palermitani stavano in silenzio oppure rilanciavano con slogan o sui social network le parole di Palo Borsellino, ne “professavano” l’esempio. Nelle stesse ore, un’operazione di poliziaquella nella quale è stato arrestato tra gli altri proprio il fratello del cooperante di Brancaccio- svelava che una sostanziosa fetta di città continuava indifferentemente a chinarsi e baciare l’anello della prepotenza mafiosa. Pagando il pizzo e tacendo. Non osando minimamente - come invitava a fare Paolo Borsellino - “respirare quel fersco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale”.
Così come nella stessa famiglia c’erano un fratello pronto a immolare sé stesso per gli altri e uno che agli altri imponeva il tallone della prepotenza criminale, così in questa città coesistono quelli che riconoscono la mafia come sistema che conduce inevitabilmente al sottosviluppo e vi si ribellano e quelli che continuano a ritenere che con la mafia ci si possa o ci si debba convivere o fare affari.
Attenzione, però. Sarebbe facile e ovviamente sbagliato fare coincidere le sempiterne categorie del bene e del male con un mappa geografica della città sulla quale, per esempio, tracciare linee che assegnino alle periferiedove peraltro è molto più difficile darsi il coraggio antimafia senza l’aiuto delle istituzioni- i territori della connivenza e al centro quelli della resistenza. Così come sarebbe sbagliato sovrapporre quelle categorie a ceti o appartenenze politiche definite. Quello che accade all’interno del variegato mondo dell’antimafia deve fungere da segnale: industriali, politici, commercianti, giornalisti che si erano appuntati sul petto i distintivi dei “buoni” si sono poi rivelati più vicini ai “cattivi”.
Se la storia dei due fratelli diversi (e delle due città diverse) può lasciarci in dote qualcosa di utile è proprio questo: consideriamo un passo avanti la possibilità di saper leggere dentro l’indistinto grigio separando il bianco dal nero e facciamolo. Curando, però, di tenere gli occhi bene aperti



da  http://www.rivistastudio.com/




Le 22 mila persone obbligate a pulire bagni dai Termini di servizio di un wifi



Risultati immagini per cessi pubblici



Tim Berners-Lee, mediaticamente ribattezzato “il padre del web”, all’inizio dell’anno ha elencato le sue preoccupazioni principali riguardanti la rete che ha contribuito a creare: tra queste, c’erano i cosiddetti “Termini di servizio”, ossia i contratti legali tra gli utenti fruitori di un determinato servizio digitale (da Google all’app più sconosciuta) e i suoi gestori, che ultimamente sono sempre più densi di interminabili disclaimer e sotto-punti. Per dimostrare la pericolosità insita in questi strumenti a cui di norma prestiamo la nostra adesione senza un battito di ciglia, riporta Gizmodo, una società di comunicazione specializzata in servizi wifi ha inserito le condizioni più assurde, a cui poi migliaia di persone hanno inconsapevolmente detto “sì”.Purple è una compagnia basata a Manchester che gestisce hotspot wifi per diversi brand. La scorsa settimana, la società ha posto fine a un esperimento di due settimane in cui il suo “Service Agreement” aveva visto spuntare una “Community Service Clause” molto sui generis; chi la sottoscriveva era tenuto, a totale discrezione di Purple, a:

1. Pulire da rifiuti animali i parchi locali;
2. Fornire abbracci a cani e gatti randagi;
3. Rimuovere manualmente intasamenti dai sistemi fognari;
4. Pulire i bagni mobili usati a festival ed eventi locali;
5. Colorare i gusci delle lumache per illuminare le loro vite;
6. Grattare via i chewing-gum dai marciapiedi.

La notizia è che più di 22 mila persone hanno accettato a dedicarsi a un migliaio di ore di lavoro umile o completamente nonsense, e tutto per poter accedere a una linea wifi. Purple aveva anche previsto un premio speciale per chi avesse chiesto spiegazioni dell’insolito documento: l’ha vinto una persona sola. Non è chiaro, dice Gizmodo, se la società ora sarebbe davvero legalmente abilitata a richiedere i servigi di quei ventimila spazzini inconsapevoli, ma i suoi rappresentanti hanno già dichiarato che non impugneranno la loro parte dell’accordo.


da http://www.repubblica.it/esteri/2017/07/20/

Usa, donna condannata per l'omicidio del marito: la inchioda la testimonianza del pappagallo
La sentenza in Michigan: il pennuto non è comparso in tribunale, ma la ex moglie della vittima ha riferito che ripeteva "Non sparare" con la voce dell'uomo



WHITE CLOUD (Michigan) 
Usa, donna condannata per l'omicidio del marito: la inchioda la testimonianza del pappagallo
Una donna è stata condannata per l'omicidio del marito sulla base della testimonianza del pappagallo della vittima. Dopo otto ore di camera di consiglio, la giuria ha dichiarato Glenna Duram, 49 anni, colpevole di aver assassinato Martin Duram, 46 anni, sparandoli cinque colpi d'arma da fuoco. Il delitto avvenne nel maggio del 2015. Secondo l'accusa, dopo aver ucciso il marito, la donna tentò di togliersi la vita procurandosi una ferita alla testa.
Decisiva per la condanna è stata la testimonianza dell'ex moglie della vittima, Crhistina Keller, secondo la quale dopo l'omicidio il pappagallo Bud, un cenerino africano, ripeteva: "Non (parolaccia) sparare" con la voce di Martin Duram. Il pennuto, che dopo la morte del suo padrone è stato "adottato" da Keller, non è "comparso" in tribunale, anche se inizialmente
la pubblica accusa aveva accarezzato l'idea di chiamarlo a testimoniare. Non è stato necessario, anche perché pure i genitori di Duram hanno avvalorato la tesi secondo cui il pappagallo era presente al momento del delitto e ripeteva le ultime parole di Martin.


Insieme da dieci anni, coppia sceglie di vivere in strada pur di non separarsi
Pordenone: è la storia di Alex, 49 anni, e della sua compagna, di 48. Sopravvivono grazie all’aiuto di benefattori e di cittadini che portano loro da mangiare. Oggi vivono al parco Galvani



PORDENONE. Vivono in strada per amore, da un anno tra le panchine dei parchi cittadini e la stazione ferroviaria. Sempre insieme. È la storia di Alex, 49 anni, e della sua compagna, 48.
Solo lui ci ha voluto parlare. Lei ha voluto rimanere anonima. Chiedono una casa, per cercare un lavoro e riprendere in mano la loro vita.
Insieme da 10 anni, non si sono mai separati. Nemmeno i conti che Alex ha dovuto fare con la giustizia, saldati un anno fa, sono riusciti a dividere un grande amore, un sostegno reciproco.
«Io vivevo una vita splendida – ricorda –. Vivevo a Spilimbergo, lavoravo in posta, facevo l’impiegato». Poi sono subentrati i problemi con la prima moglie, i giudici e i tribunali.
Nel frattempo, una decina d’anni fa, ha conosciuto lei, che gli ha fatto battere il cuore. Italiana, faceva la badante e aveva qualche lavoretto precario.
Esattamente un anno fa è cominciato per la coppia un calvario. «Per una ventina di giorni abbiamo vissuto in albergo, grazie ad alcuni risparmi che avevo da parte – spiega Alex –. Poi questa disponibilità è venuta meno e quindi ci siamo ritrovati per strada».
Le giornate si susseguivano tra i parchi e la stazione. «Per un paio di mesi lo scorso inverno ho vissuto nell’appartamento di un africano che è dovuto tornare nel suo Paese – sostiene Alex –. Avevo pagato la mia quota d’affitto. Peccato che quell’appartamento non fosse suo e il legittimo proprietario ci ha sbattuto fuori».
Oggi vivono al parco Galvani, seconda panchina a sinistra dell’ingresso principale: è quella la loro casa. I frequentatori dell’area verde cittadina li conoscono. Sopravvivono grazie all’aiuto di benefattori e di cittadini che portano loro da mangiare.
Si sono anche informati ai servizi sociali di Pordenone. «Vogliono imporci le loro condizioni e separarci, ma noi non vogliamo allontanarci: io e la mia compagna siamo fatti per stare insieme e per sostenerci», afferma l’uomo.
In realtà, i servizi sociali vorrebbero veramente dare loro una mano, separandoli sì ma per aiutarli a superare alcuni loro problemi e creando solide fondamenta per riprendere in mano la loro vita.
Ma su questo rimangono irremovibili:
giorno dopo giorno trascorrono la giornata al parco, su quella panchina, che è diventata anche il loro giaciglio notturno, con qualche borsa dove conservare i propri abiti e la solidarietà della città per mantenere la loro dignità.

