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20/03/17

la storia di Veronica Puggiioni dalla depressione al canto


da l'unione sarda  CRONACA » CAGLIARI 20\3\2017  12:21 - ultimo aggiornamento alle 12:53

"Io, miracolata da padre Puggioni": la storia di Veronica, dalla depressione al canto


Veronica Pisano
Diventare una cantante era il suo sogno più grande: "Fin da piccola - racconta Veronica Pisano, cagliaritana - ogni occasione in cui stavo con la mia famiglia era contornata da momenti di canto, fino a quando tutti i miei sogni si sono infranti".A "salvarla" da una depressione profonda è stato un "miracolo", come lo definisce, da parte di padre Giovanni Puggioni."I miei genitori si sono separati, e questo ha determinato il tracollo economico e affettivo della famiglia. Sono passata da una situazione agiata a una di povertà e sono caduta in uno stato di solitudine e sconforto".Tra i suoi ricordi di fine anni Novanta, l'immagine di sua madre "distrutta dal dolore e dalla disperazione nell'impossibilità di provvedere al sostentamento mio e della mia sorellina"; pensieri cupi, "non riuscivo a vedere il mio futuro", accompagnavano Veronica ed era sopraggiunta "una brutta depressione, per cui credevo che la soluzione migliore fosse fuggire da questo mondo".
Poi qualcosa è cambiato, "mi sono guardata intorno e mi sono resa conto che tante persone avevano più bisogno rispetto a me, e ho iniziato a frequentare l'associazione onlus Operazione Africa di padre Giovanni Puggioni".
Veronica ha riscoperto così "l'impegno e la forza di vivere aiutando il prossimo. Padre Giovanni è stato capace di leggermi nel cuore, spalancando una finestra sulla mia vita futura, profetizzando la mia carriera di cantante".
A vent'anni Veronica ha cominciato a studiare canto e la "profezia" del sacerdote si avvera nel 2014 "con l'incontro con il chitarrista e compositore Maurizio Gastaldi".
"Voglio raccontare questa mia esperienza per tutte le persone che si sentono sole e vittime dello sconforto - spiega Veronica - La vita, anche se a volte è ingiusta e ingrata, merita di essere vissuta perché il futuro ci riserva cose bellissime".


Veronica Pisano: "Volevo dire addio, Padre Puggioni mi ha salvato"

La bravissima cantante sarda Veronica Pisano racconta su Cagliari Online la sua storia più sofferta: "Nel 1997 per problemi familiari, senza soldi nè amici, pensai di buttarmi dalla finestra:Padre Puggioni con una profezia mi salvò: mi disse che sarei diventata una cantante. Vorrei dire a tutti i giovani che in questo momento si trovano nel buio e soli, di avere pazienza, che tutto arriva prima o poi, anche la felicità"

Autore: Redazione Casteddu Online il 13/03/2017 16:22 
Veronica Pisano: "Volevo dire addio, Padre Puggioni mi ha salvato"
Nel 1997 si separarono i miei genitori, morirono i miei nonni paterni e mia madre perse il lavoro. All' inizio non mi rendevo conto, ma ero sempre più triste. Solo la musica e la speranza che sarei diventata una cantante mi consolava. A 19 anni in preda alla disperazione pensai di buttarmi giù dalla finestra; non avevo amici, ne soldi, ne più una famiglia unita. Mi sentivo sola e in preda alla disperazione.L' anno successivo , nel 1999 conobbi Padre Giovanni Puggioni, che mi raccontò i miei pensieri cattivi, nonostante non gliene avessi mai parlato,mi predisse il futuro ,dicendomi che sarei diventata una cantante, avrei inciso dei dischi e avrei imparato e cantato in un' altra lingua. Dopo quel colloquio andai via felice e iniziai a studiare francese e spagnolo. Ma niente, più passavano gli anni e più perdevo la speranza. Nel frattempo studiavo canto. Nel 2011 mi sono iscritta alla Scuola Civica di Musica di Cagliari in Canto Moderno, nello stesso anno ho conosciuto Maurizio Gastaldi (chitarrista e compositore ), improvvisamente è nata in me la voglia di ascoltare musica sarda. Nel 2014 nasce la nostra collaborazione fino ad oggi, con due album in attivo e un singolo. Se Padre Giovanni Puggioni quel giorno non mi avesse consolato a quest' ora non sarei qui a raccontarlo. Vorrei dire a tutti i giovani che in questo momento si trovano nel buio e soli, di avere pazienza, che tutto arriva prima o poi, anche la felicità. 













merita di essere vissuta perché il futuro ci riserva cose bellissime".

