Visualizzazione post con etichetta fortezza da basso. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fortezza da basso. Mostra tutti i post

23/07/15

L’ANNO ZERO © Daniela Tuscano

la sdentenza in questione
https://abbattoimuri.wordpress.com/2015/07/23/firenze-testo-sentenza-di-assoluzione-per-stupro-di-gruppo-alla-fortezza-da-basso/



Non mi dilungherò troppo. L’ho già fatto in altre occasioni. Con quali risultati, è facile verificarlo.


Non ho letto per intero l’ignobile sentenza assolutoria dei sei stupratori fiorentini (quindi italiani, di buona famiglia, cattolici). Né l’affranta lettera aperta della ragazza, oggi ventinovenne. Non ne avevo bisogno. Lei è sola, disperatamente sola. Nessuno potrà capirla, tranne un’altra donna. E non so se potrà bastarle.
Non doveva scrivere. Non doveva discolparsi. Non doveva giustificarsi.
 Eppure è stata spinta – da sé medesima – a farlo. Ognuna di noi, nelle sue condizioni, si sarebbe comportata come lei.
Non ho letto, perché già so. Quando, tra le motivazioni dell’assoluzione, si ricorre alla “leggerezza” della vittima, ai gusti sessuali, alla presunta promiscuità, all’abbigliamento, allo stile di vita, già sappiamo tutto. Siamo all’anno zero della storia. Il tempo non esiste, non si muove mai, in una società fondata sullo stupro.
Logica suggerirebbe: sì, ma sta’ un po’ attenta. Sì, ma potevi prevederlo. Sì. Ma questa logica, nella società dello stupro, rischia di diventare “troppo” logica. “Troppo” sensata. Soprattutto immemore. Perché sono millenni che le donne se la sentono ripetere. Perché lo stupro è vecchio, remoto. Perché lo stupro è diventato reato nella legislazione italiana solo nel 1996. E non nasce a causa
dell’eccessiva licenziosità delle donne. Nasce con l’uomo. Con la volontà di potenza, la brama di possesso, la superbia di sentirsi padroni d’un altro essere umano. Il maschio stuprava anche quando relegava la “sua” donna in casa. Anche quando la seppelliva sotto veli e coltri. Quando le impediva di studiare, di divertirsi e di peccare. Il maschio stuprava e stupra finché non si convincerà che chi gli sta dirimpetto (questa la traduzione dell’ebraico “eser kenegdo”, riferito a Eva nel Genesi) non è una sua appendice, non un suo possesso, non un oggetto di cui disporre e sbarazzarsi a piacimento.
La società dello stupro non è solo quella che riduce il corpo delle donne a oggetto di piacere. È pure quella che le cancella dai libri di scuola, che nega l’originalità del loro genio. Che si ostina a definire con l’ossimorico “neutro maschile” professioni prestigiose svolte da donne. 
La società dello stupro è, ancora, quella dei media. L’abbiamo letto alcuni giorni fa, nell’edizione online del “progressista” Repubblica, a proposito d’una ragazza violentata in treno a Livorno: "La sua unica LEGGEREZZA è stata quella di sedersi in uno scompartimento senza nessun altro passeggero. E non ha potuto DIFENDERSI e CHIEDERE AIUTO durante la violenza" [corsivi nostri]. In altre parole: se l'è cercata. Che le giovani e le adulte sappiano: qualora si trovassero da sole su una carrozza, caso abbastanza frequente, si apprestino a cambiare vagone, o scendano una fermata prima, tanto qualche autobus (affollato, si spera: i taxi, meglio evitarli…) si troverà. Altrimenti, viaggiano a loro rischio e pericolo. Eterna, maledetta leggerezza di Eva peccatrice.
E s’ostinano a chiacchierare di raptus, come incredibilmente nell’ultimo, efferato delitto di Pesaro. In esso, oltre al sadismo s’aggiunge la blasfemia, la vittima essendo stata crocifissa – volontariamente, a sentire l’impudente assassino! – e poi sgozzata con tale furia da rasentare la decapitazione. Erano solo ragazzi, tre ragazzi. L’ucciso ha pagato cara la scappatella con la ragazza del… migliore amico. E prontamente i maggiori quotidiani titolano: delitto “passionale”; lei l’aveva tradito, lui ha perso la testa. Insomma, già s’insinua il sospetto che l’omicida non si sarebbe trasformato in belva umana, se la fidanzata gli fosse rimasta fedele. La donna diverrà, ben presto, la responsabile morale della mattanza.
S'addurranno altre motivazioni ancora: l’incapacità di sopportare una delusione, di gestire un fallimento - sia pure minimo, banale. E come stupirsene, in un mondo azzerato, liquido, basato sull’emozione momentanea, anzi, sull’istintualità? Dove quell’istintualità diventa diritto, pretesa, prepotenza, per il semplice fatto d’esistere?
Tutto vero; tutto ingigantito in mancanza di qualsivoglia altro valore. Ma, ancora, accentuato, ispessito diremmo, indurimento d’un male antico, il solito, il perenne, l’origine e metastasi della civiltà: la fallocrazia. E finché quest’ultima continua, pervicace, resteremo qui, fermi, petrosi, preistorici. Finché esisterà, la risposta non potrà essere che unanime: #Nessunascusa!

                                                             © Daniela Tuscano


Archivio blog

Si è verificato un errore nel gadget