Abbiamo inventato un lavoro



Ilaria e Daniele raccontano i matrimoni
Ilaria e Daniele raccontano i matrimoni


Grazie a Ilaria Bigonzi e Daniele Massi, raccontatori di matrimoni

“Dicono che non c’è lavoro e bisogna inventarselo, non l’abbiamo inventato”. Comincia così la lettera di Ilaria Bigonzi, che fa fatica perché “anche mandare una semplice mail come questa è tosto, se hai un AMORE di due anni e mezzo che proprio in questo istante vuole che canti con lui "Occidentali's Karma" e suoni la chitarra guardando le stelle immaginarie sul soffitto, mentre dice: "mamma hai finito, mamma hai finito, mamma hai mandato questa lettera???".Un bambino piccolo, il lavoro che non c’è. Un giorno Ilaria e Daniele, entrambi appassionati di scrittura, sono diventati “raccontatori di matrimoni”. Hanno inventato un lavoro. Qui spiegano come è successo, quando, perché. Hanno creato un sito ed una pagina facebook una vetrina del lavoro che offrono. Tutto è iniziato in via Caduti sul lavoro, per ironia della sorte. Ecco Ilaria.“Vi racconto questa storia perché so che in tanti canteranno con me il ritornello. In una città balneare del centro Italia, c’è un bel fabbricato di edilizia moderna. Mattoncini crème caramel e grandi vetrate fumé. Almeno duecento dipendenti. Di che lavoro si tratta? Sul finire dell’era geologica, anni ‘90, ebbe principio il vero Big Bang del www. E là, in via dei Caduti sul lavoro, (nome quanto mai profetico) orecchiarono il business che viaggiava nell’etere. Ora fanno software per studi commerciali; smistano posta altamente sofisticata, firmano carte con un click, seguono donnemadri e pensionati per complicatissimi incartamenti burocratici. Fino ad un certo punto la genesi dell’apprendista era questa: colloquio, assunzione, rodaggio e tempo indeterminato"."Ma quando toccò a me, big bang: contratto co.co.pro. scadenza ogni 3/6 mesi, annunciata ovviamente all'ultimo momento, per un totale di sette scadenze per sette contratti (in quattro anni). Una sensazione perenne di camminare sospesi. Un'incertezza alla quale non si fa mai il callo. Emotivamente e psicologicamente una continua lotta interiore: "Speriamo almeno questa volta...". Anche se era un lavoro diverso da quello che sognavo mi dava il pane e mi permetteva fuori da quell'ufficio di scrivere racconti, poesie Haiku e iniziare romanzi"."La motivazione che con malcelato imbarazzo adoperavano era sempre la stessa: "Ci piace come lavori ma purtroppo la tua mansione verrà automatizzata". Sono passati anni e il posto che non aveva ragione di esistere, esiste eccome. I contratti probabilmente son sempre quelli, ma il volto di chi lo svolge è diverso. Non è quello di una che allo scadere dell'ultimo contratto è diventa madre, ma di un’altra a cui probabilmente capiterà la stessa cosa quando le 'lieviterà il ventre'"."Cadono i lavoratori, ma per fortuna si rialzano, e un giorno al parco arriva l'idea. Col mio compagno stavamo pensando a un regalo originale per due amici che si sarebbe sposati a breve. “Perché non gli regaliamo il racconto del loro matrimonio?”. L'abbiamo scritto davvero, abbiamo trovato un’artista che lo rilegasse e gli sposi l’hanno apprezzato così tanto che il loro entusiasmo ha posto le basi per un'attività. Da allora non siamo più solo compagni di vita, ma anche “Wedding Writers”. Raccontiamo agli sposi il loro matrimonio. E’ stato bello scoprire che dopo tutto, regalare emozioni è un gran bel lavoro”.




19/07/17

La mafia e il sorriso di Emanuela




25 anni fa, la strage di via D’Amelio: un’altra coltellata al quel corpo straziato italiano, che ci ha portato via Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi." La nostra" Emanuela Loi . Ora , come dice  Daniele Madu( un insegnante, studioso di cose di mafia e pubblicista: scrive su un giornale on line, Tramas de amistade – trame d’amicizia ) Alla vigilia del 19 luglio è andato a trovare la sorella di Emanuela Loi, Claudia. Emanuela è stata uccisa 25 anni fa in via D’Amelio: era nata a Sestu, era agente di polizia, aveva 24 anni. E’ stata la prima poliziotta a morire in servizio, non aveva ancora completato l’addestramentonell'introduzione articolo che trovate sotto , Scrivere di quei fatti non è semplice quanto è doveroso; si avverte il rischio di non aggiungere niente a tutto quanto è stato detto, studiato, ricostruito: eppure, per la giustizia italiana, ancora c’è bisogno di processi per giungere ad una verità, che non sia solo giudiziaria. Personalmente, poi, parlare di Emanuela è doloroso, coinvolgente: ricordo ancora, troppo, bene il giorno in cui sentii la notizia, e da quel momento in poi sono cresciuto col suo ricordo. [....] .



