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24/02/13

La nuova frontiera del ciabattino: suole di plastica e tacchi invisibili


fonte  l'unione  del  24\2\2013
N,b 
 le  foto  sono  solo dimostrative  e prese  dal web in quanto  da  3  anni circa  l'unione sarda  free  cioè queklla  che  puoi scaricare dopo le  19   non contiene  più  le  immagini degli articoli . A meno  che  , ma  ancora non ho capito come fare  a cambiare i Dns  per  avere online  ( o trovare  siti   dei protagonisti dell'articolo  che  riportano sulle loro pagine  le scansdioni  dell'unione  in  questo caso copn l'articolo  su di loro  )   quelli più agiornati  cioè  prima  della  chiusura  dall'italia  all'italia ma non da  estero a italia  del sito www.avaxhome.ws
di GIORGIO PISANO  ( pisano@unionesarda.it ) 
L'insegna è fatta con suole di scarpe appiccicate al muro. Marco Basciu fa il ciabattino e ha imparato negli anni ad ascoltare le scarpe che ripara. Nel senso che riesce a capire tante cose di chi le indossa: c'è il nevrotico e il perfettino, quello clamorosamente fuori taglia e il martire pronto a infilare il piede in una scarpa dove il piede non ci sta.

Lavora in un quartiere piccolo borghese di Cagliari, un posto - dice lui - affollato di pensionati e «di nipoti che usano le Hogan». Non solo: tra la clientela, c'è anche una fetta di nicchia, che non bada a spese ma pretende risultati d'eccellenza. Per esempio la signora che esibisce scarpe strepitose con un tacco 14 che però non c'è. «È il trucco di uno stilista giapponese che è riuscito a sostituirlo con una V metallica». Il problema? La signora non ci cammina bene però non ci rinuncia e aspetta un piccolo miracolo dal suo ciabattino. Poi c'è il vecchio ortopedico che vorrebbe resuscitare la sua borsa di laurea e l'impiegato che vorrebbe riparare una scarpa che in realtà non esiste più.
Quarantasei anni, due figli, Basciu rompe volentieri due sacri tabù del commercio in Sardegna: quando un cliente entra nella sua bottega, saluta e sorride. Evita il pianto greco sulla crisi che non dà tregua e riconosce anzi che la recessione ha rianimato un lavoro altrimenti destinato a fare la fine delle cabine telefoniche. Per integrare, produce cinte e gambali in attesa (verrà un giorno) di poter realizzare scarpe su misura.Suo padre (che era ciabattino) avrebbe voluto farne un «buon chirurgo o un bravo avvocato». Peccato che Marco si sia fermato alla seconda media e non si dichiari nemmeno pentito. In compenso è un divoratore felice di «qualunque cosa si possa leggere purché non siano libri». Moglie che lavora («e questo consente di tirare il fiato in famiglia»), parla molto volentieri di un'attività che «offre tante soddisfazioni». Impossibile però censire la clientela perché «per un calzolaio i mesi non sono affatto uno uguale all'altro». Ci sono quelli ricchi (marzo, aprile, maggio, giugno, settembre, ottobre e inizi di dicembre), quelli così così (gennaio e febbraio), quelli disgraziatissimi (luglio e agosto). «D'estate mi va d'incanto se faccio ottocento euro al mese, d'inverno posso arrivare a milledue».Neanche per un secondo lo sfiora l'idea che il suo sia un mestiere umile. Quando gli domandano cosa fa, risponde serenamente: calzolaio. I figli li ha cresciuti sulla stessa rotta. «Il mio è un lavoro come un altro». Con una piccola differenza: a saperlo conoscere fino in fondo, può regalare lampi di felicità. Questione di attimi, di momenti ma vuoi mettere col grigiore a tempo pieno d'uno sportellista?
Quali sono i requisiti del buon calzolaio?
«Prima di tutto ti deve piacere quello che fai. Poi devi conquistare la fiducia dei clienti. Anche se qualche volta bisogna fargli cambiare idea».
Cioè?
«Se il cliente propone un tipo di riparazione che non va bene, devi spiegargli perché sbaglia. Senza fargli venire il sospetto che ci stai facendo la cresta».
Funziona il passaparola?
«È l'unico sistema che porta gente in bottega. Io lavoro in un rione dove ci si incontra per strada la mattina mentre si fa la spesa. Se hai un buon nome, un cliente tira l'altro».
Arroganti, mai?
«Caspita se ce n'è. Con questo genere di persone sorrido e sono gentile più del solito: proprio perché voglio che si rendano conto, che ci rimangano male. È gente che ha una vecchia idea del calzolaio».
Che vecchia idea?
«Una volta a fare i ciabattini erano persone con qualche problema fisico: poliomielitici, disabili, insomma gente che non avrebbe potuto svolgere altri mestieri. Per questo venivano trattati con sufficienza».
Gli arroganti invece?
«Sono i nipotini di quelli che credono d'essere sempre e comunque padroni del mondo. Entrano, non salutano e ti trattano come uno sciacquino».
La tentazione di mandarli a fare in culo?
«Fortissima. Qualche volta non ho resistito e, col sorriso sulle labbra, ho chiesto al cliente se preferiva uscire dalla porta o dalla vetrina».
A proposito di vetrina: perché le vostre sono sempre desolate, disadorne?
«Per via del lavoro che facciamo. Succede anche agli orologiai. Ha mai visto un riparatore di orologi lavorare in un bel posto? Eppoi i tempi».
Che c'entrano?
«Una volta mio padre lavorava in questa stessa via: aveva cinque colleghi e un capo. Erano in sei, calzoleria conosciutissima. Facevano lo scarpino di gala, quello da sposa e altri pezzi importanti. In pratica, era una fabbrichetta».
Il brutto e il bello di questo mestiere.
«Cominciamo dal bello: la soddisfazione. Te ne dà tanta. Mi entra un cliente altissimo, scendo con lo sguardo fino ai piedi e resto impressionato. Sapete quanto aveva? Cinquantuno, ossia una scarpa che misura più di 35 centimetri. Però era contento».
Perché?
«Perché, a vedere i suoi mocassini rotti, non mi sono spaventato. E allora ha cominciato a raccontare i dolori di uno coi piedi come i suoi: solo a Parigi o in Portogallo riusciva a trovare scarpe. L'imbarazzo si è sciolto quando gli ho detto per ridere: lei paga doppio, lo sa?»