13/02/17

L’incredibile parabola di Luca Mechini: padre esponente del Pci, madre intellettuale nel 1989 la famiglia inizia un declino che le fa perdere tutto. Ma non la dignità





L’incredibile parabola di  Luca Mechini: padre esponente del Pci, madre intellettuale nel 1989 la famiglia inizia un declino che le fa perdere tutto. Ma non la dignità

 di Francesca Ferri






Luca Mechini, 58 anni

GROSSETO. Budapest, 4 novembre 1966. Una Peugeot sfreccia per le strade. Sul sedile posteriore un bambino italiano di 8 anni sta andando alla scuola francese accompagnato dal suo autista. «Luca, ci sono brutte notizie dalla tua Firenze. C’è stata un’alluvione», gli dice l’uomo.
Grosseto, 4 novembre 2016. Su una panchina del binario 1 della stazione un uomo cerca di prendere sonno, la schiena trafitta dalla seduta di metallo, la testa appoggiata a un fagotto con le sue cose. I treni gli passano accanto e si allontanano, e così i passeggeri, giornale sotto il braccio che titola: «Alluvione, il giorno del ricordo».
I ricordi, per Luca Mechini, 58 anni, hanno un prima e un dopo, segnato più o meno alla metà di questo cinquantennio: 9 novembre 1989. La sua storia è un groviglio con la Storia e con l’evento che ne ha cambiato le sorti nel secondo Novecento: la caduta del muro di Berlino. Per Luca ogni martellata, ogni pezzo di cemento frantumato è un pezzo che cade della sua agiata quotidianità fatta di relazioni internazionali, incontri con capi di Stato e artisti, viaggi in mezzo mondo, una mezza dozzina di lingue parlate, musica rock. Dietro la curva a gomito della Storia lo aspetta un’altra vita, fatta di ristrettezze economiche, notti in strada, dormitori per senzatetto. Ma accanto a sé, inseparabili amiche, la dignità e una cultura che inaspettata in quello che, incrociato alla stazione, chiameresti «barbone». Perché in fondo Luca un barbone non lo è.
Gli anni ’60 a Budapest. Luca è originario di una famiglia fiorentina benestante, conosciuta e apprezzata. Il padre, Rodolfo Mechini, dopo una rapida carriera in via delle Botteghe Oscure, nel 1964 diventa presidente della Federazione mondiale della Gioventù democratica, considerata l’erede della Gioventù Comunista Internazionale.


Una veduta di Budapest



La Federazione ha sede a Budapest ed è qui che nel 1964 la famiglia Mechini, Rodolfo, la moglie Fiorenza Orlandini, e il piccolo Luca, si trasferisce. La famiglia vive nell’agiatezza e in una rete di relazioni sociali di altissimo livello. «Non era una questione di soldi ma avevamo tutto, tutto ci era fornito dai governi», racconta in un italiano che durante l’intervista si rivelerà di una rara ricchezza lessicale, maglione chiaro, una rivista d’arte fra le mani, un borsone di vestiti appoggiato dietro. «Perché nell’armadietto del dormitorio tengo i libri», dice. Poi torna subito a 53 anni fa.
A tu per tu con la Storia. «Mio padre – racconta – era una figura di primo piano perché la Federazione era un’organizzazione molto importante all’epoca. Nella sua vita ha visitato 104 Paesi, ha incontrato personaggi come Ho Chi Minh in Vietnam. Era vicino ad Ahmed Ben Bella ad Algeri, dove siamo stati un anno fino al colpo di Stato che lo depose. Ovunque era ricevuto con tutti gli onori».
La carriera nel Pci. Finita l’esperienza ungherese, negli anni Settanta i Mechini sono a Roma. Rodolfo è collaboratore di Enrico Berlinguer e lavora gomito a gomito con Giorgio Napolitano. La madre edita “Ungheria oggi” del centro culturale Italia-Ungheria, associazione foraggiata dal Partito comunista, e organizza conferenze con studiosi di primissimo piano. Luca frequenta il liceo Chateaubriand «insieme ai figli di tanti attori, da Elsa Martinelli a Audrey Hepburn», dice.