da http://tramasdeamistade.org/
Dopo Capaci, via D’Amelio: a ripensarci, 25 anni dopo, cosa proviamo? Dolore, smarrimento, incredulità, desiderio di unirsi, prendersi per mano e sconfiggere insieme, come Italia, quella “misteriosa e onnipotente mafia” – come la definì Paolo Borsellino – una volta per tutte, per poi festeggiare per le strade, coi canti e balli, come dopo la caduta del nazifascismo. Già, però, mentre il nazifascismo è davvero svanito, facendo sbocciare sulle sue ceneri la speranza, a 25 anni di distanza dalle stragi di mafia, non abbiamo ancora la sensazione che tutto sia passato: ci guardiamo ancora feriti, traballanti, come parti di una nazione ferita e traballante, che ancora protegge il mistero, che istituisce processi in cui lo Stato è accusatore e accusato, vittima e carnefice.
“Ma chi è lo Stato? Lo Stato siamo noi”; e su questo siamo d’accordo con Claudia e il marito Enrico. Lo Stato siamo noi, nonostante tutto: nonostante Borsellino sia morto con la sensazione che ad ucciderlo non sia stato solo la mafia, nonostante Emanuela facesse da scorta a obiettivi sensibilissimi – ma sì, diciamolo pure brutalmente, con le parole di Borsellino stesso – a morti che camminano – senza aver potuto svolgere il periodo di addestramento.
Quel periodo di addestramento avrebbe dovuto svolgerlo in Sardegna, ed è per questo che Emanuela, nella sua voglia di Sardegna e di casa, lo scelse: ma non ne ebbe il tempo.
Tutte le domande che porgo a Claudia riguardano la vita e il carattere della sorella, così che si delineano i tratti di un destino cieco e testardo che l’ha portata, come una eroina martire, a via D’Amelio con la forza.
Nel salone della loro casa d’infanzia, abbellito dalle foto di Emanuela, Claudia ripercorre quegli anni pur sempre giovanili e perciò spensierati. Non è semplice per nessuno incominciare a parlare, ma dopo qualche minuto riusciamo a concentrarci soprattutto su quella giovinezza e quella gioia, quella voglia di ridere che Claudia ancora conserva. Dopo la maturità, lei sarebbe voluta entrare in Polizia ed Emanuela diventare maestra. Fecero assieme i concorsi e i viaggi, assaporando la bellezza della forza fraterna –indistruttibile - e dello stare insieme. A Roma capita, però, che il destino scelga Emanuela in Polizia e che questo lavoro le piaccia, tanto da non farle cambiare idea neanche dopo la notizia di aver conseguito l’abilitazione all’insegnamento elementare. Cosa può esserci di più distante: la dolce tranquillità di una classe colorata di bambini e le vie di Palermo insozzate e insanguinate dai mafiosi.
Eppure ora la vita di Emanuela, a scuola, è conosciuta da tantissimi studenti che Claudia incontra spesso: sempre interessati - fin quasi all’impertinenza in certe domande – e perciò consapevoli.
Quando le diedero come destinazione Palermo, disse Emanuela: «Ma dove c’è la mafia?», non con cognizione, però, quasi con ingenuità e una perplessità sorridente, come a parlare di qualcosa di lontano.
Non ebbe paura e non si voltò indietro, in una città dalla quale invece Claudia, come confessa, sarebbe fuggita: ma la sorella era coraggiosa, e il coraggio è ciò che mi indica come aspetto del carattere che ricorda di più.
I giorni immediatamente prima dell’attentato Emanuela era a Sestu e non stava bene ma si preparava a ripartire. La madre avrebbe voluto che restasse ancora un po’, che si riprendesse ma, con naturalezza, lei rispose che anche gli altri avevano diritto ad andare in ferie e ripartì.
Chiamava a casa con regolarità, saltando solo raramente qualche giorno: rassicurava tutti, pur non potendo esporsi, e scherzava con Claudia.
Il sabato 18 non chiamò, e a casa non si preoccuparono. Domenica 19 però tardava e i genitori erano un po’ in ansia. Emanuela era a disposizione in caserma e quel giorno c’era bisogno di un agente nella scorta di Paolo Borsellino. Del seguito, poi, sappiamo tutto: il destino si è compiuto.
Non ho voluto chiedere nulla del padre e della madre: sappiamo che sono morti di dolore e ho scelto un silenzio di rispetto e vicinanza.
Non abbiamo parlato neanche dei mafiosi, dei processi, dei misteri: non mi interessavano in quel momento e, del resto, Claudia mi rivela che lei non ci vuole pensare a quelle cose. Si è sempre sentita accompagnata dallo Stato, da quella parte di esso che la circonda di attenzioni e non si dimentica mai di Emanuela.
Anche il fratello Marcello ora è sereno: è diventato poliziotto dopo sette anni di disoccupazione e dopo aver perso la sorella, i genitori, la moglie e un figlio.
Eppure anche parlando della sua vita e dei suoi dolori, sorridiamo pensando che ha un’altra figlia, di nome Emanuela e nata nel ’92.
Ci chiediamo come mai Emanuela non solo sia ancora, naturalmente, amata ma lo sia sempre di più: sicuramente per quel suo essere la prima e unica donna, ragazza, morta nell’adempimento del suo dovere da poliziotta. Come una beffa per quei mafiosi così patriarcali, così falsamente e vilmente virili. In questo periodo così duro per i diritti delle donne, la sua figura è ancora più preziosa.
Vado via e ora scrivo col cuore allo stesso tempo inquieto ma calmo, forte ma commosso, pensando che la mafia non ha vinto, perché non ci ha tolto il sorriso e la possibilità di ricordare Emanuela nella sua gioia di vivere.

E allora quelle domande di senso, persistenti, forse nella forza della vita hanno una risposta: ha avuto un senso la morte di tutte queste persone belle, perché semplici? Non c’era un altro modo perché l’Italia si ridestasse dalla sua narcotizzata anestesia?
I ragazzi hanno bisogno di figure di eroi martiri per essere consapevoli di dover combattere la mafia?
Che loro possano in futuro festeggiare, coi canti e i balli, la nuova Liberazione.


e  come   suggerisce  concita   nel suo  articolo  http://invececoncita.blogautore.repubblica.it/articoli/2017/07/19/strage-via-damelio-la-poliziotta-emanuela-loi/



Con Claudia e Enrico [ il fratello e  la sorella  di EManuela Loi ] ci chiediamo come mai Emanuela non solo sia ancora, naturalmente, amata ma lo sia sempre di più. La prima e unica donna, ancora una ragazza, morta quel giorno nell’adempimento del suo dovere da poliziotta. Come una beffa per i mafiosi così patriarcali, così falsamente e vilmente virili. In questo periodo così duro per i diritti delle donne, la sua figura è ancora più preziosa. Ci salutiamo dicendoci, pensando, che la mafia non ha vinto perché non ci ha tolto il sorriso e la possibilità di ricordare Emanuela nella sua gioia di vivere”.




















































13/07/17

La parata di spazzacamini a Giavera per le nozze di Jessica e Ivan, L’abbraccio tra ladro e derubato 36 anni dopo il furto

Non sono tanto melenso  , ma    certe  cose  mi commuovono  . E poi   questo  è un evento "  storico " particolare  ,  infdatti , si  tratta di un evento che non si ripeteva da quattro secoli: le nozze tra due colleghi spazzacamini


TREVISO. Volendolo raccontare come un romantico sogno di mezza estate, si potrebbe dire che mancavano solo Bert e Mary Poppins. Giavera, sabato scorso, si è fatta cornice di una riunione di spazzacamini degna di un film di Walt Disney. Cosa li ha fatti scendere dai tetti di tutta Italia per raggiungere la chiesa del piccolo Comune della Marca? Non è stata la tata più famosa del cinema a chiamarli a raccolta, ma un evento che non si ripeteva da quattro secoli: le nozze tra due colleghi spazzacamini. Chi sono? La sposa è Jessica Zanusso, una delle pochissime donne in Italia ad aver scelto questo antico mestiere, lui è il collega Ivan Paruzzolo. L’8 luglio, dopo 12 anni di fidanzamento e 4 di convivenza hanno detto il «sì» che ti lega per la vita. Accanto a loro una ciurma di invitati rigorosamente in abito nero. Uno sgarbo alla sposa? Macché, erano tutti in divisa d’ordinanza, da spazzacamino ovviamente





Un evento storico per la categoria: «L’ultimo matrimonio tra una coppia di spazzacamini è stato celebrato nel Settecento», spiega entusiasta Paolo Zanusso, papà della sposa oltre che presidente nazionale dell’associazione di categoria, l’assocosma. Ecco spiegata la riunione in divisa di gala e l’omaggio agli sposi con tanto di tube alzate. Anche Jessica, reinterpretando il bianco nuziale, ha sfoggiato un cappellino bianco che strizzava l’occhio al suo amato mestiere così antico, ereditato dal padre.






