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17/12/08

da Riflessioni: Il tempo

L’Oste scaltro


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Pensando al tempo, viene in mente un oste scaltro che ci ubriaca mescolando vini diversi  per rubarci il senno ed i baiocchi … ma se con Dalì provassimo a ridisegnare gli orologi ed inventassimo un tempo nuovo, fuori dalla logica fredda “del prima e del poi”, un tempo che si piega e non ci piega, nel quale poter “ubriacare l’oste” perché possa mescere ottimo vino per gli amanti, allora potremmo recuperare quella dimensione della “contemporaneità”  che ci permette di vivere non solo l’uno accanto all’altro, ma con l’altro, così la vecchia “ora” dilatandosi per accogliere il prima ed il dopo, esploderebbe, perdendo la rigidità per recuperare la fluidità, l’elasticità della fanciullezza.


Non un invito al “carpe diem” pare, dunque, quello di Dalì, in quanto il tempo perde la propria “carpibilità” intesa come individualistica fruizione dell’ “attimo che fugge” per diventare un’indivisibilità condividibile, un “tempo” da coniugare al plurale, che non si lascia incatenare in un display al plasma ma che scivolando sulle cose, tutte ugualmente le carezza  senza oltre-passarle.


a.f.


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11/12/08

da Riflessioni - Guerre e pace

 

“Una singola morte è una tragedia, un milione di morti è una statistica.“
Stalin


"Combattere per la pace è come fare l'amore per la verginità."
J. Lennon



guerra Vietnam


 


La nascita e la morte rappresentano i due più affascinanti momenti dell’esistenza umana ed intorno ad essi, e per essi, ruota l’intera vita di ogni singolo individuo. Questi verrà al mondo nel parto, generato da un altro essere nel suo sacrificio di carne ed amore. Da questo momento in poi sarà attore di esistenza e domande sul principio, sullo scopo e sulla fine del suo vivere.


Ognuno di noi nel corso della propria vita cerca di trovare risposte plausibili alla morte che – normalmente – per prima sperimenta nella perdita dei propri cari, quasi come naturale preparazione alla propria stessa “fine”.


Alcuni individui ricercano le risposte a questi due misteri cardinali nella fede, altri nella ragione e nell’indagine scientifica, altri ancora nelle leggi proprie della natura e nel fatalismo ad essa correlato.


Ma de facto nessuno è mai pronto alla morte.


Nemmeno il suicida, nemmeno il disperato desidera realmente la propria fine, paradossalmente se ne serve per fuggire alla vita che ama e disprezza nella sua non corrispondenza alle aspettative d’amore ch’egli nutre per essa.


Ma se difficile ed intimamente inaccettabile anche per il praticante cristiano, musulmano, buddista … che abbia goduto di una vita normalmente lunga e serena preparandosi al “trapasso” nella fede e nelle “risposte” che essa gli offre per affrontare il distacco dalla “vita”, quanto può essere inaccettabile, insopportabile ed intollerabile la fine per causa esterna al normale corso vitale di un individuo, per mano estranea, violenta e cruenta che vada a spezzare per ragioni di opportunità, convenienza, ricchezza o - semplicemente - per bieca malvagità fine a se stessa, la vita di un singolo o di un insieme di singoli individui?


Come possono fede o ragione dare delle risposte alle stragi, alle guerre (chimiche, intelligenti, atomiche, di liberazione, di ”pace”), agli abusi, alle violenze ed alle morti di tanti singoli individui che vivevano le loro vite come se fossero la cosa più preziosa della loro parentesi d’esistenza?


Come?


Eppure ai misteri fondamentali della nascita e della morte, dobbiamo ancora oggi associare il mistero della crudeltà dell’uomo verso l’uomo: il mistero della guerra.


 


“La pace non è una bandiera multicolore, una manifestazione di piazza tra canti e folklore, la pace è un’ideale sulla bocca d’un branco di iene.”


n.c.




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Il nostro mondo è attualmente teatro di circa 30 conflitti. Alcuni di essi vastamente “pubblicizzati”, altri semplicemente accennati o dimenticati. In Afghanistan abbiamo iniziato a contare vittime nel 2001, in Iraq nel 2003, della Georgia si comincia appena adesso a prendere reale coscienza. E questi sono i conflitti bellici “nobili”, quelli degni di menzione.


Poi ci sono le migliaia di morti dimenticate, quelle delle formiche, le “predestinate” e senza interesse, delle vicine Africa ed Asia.


 


Conflitti bellici nel mondo:


 


1. Iraq   80 mila morti dal 2003
2. Israele-Palestina   5 mila morti dal 2000
3. Libano   1.200 dal 2006
4. Turchia-Kurdistan   40 mila morti dal 1984
5. Afghanistan   25 mila morti dal 2001
6. Pakistan-Waziristan   3 mila dal 2004
7. Pakistan-Balucistan   450 morti dal 2005
8. India-Kashmir   90 mila morti dal 1989
9. India-Nordest   50 mila morti dal 1979
10. India-Naxaliti   6 mila morti dal 1967
11. Sri Lanka-Tamil   68 mila morti dal 1983
12. Birmania-Karen   30 mila morti dal 1988
13. Thailandia-Sud   2 mila morti dal 2004
14. Filippine-Mindanao  150 mila morti dal 1971
15. Filippine-Npa  40 mila morti dal 1969
16. Russia-Cecenia   250 mila morti dal 1994
17. Georgia-Abkhazia   28 mila morti dal 1992
18. Georgia-Ossezia   2.800 morti dal 1991
19. Algeria   150 mila morti dal 1991
20. Costa d’Avorio   5 mila morti dal 2002
21. Nigeria   11 mila morti dal 1999
22. Ciad   50 mila morti dal 1996
23. Sudan-Darfur   250 mila morti dal 2003
24. Rep.Centrafricana   2 mila morti dal 2003
25. Somalia   500 mila morti dal 1991
26. Uganda   20 mila morti dal 1986
27. Congo R.D.   4 milioni di morti dal 1998
28. Colombia   300 mila morti dal 1964
29. Haiti   1.500 morti dal 2004


