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16/03/17

Mandò la figlia sui gommoni per salvarla dall'infibulazione. Ora rischia di non vederla più in quanto la madre non ha il passaporto . verrà accettata o rimandata indietro . s'accettano scommesse

i soffondo \ musica consigliata la versione di "Clandestino" con cui Manu Chao la preso parte al progetto "Playing For Change 3: Songs Around The World". Nel disco, pubblicato nel 2014



da http://www.repubblica.it/cronaca/ del 15 marzo 2017




  Mandò la figlia sui gommoni per salvarla dall'infibulazione. Ora rischia di non vederla più Quattro mesi fa la piccola arrivò sola a Lampedusa dalla Costa d'Avorio, ora è in una casa famiglia ma la mamma non ha il passaporto e quindi teme di non potere venire a riprendersela.  di ALESSANDRA ZINITI





PALERMO.
 “Oumoh, attends moi, maman sera là bientot…”. Dallo schermo del tablet, via skype, il volto di Zanabou mostra un sorriso forzato, la voce squillante un’allegria che non ha. Ma dall’altra parte, la piccola Oumoh freme. Il suo sguardo è distratto, risponde a monosillabi, l’educatrice accanto a lei fatica a tenerla davanti allo schermo, poi quando la bambina si chiude in un silenzio assoluto la lascia andar via a giocare. Zanabou esplode in un pianto dirotto: “ Rivoglio mia figlia, se non mi venite a prendere mi rivolgo di nuovo ai trafficanti e salgo sul primo barcone per l’Italia”.
Sono passati più di quattro mesi da quando la piccolissima bimba ivoriana, 4 anni appena, arrivò tutta sola a Lampedusa su un gommone soccorso nel Canale di Sicilia. Portata lì da una giovane donna alla quale la mamma l’aveva affidata all’ultimo istante per salvare sua figlia dal barbaro rituale dell’infibulazione al quale, in Costa d’Avorio, la famiglia voleva sottoporre anche Oumoh. Inseguita dal marito e dagli altri parenti, Zanabou – messa in salvo la piccola – è riuscita a rifugiarsi in Tunisia e lì, nel giro di un paio di settimane grazie alle indicazioni fornite dalla ragazza che aveva portato con sè sul gommone Oumoh, la polizia italiana è riuscita a ritrovarla.
Quella che segue è una tragica quanto purtroppo ordinaria storia di burocrazia che, da quattro mesi a questa parte, rende ancora impossibile il ricongiungimento di mamma e figlia, pure previsto dalla legislazione internazionale. Ma in Tunisia, Zanabou è senza documenti, la rappresentanza diplomatica della Costa d’Avorio fa orecchie da mercante, e senza titolo di riconoscimento sembra non esserci modo di far arrivare la ragazza in Italia. E nel frattempo la piccola Oumoh si allontana da lei sempre di più.
Drammatico il racconto della psicologa che segue la piccola nella comunità per minori alla quale è stata affidata dal tribunale dei minorenni di Palermo dopo il suo arrivo a Lampedusa nel novembre scorso.
“I primi tempi, Oumoh reagiva bene al contatto con la mamma con la quale cerchiamo di farla parlare quasi tutti i giorni via skype. Ma ormai da diverse settimane la piccola è sempre più distratta e lontana da quella figura che vede sullo schermo e della quale probabilmente non riesce più a capire il ruolo. Oumoh è una bimba di quattro anni, che negli ultimi quattro mesi nella sua vita qui a Palermo ha vissuto tante esperienze nuove che finiscono con il sovrastare quella, per altro evidentemente traumatica, vissuta prima in Costa d’Avorio e con la madre. Si è molto affezionata alle educatrici della comunità che vive come la sua nuova famiglia, ha cominciato ad andare a scuola, a farsi degli amichetti, sta imparando l’italiano e dimenticando il francese. E, ovviamente, dall’altra parte del Canale di Sicilia, sua madre ne soffre disperatamente. Per noi è estremamente difficile cercare di mantenere vivo questo rapporto a distanza, la bambina è insofferente quando la spingiamo a rimanere davanti allo schermo e a colloquiare con la mamma, preferisce scappare via a giocare. E’ evidente che ogni giorno che passa il ricongiungimento, quando avverrà, sarà sempre più complicato”