Per trovar notizia di un’unione tra spazzacamini bisogna riavvolgere la storia di quattro secoli, come testimoniano i documenti custoditi al museo di Santa Maria Maggiore, nella piemontese Val Vigezzo. «A settembre faremo una festa proprio al museo con tutti i colleghi per ufficializzare e tramandare l’evento», spiega papà Paolo. Le tube, il rombo delle motociclette (con tanto di giro degli sposi), gli scherzi e le risate sono stati i protagonisti di una giornata indimenticabile. E il viaggio di nozze? Niente balzi tra i camini londinesi, gli sposi hanno scelto una meta tradizionale. Si preparano a partire per qualche giorno in montagna, la luna di miele è rimandata a gennaio: Jessica e Ivan voleranno in Giamaica.




Treviso: ecco Jessica, la ragazza che spazza i camini Una volta tornati continueranno il loro lavoro, che ha reso famosa Jessica. Innamorata del lavoro del padre, otto anni fa si è iscritta ai corsi professionali per spazzacamino, che si tengono a Udine. Questo lavoro con la modernità si è fatto quasi scientifico, ma non ha certo perso la sua patina, pur nera, di romanticismo. Sui tetti di Londra infatti, insieme a Bert e Mary, per decenni hanno sognato, e continuano a sognare, milioni di bambini.



L’abbraccio tra ladro e derubato 36 anni dopo il furto

Il bassanese: «All’epoca gli avrei tirato un cazzotto, ora sono commosso dalle sue scuse. Il perdono è una cosa meravigliosa»

11/07/17

Ibrahim, 24 anni, morto di appendicite e di razzismo

ma in che 💀💣💥💥💩 di paese viviamo ?Questo  è l'unico commento che mi sento da fare leggendo storie come questa che riporto sotto . Va bene che dal punto di vista giudiziario : << Sulla vicenda il sindaco di Napoli Luigi de Magistris ha detto: “Bisogna accertare eventuali responsabilità sulla morte del 24enne ivoriano >> ma  dal punto  di vista etico  morale    tale  persone  e tali atteggiamenti     vanno condannati  .  Prima  di lasciarvi  alla storia   , anticipo   a chi mi dirà , tu che  avresti fatto ?   io  l'avrei porto  anche  a piedi   o  avrei ( non avendo patente  )  dato l'auto   dei  miei  per  poterlo all'ospedale  o  soccorso  se  fossi stato medico   . perché   una persona che   sta male      va soccorsa indipendentetemente  dala nazionalità  . 



Ibrahim, 24 anni, morto di appendicite e di razzismo





Marco si è sentito male domenica, mentre era con suo fratello e gli amici. Un ragazzo gentile di 24 anni che parlava cinque lingue, impegnato come volontario per tradurre le informazioni ai richiedenti asilo. Si lamentava per i forti dolori all’addome. I crampi che provoca l’appendicite quando si infiamma. È corso in ospedale, dove lo hanno subito dimesso. «Ma io sto malissimo, mi fa male la pancia!», ripeteva. Non gli hanno creduto.
Nelle ore successive i dolori aumentano. La sera, Marco non riesce più a stare in piedi. Suo fratello e i suoi amici lo portano alla farmacia di turno, quella di Piazza Garibaldi, a un passo dalla stazione centrale di Napoli. Il farmacista si rifiuta di aprire la porta. Vede il ragazzo contorcersi per il dolore. Lo pregano di chiamareun’ambulanza. Attendono per più di un’ora, mentre Marco è riverso a terra, ma l’ambulanza non arriva. I ragazzi corrono alla fermata dei taxi più vicina, quella di Piazza Mancini. Per accompagnare Marco in ospedale servono dieci euro per la corsa. «Eccoli!», dicono, ma il tassista si rifiuta di caricarli. «Per piacere, sta malissimo!». Niente da fare. I ragazzi sollevano Marco e lo scortano a un’altra farmacia. Il farmacista osserva il ragazzo e gli suggerisce di acquistare farmaci per quindici euro. Marco inghiotte i farmaci, torna a casa, vomita.
Suo fratello e i suoi amici tentano di nuovo di chiamare un’ambulanza, invano. Si rivolgono a Mauro, che è medico. Telefona anche lui: «Non possiamo mandare un’ambulanza per un ragazzo che vomita». «Ma sta male – li supplica Mauro – è urgente!». Ricostruisce i fatti parlando al telefono con i colleghi, spiega i sintomi. Marco rantola, ha quasi perso conoscenza. «Niente ambulanza, dovete portarlo a farsi visitare alla guardia medica. Nel caso, poi, l’ambulanza la chiamano loro». Suo fratello e gli amici lo prendono in spalla, corrono disperati verso Piazza Nazionale. Fermano una volante dei Carabinieri ma nemmeno quelli vogliono caricare Marco in macchina. Si rimettono a correre.
Quando arrivano a destinazione Marco non risponde più. I medici capiscono che bisogna chiamare un’ambulanza e operarlo al più presto, ma il più presto era prima.
Poco dopo l’arrivo in ospedale, Marco è morto.
È morto perché non si chiamava Marco ma Ibrahim Manneh e veniva dalla Costa D’Avorio, come l’abbiamo ribattezzata noi europei nel 1500, quando abbiamo razziato tutti gli elefanti della zona portandoli all’estinzione.

Ora   ad  alcuni di voi   potrà sembrare  un caso   ma  ciò  sta  succedendo    sempre  più spesso  ma per   questo    forse perchè  storie  lontane  dai media e dal clamore mediatico , si hanno scarse notizie .


Infatti -  sempre secondo il fatto quotidiano -La denuncia è partita dai suoi amici: gli attivisti dello sportello medico e legale gratuito dell’Ex Opg Occupato. Stamattina hanno convocato una conferenza stampa per denunciare questa incredibilestoria di razzismo, ingiustizia e malasanità. Non è la prima che denunciano: in un anno di attività ne hanno seguite tante.
Quella della ragazza shrilankese alla quale, dopo il parto, non consentivano di riconoscere sua figlia perché non aveva i documenti. «Se entro dieci giorni non riconosci il bambino che hai partorito, vieni denunciato per abbandono di minore». I documenti li aveva persi nell’incendio che aveva distrutto la casa. I Carabinieri non avevano accettato la denuncia di smarrimento perché la ragazza non aveva i documenti. «Ora la bimba ha otto mesi, si chiama Violetta».
Quelle delle decine di ragazzi bisognosi di cure mediche urgenti e intrappolati anche loro in un Comma 22: per ricevere cure urgenti servivano i documenti che arrivavano dopo mesi. «Abbiamo aperto un tavolo con la prefettura e abbiamo ottenuto una circolare ministeriale che chiarisce che non c’è bisogno dei documenti per essere curati».
Quella delle decine di minorenni soli che arrivano dalla Libia con i segni della tortura addosso: «Li legano, li gettano a terra, li percuotono sotto i piedi e sulle gambe con i bastoni chiodati fino a spaccargli le ossa. Un ragazzo che abbiamo appena visitato ha perso un occhio per una manganellata». Siccome sono ferite cicatrizzate, all’ospedale non vengono refertate, quando invece sarebbe necessario per ottenere asilo politico.
Quella di Chek, che rischiava di finire come Ibrahim. «Per mesi lo hanno ricoverato e dimesso senza fargli analisi. Solo grazie al nostro intervento e dopo molte insistenze hanno acconsentito a fargli un emocromo e una elettroforesi dell’emoglobina che ha confermato il nostro sospetto: Chek ha un’anemia falciforme omozigote. Adesso sarà seguito da un centro specialistico e curato in modo adeguato ma se fosse morto, chi avrebbe spiegato perché ai suoi genitori? Chi spiega il perché per i tanti figli che muoiono attraversando deserti e mari?».