Il brutto?
«La fine del mese. Sono cosciente d'essere privilegiato rispetto a un cassintegrato o uno che il lavoro non ce l'ha proprio. Però chi fatica ha il diritto di guadagnare il tanto per vivere».
Quanto sarebbe il giusto, secondo lei?
«Duemila euro, come un qualunque metalmeccanico tedesco».
Una volta eravate tutti esperti di lirica.
«Altra leggenda sulla categoria. Io sono un rinnegato, non so nulla di lirica».
Esiste la solitudine del ciabattino?
«Mi capita di ascoltare la radio fino a quando non mi stufo di sentire i politici. Allora resto in silenzio, anche per mesi. Non mi disturba, il silenzio».
Ci sono clienti che vengono per chiacchierare?
«Certo. La calzoleria, da questo punto di vista, somiglia al salone di un barbiere: è uno spazio aperto. Vengono soprattutto pensionati, mi portano scarpe che non si possono riparare (e loro lo sanno) e ne approfittano per scambiare due parole».
La imbarazza dire che mestiere fa?
«Non me ne vergogno, anche se qualcuno mi guarda male. Dicono che non ho le mani da calzolaio».
Come sono le mani da calzolaio?
«Piene di calli e sempre sporche. A me non va. Mi sono fatto fare apposta anche un dosatore per la colla. Prima usavano il dito o un pennello per spalmarla. A un mio amico che fa il meccanico rimprovero sempre proprio le mani sporche: come fai a usarle per toccare tua moglie?»
Le scarpe sono tutte uguali, più o meno?
«No. Quelle di pelle o di cuoio si possono rivoltare come una maglietta. Altre sono intrattabili. Diciamo che su cento paia che mi portano in bottega, posso intervenire al massimo su 40».
Quando incontra una persona, il primo colpo d'occhio è alle scarpe?
«No, alla faccia. Ho controllato le scarpe nelle primissime edizioni delMauriziocostanzoshow. Mi incuriosiva. Ho scoperto un sacco di scarpe bucate. Se lo sai, d'avere un buco dico, fai attenzione a non sollevare la scarpa da terra. Ma poi, se la conversazione vola, inevitabilmente ti deconcentri e mandi il buco in diretta».
Le scarpe parlano di chi le indossa.
«Sempre. Le scarpe di uno stressato sono curatissime oppure completamente lise. Il cliente io-so-tutto compra le scarpe e te le porta un minuto dopo per metterci la suola in gomma: non vuole correre il rischio di scivolare. Poi ci sono quelli che io chiamo i colpevolisti».
Perché?
«Perché pare che sia colpa mia se hanno le scarpe strette. Se ne accorgono il giorno che debbono indossarle per una cerimonia e poi rimetterle a dormire in un armadio. Ma se c'è un numero in meno, io che posso farci? Per i miracoli, più avanti c'è la basilica di Bonaria».
Quali segreti ha carpito dai suoi clienti?
«Capisci se hanno problemi nel camminare. Ricordo un signore che aveva una gamba più lunga dell'altra e quindi usava un rialzo interno. Che però gli faceva male. Gliel'ho levato senza dirgli nulla, ha imparato a compensare e ha risolto».
Sono più esigenti gli uomini o le donne?
«Le donne. A differenza degli uomini, badano solo alla bellezza della scarpa. Poi, se è larga, pazienza; se è un po' più corta e comprime il piede, pazienza lo stesso. Tanto, c'è il calzolaio. Gli uomini sono più... più normali. Sarà perché non usiamo tacchi vertiginosi».
Le chiedono il rialzo per sembrare più alti?
«Qualche volta ma in genere i rialzi servono a chi ha problemi di equilibrio».
È vero che dal ciabattino vanno solo i poveri?
«Nel modo più assoluto, no. Ci vanno tutti. Perfino quelli che non ne hanno bisogno».
Come, non ne hanno bisogno?
«Beh, non aveva sicuramente bisogno di me il pensionato che mi ha portato una lampada da tavolo chiedendomi se potevo darle un'occhiata. Gliel'ho aggiustata».
Quali sono le scarpe più belle che ricorda?
«Quelle di un industriale fiorentino, roba fatta a mano. Aveva terrore che gliele macchiassi. Costavano circa tre milioni di lire».
C'è chi si dimentica di pagare?
«Succede. Qualcuno si dimentica sul serio. Ma non potrò mai dimenticare la direttrice di banca che doveva pagare trentamila lire e mi fa: scusi, ha il bancomat? Mi è venuto da ridere: esiste al mondo un ciabattino col bancomat? Mi ha detto che sarebbe tornata ma se n'è scordata».
Il cliente si riconosce al volo?
«Quasi sempre. Vuoi che un direttore di banca non sappia che qui non può esserci un bancomat?»
Le hanno mai chiesto di pagare a fine mese?
«Succedeva col mio predecessore. Era un servizio vero e proprio. Aveva un quaderno dove segnava i conti e la clientela passava poi a saldare».
In un rione ricco come questo non può accadere.
«Qui no, certo. Può entrare in calzoleria una persona modesta ma non al punto da chiederti se le fai credito».
Mai chiesti lavori impossibili?
«Tipo ricostruire scarpe devastate? Certo. Però avverto sempre: la rifaccio, la scarpa; non si può riparare: è come un vetro rotto. Resta rotto anche se lo rincolli».
Ci sono scarpe che non possono essere recuperate?
«L'ho detto: capita in sei casi su dieci. Le tomaie cucite così strette che se provi ad aprirle è finita. Sono scarpe costruite apposta per essere buttate via, un po' come succede oggi con gli elettrodomestici».
E i clienti ci restano male.
«Guardi questi stivali, ultragriffati. Costano 550 euro. Sono fatti talmente male che ripararli è impossibile. La proprietaria me li ha portati dicendo: ci cammino di un male ma di un male che non se lo immagina. Penso: allora, perché se li è comprati? Ma non dico niente».
C'è di peggio?
«Le scarpe con le suole vulcanizzate. Una volta rotte, non c'è nulla da fare. Poi, fossero suole di gomma: no, ora le fanno di plastica. Un tempo le suole erano di cuoio. Oggi adoperano materiali porosi che si sbriciolano».
Differenze di qualità rispetto al passato?
«Infinite. La metà delle scarpe che indossiamo sono cinesi. Comprese quelle firmate. Le più miserabili le riconosci dall'odore di formaldeide, che è un conservante tossico».
Un desiderio impossibile?
«Allargarmi, gestire un'aziendina artigiana dove le scarpe non si riparano soltanto. Si creano».