Enrico Berlinguer



La Dolce vita a Punta Ala. Le vacanze i Mechini le passano a Punta Ala. La villa, costruita negli anni Settanta, era frequentata da amici: architetti, politici, artisti. Sono estati trascorse in barca, anni spensierati che proseguono per quasi tutto il decennio successivo. Rodolfo, lasciata la politica, diventa consulente per le grandi aziende che guardano a est. Luca si laurea in Storia contemporanea alla Sapienza e dal 1988 si occupa di rock alternativo e scrive per “L’osservatore di Arezzo”. Finché la Storia non ci mette lo zampino.
Il crollo del Muro di Berlino. La cesura ha una data precisa: 9 novembre 1989. «Una volta crollato il Muro di Berlino – ricorda Luca – furono interrotte le fonti di finanziamento dall’Ungheria. Il tesoriere del Pci, Marcello Stefanini, annunciò che tutti i centri culturali avrebbero dovuto chiudere». Intanto il padre di Luca vede scemare il lavoro. «Tutti i quadri del partito in Ungheria si erano riciclati in imprenditori – racconta Luca – e quindi le aziende si rivolgevano direttamente a loro. È stata questa la dinamica che ha portato alla fase calante».


I berlinesi sul Muro nell'inverno del 1989 (archivio Ansa)



I prestiti dalle banche. La famiglia cerca di andare avanti e resiste per cinque anni. «All’inizio il problema finanziario non lo si percepiva – spiega Luca – perché mio padre era ricorso massicciamente alle banche». I debiti, però, vanno ripianati. E a metà anni Novanta la situazione si fa drammatica. «Nel 1994 eravamo esposti per una cifra considerevole», dice Mechini. Decine e decine di migliaia di euro.
Una via d’uscita nell’arte. I Mechini stringono i denti e cercano di ripartire. Grazie alla conoscenza a Follonica del critico d’arte Maurizio Vanni, Luca apre una galleria d’arte a Roma e si mantiene con le mostre con l’aiuto della madre e dei suoi rapporti con politici e artisti di tutta Europa. È il 1995. Due anni dopo la casa di Firenze viene venduta per ripianare parte dei debiti con le banche. Ma non basta.


Una foto dei primi anni Settanta che ritrae la madre di Luca Mechini, Fiorenza (seconda da sinistra), con Giorgio De Chirico (terzo da destra), l'ambasciatore romeno e il padre di Luca, Rodolfo (primo da destra)