L’ambulatorio popolare dell’Ex Opg va avanti grazie a una rete di medici volontari. «Molti di loro non hanno alcuna appartenenza politica», spiega Mauro Romualdo, che voleva partire come medico volontario per l’Africa ma poi l’Africa l’ha trovata a Napoli. Ci sono specialisti di medicina generale, il ginecologo Enrico che lavora in una struttura convenzionata, l’ortopedico Francesco detto Ciccio, un primario in pensione, una pneumologa, una psichiatra del Policlinico, specializzandi in Infettologia, medicina interna legale, infermieri e psichiatri allo sportello di ascolto e sostegno psicologico. L’ambulatorio si è costituito grazie alle donazioni, come i due ecografi arrivati da un ginecologo in pensione. «Sono tante le gravidanze che abbiamo seguito. Da poco è nato Denis, il figlio di una ragazza cinese. «Non parlava italiano, ci capivamo traducendo sul telefono». Per questo, all’Ex Opg ci sono anche i corsi gratuiti di italiano. «Vengono a farsi visitare anche tanti abitanti del quartiere e delle altre zone di Napoli. Un napoletano che non sapeva leggere e scrivere sta imparando qui». Il controllo popolare della salute, lo chiamano.
Garantire le cure mediche ma anche l’istruzione, l’assistenza legale contro lo sfruttamento e il lavoro nero, il doposcuola, l’asilo, perché le cure non sono solo le medicine, cura è prendersi cura, capire i bisogni, ascoltare. Per salvare Ibrahim sarebbe bastato ascoltarlo e invece è morto di razzismo: un male incurabile, sebbene la ricerca stia facendo passi avanti e passi indietro. Passi indietro a Chioggia, passi avanti a Napoli, all’Ex Opg, dove si aiutano gli immigrati a casa loro, cioè qui.


Strano  che il minisro  la ministra  della  sanità  e  della salute    non  manda  ,  forse  per  evitare  di perdere lettori  malpancisti   e    filo salvinisti  che stanno avendo sempre  più 😈😕😌 seguaci    fra  la  gente  ,  gli ispettori ne   nelle  farmacie  nè  nel primo ospedale  . Però scometto   che   come tutti   i geniali dilettaqti  in selvaggia parata    saranno presenti  al  funerali  . 





03/07/17

un ricordo di paolo villaggio ( ragionier fantozzi ) oltre fracchia e fantozzi

Sia sui social che in rete molti ricordranno e celebrerano paolo villaggio solo ricordando fantozzi e fracchia ovvero  le  sue maschere  più note  ed i suoi ruoli principali .




IO invece preferisco ricordarlo cosi con questo ruolo da non " sfigato " ma allo stesso tempo fustigatore delle nostre misetrie e dei nostri vizi . in cui egli non subisce ma è attivo fortunato 


Ovvero con il finale del film a tu pert tu del 1984 di Sergio Corbucci, interpretato da Johnny Dorelli e Paolo Villaggio uno dei pochi film con paolo volaggio dal finale eccellente 
Ma  come   ami  fantozzi  , lo  hi citato più volte    in  questo blog  . ?  Certo   fa  parte dela mia infanzia  e certe  situazioni  sono  ancora  attuali  e  descrivono   l'italiano medfio  . Ma  allo  stesso tempo  ,  ed   qui  sta  il mio il mio rapporto d'amore  ed  odio  Nel libro di Paul Ginsborg, "Storia d'Italia dal dopoguerra ad oggi", il Fantozzi di Paolo Villaggio entra nella storia di questa nazione, riconoscendogli una valenza sociale enorme.L'italiano, invece di affrancarsi da una condizione poco edificante rappresentata magnificamente per vizi e pochissime virtù, si è talmente piaciuto in Fantozzi da elevarlo a modello di riferimento, piuttosto che cercare un riscatto di sé, si è crogiolato e glorificato in esso, come un trionfo della mediocrità.
non ho  altro   da  dire  il resto  è  fuffa e  bla ... blla  ....    se  non che i  film di    paolo vilaggio  in  particolare   le  figure  di fraccjoa e  fantozzi    hanno  attraversato nel bene (  risate  , ecc )   e   nel male   (  vedi   polemiche e  provocazioni    con battute  fatte  a .....   male    che  generano fraintendimenti  sotto    fatte per avere  un po'  d'attenzione     da  parte  dei  mediae)





  da  http://www.ilgiornale.it    del  31/08/2012 di    Nico Di Giuseppe
Paolo Villaggio sulle paraolimpiadi di Londra: "Una esaltazione delle disgrazie"
Fantozzi non usa mezzi termini: "Le Paralimpiadi di Londra sembrano una specie di riconoscenza o esaltazione della disgrazia, fanno tristezza"


"Le Paralimpiadi di Londra fanno molta tristezza, non sono entusiasmanti, sono la rappresentazione di alcune disgrazie e non si dovrebbero fare perché sembra una specie di riconoscenza o di esaltazione della disgrazia".




Non usa mezzi termini Paolo Villaggio per definire la manifestazione sportiva di Londra. Nel corso del programma La Zanzara su Radio24, Fantozzi rincara la dose: "Non fa ridere una partita di pallacanestro di gente seduta in sedia a rotelle, io non le guardo, fa tristezza vedere gente che si trascina sulla sedia con arti artificiali. Mi sembra un po' fastidioso, non è divertente".
Secondo l'attore italiano, "ce n’è una, cieca, che fa i 200 metri in pista. Dicevano che si allena con due persone a fianco che le dicono dove andare. Tanto vale allora correre con il bastone. La mia non è crudeltà ma è crudele esaltare una finta pietà. Questo è ipocrita. Sembrano Olimpiadi organizzate da De Amicis con dei "personaggini"".
Le parole di Villaggio hanno scatenato la reazione di Luca Pancalli, presidente del Comitato italiano paralimpico. "Le parole di Villaggio si commentano da sole. Prima di parlare in questi termini dovrebbe farsi un giro a Londra, stringere le mani di questi atleti che con le loro storie hanno molto più da insegnare di quanto non faccia lui", ha commentato Pancalli.
Che poi ha aggiunto: "A me fa tristezza ascoltare le sue parole. Lui non guarda le Paralimpiadi? Ce ne faremo una ragione. Siamo in un Paese libero e lui può dire quello che vuole, ma le sue parole sono offensive nei confronti delle persone che fanno e vivono lo sport".


  un trentennio dela mia  vita    



24/06/17

c'è chi accellerà nello studio per emigrare all'estero c'è chi resta e ripopola antici borghi abbandonati

23 giugno 2017 il messagero venento



Sara brucia le tappe: affronta la Maturità dopo aver superato due anni in uno
Udine: mentre frequentava il quarto anno del liceo delle scienze umane all’Isis Percoto ha deciso di sfruttare l’abbreviazione per merito, una possibilità che il ministero riserva a quei ragazzi che hanno la media dell’otto in ciascuna delle materie di studio