01/01/13

Uomini dentro un vestito da sposa Processo a un artista-contro

Finalmente   dopo  4  mesi    dopo  gli insulti  e l'emarginazione  , per  le  sue provocazioni  stilistiche di far vestire   gli uomini con abiti  femminili  da  sposa  (  vedere  scansione dell'unione sarda del 30\9\2012  )  preda dalal sezione press  del suo sito  ( http://nicola-mette.blogspot.it/ ) 
   riesce  a vincere i pregiudizi e  l'emarginazione di  un paese intero  e  l'isolamento   creatogli attorno  per   queste sue  , discutibili e  perchè no anche  criticabili  , ma  non irrispettose  , provocazioni stilistiche  qui e  nel  video  sotto  


  Ulteriori dettagli si  trovano  nel   bell'articolo di  intervista  di Giorgio Pisano    preso ( eccetto le foto  che  vengono dal http://giuseppefraugallery.blogspot.it perchè  pe run arcano  mistero   visto  che ormai sono due anni che  l'edizione    online  free  del quotidiano  non le pubblica  più ) dall'unione sarda del 30\12\2012


Uomini dentro un vestito da sposa Processo a un artista-contro

di GIORGIO PISANO
Non era facile ma alla fine ce l'ha fatta: tutto il paese contro di lui. Dal sindaco al parroco passando per l'assessore alla Cultura senza dimenticare i ragazzini che, quando lo vedono per strada, lo insultano. C'è addirittura chi ha messo mano al pennello e, dribblando la sintassi, ha scritto sull'asfalto: Nicola Mette sei la vergogna del paese gay . Paese gay? 
Di sicuro a Sindia nessuno dimenticherà l'avvenimento. Ancora adesso, a distanza di due mesi, sfrigola come un rogo d'estate.Intanto Nicola Mette vive in galera. Nel senso che si sente imprigionato nella casa dei genitori, dov'è tornato a giugno dopo una decina d'anni trascorsi a Roma. Dove andare?, con chi uscire?, con chi parlare? Gli hanno costruito attorno una sorta di cordone sanitario. Niente minacce e neppure lettere anonime ma qualcosa che forse pesa ancora di più: il silenzio. Un silenzio teso e greve, rotto soltanto dai tweet e dagli strali lanciati su Facebook.Trentatré anni, fisico da alpino che ha ecceduto con la polenta, Nicola mostra sensibilità e cultura. Le offese non lo sfiorano: sapeva che la sua doveva essere una provocazione e provocazione è stata. Ha esagerato? Giudicate voi: ha vestito da sposa (sposa, non sposo) un gruppo di giovani maschi. Abito tradizionale della Sardegna: ma, come dire?, al rovescio. Così le spose, candore dei veli a parte, risultavano in sostanza grotteschi balentes travestiti. Apriti cielo. «Vai a spiegarlo che era solo una performance». Ossia l'esibizione di un artista che vuol denunciare a modo suo le discriminazioni sessuali. Indice di gradimento dell'opera (ma sarebbe più giusto parlare di happening)? Quasi zero, salvo lo spasso dei protagonisti, ragazzi di Cabras, Ottana e Sedilo che hanno accettato di buon grado la festa en travesti.Il sindaco l'ha presa male, il prete addirittura peggio: cosa hai combinato? E per punirlo gli ha dato lo sfratto da una stanza parrocchiale che Nicola utilizza come laboratorio. A parte questa rappresaglia, il resto è rabbia, mezze parole tra i denti. E la condanna all'isolamento: totale e ininterrotto. «Non intendevo offendere nessuno ma solo ricordare cosa dice l'articolo 3 della nostra Costituzione. Siamo tutti uguali, indipendentemente dal colore della pelle, fede e orientamento sessuale».Figlio di un ex muratore e di una casalinga, Mette ha frequentato l'Istituto d'arte di Oristano per trasferirsi più tardi a Roma dove si è diplomato all'Accademia delle Belle arti. Ha partecipato a una biennale londinese e a quella di Venezia, una personale importante in Olanda e un passaggio a New York. «Sono un artista. È presuntuoso dirlo? Non posso sminuire il lavoro che faccio. Le mie opere parlano». L'ultima, provvisoriamente sistemata su un mobile del soggiorno, è un mezzo busto femminile che ha però due teste: una da donna, l'altra da uomo. Prezzo? Ventimila euro. Inquietante e fascinosa nello stesso tempo, sicuramente non banale. È il punto d'arrivo di un cammino iniziato con la pittura, proseguito con la scultura e attualmente vicino ai lavori del celebre e discusso Maurizio Cattelan.
La performance che ha scosso Sindia era, in realtà, una seconda visione. Tutto già visto e già fatto.«Volevo parlare di diritti civili e il 21 aprile, data di nascita di Roma, ho reclutato trans, gay, lesbiche, etero, insomma un po' di tutto. Li ho vestiti da sposa e siamo andati a piazza del Popolo».