Verso il baratro. Mechini, che già dagli anni Ottanta prendeva piccoli prestiti da privati, comincia a chiedere cifre sempre più importanti che fatica a restituire per i tassi applicati. Quando nel 2007 il padre muore e la galleria viene chiusa, il fondo del baratro è lì, a un palmo di mano. Via via se ne vanno la casa di Firenze, venduta all’asta, poi lo stipendio, pignorato, poi arriva il pignoramento della villa di Punta Ala. È il 2009. Restituire i soldi presi in prestito diventa un’impresa impossibile. «La persona a cui mi ero rivolto ci telefonava in continuazione, veniva sotto casa. Fummo costretti a lasciare Roma e a trasferirci a Punta Ala», racconta.
L’accordo e la speranza infranta. Ma in qualche modo bisogna tenere duro. Luca stringe i denti e accetta di firmare una sorta di accordo con chi gli aveva prestato i soldi. La scorsa primavera le cose sembrano sistemarsi, ma è solo la quiete prima della tempesta. «Vendemmo la villa e dovevamo uscire di casa il 23 marzo 2016. Ma un paio di giorni prima mi fu detto che c’erano altre spese da pagare. A quel punto mi sono sentito male».
«Le hanno tolto la casa». Mentre la madre, 83 anni, non potendo stare da sola viene trasferita nella casa di riposo Ferrucci di Grosseto, Mechini viene ricoverato all’ospedale di Castel del Piano. Ed è qui che scopre di non avere più un tetto sulla testa: «Me lo disse una dottoressa. Mi disse che mi avevano tolto la casa», dice.
Prima notte al dormitorio. Viene dimesso il 31 marzo; nel referto c’è scritto che la sera si sarebbe dovuto presentare volontariamente al dormitorio di Grosseto. Prende un autobus, arriva in città, va subito a trovare la madre. Poi incontra gli operatori del Coeso che lo accompagnano al dormitorio. Spera nell’aiuto promesso da un pellegrino della Francigena ma questi sparisce. Si corica tra sconosciuti. Il suo mondo è definitivamente crollato.
«Una pensioncina». «Non volevo rimanere al dormitorio – dice –. Con gli ultimi soldi mi sono pagato qualche notte in albergo. Poi qualche soldo me lo hanno donato delle persone che conoscevo di Punta Ala. Ho trovato una pensioncina. Ma i soldi mi servivano anche per la benzina».
La prima notte in auto. Il 3 aprile Luca va al bancomat a ritirare contanti, ma la scheda gli viene risucchiata. «Non avevo più soldi per l’albergo – dice – . Finii a dormire in macchina, una Fiat Stilo, a Punta Ala davanti a un bar che conoscevo». Un periodo Mechini lo trascorre anche alla casa di riposo Ferrucci con la madre, ma a inizio luglio deve andarsene. E finisce di nuovo a dormire in auto. Intanto i servizi sociali si attivano per trovargli una casa in emergenza abitativa a Buriano «ma aveva dei problemi» dice Mechini. Che si ritrova di nuovo in auto. Questa è la sua “casa” per tutto il settembre 2016. «Stavo un po’ parcheggiato al Parco Giotto – racconta – e un po’ dietro al Ferrucci, così ero vicino a mia madre che andavo a trovare ogni giorno. Fino al 10 ottobre».
Dall’auto alla panchina. Quel giorno Luca vede arrivare due vigili urbani. «Evidentemente qualcuno li aveva chiamati. Avevo l’assicurazione scaduta e mi sequestrarono la macchina», dice. Un pausa. «A quel punto la vita si è rivelata molto difficile». Luca finisce in strada. Il ragazzino che andava a scuola con l’autista, che amava la musica, l’arte, che parlava francese, ungherese, arabo e una manciata di altre lingue, si ritrova sulla panchina del binario 1 della stazione di Grosseto. «Chiesi alla polizia se potevo stare lì. Mi dissero: “Nessun problema, non c’è bisogno di prenotare”», sorride. Una sera la panchina della stazione, una sera quella della fermata dell’autobus «svegliandomi alle 4 di notte congelato dal freddo». Un paio di notti nella sala d’attesa del pronto soccorso «ma poi mi fecero allontanare». È di nuovo fuori. Il giorno dalla madre, la notte nel gelo dell’inverno. «Paura? No, non c’è tempo – dice con una calma inaspettata –. Dovevo pensare a coricarmi, a stare tranquillo, a sperare che il freddo non avesse la meglio. È un disagio apicale, che non auguro al peggior nemico».
La carità degli sconosciuti. Luca però riceve anche la carità di tanti sconosciuti. «Un signore al parco Giotto mi ha dato 10 euro, una signora al pronto soccorso 10, un operatore sanitario 13, l’assistente sociale 50 più 50 più 10 più 3 euro», ricorda con una memoria impressionante. Che effetto gli fa ricevere l’elemosina? «Mia madre a Roma si fermava sempre a Fontana di Trevi a parlare con una barbona e una volta mi disse: falle il gesto di baciarle la mano», sorride tranquillo.
«Una mano ai rifugiati». Negli ultimi giorni Luca è tornato al dormitorio, dove oltre alla Caritas e al Coeso, ha conosciuto gli operatori della Ronda della carità e solidarietà di Grosseto. Forse c’è ancora la possibilità di entrare in un appartamento messo a disposizione da Comune e Coeso. E forse c’è la possibilità di dare qualcosa. «Ho chiesto di poter assistere i rifugiati francofoni africani – butta lì alla fine dell’intervista –. È per un interesse mio verso la situazione geopolitica dell’Africa. Sembrava cosa fatta ma aspetto ancora una risposta».