Nel riquadro, Giulia Haruni assieme alla sorella Sara, studentessa del liceo Percoto, indirizzo scienze umane. E alcuni ragazzi impegnati nella prova


di Michela Zanutto


UDINE.
Due anni in uno, anche grazie a una memoria di ferro.
Sara Haruni mentre frequentava il quarto anno del liceo delle scienze umane all’Isis Percoto ha deciso di sfruttare l’abbreviazione per merito, una possibilità che il Ministero riserva a quei ragazzi che hanno la media dell’otto in ciascuna delle materie di studio.
Esattamente come, ormai quasi 80 anni fa, fece Pier Paolo Pasolini. Ma Sara ha trovato l’ispirazione in Albert Einstein che è diventato anche il fulcro della sua tesina d’esame.
L’insegnante di filosofia Annalisa Filipponi, quasi per caso, durante l’anno le consegna un libricino di 80 pagine, «Il mondo come lo vedo io» di Albert Einstein: «Non parlava di fisica o la relatività o quanti, ma di come Einstein vedeva la pedagogia, i metodi di studio – racconta Sara – e anche la sua concezione della guerra e della crisi, la reazione allo sgancio dell’atomica.
Mi ha colpita molto soprattutto la visione della crisi ed è nelle sue parole che ho trovato la forza per andare avanti. Einstein credeva che il momento della crisi fosse il più bello perché è quello in cui nascono i progressi. Mi sono ispirata a queste parole per rendere la mia vita migliore».
A dicembre dello scorso anno in classe è stata letta la circolare ministeriale che apriva la possibilità dell’abbreviazione per merito.
«Inizialmente tutti abbiamo creduto fosse una pazzia – ricorda Sara –. Ma ripensandoci mi sono detta, perché non provarci. I requisiti prevedevano la media dell’otto in tutte le materie e io ce l’avevo. Non c’erano esami integrativi, ma tutto il programma di quinta l’avrei dovuto preparare per conto mio».
E così Sara si è buttata. «Nel pomeriggio, più o meno fino all’ora di cena studiavo per la quarta e poi prendevo in mano i libri dell’ultimo anno – dice –. Nessuno ha mai valutato la quinta durante l’anno, ho fatto due simulazioni d’esame ma non potevano fare media nemmeno quelle.
Sinceramente non so nemmeno io come ho fatto, l’unica cosa brutta è che la circolare è uscita tardi, perciò ho dovuto recuperare i mesi da settembre a dicembre. Ho preferito iscrivermi, anche se non avevo la certezza di farcela, ma era meglio provarci piuttosto che rimpiangere».
Quello appena concluso è stato per Sara un semestre interamente dedicato allo studio. Perché, oltre all’impegno per superare brillantemente il quarto e il quinto anno, c’era anche la certificazione d’inglese, «una decisione presa prima del tuffo nell’abbreviazione», sottolinea.
«Se è stata dura? Diciamo che non mi è pesato molto perchè ho una memoria piuttosto forte – rivela –: mi basta leggere una volta e ripetere e poi è tutto fissato. È una fortuna.
Ma ci sono stati periodi terribili. Le vacanze di aprile mi hanno aiutata perché mi hanno consentito non solo di arrivare alla pari con il programma di quinta, ma di superare i miei compagni, che poi mi hanno ripresa».
Ad aiutarla in questo percorso è stata anche la sorella Giulia, che ha 21 anni e studia psicologia all’università: «Abbiamo un rapporto stupendo – riconosce Sara –. Ci siamo aiutate e motivate a vicenda in questo studio.
A un certo punto i miei genitori erano preoccupati perché avevano paura che questo grande impegno stesse facendo male alla mia salute. C’è stato un insieme di cose che li ha spaventati, ma il fatto di vedermi felice e tranquilla poi li ha rasserenati. Io non ho preso quest’avventura come un obbligo, ma la sto vivendo con serenità».
Dopo la fatica dei primi due scritti, «le tracce purtroppo erano molto simili fra loro», lunedì sarà il momento della Terza prova che però non spaventa Sara: «Sono abbastanza tranquilla – ammette –. I primi di luglio ci sarà l’orale e poi per tutto il mese non voglio toccare un libro. Ma già ad agosto mi rimetterò sotto in vista delle prove d’accesso all’università. Non so ancora cosa scegliere, ma di sicuro sarà una bella avventura».
Oggi, guardandosi indietro, Sara vuole ringraziare chi le è stato accanto (mamma Tale e papà Fatmir, oltre alla sorella Giulia e le amiche, i compagni e gli insegnanti sia di quarta sia di quinta «che mi hanno sempre sostenuta»).






Il “sì” di Francesca e Mirko a Portis vecchio, il borgo disabitato dal ’76

Nella frazione di Venzone i volontari hanno rifatto il perimetro della chiesa distrutta dal sisma. Sabato 24 giugno, alle 16.30, le nozze: «I nostri genitori ci hanno trasmesso l’amore per questo luogo»  di Giacomina Pellizzari

legi anche  Portis vecchio "rinasce" grazie a un gruppo di volontari




VENZONE. Un «sì» detto a Portis vecchio tra i ruderi della chiesa di San Rocco riportati alla luce da un gruppo di volontari, sabato 24 giugno, alle 16,30, farà risplendere l’anima del luogo disabitato da 41 anni. A Portis vecchio non vive più nessuno dalla sera del 6 maggio 1976, quando il terremoto distrusse il Friuli.La frazione di Venzone è stata ricostruita altrove, al riparo dalla frana, ma il cuore della gente è rimasto tra queste case il cui destino sembrava irrimediabilmente segnato dalle croci di Sant’Andrea. Le lesioni che decretano le demolizioni.
















Sembrava, è proprio il caso di dirlo, perché gli abitanti idealmente non hanno mai smesso di vivere lì e ora che Francesca Gollino e Mirko Fadi, 30 e 33 anni, entrambi di Venzone, si apprestano a giurarsi amore eterno nel paese che conoscono attraverso i racconti dei genitori, Portis vecchio riprende a vivere veramente.
Questa storia racconta come, dopo una catastrofe naturale, la gente cerca le sue radici tra le macerie. Tutto è iniziato nel 2012 quando gli Amis di Sant Roc (38 persone guidate dal sacerdote della parrocchia di San Bartolomeo, monsignor Roberto Bertossi) memori della fanciullezza trascorsa seguendo l’andamento delle piene del Tagliamento, hanno deciso di rimuovere le macerie depositate, dopo il sisma, nella strete dal’âghe, la scalinata che conduce al piccolo porto fluviale in cui fino all’Ottocento il legname tagliato in Carnia e diretto all’arsenale di Venezia veniva scaricato dalle zattere e caricato sui carri.
Da qui il toponimo Portis. Il riecheggiare dei racconti dove il tempo sembrava essersi fermato (nell’edificio riadattato a deposito la pagina del calendario indica maggio 1976), ha spronato i volontari a recuperare il sedime della chiesa quattrocentesca di San Rocco. «Tutti noi ricordiamo – si legge nel libricino redatto dagli Amis di Sant Roc – i racconti dei nostri avi che si riunivano di fronte al clapon a pregare perché le acque si ritirassero e restituissero sani e salvi i naufraghi».
Nell’Ottocento arrivò anche la ferrovia e per far spazio ai binari venne modificata la pianta della chiesa. Seppur rimpicciolita, quella stessa chiesa continuò a vigilare sul promontorio quasi fosse un faro.
Il terremoto non la risparmiò, venne demolita assieme a molte case. La frana costrinse i circa 200 residenti a rifare Portis altrove, ma quasi fosse un’inconsapevole presagio qualcuno riferendosi al trasloco obbligato scrisse: “Portis deve rinascere qui”. Non poteva immaginare che a 41 anni di distanza quella sorta di promessa sarebbe stata mantenuta.
In una mattina di novembre di cinque anni fa, i 38 volontari iniziarono a disboscare le aree dalla vegetazione che a oltre tre decenni dal terremoto aveva invaso l’area della chiesa e la piazza del paese.
A marzo dell’anno successivo vennero rimosse le macerie per liberare la scalinata verso il fiume e recuperate le pietre riutilizzate per rifare i muri di contenimento e il sedime della chiesa di San Rocco. Fu un lavoro duro e minuzioso, frutto della determinazione di chi non poteva sfuggire ai racconti ascoltati chissà quante volte da bambino.
Ogni estate il gruppo dei volontari aggiungeva un tassello: dalla celebrazione della Santa Messa all’inaugurazione della chiesa che la presenza della ferrovia impedisce di ricostruire. Ora qui si celebra la Via Crucis, si commemorano le vittime del terremoto e si organizzano concerti.
I volontari, con la collaborazione della Pro loco, hanno rifatto l’aula della chiesa, installato l’altare sul pavimento in seminato veneziano, recuperato le campane per sistemarle poi su un’intelaiatura in ferro che ricorda il campanile a vela. Tutto questo mentre negli orti le semine proseguono e le rose continuavano a sbocciare.
A Portis vecchio la vita non si è mai lasciata sopraffare dalla morte. Facendo tesoro della storia, la comunità e il sindaco, Fabio Di Bernardo, hanno proiettato Portis vecchio nel futuro trasformandolo in un laboratorio a cielo aperto dove gli studiosi dell’università di Udine e la Protezione civile mettono in sicurezza gli edificio.
Quello che è stato risparmiato dal terremoto non si tocca e la viabilità interna è parte integrante della ciclabile Alpe Adria. Recentemente il Comune ha investito 100 mila euro nell’asfaltatura della strada principale. Non si faceva da 41 anni.
Pure questo è un segno di rinascita che mantiene legati Francesca e Mirko a questo luogo. «I miei genitori sono originari di Portis vecchio, se ne sono andati assieme agli altri abitanti dopo il terremoto. Tutti hanno mantenuto un forte attaccamento con il paese e trasmesso ai figli l’amore per questo luogo», racconta Francesca non senza aggiungere: «Oggi è un paese abbandonato, ma in futuro Portis vecchio potrebbe diventare un museo a cielo aperto».
E in quel museo non mancheranno gli oggetti descritti nei tanti aneddoti sui vissuti nell’osteria gestita dai suoi nonni. Anche Mirko va alla ricerca delle sue radici a Portis vecchio: «Fa parte del mio vissuto – rivela –, non posso dimenticarlo».
E allora che la festa abbia inizio con i 100 invitati, gli Amis di Sant Roc e tutti coloro che hanno un legame con Portis vecchio. L’unico inconveniente potrebbe essere rappresentato da un possibile temporale estivo. Francesca alza gli occhi al cielo e scongiura l’arrivo delle nuvole.