L'hanno presa bene?
«I carabinieri ci hanno identificato ma non ci sono stati incidenti. Gli abiti erano di una stilista, Maria Monserrata, che si è sentita molto stimolata da questa provocazione. Qualcuno, impropriamente, ha parlato sui giornali di sfilata. Si trattava di qualcosa assai diverso. Siamo andati pure nella Metro e perfino in Vaticano».
E anche lì nessuna reazione.
«Giusto qualche sacerdote che si è voltato a guardare, più incuriosito che scandalizzato. Non è accaduto davvero nulla di spiacevole. E quindi mi domando: perché a Sindia è scoppiato invece il terremoto?»
Provi a indovinare.
«È la solita storia: la cultura arcaica, le tradizioni, il provincialismo e quel che vi pare. Così, però, non cambierà mai nulla. Non ho mancato di rispetto a nessuno ma, semplicemente, messo in discussione principi che sembrano sacri e sacri non sono. È successo anche quando mi sono occupato di taroccamenti».
Che genere di taroccamenti?
«Ho preparato una mostra sul made in Italy pensando alla violenza delle contraffazioni che subisce. Ho dipinto la Statua della Libertà e sotto ho scritto made in Sardinia oppure la Lupa di Romolo e Remo made in England ».
Cosa voleva dire?«Mi interessava mettere in evidenza uno stravolgimento del costume, la contaminazione dei prodotti-simbolo di un Paese. La gente ha capito. È che spesso conviene far finta di non comprendere».Esempio?«Grande scandalo per lo sposo vestito da donna, niente da dire invece per il Carnevale di Bosa. Che è colorato, imponente e porno. Esibire in parata falli giganteschi è una trasgressione-provocazione, o no? Allora qualcuno mi deve spiegare perché può valere soltanto a Carnevale».
Il conformismo ha il suo calendario.
«Ecco, io intendo stravolgerlo questo calendario. Voglio parlare di diritti civili e lo farò».
Restando a Sindia?  «Qui sono tornato perché a Roma non riuscivo a mantenermi. C'è una crisi tale che non si riesce a trovare manco un posto da cameriere. A parte questo, ci ho vissuto dieci anni: ora basta. Vorrei andare a Milano o all'estero per continuare la mia ricerca».
Nel frattempo?
«Butto giù qualche idea e aspetto di poter scappare. Sono in attesa di una borsa di studio e poi via».
Paura?«Per me no ma mi secca tenere sulla corda i miei genitori e mia sorella. Non voglio che si sentano in difficoltà per colpe che sicuramente non hanno. Io riesco a star bene anche da solo: faccio lunghe passeggiate in bici, mi distraggono e mi rilassano. Ogni tanto vado a chiacchierare con due fratelli che realizzano bellissimi fumetti. Mi piacerebbe aiutarli, farli conoscere all'esterno».
Ha pensato di parlarne in Comune?
«Il sindaco, a parte scrivere su Facebook che la mia è un'operazione di colonialismo culturale, riuscirebbe al massimo a salutarmi».
Altri?
«L'unica amicizia che avevo è quella col parroco ma è finita male. Quando ha saputo della incursione in Vaticano, m'ha proprio cacciato. Nessuno che provi a chiedersi se Sindia esiste davvero».
Cosa significa?
«Mi domando se siamo vivi sul serio. Di noi sul giornale si parla solo per furti e rapine. Di cultura mai, neppure per sbaglio. Avrebbero dovuto essere contenti dell'eco che ha avuto la mia provocazione: una volta tanto si parlava di questo paese in termini positivi».
Lei non è esattamente un artista low cost, giusto?
«L'arte contemporanea è un investimento e io non faccio acquarelli da strada. Ho venduto a privati, a manager. In questo momento il mercato è fermo, altrimenti non sarei qui».
Oltre l'omofobia, su quali altri bersagli punta?
«Nel 2006, quando si parlava di epidemia di aviaria, ho dipinto dei polli enormi, tre metri per due: bestie giganti che ci stavano sovrastando e avrebbero potuto distruggerci. Ho dipinto anche i 4 mori della Sardegna che si trasformano in galli e, per finire, pacifiche galline sovrastate da un'aureola».
Messaggio recepito?
«Credo di sì. Altrettanto è accaduto quando ho aperto il tema della violenza alle donne segnalando l'uso di cavie umane da parte delle aziende farmaceutiche».
Ce l'ha più o meno con tutti.
«Il mondo che viviamo è sopraffatto dalla brutalità, dall'ingiustizia, dallo sfruttamento. Un artista ha il dovere di ricordarlo continuamente, non può perdersi in esercizi accademici di puro narcisismo. Non a caso io detesto la politica e i politici: tutti, nessuno escluso».
Quando ha iniziato, sapeva dove sarebbe andato a parare?
«Non potevo immaginarlo. Ho cominciato ispirandomi alla simbologia antica, bronzetti, fossili che arrivano a sbordare dal dipinto per finire sulla parete. In Accademia, dove ho fatto anche l'assistente di incisione, ho cambiato tecniche e tematiche. Ho scoperto, per esempio, la pittura liquida».
Ossia?
«Un sistema per manipolare la densità del colore. Con un po' d'acqua riesco a renderlo quasi evanescente e questo dà una corposità diversa all'oggetto che dipingo».
Ma come le è venuta in testa la performance dello scandalo?
«Era Natale e mi ritrovavo assolutamente solo nella casa dove abitavo, a Roma. Sui giornali si parlava di Berlusconi e delle escort, dei festini ad Arcore: insomma, l'harem del Potere».
E allora?
«Ho costruito per la Biennale sei busti femminili, naturalmente senza testa perché la testa non ha alcuna importanza nella donna: due verdi, due bianchi, due rossi. Nelle mani, tenute in alto, tutte stringono un oggetto sadomaso. Al centro, la foto di Silvio Berlusconi insieme a Gheddafi. Quello è stato il punto di partenza».
Poi?
«Siccome un artista non deve mai perdere il contatto con la realtà, a Napoli ho realizzato una performance per distribuire finte mazzette di danaro per strada. Al Museo della Civiltà romana dell'Eur ho invece schierato su un grande tavolo trecento Barbie, qualche Ken e molte borchie: cioè un genere umano molto vicino al nostro. A fianco al tavolo, un trans vero, in carne e ossa, con fascia tricolore e braccio teso nel saluto fascista».
Ce l'aveva col sindaco di Roma?
«Ce l'ho con l'ipocrisia di chi divide il mondo tra quello che predica e quello che in realtà fa».
Cosa cambierebbe nella vita di tutti i giorni?
«Non sopporto la monotonia, è la cosa che mi spaventa di più. Mi fa impazzire non potermi muovere, vivere giorni disperatamente uguali uno all'altro. Sindia, da questo punto di vista, è una prigione. Ho bisogno di rompere con tutto quello che mi circonda e scoprire altri luoghi».
Allargando il tiro, neanche la Sardegna le va bene.
«Ha grandi cose ma non sa valorizzarle. Idee poche, e subito copiate. Uno s'inventa le cortes apertas e tutti gli altri fanno lo stesso, un altro organizza un festival letterario ed ecco che ne spuntano altri dieci in un mese...».
Succede dappertutto.
«Certo ma noi riusciamo a far tutto peggio. Siamo inchiodati da un provincialismo senza scampo, da una Chiesa arretrata e invadente. Con l'aggiunta di una politica che non vale nulla. Io personalmente ho qualche problema ad accettare anche gli elettori. Sa dirmi un buon motivo, uno soltanto, per cui è giusto andare a votare?»
Insomma, non vale la pena vivere?
«La vita è una meraviglia se riusciamo a liberarci. Il motore che ci anima è sempre lo stesso: l'erotismo. Quello dei nostri tempi è purtroppo nascosto, marginale, disperato. È un erotismo intenso ma raramente portatore di felicità».
La prossima?
«Mi piacerebbe intrufolarmi in una festa paesana molto nota, molto affollata, molto popolare. Vorrei provare a modificarne la ritualità, l'anima. Sarà peccato mortale. Beh, pazienza».

04/11/12

A mani nude contro il diavolo, vita e tormenti di un esorcista


  dall'unione sarda  del 4\11\2012
 di  Giorgio  Pisano (  pisano@unionesarda.it )