10/04/16

notti d'ospedale di © Matteo Tassinari

No

Di      notte il
dolore     è gonfio

di Matteo Tassinari
Alle due di notte fisso ancora il soffitto e ascolto i lamenti dei malati. Il mio amico di stanza dorme di un sonno stanco e gravoso da sopportare. Sono i principi attivi (cinque) che gli circolano nel sangue attraverso diverse sacche di flebo, da mattino a sera, che non l’aiutano e giustamente, si lamenta dal dolore.
                    La malattia è     il                     business  più   grande nella nostra  economia
Ma la notte abbonda la sua consistenza desolante con le sue freddezze e scheletriche immaginazioni. Tutto quel che ci circonda si dilata proprio quando un gemito si fa spazio fra i corridoi illuminati a neon spenti, gremendo spazi vuoti dove corrono le emergenze, perché è di notte che il tormento alza il volume dell'odissea. Non so quanto tempo passa che avverto l’amicizia del water. La prostata fa il suo lavoro, mentre impiego qualche minuto per arrivare ad espellere l’ultima goccia possibile d’urina dalla vescica.
Questi sono gli orgasmi rimasti in un periodo affannoso per quanto difficoltoso. Ma la notte in ospedale non scema affatto le sue mestizie, semmai le aggrava, le allarga fino ai ponti dell'acutizzazione di ogni singola particella corporea malata. Le rafforza, le ingrossa, le addiziona, le incrementa senza alcuna spiegazione se non futile o vacua. A volte penso: chissà come moriva la gente prima dell’invenzione di tante malattie. Mi accontento del pensiero di Louis Pasteur: "Noi beviamo, mangiamo o respiriamo il 90 per cento delle nostre malattie". 
Sono le tre!
quando parte imperturbabile il prurito su tutto il tessuto corporeo dovuto ad una forma di Vasculite a causa della riattivazione del sangue. Prendo la spazzola comprata in ferramenta dalle setole coriacee, per assicurarmi un deciso quarto d’ora di pace pur sapendo che un quarto d’ora dopo il prurito alienante tornerà. Il sangue, come saprete, va dovunque. Gli piace così, girare a zonzo. Solo che grattarsi al centro della schiena, bisogna essere artisti autentici e io ci riesco perché ho le braccia lunghe e la schiena pure. La stamina viaggia dappertutto alla stessa velocità di una qualsiasi connessione Internet senza intoppi. È la vita. A volte credi che due occhi ti guardino e invece non ti vedono neanche. A volte credi d'aver trovato qualcuno che cercavi e invece non hai trovato nessuno. Succede. E se non succede, è un miracolo. Ma i miracoli non durano. L’uomo può essere il capitano del suo destino, ma anche vittima della sua glicemia.
Crema Nivea a volontà
Gratto. Gratto. Gratto, mi accorgo però che quel che gratto non è più prurito, ma è diventato bruciore. Basta. Appoggio la spazzola sul comodino, altrimenti va a finire che vedo il sangue. Con una spugna passo sul corpo acqua fisiologica cercando di lenire le parti più lese per poi darmi un poco di Nivea. Del resto, il rapporto che ho con le creme, da il senso di accedere alla solitudine mentre una malattia immaginaria trovo che sia peggiore di una vera malattia. Continuando nei meandri della mia mente arrivo a pensare che ci sia tanta salute nella malattia. Si, proprio così, com'è vero che non il medico, ma un altro malato capisce la sofferenza di un malato.
Gli antistaminici sono acqua 
fresca. Solo il Cortisone metterebbe a tacer tutto, ma a causa di effetti collaterali talmente insopportabili che preferisco tenermi il prurito rinunciando al Cortisone e i suoi fuochi d’artificio. Passa il tempo. Non so quanto, intanto la scienza si consulta mentre il paziente può solo sopportare. Fu per questo che Sigmund Freud una volta disse: "Non si muore perché ci si ammala, ma ci si ammala perché fondamentalmente bisogna morire"? Nulla di originale...
Un po’ dormo, un po’ no,
nel mezzo mangio un’arancia. Sono le quattro di notte e penso a Bowie e capisco ancora più profondamente che una generazione, con lui, se n’è andata davvero. Penso a Gesù, l’unica risposta a tanta tribolazione. Pensieri anarchici, forse bakuniani, contestatori, ribelli e sovversivi, che sfiorano le meningi a 38 di febbre. Dormo un’oretta forse più.
La    sapienza
dei    malati
Sono le cinque e mi aspetto da un momento all’altro le luci del mattino e penso che tra un’ora, decisa, entrerà un’infermiera a prelevare un po’ di sangue da me e dal mio amico, per vedere a che punto stanno i cd4 e la Viremia, e penso che gran parte di quello che i medici sanno è insegnato loro dai malati, consapevole del fatto che il miglior medico è colui che con più abilità sa infondere la speranza. Diceva Jannacci, medico pure lui: "da medico ragiono esattamente così, la vita è sempre importante, non soltanto quando è attraente ed emozionante, ma anche se si presenta inerme e indifesa". Come ho sempre pensato che ogni medico dovrebbe essere ricco di conoscenze e non soltanto di quelle che sono contenute nei libri, ma i suoi pazienti dovrebbero essere i suoi libri. In buona sostanza, la malattia è un conflitto tra la personalità di entrambi e l’anima.
          Mi metterà
la “Farfalla” 
Mi metterà la “Farfalla” (un ago che s’infila nel braccio) per non forare troppe volte la pelle e avere una via d’accesso costantemente pronta per gli aghi da dove passa tutta la chimica. E’ un condotto che mi porto attaccato alla perfezione al braccio per quattro o cinque giorni, per poi cambiarlo affinché non infetti la vena in questione. Che invenzione fantastica la “Farfalla”. Se non ci fosse saremmo pieni di flebiti, noi uomini spaventati. E quasi l’alba e l’infermiera di turno sta per iniziare il suo pellegrinaggio lungo la corsia. Eccola. Prima di vederla, vedo la luce al neon dell’anticamera, affinché troppa illuminazione non ci crei fastidio per noi esseri dormienti e stanchi di mille tempeste dove si sono persi senza domande. 
Buona notte a tutti
BUONGIORNO! E’ il caloroso saluto della nostra amica infermiera, la risposta è un po’ più sonnolenta. Si sente appena ed è assai impasticciata quanto mescolata a chissà quali sogni. E’ partita la giornata di un reparto per persone con malattie infettive e anche di più. La giornata passa, ritorna la notte, la storia e circa simile a quella precedente. Buona notte, ricomincia il calvario. 