12/06/17

la realtà a volte è una favola la storia Marisa Leonzio, la bambina di Hollywood ed il suo ponte ., Dopo 36 anni riceve le scuse per il furto la storia di Lorenzo Alberton

per chi dice che   :  le favole non esistono ed i sogni non si realizzino,   che    il carcere     non educa  e  chi  esce  dal carcere continuare a delinquere le ecco due storie .

per  chi acvesse  dubbi  trova  qui  sotto    oppure  qui direttamente dall'archivio dell'istituto luce il vido dell'evento

video





Il ponte e la favola bella: Marisa Leonzio, la bambina di Hollywood, oggi fa la nonnaLei aveva solo 9 anni e ogni giorno percorreva chilometri a piedi per andare a scuola. Chiese alla Befana di avere un aiutino. La sua lettera fece il giro del mondo e un produttore americano esaudì il suo sogno. Ma il viaggio tra i divi non l’ha cambiata

Marisa Leonzio attraversa il ponte sul Chioma al taglio del nastro: è il 1958

Una storia che sembra un film: la piccola Marisa da Nibbiaia, frazione di Rosignano Marittimo, catapultata nel magico mondo di Hollywood accanto a star come William Holden (protagonista di “Sabrina” a fianco di Audrey Hepburn e Humphrey Bogart). Diva lei stessa, immortalata su quel ponte da favola. Ma la piccola Marisa non perderà mai di vista la vita vera. Come ci racconta...
Sessantanove anni ma non li dimostra, nata da una famiglia di contadini a Gorgo, località sperduta nelle campagne di Nibbiaia, oggi è residente a Collesalvetti, sposata, due figli e cinque nipoti. Lei si chiama Marisa Leonzio ed è un po’diversa dalle donne della sua età perché ha un passato favoloso, anzi la sua storia è davvero una favola. Tutto cominciò esattamente 60 anni fa quando di anni ne aveva solo 9. Nell’anno scolastico 1957-1958 frequentava la quarta elementare a Nibbiaia e la sua maestra era la signorina Rossana Cecconi diplomatasi da poco.
La "bambina del ponte" è diventata nonnaLa storia di quando Hollywood esaudì un suo desiderio, espresso in un tema a scuola, resta solo un bel ricordo. Aveva 9 anni e fu invitata negli Stati Uniti, alla Casa Bianca, al Quirinale e in televisione. Ora, nonna felice, racconta questa storia alle nipotine come fosse una fiaba
La piccola Marisa in braccio all'attore William Holden
In quel dicembre del 1957 la maestra dette agli alunni il compito di descrivere quali doni desideravano per le feste natalizie. Molti ragazzi scrissero che la loro aspirazione era di ottenere un trenino o un fucile, mentre per le ragazze l’oggetto del desiderio era in genere una bambola. Bisogna dire che Marisa, abitando in campagna a tre chilometri dalla scuola, ogni mattina doveva anche attraversare quasi a guado il torrente Chioma. E allora nella sua letterina alla Befana scrisse che il dono per lei più bello sarebbe stato un ponte su quel torrente in modo che il suo viaggio giornaliero fosse un po’più agevole.
L’allora direttore del Circolo didattico del comune di Rosignano prof. Benincasa, colpito dall’originalità di quel desiderio, pubblicò la lettera alla Befana sul giornalino scolastico “Sei Rose” da lui creato. Subito dopo sulle cronache locali uscirono articoli che riprendevano integralmente ciò che aveva scritto Marisa.
La notizia rimbalzò poi sulle pagine di alcuni quotidiani nazionali e dopo qualche giorno la favola della bambina di Gorgo ebbe inizio. Un grosso dirigente della casa cinematografica americana Columbia, che stava per lanciare nel mondo il film “Il ponte sul fiume Kwai” con Alec Guinness e William Holden, per la regia di David Lean, chiese il permesso al comune di Rosignano di costruire un ponte sul torrente Chioma identico a quello del film per regalarlo a Marisa Leonzio.
In tempo di record il ponte in legno lungo 16 metri e largo 5 fu realizzato e, il 19 gennaio 1958, quel fantastico dono fu ufficialmente “consegnato” all’alunna di Gorgo. Alla cerimonia erano presenti il prof. Demiro Marchi sindaco di Rosignano con la fascia tricolore, il provveditore agli studi della provincia di Livorno, alcuni dirigenti della Columbia, una quantità di giornalisti dei quotidiani nazionali e quasi tutti gli abitanti di Nibbiaia. Ancora oggi Marisa ricorda che mentre attraversava il ponte molti di loro piangevano e lei a quel tempo non riuscì a comprendere perché. «Solo qualche anno dopo – dice – ho capito il significato di quelle lacrime».

Il ponte sul Chioma in costruzione


Fu comunque una festa meravigliosa che scintillava negli occhi stupefatti e anche un po’increduli della piccola Marisa bersagliata dai flash e dalle domande. Quel ponte era destinato a segnare una svolta radicale nella vita di quella bambina. Lei, cresciuta in modo semplice nella campagna di Gorgo fra le galline che razzolavano nell’aia e i buoi che tiravano l’aratro nei campi, venne catapultata in un mondo che non era il suo. Infatti dopo l’inaugurazione Marisa fu ricevuta al Quirinale da donna Carla, moglie di Giovanni Gronchi a quel tempo presidente della Repubblica. Lei si presentò con due regali: il giornalino scolastico “Sei Rose” dove era pubblica la sua lettera alla Befana e un mazzo di sei rose che sono il simbolo del comune di Rosignano Marittimo.