31/03/13

«Non sono andato a scuola ma diventerò un grande attore: recito da sempre» Ibraim, l'Africa a piedi per gettare via la maschera Dalla Somalia a Città del Capo in fuga dall'omofobia

unione sarda del 31\3\2013


Ibraim non ha mai avuto la possibilità di andare a scuola e di frequentare alcun corso di recitazione eppure è convinto che diventerà un attore. Quando gli ho chiesto come mai mi ha risposto: «Perché recitare è quello che faccio da sempre».
Nato in un piccolo villaggio nel confine tra la Somalia e l'Etiopia, Ibraim ha dovuto, sin da piccolo, nascondere la sua omosessualità. «Da bambino i compagni si erano accorti della mia diversità e mi avevano emarginato». In famiglia, al contrario, avevano fatto finta di non vedere: «Avevano capito chi ero però non ne avevano mai parlato apertamente. La cosa importante era che non fosse turbata la loro quiete apparente. Per questo motivo le cose non potevano avvenire alla luce del sole».
Il ragazzo si era abituato a vivere due vite: una pubblica in cui rispettava le regole sociali e le apparenze e una segreta in cui poter vivere liberamente la sua omosessualità. Con il tempo avrebbe scoperto di non essere il solo a vivere una vita segreta nel suo villaggio. Vi era un mondo parallelo in cui uomini di ogni età e di diversa estrazione sociale avevano rapporti nascosti: «Era un mondo sotterraneo, in cui tutto era permesso, un mondo in cui gli uomini si concedevano di essere ciò che non potevano essere durante il giorno». Recitare era dunque la soluzione. Per continuare a sopravvivere. Recitare per non venire condannati e puniti. Per mantenere uno spazio di libertà, seppur nascosto. Aveva imparato l'arte della finzione e aveva provato un profondo piacere nel raffinarla. Eppure, dopo tanti anni nel suo villaggio, Ibraim aveva sentito un bisogno incontenibile di vivere apertamente.
Inizialmente aveva pensato di andare in America o in Europa, ma queste soluzioni non erano percorribili: avrebbe dovuto prendere un aereo ed era sprovvisto dei documenti. Un giorno un amico di famiglia gli aveva raccontato che a Città del Capo gli omosessuali vivevano liberamente, avevano dei locali dove si potevano frequentare e potevano addirittura sposarsi se lo desideravano. Fu un'illuminazione: sarebbe andato a Città del Capo. Una volta decisa la destinazione, il problema era di capire come arrivarci. Avrebbe dovuto attraversare la metà del continente africano, servivano dei documenti e soprattutto servivano soldi che Ibraim non aveva.

Il ragazzo però non si perse d'animo, e un giorno camminando in una strada del suo villaggio ebbe un'idea apparentemente priva di senso: a Città del Capo sarebbe andato e sarebbe andato a piedi. Non raccontò il suo piano a nessuno e un giorno preparò il suo zaino e partì. Attraversò il confine con il Kenya di nascosto e iniziò il suo lungo percorso verso la libertà. Durante il suo viaggio dormì nelle stazioni del bus, si fece ospitare in moschee, abitazioni private, centri di soccorso. Trovò sempre qualcuno che lo aiutava e quando nessuno gli tendeva la mano si verificava qualche avvenimento fortuito che gli permetteva di continuare il suo viaggio.
Dopo due anni di cammino Ibraim era arrivato in Sudafrica. Era un'altra persona rispetto al ragazzo che era partito dalla Somalia. Aveva visto diversi paesi, aveva conosciuto persone di ogni tipo, si era scoperto coraggioso in situazioni pericolose, capace di aspettare quando il momento era avverso e pronto nel prendere una decisione quando la situazione lo richiedeva. Ma la qualità che più di altre lo aveva aiutato nel suo viaggio era quella di essere capace di recitare. Aveva imparato a impersonare ruoli differenti a seconda di ciò che richiedeva la situazione: si era finto religioso per essere ospitato nelle moschee, eterosessuale per poter essere accettato dalla comunità somala, rifugiato politico per varcare il confine sudafricano.
Arrivato a Città del Capo trovò sostegno in un organizzazione di omosessuali che lo aiutò a trovare una casa ed un lavoro. Non avrebbe dovuto più recitare, sarebbe potuto essere se stesso ma per fare ciò aveva dovuto imparare ad indossare diverse maschere. Come un attore aveva dovuto interpretare un ruolo che gli permetteva di comunicare con gli altri. Dopo aver ascoltato la sua storia mi ero convinto: Ibraim era un grande attore.

Giovanni Spissu

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