02/12/14

Granchi rossi in marcia Lo spettacolo australiano


 canzone consigliata in viaggio  -  ex  Csi



Granchi rossi in marcia Lo spettacolo australiano

 

 

 

                                                      La migrazione dei granchi rossi




Una volta l'anno, all'arrivo dei monsoni, quasi 50 milioni di granchi si mettono in marcia attraverso la foresta per raggiungere l'oceano. Christmas Island è una piccola isola montuosa che si trova al largo delle coste dell'Australia. Per la maggior parte dei mesi, è un perfetto e stupendo paradiso, con fitte foreste e coste bellissime. Una volta all'anno si tinge di rosso con milioni di granchi (Gecarcoidea natalis) che migrano dalla foresta verso costa per riprodursi e deporre le uova.
LA SENSIBILITA' DELLA POPOLAZIONE - Da tempo il fenomeno è documentato con foto e video. Gli abitanti sono abituati a vedere questo spettacolo. Anzi, hanno maturato nel tempo un istinto protettivo. Come? Cercando di ridurre le morti accidentali attraverso la costruzione dii ponticelli di diversi o deviando le strade. Proprio sulle strade non è raro trovare dei cartelli che invitano gli automobilisti a fare attenzione.
IL VIAGGIO - I granchi rossi attraversano l'Isola per raggiungere la riva. Qui i maschi scavano tane in cui si verifica l'accoppiamento con le femmine. Le uova si schiuderanno dopo circa un mese in acqua. I giovani granchietti, anche se grandi appena cinque millimetri di diametro, lasceranno poi la riva per migrare verso l'interno e dopo 9 giorni di marcia raggiungeranno l'altopiano. Si rimetteranno in viaggio solo quando arriverà l'età dell'accoppiamento, percorrendo la strada già fatta, ma stavolta al contrario.