Marisa ospite a "Lascia o raddoppia" con Mike Bongiorno

Il 2 febbraio del 1958 Marisa conquistò addirittura la pagina della copertina della Domenica del Corriere che in un grande disegno a colori la rappresentava mentre attraversava il ponte seguita dalla banda musicale. Anche i giornali americani pubblicarono foto e articoli della vicenda di “Marisa del ponte” . Una vicenda che a questo punto divenne ancora più favolosa perché l’Associazione Americana Scambi Studenteschi Internazionali con sede a Washington, la cui presidentessa onoraria era Mamy Eisenhower, consorte del presidente degli Stati Uniti, la invitò per una visita di dieci giorni in quel Paese.

La copertina della Domenica del Corriere
(2 febbraio 1958) dedicata alla "bambina del ponte"

Marisa Leonzio con suo padre Alberto il 19 marzo partirono da Roma alla volta di New York. Il viaggio di andata e ritorno fu offerto dall’Alitalia. Con loro era un interprete messo a disposizione dalla Columbia che li avrebbe accompagnati durante tutta l’avventura americana. Su quell’aereo salì anche l’attore William Holden che prese posto accanto a Marisa e che scese a Parigi dove aveva impegni di lavoro. Lei racconta che durante il viaggio lui fu molto gentile e le regalò perfino un mazzolino di violette.
Poi ci fu il gran salto Parigi-New York e Marisa arrivò nella Grande Mela dove rimase 5 giorni. Fu sottoposta a una lunga serie di interviste televisive, filmati, foto... La portarono sull’Empire State Building, a quel tempo il più alto grattacielo della città, e in cima alla Statua della Libertà. Partecipò poi alla prima del film in uno dei più famosi cinema della metropoli. Gli altri cinque giorni di questa straordinaria vacanza li trascorse a Washington dove fu accolta alla Casa Bianca dalla nuora di Eisenhower. Poi fu ospite dell’allora vicepresidente Nixon che aveva due figlie quasi coetanee dell’alunna di Nibbiaia e finalmente ebbe occasione di trascorrere qualche giorno divertendosi molto a giocare con loro.

Ricorda che nel giardino di casa Nixon faceva le pallate di neve con le due nuove amichette. Un giorno la portarono in giro per negozi di giocattoli e le regalarono due bambole. I Leonzio, padre e figlia, rientrarono in Italia il 19 marzo ma la favola di Marisa non era finita. Fu invitata a Milano alla prima nazionale del film e poi fu ospite nella trasmissione di Mike Bongiorno “Lascia o raddoppia” e qualche giorno dopo in quella dello “Zecchino d’oro” condotta dal Mago Zurlì Cino Tortorella.

Marisa Leonzio con il marito in un'immagine recente

La favola si concluse in bellezza perché la Croce Rossa Italiana comunicò ufficialmente che dopo le elementari avrebbe completamente mantenuto agli studi Marisa fino alla maturità. Un anno dopo i Leonzio si trasferirono da Gorgo al Castellaccio vicino a Montenero. Marisa frequentò le medie all’Istituto Santo Spirito di Livorno. Poi scelse le magistrali e allora, sempre a spese della Croce Rossa, entrò in collegio all’Istituto Sacro Cuore di Cecina, dove si diplomò maestra.
Qualche anno dopo si fidanzò e poi sposò Angelo Antonio Olivola che era un dipendente della CMF di Guasticce e si trasferì quindi a Collesalvetti. Nel 1988 Marisa partecipò alla trasmissione televisiva “Trent’anni della nostra storia” condotta da Paolo Fraiese su Raiuno ed ebbe modo di raccontare la sua straordinaria vicenda. Nel 1997 il Comune di Rosignano la festeggiò in una manifestazione al Castello Pasquini di Castiglioncello durante la quale le fu consegnata una targa. I suoi due figli Andrea e Davide le hanno regalato cinque nipoti: Benedetta, Edoardo e Filippo il primo, Alberto e Alice il secondo.
Oggi Marisa Leonzio fa la nonna a tempo pieno ed è felicissima di questo suo ruolo. Dice che quando racconta ai nipoti la sua storia, quasi non le credono e allora lei gliela racconta come se fosse davvero una favola. Il ponte sul torrente Chioma non esiste più. Sono rimasti soltanto i 4 pali piantati in terra che lo sostenevano ma la favola che nacque da quel ponte forse non sarà mai dimenticata.

Dopo 36 anni riceve le scuse per il furto  


Lorenzo Alberton, di Cassola, si è visto recapitare una lettera e un assegno provenienti dal Bellunese: «Vorrei conoscerlo»

BELLUNO.
 Ne è passata di acqua sotto il ponte di Bassano da quando, quel marzo di tanti anni fa, Lorenzo Alberton si trovò il finestrino dell’auto rotto e l’autoradio sparita. Se ne era quasi dimenticato, preso dalla vita che va avanti, dal lavoro, dalla passione per il canto. Qualcuno, però, ha continuato a pensare a quel gesto. E, dopo 36 anni, ha deciso di porvi rimedio con una lettera di scuse e un assegno di 100 euro.
Parte da Belluno la raccomandata con ricevuta di ritorno che lascia a bocca aperta il signor Alberton, residente a Cassola, nel vicentino. Porta la data del 25 maggio di quest’anno ma racconta una storia risalente al 1981. «Scrivo la presente in merito al furto dell’autoradio posta all’interno dell’autovettura di sua proprietà» si legge nella missiva «avvenuto a Bassano del Grappa, episodio per il quale sono stato prima arrestato, poi condannato alla pena di mesi tre di reclusione e al pagamento di lire 30 mila di multa, oltre al pagamento delle spese processuali».
«Quel giorno ero andato a trovare mia moglie, che aveva avuto la mia seconda figlia» ricorda Alberton «e poi ho parcheggiato l’auto sul ponte degli alpini. All’epoca si poteva fare. Dopo un po’ ho sentito dei colpi: qualcuno aveva rotto il vetro dell’auto e aveva portato via l’autoradio». La vittima del furto non poteva immaginare che 36 anni dopo il destino gli avrebbe fatto ricordare quei momenti grazie al postino che gli ha recapitato una lettera firmata con nome e cognome.
«Da anni vivo e lavoro regolarmente nel Bellunese ed ho deciso di intraprendere un percorso di riabilitazione» spiega l’autore della lettera, «vorrei pertanto scusarmi per la condotta posta in essere all’epoca dei fatti e sono pronto, quale piccola azione riparatoria, a corrispondere una somma pari ad euro 100».
«Ricevere questa lettera è stata una grande sorpresa» spiega Alberton «non ho mai incontrato questo signore prima e di certo non mi aspettavo di ricevere una sua comunicazione». Tanto è stato lo stupore, e anche la gioia per essere stati destinatari di un gesto così raro, che ha deciso di raccontare la sua storia in televisione, a Rete Veneta. E grazie al Corriere delle Alpi spera di incontrare di persona l’autore del gesto.
«Per il momento non ho intenzione di spendere quei soldi»  -- aggiunge Alberton  -- «li vorrei usare per brindare, insieme a lui, a questa vicenda. Mi trovo spesso a passare per il Bellunese e mi piacerebbe incontrarlo per farmi raccontare come ha maturato questa idea, qual è la sua storia. Un atto così non è comune ed è da ammirare»

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