Incrocia il diavolo quasi tutti i giorni da diversi anni.Sulle prime,Satana parlava di sé in terza persona, insomma dandosi del lei come succede ogni tanto ai baroni della medicina, poi s’è reso conto che non poteva durare ed è passato al tu.
Don Giovanni Sini 
In fondo, sono colleghi: concorrenti ma colleghi. Lavorano sulla stessa materia prima: l’uomo. Don Gianni Sini,57 anni,figlio di un ex operaio Sir, è l’esorcista ufficiale della Diocesi di Tempio. Biparroco, nel senso che opera in due chiese (Nostra Signora de la Salette a Olbia e Nostra Signora del
Mare a Pittulongu ),è sacerdote molto popolare e molto amato.
Capelli grigi, lunghi e scomposti,da nouveau philosophe,ha un fisico proletario,mani polsi e braccia di conseguenza, jeans, giubbino scuro e polo.Commenta il Vangelo della domenica in una televisione locale (Cinque Stelle) ma si spende soprattutto nella guerra infinita contro il demonio. Racconta che attualmente si sta occupando di cinque casi «decisamente gravi» e sfodera un campionario arcinoto: la vecchietta semianalfabeta che parla ebraico senza averlo mai studiato, il bimbo che grida volgarità da far arrossire un camionista, il giovanotto che in piena crisi decuplica forze muscoli e aggressività. A riprova mostra qualche cicatrice, ferite di guerra.
Alterando luoghi e nomi per evitare che gli interessati vengano riconosciuti,ha raccontato undici storie sataniche nel libro pubblicato qualche mese fa con Sugarco (“Quando parlo col diavolo”) e già a un passo dalla terza edizione. Segno che l’argomento tira anche quando a parlarne non è un decano della categoria come padre Amorth ma un semplice sacerdote di provincia.
All'inizio dell’intervista, posa sul tavolo gli arnesi da lavoro: una stola viola,l’aspersorio, un crocifisso e un libretto molto maltrattato.Contiene le istruzioni per l’uso, formule che invocano l’allontanamento di Satana dal corpo di un  ossesso oppure ne  ordinano bruscamente la cacciata come una sorta di  foglio di via.Spossante?
«Tanto. Anche perché la partita non si chiude in una botta sola».
E qualche volta,confessa, non si chiude affatto.
Don Sini è entrato in seminario che aveva undici anni. Ne è uscito prete e senza conseguenze: «Nessun problema nei rapporti coi superiori né ripensamenti».
La chiamata vera e propria è arrivata tuttavia più tardi. E sarebbe finita in gloria con una carrierina da parroco se non avesse visto un esorcista all'opera . È stato colpo di fulmine. Da quel momento volle, fortissimamente volle dedicare cuore e breviario alla madre di tutte le battaglie: quella contro il Male e il suo ufficiale rappresentante. Male che non prevede «soltanto possessioni» ma anche tentazioni e perfino blitz nella politica. «Chi altro volete che ci sia, se non il demonio, quando si prendono certe cattive decisioni?» 
Quali, per esempio?
«L’eutanasia, per dirne una». Ma si potrebbe serenamente aggiungere anche il testamento biologico o il registro delle unioni civili.Argomenti tuttaltro che spirituali e che riguardano la discesa in  campo di nostro signore degli inferi.
Com’è  il  diavolo?
«Diversamente da come viene rappresentato nella letteratura o nei film, strana e terribile creatura con le corna,è -lo aveva detto Paolo VI - personaggio misterioso, pervertito e pervertitore. Il suo compito è, prima di tutto, attrarre e poi stravolgere la mente e i buoni valori.
 La sua più grande conquista far dire alle persone che lui non esiste».
Obiettivo?
«Annacquare la divisione tra Bene e Male».
L’ha  mai  visto?
«Ci parlo spesso attraverso gli ossessi o le ossesse. Ne altera la voce, lo sguardo, fa dire cose orride».
Ma  s’è  mai  manifestato  davanti  a  lei?
«Fisicamente no. Non dimentichiamo però che, come insegnano le Scritture, è un essere immateriale. So comunque di gente che l’ha proprio visto di persona».
Da  quanti  anni  fa  l’esorcista?
«Il primo caso l’ho affrontato negli anni ’80.Avevo 33 anni».
Addestramento?
«Uno non ce l’ha scritto nel dna che farà l’esorcista. La preparazione si  acquisisce   seguendo i confratelli che già esercitano. Il mio maestro mi ha poi affidato gli strumenti (crocifisso, stola,aspersorio e manuale) che Satana riconosce ufficialmente come armi contro di lui».
Quanti  casi  ha  esaminato finora?
«Alcune centinaia.Non dimentichiamo comunque che i casi di possessione sono i meno numerosi,uno \ due per cento. Incontro sette-otto persone al giorno ma raramente si può parlare di anime possedute».
Effetti  collaterali?
«Beh,certe volte la cappella dove opero si trasforma in una specie di palestra.La lotta tra Bene e Male non è sempre fatta soltanto di parole. Ho preso pugni,graffi, calci, sputi: fa parte del lavoro».
Il  demonio  è  interessato  alla  Sardegna?
«Abbastanza, in linea con Sicilia e Calabria che stanno ai primi posti mentre il Piemonte è soprattutto terra di sette. Nelle zone interne della Sardegna ci sono usanze che sconfinano nel profano,scivolano nello spiritismo,cercano sistemi per stabilire un contatto coi morti, si rivolgono a maghi per far togliere le fatture. E tutto questo è opera sua».
Sua,  di  chi?
«Del diavolo, ovviamente».
In  famiglia  o  gli  amici  l’hanno  mai  presa  per  matto?
«Alcuni sacerdoti tendono a denigrare o a ridicolizzare il ruolo dell’esorcista,dicono che vediamo il demonio dappertutto».
Luoghi  preferiti  per  l’attacco?
«Quelli dove non c’è verità, non si segue il Vangelo e si preferisce il culto di Satana attraverso sedute spiritiche o addirittura celebrando la messa nera, che è la parodia e la profanazione di quella vera».
Travestimenti  per  non  farsi  riconoscere?
«Noi potremmo avere come compagno  di lavoro un posseduto e non lo sappiamo. Perché la ossessione si manifesta solo in certi momenti, mica 24 ore no stop».
Poi?
«A un certo punto, quando si rende conto di non farcela più, l’ossesso bussa alla nostra porta per chiedere aiuto.Sa di avere dentro di sé un altro e vuole liberarsene».
La  psichiatria  le  chiama  sindromi  dissociative.
«Può essere. Ma noi abbiamo indizi precisi per capire se si tratta di vera possessione e non confonderci».
Cioè?
«Dev’esserci una forte avversione al sacro e alla fede, alla Madonna e ai santi, disagio a stare in un luogo di culto o accostarsi ai sacramenti. Tant’è che quando debbono fare la Comunione avvertono una irresistibile repulsione».
Altri  segnali?
«Parlare una lingua sconosciuta.È impressionante ascoltare una donna di settant’anni parlare ebraico quando sai che non ha nemmeno frequentato la scuola dell’obbligo».
Che  genere  di  messaggi  manda  Satana?
«Mi invita a lasciar perdere,urla il suo diritto a possedere una persona,ride delle mie preghiere.Io replico con altrettanta forza: prima lo invito con le buone a lasciare quel corpo, poi passo alle maniere forti».
E  cioè?
«Leggo ad alta voce il rito dell’esorcismo, gli ordino di andare via. Purtroppo però non dipende da me il fatto che si allontani più o meno velocemente.È Dio a decidere. Di solito bastano pochi mesi ma stiamo seguendo casi molto difficili che ci stanno impegnando da anni».
C’è  una  profilassi  anti-demonio?
«Una prevenzione,vuol dire? L’importante è non entrare in contatto col mondo dell’occulto. Non scambiare la fede con surrogati o forme di superstizione,abbracciare una vita vicina a Nostro Signore e ai sacramenti».
Vittime  predilette:  facciamo l’identikit.
«La fascia più esposta è quella che va dai 18 ai 45 anni. Ma può essere  infettato chiunque, compre-
si i religiosi. Ho personalmente seguito il caso travagliato di alcune suore possedute, che pure facevano la Comunione tutti i giorni. Finché non hanno avuto  una crisi nessuno se n’è accorto».
Che  tipo  di  crisi?
«Rifiuto della Comunione e un’esplosione di rabbia che faceva dire parole scurrili,discorsi impensabili sulle labbra  di una monaca».
Bambini?
«Ce ne sono e rappresentano un mistero: se negli adulti c’è un episodio o un’esperienza del passato a spiegare la possessione, nei bimbi non abbiamo  niente di tutto questo. M’è capitato di dover aiutare un bambino di quattro  anni».
Chi  gliel’ha  portato?
«I genitori.Non riuscivano a spiegarsi la sua aggressività: non stava mai fermo e, se veniva rimproverato, non esitava a colpire mamma e babbo».
Non  sarà  stato  ipercinetico?
«No,sotto c’era qualcos’altro: il demonio.E alla fine l’ho scoperto.Ho chiuso a chiave la porta della cappella.Lui voleva uscire a tutti i costi,dava calci e pugni alla madre per farsi aprire. Altrettanto al
padre,che però aveva perso da tempo la pazienza e gli mollava ceffoni molto forti».
L’avete  messo  ko?
«Non ce n’è stato bisogno.A un tratto si è rivolto verso di me,pronto a colpire. Gli ho detto: attento, ti restituisco le botte una per una. All'improvviso ha digrignato i denti, ringhiava come un cane e ha tirato fuori una voce profonda,cavernosa: chi sei tu per fermarmi?»
Com’è  finita?
«Ho iniziato a leggere il rituale ma quando sono arrivato a metà mi ha interrotto: prete, l’hai capito o no che mi stai  rompendo le palle?»
Magari  non  ce  l’aveva  con  l’esorcismo.
«Abbiamo interrotto e il padre, in separata sede,mi ha confessato che da giovane partecipava a sedute spiritiche. Ecco che tutto si  spiegava».
Tara  familiare,  in-somma.  Come  tante  malattie.
«Proprio così.Allora ho capito  che il diavolo stava giocando in casa e dovevo affrontarlo allinterno della famiglia: il bambino  non era altro che  una vittima inconsapevole».
Con  lei  ci  ha  mai provato,  Satana?
«Come no. Mi sabota la macchina,mi fa trovare le ruote a terra o il cambio sfasciato. Ma io  non m’arrendo facilmente».
Tentazioni?
«Continuamente,cerca di deviarmi dal  mio ministero».
Donne?
«No, questo non mi è mai capitato ma  non mi sorprenderei se provasse anche questa trappola».
Il  caso  più  incredibile? 
«Quello di una ragazza di quattordici  anni, cresimata di recente, che manifestava una forte avversione al sacro. Non  riconosceva più nulla, come se non fosse mai passata in chiesa».
Vabbé  ma  il  diavolo?
«Sono riuscito a liberarla dopo quattro  mesi. Ho recitato l’esorcismo in forma imperativa, è caduta a terra come morta. Poi si è ripresa».
La  sua  vita  è  tutta  un  match.
«Lo è.A Oristano,durante la presentazione del mio libro,una donna m’ha lanciato due sedie addosso dopo averne scaraventato un’altra contro una vetrata  mandandola in frantumi».
Posseduta  o  polemica  verso  il libro?
«In passato l’avevo esorcizzata. Evidentemente Belzebù stava tornando alla carica.È stato necessario tenerla immobilizzata.Ho dovuto rifare l’esorcismo in diretta. Si è ripresa dopo un’ora».
Da  pugile  di  Dio,  quanti  incontri  ha perso?
«Per il momento nemmeno uno perché non siamo arrivati alla fase finale.Abbiamo tre casi ancora aperti. Il Male alla fine dovrà soccombere,non può vincere».
Cosa  risponde  a  chi  sostiene  che  siete solo  ciarlatani?
«Contra factum non datur argumentum. Io mi limito a dire: venite con me,state a vedere e poi ne riparliamo».