22/12/13

dopo l'alluvione rincomincia a vivere Si sposa dopo essere sopravvissuta al ciclone Cleopatra

 finalmente   una  buona  notizia   dal fronte  dell'Alluvione   del  18\19  novembre  2013  da  la nuova sardegna del  22\12\2013 
SANT’ANTONIO DI GALLURA.
«Quando l’ho vista nel letto d’ospedale sfigurata, martoriata ma viva dopo l’alluvione, ho pensato che ci saremmo dovuti sposare subito, che aspettare ancora, dopo tanti anni di fidanzamento, non aveva nessun senso. Non aveva senso rincorrere il lavoro, aspettare la certezza di un futuro. In quel momento desideravo solo legarmi per sempre a lei». Queste parole le ha ripetute dopo il matrimonio Tommaso Abeltino, 28 anni, guardia giurata in cassa integrazione, che il prossimo mese tornerà al lavoro. La sposa è Veronica Gelsomino, 24 anni, rimasta miracolosamente viva il 18 novembre scorso quando durante l’alluvione la sua Alfa 147 è precipitata dal ponte di Monte Pinu che si è aperto ingoiando la sua auto. I soccorritori erano certi di raccogliere i resti di una vittima: l’Alfa, dopo un volo di 300 metri, era distrutta, ma la donna che era al volante, e che l’acqua aveva trascinato via, respirava ancora.La cerimonia è stata officiata dal sindaco, Angelo Pittorru, a poco più di un mese da quel tragico giorno di cui Veronica porta ancora i segni per la frattura a un braccio. Tommaso e Veronica, sono cresciuti insieme a Priatu, piccola frazione di Tempio. Le case poco distanti, da bambini giocavano insieme, e da allora si vogliono bene. Lei aveva poco più di dodici anni quando Tommaso, più grande di quattro, le disse di amarla. Il film della loro vita è passato in un attimo nello
sguardo di lui quando quella sera del 18 novembre capì che Veronica non sarebbe tornata. «Tardava – spiega – l’ho sentita per telefono mentre rientrava dal lavoro, mancavano 10 minuti di strada per arrivare a Priatu . Ho tentato di richiamarla ancora, non rispondeva più. Ho avuto terrore di perderla. Allora ho cominciato a pregare, e come per esorcizzare la paura che morisse dicevo che ci saremmo sposati, che dovevamo portare avanti i nostri progetti».« Ricordo nitidamente il momento in cui precipitavo, il resto sono sensazioni che non so descrivere», aggiunge Veronica. A salvarla saranno due ragazzi di Aggius: Massimo e Sebastiano, e tre poliziotti del nucleo sommozzatori di Olbia, Marco Anselmi, Alfonso Lovieno e Pier Paolo Floris che coraggiosamente sono riusciti a strapparla alla furia dell’acqua. Il giorno dopo Veronica è stata sottoposta a due interventi chirurgici al naso e al braccio fratturato. Tommaso era in ospedale insieme a sua madre, ed è a lei che ha confidato il desiderio di celebrare le nozza appena possibile. Poco dopo un mese dall’alluvione hanno pronunciato il sì. «A chi ha vissuto il dramma di quei giorni – dicono ora gli sposi – vogliamo mandare un segno di speranza».« Non sono arrabbiata per quanto ho subito – aggiunge Veronica – i responsabili, quanti avranno per sempre sulla coscienza le vittime, non suscitano in me questo sentimento. Di certo, invece, in nome di tutti, aspetto che venga resa giustizia, che i colpevoli siano individuati e paghino per il dolore che hanno procurato».

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