13/11/11

L'odore del silenzio

C'è sempre, in ogni vicenda umana, un momento di ricapitolazione, una pausa in cui il respiro rallenta, o addirittura si ferma. E' un momento timido, che svanisce non appena ne percepisci la presenza; eppure è anche una luce. Te ne puoi nutrire, senza però possederla. Devi fare un passo indietro, permetterle di invaderti. E allora, lei ti restituisce a te stesso. Pienamente, completamente.

Quando usciva dal Quirinale, nella lunga notte di ieri, Silvio Berlusconi è stato restituito, o forse donato, a sé stesso. Non coglierà l'occasione, lo sappiamo. Tornerà, entro brevissimo tempo, il Berlusconi che abbiamo sempre conosciuto: un Berlusconi non super-umano, non post-umano, bensì para-umano. Qualcosa che sta accanto all'umanità senza esserlo. Una carcassa vuota, un'apparenza di vita, esattamente come le immagini dei dépliant pubblicitari.

Perché questo e null'altro è stato il senso della sua avventura "politica": una strenua difesa della roba (sua), una roba per la quale s'è immolato - e da cui, ironia della sorte, è stato disarcionato -, con un fideismo da martire. Martire del profitto, dell'accumulazione. "Credo nella società occidentale, credo nel libero mercato" è stato uno dei primi slogan da lui lanciati, in quel para-italiano semplificato da piazzista tv. Semplificato, ma non insignificante. In quelle due frasi si condensava tutta la para-filosofia berlusconiana: l'identificazione della "società occidentale" (crocifissi in legno versus crocifissi della vita, Bianco Natale e dio Po, bestemmie in barzelletta e orge in abito da suora) col "libero mercato", quasi fossero sinonimi. Non tanto per contrapposizione al collettivismo comunista (tra i migliori amici del Cavaliere, oltre a dittatori e satrapi, figurava l'ex agente Kgb Vladimir Putin), quanto per marcare una differenza antropologica, diremmo razziale (il mercato è razzista) tra "noi" e "loro". "Noi", quelli per cui il pensiero è un inutile fardello, quelli per i quali la vita si mangia e si ruba, e non puoi guardare in faccia nessuno: nemmeno tua madre (cfr. Terry De Nicolò, una delle tante prostitute foraggiate da B.). Noi, quelli che hanno successo - o s'illudono d'averlo: e poi, sullo sfondo, reietti, tutti gli altri. Noi, quelli che viva gli oggetti. L'anima non c'è. Dopo questa esistenza non ce ne sarà un'altra.

Ma ieri, solo ieri, in quei fuggevoli istanti, Berlusconi ha avuto l'opportunità di lasciarsi invadere da quella timida luce. E ne avrebbe avuta ancor di più, se invece del giubilo e dei fischi da stadio che hanno accompagnato la sua uscita di scena (intonati, peraltro, da figuranti in larga parte, e in tempi non lontani, suoi accaniti sostenitori) l'avesse accolto un lungo silenzio; un silenzio severo, anche giudice, ma lento e contemplativo; misericordioso. La misericordia non dimentica, ricrea; la misericordia non cancella il passato, lo condanna con forza; ma salva l'attimo di sincerità dell'uomo. Anche dell'uomo Berlusconi. Della sua debolezza, della sua fragilità, del suo dolore, della sua vecchiaia che mai come ieri è apparsa così crudele e impietosa.

Egli non coglierà l'attimo, dicevamo. Possiamo, dobbiamo però coglierlo noi.

Ci attende un percorso tutto in salita. Senza guide, senza sogni plastificati, senza (para) uomini della Provvidenza, soffocati e attossicati da una roba dal cui dominio è necessario liberarsi. Non è il periodo delle maschere urlanti. Ci hanno già storditi troppo. E' l'avvento del silenzio. Quotidiano, alacre, essenziale. Enrico Deaglio ha affermato che il '94, anno della fatale "discesa in campo" (un altro dei para-linguaggi di questo tempo violentato), è stato un anno inodoro, asettico, televisivo e abbastanza crudele. Il silenzio, invece, ha un odore: l'odore inconfondibile e discreto della casa, della normalità, degli affetti, dei libri, dei mobili e dei ricordi. E' un odore strano, cui siamo talmente abituati da non sentirlo nemmeno più. E, per questo, lo copriamo con insensati, chiassosi odori artificiali. Solo quando manca, ci sentiamo soffocare.

02/11/11

Ingrata patria...


Nessun ricordo ufficiale per il volontario sardo-ligure che ha donato la vita per salvarne altre


Per Lui, SANDRO USAI, nessuna diretta televisiva... solo: Sul coperchio un mazzo di piccole orchidee e le lacrime della moglie Elena, che non ha abbandonato un istante la bara... è quello che capita spesso ai "veri eroi"...

(Domenico Savino)

09/10/11

La pastora, i silenzi e la politica tra lacrimogeni e scontri di piazza

Unione  sarda  del 9\10\2011di GIORGIO PISANO


Cosa fosse un lacrimogeno l'ha capito una mattina dell'anno scorso in via Roma, a Cagliari. La polizia era schierata in assetto antisommossa. E lei - madre di famiglia - guardava con curiosità, quasi fosse in televisione, una scena che non la riguardava. Distante, lontana. Confusa tra i manifestanti, tutti con la stessa maglietta azzurra del Movimento pastori, si sentiva intoccabile, irraggiungibile, sicura. D'un tratto un sibilo ha spezzato il silenzio «e io mi sono ritrovata questo coso tra i piedi, dentro una nuvola di fumo acre». Respirava a fatica ma ha provato a reagire, calpestarlo, allontanarlo con un calcio. Poi ha capito cosa prescrive la tattica del popolo blu in questi casi: ritirata. Ritirata velocissima tra le stradine che circondano il Consiglio regionale e i poliziotti, zavorrati nello scafandro d'ordinanza, dietro. Urla, respiro corto, il frastuono dei passi assordante come quello di una mandria.Graziella Ninu, 44 anni, di Silanus, ha scoperto all'improvviso una faccia sconosciuta della vita. Dieci anni prima aveva dovuto imparare a mungere, diventare giorno dopo giorno, e in fretta, pastora. Pensare che aveva alle spalle studi al liceo scientifico e il sogno (mai abbandonato) d'una laurea in Lettere classiche. Il destino le ha cambiato copione in un lampo. Oggi ha due figlie, un marito (Pietro) che lavora in una coop, presente e futuro di guerra: nel senso che il gregge è diventato la sua vita. Assieme alle battaglie di piazza. Ha 150 pecore («il massimo possibile per una sola persona») in un tancato enorme sulle colline di Silanus, avamposto sospeso fra il cielo e la sterminata piana di Dualchi. Spettacolo straordinario della natura. Qui, a Pedra Niedda, si lavora tutti i giorni, nessuno escluso. A dare una mano c'è Carlotta, primogenita, quart'anno di Giurisprudenza a Sassari: lei e la mamma fanno tutto quello che nei pascoli vicini è lavoro da uomini. Si comincia alle sei del mattino. Cioè al buio o quasi, estate e inverno. La giornata finisce quando la porcilaia è a posto, la sala mungitura pulita, il fienile riordinato, i gatti liberi di andare a caccia di topi. Conferiscono tra i sedici e i diciassettemila litri di latte l'anno. «Puntiamo sull'igiene e sulla qualità piuttosto che sulla quantità». Mantenere una pecora costa un euro e diciannove centesimi al giorno. Il latte viene venduto a 0,65 (molto meno della metà di un litro di benzina) mentre nel resto d'Italia spunta un euro. Tre-industriali-tre sono in grado di imporre il prezzo a una categoria che coinvolge circa centomila addetti in oltre ventimila aziende. Fatturato complessivo: mezzo miliardo di euro. E fame, miseria e crisi come mai.Graziella è molto determinata, non si piange addosso. Le mani, lunghe e ben curate, le servono per disegnare in aria gli scenari dell'infinita vertenza della sua categoria, le speranze e i precipizi, le missioni in strade di città mai viste prima. Adopera un italiano preciso, tagliente. A tratti sembra un amministratore delegato che riferisce ai soci. Intorno però ha solo balle di fieno, allineate in piccole torri fino a sembrare una fortezza.
La prima volta in campagna?«Avevo trentaquattro anni. Mi occupavo di famiglia e non l'avevo messo in conto. Ma un lutto ha scompaginato tutto. Ho fatto in fretta a imparare. Solo che ogni giorno mi tormentava sempre la stessa domanda: ce la farò?»
Beh, ha imparato anche a mungere.«Non è difficile se qualcuno te lo spiega. Qualche problema, semmai, me lo dava doverlo fare all'aperto, senza un tetto. I tempi sono quelli, non ci puoi fare nulla. Pronta e operativa alle quattro del mattino se passa il camion del latte, alle sei in altri periodi. Unica donna in un ambiente totalmente maschile».
Imbarazzo?«Mai. Anche perché speravo di trarne un reddito. Non si lavora per la gloria. Per me le pecore sono lavoro, non ho il senso poetico della fatica».
E allora?«Finita la prima stagione di mungitura, mi sono detta che dovevo assolutamente rendere tutto meno duro. Ho comprato una mungitrice elettrica e un refrigeratore, ho ricostruito il fienile e il ricovero per le pecore. Mi sono lanciata nell'imprenditoria».
E in famiglia?«In famiglia nessun problema: sono sempre riuscita a conciliare casa, marito e figlie».
Paura?«In campagna? No. Mi capita di provarne pensando a Carlotta, che sgobba quanto me; a Francesca, la più piccola, che ha una grande sensibilità per gli animali. Succede che restiamo nel tancato fino a sera inoltrata: mai avuto paura, però»
Basta seguire una regola: non vedere, non sentire.«Diciamo pure che la campagna non è un mercato, questo è sicuro. Quando arrivo a Pedra Niedda di solito è buio pesto: non vedo e non incontro nessuno».
Dicono che i pastori conoscano le loro pecore una per una.«Non esageriamo, non sono la loro mamma. Ho imparato a governarle, questo sì. Segnalo la mia presenza, appena aperto il cancello, con un colpetto di clacson».
Solitudine?«A tempo pieno, non compresa nel prezzo del latte. Ma non ne ho risentito. Anzi, ogni tanto lo cerco proprio, il silenzio: e allora mi piazzo qui, in alto, a guardare la piana come se fossi a teatro. Questo è il posto dove ricarico le batterie, dove vengo a cercare conforto e forza per andare avanti. Sono un po' strana».In che senso?«Più che parlare mi piace scrivere. Tengo un diario da quando stavo alle elementari. Ho bisogno di annotare pensieri, riflessioni, piccoli episodi. Ogni tanto sfoglio qualche pagina e mi faccio prendere dai ricordi».
La offende essere chiamata pastora?«E perché mai? Ho amiche laureate che mi invidiano per la semplicissima ragione che ho un lavoro. Un lavoro che non rende quanto dovrebbe, che non pareggia il bilancio tra impegno e fatica, ma ce l'ho».
Giornata-tipo.«Raccontiamone una normale. Sveglia alle 6. Operazione numero uno: accendere la tivù, La7, Rainews, per sapere che succede nel mondo. Intanto io e Carlotta ci prepariamo. Il tancato dista una decina di minuti da casa. Le pecore ci sentono arrivare, sanno che stiamo per aprire la sala-mensa».
Poi?«Le chiudiamo nel recinto a gruppi di 28, che non è un numero a caso ma quello delle gabbie utilizzate per la mungitrice. Terminiamo nel giro di un'ora e un quarto. A quel punto le porto al pascolo mentre Carlotta si occupa delle pulizie nei locali della mungitura».
Carlotta ha 24 anni (  con la madre  a  destra  )   
Sposata, un figlio. Dice che all'università, quando le domandano cosa fa, risponde: lavoro in campagna. Seccante parlare di gregge, di pecore? «Questo discorso poteva valere anni fa. I tempi sono cambiati. Il mondo agropastorale è affollato di giovani che studiano. Ho colleghe che sono figlie di pastori e non si vergognano affatto». Nessun complesso d'inferiorità, dunque: semmai apprensione per il futuro, per la sorte di un comparto che sta scivolando lentamente verso il fallimento. A dispetto degli oltre tre milioni di capi ovini a cui si aggiungono trecentomila capre. Adesso c'è molta attesa per le decisioni che prenderà la Commissione per le Politiche agricole di Bruxelles. Il leader del Movimento dei pastori sardi, Felice Floris, ha denunciato gli industriali caseari all'Antitrust per ben due volte. Nel frattempo? Graziella non vede alternative alla piazza.
La protesta è una politica vincente?«Non so se sia vincente ma non ci sono altre strade. Anche se qualche volta va male, com'è successo a Civitavecchia, quando la polizia, appena siamo sbarcati, ci ha chiusi in angolo, assediato».E voi?«Beh, diciamo che per superare il blocco non abbiamo bussato ma è stata davvero pesante. Ora puntiamo su Bruxelles: se non ti vedono e non ti sentono, non si ricordano che esisti. Io l'ho scoperto col mio sindacato».
Cioè?«Lasciamo stare le sigle, non voglio fare polemica. Avevo un sindacato di riferimento che preferiva vie sotterranee di trattativa. Un giorno, per curiosità, sono andata a Tramatza a sentire che dicevano i pastori e mi si è aperto un mondo».
Per una donna fare questo lavoro è peggio?«A livello di testa, noi donne siamo più concrete di voi. L'handicap è la forza fisica: ce ne vuole tanta. Fortuna che abbiamo ottimi rapporti coi vicini di pascolo: ci aiutano, ci danno consigli. Studio anche su un manuale ma non ha la stessa saggezza di un vecchio pastore».
La solidarietà esiste sul serio o è un luogo comune?«Tutt'e due. La solidarietà la tocchi con mano quando ti aiutano a scaricare i bidoni del latte. Per il resto, la categoria è unita e disunita»
Sarebbe voluta nascere altrove?«No. Silanus è un paese che, nei momenti difficili, riesce ad esserti vicino»
.Questo è il bello. Il peggio?«Non lo dico. Scelgo la via dell'omertà».
Ferie, vacanze.«Non esistono. Manco Natale. Il massimo che ho fatto è una puntata al mare, partenza e rientro in giornata. Un viaggio, un viaggio vero che non so neppure dove perché mi vengono in testa cento posti meravigliosi, prima o poi lo farò. Me lo sono giurata».
Quanto guadagna mediamente in un mese?«Tra i 1.200 e i 1.900 euro. Che, ovviamente, non bastano. Ma io sono contenta così: vivo per le mie figlie. Che altro deve fare una madre?»
Come si sopravvive vendendo il latte a 0,65?«Non rinnoviamo le macchine, non facciamo lavori di ristrutturazione, non investiamo un euro in nulla. Aspettiamo. Grazie ai premi comunitari tiriamo avanti e speriamo che piova. Io sono pure fortunata perché in casa arriva lo stipendio di Pietro. Quando penso alle famiglie monoreddito mi vengono i brividi».
Com'è possibile che tre-industriali-tre pieghino ventimila pastori?«Secondo le regole del mercato, a definire un prezzo congruo dovremmo essere noi e gli acquirenti. Invece a decidere, a cantarsela e a suonarsela, sono solo loro».
Vuol dire che siete tanti ma non avete peso contrattuale?«Non siamo uniti, è questo il vero problema. Sa cosa farei io? Bloccherei totalmente la produzione, non conferirei neanche una goccia agli industriali: vediamo quanto reggono. Il guaio è che a quel punto comprano il latte dalla Romania e lo rivendono come sardo. E noi? Noi sempre peggio».
Dove finisce il latte del suo gregge?«Prima facevo capo anch'io ad un'industria. Ho smesso quando ho scoperto che pagava 80 centesimi ai pastori che avevano mille capi e 0,60 a piccoli allevatori come me. Capito? Ci dividono per governarci meglio».
Quale sarebbe il prezzo giusto?«Un euro. Anche perché intanto i mangimi sono aumentati del 40 per cento, un quintale di granturco è passato da 20 a 32 euro. Mica si può durare, così».
I rapporti con la politica: ci crede?«Ho smesso da un pezzo. E sa perché? Perché mi vergogno di un Consiglio regionale che, a voto segreto, boccia la legge per ridurre il numero degli onorevoli. Mi vergogno di un Consiglio regionale pieno di indagati. Mi vergogno di gente che pensa soltanto a riempirsi la pancia».
E la crisi?«La crisi sono loro. Questa è la verità».

                                                  pisano@unionesarda.it

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