 


Ma la lista è tristemente incompleta.


.



n.c. 



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09/12/08

da Riflessioni - Il gelido sapere

 “… vogliamo non sapere che cosa sia il coraggio, ma essere coraggiosi, e neppure sapere che cosa sia la giustizia, ma essere giusti, come anche essere sani piuttosto che sapere cosa sia l’essere sani”


Aristotele, Etica nicomachea


Iceberg


Un buon filosofo deve essere in grado non solo di “vedere più lontano degli altri”, ma di sapere rendere prossime le cose che vede, deve avere cioè quella capacità pratica oltre che teoretica, di fungere da catalizzatore di eventi oltre che di pensieri.


Se sia più importante “fare la verità” o “conoscere la verità” o se piuttosto bisognerebbe chiedersi se si possa fare qualcosa senza  avere la conoscenza previa o platonicamente  innata della stessa o ancora se si possa al contrario lasciar fare alle cose verità nei nostri pensieri perché possiamo autenticamente conoscere la realtà che ci circonda, e su che cosa sia la verità stessa e se di fatto esista o sia conoscibile, ci permettiamo di lasciare a noi ed a voi, sempre aperto l’interrogativo, non tanto per timore di azzardare una risposta sbagliata, ma perché in questa sede, con Aristotele,  preferiremmo molto più essere veri,  che credere di  sapere “la risposta”.


Spesso capita che interrogandoci sul significato di un concetto scopriamo in noi una ricchezza d’intuizioni che ci sorprende e poi, se un amico ci chiede un esempio da noi vissuto che dia spessore di esperienza alla sottigliezza delle stesse intuizioni, non siamo in grado di fornire alcun dettaglio e ciò non provoca né in noi né in chi ci ascolta una diminuzione di stima, anzi accresce la nostra fama di costruttori di teorie.


Ma la filosofia è chiamata ad elaborare dei metodi oppure a pensare su di essi?


Ed il “mestiere” del filosofo sta nel saper formulare bene le domande  o  nel dare le più diverse e alternative  risposte?


Se usciamo dal circolo vizioso dell’ “aut - aut” scopriremo quanto abbiamo da imparare dal dinamismo dell’ “et – et” .


Spesso le questioni nascono viziate in partenza: ad una domanda mal posta segue una risposta la cui categoricità la rende chiusa a prospettive nuove.


Per esempio se domandassi: la coerenza è un valore? Quanti di voi hanno pagato le spese dell’incoerenza propria o altrui, si irrigidirebbero in una risposta positiva arricchendo la loro personale prospettiva di citazioni autorevoli ed esempi. Quanti invece, grazie all’incoerenza, si sono “salvati la pelle” o sono stati messi in condizione di aprirsi nuove prospettive, affermerebbero senz’altro che essa non è un valore in assoluto, anzi che la contraddizione è l’anima della dialettica ….


Ma se io domandassi socraticamente: cosa è la coerenza? E poi: chi è coerente?


Le risposte sarebbero tutte formulate su un piano completamente diverso e nascerebbe un autentico atteggiamento filosofico, basato sul confronto delle “nostre” verità, alla ricerca di una risposta da trovare insieme, sulla quale soffermarci abbastanza da poterla oltrepassare.


Forse dovremmo recuperare quella visione della filosofia antica, magistralmente esposta da  Hadot, secondo la quale il filosofare è l’arte del saper vivere, in modo tale da poter offrire sempre ai nostri interlocutori, oltre al “sole freddo” della speculazione ( comunque indispensabile), che illumina, ma non riscalda, l’esemplarità di una filosofia che si fa vita, attraversandone le contraddizioni, e che, non dimenticando mai  le proprie origini ad esse torna per inverarsi.


a.f.


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Polvere

 

Coltiveremo sabbia
e polvere del nostro triste impasto
nelle misere fosse
che sia granito o marmo o nuda terra
ad accoglierne i resti.

Alambicchi di sogni distillati in versi
su polverosi scaffali si poseranno fogli,
sospiri e tormenti,
mentre percorriamo
nel silenzio delle parole scritte
le stanze buie del non aver vissuto
volgendo lo sguardo infantile
delle nostre rughe alle fantasie dipinte
su carezze negate.

Noi siamo oggi nelle stesse domande
di Didone ed Euridice,
siamo ieri nel costato ferito
dell'uomo tradito dalla sua stessa mano.

E siamo la Mecca di Terre Sante
e la manna per sfamarci l'amore
e siamo Natura sempre in divenire
senza risposte che nel nostro finire.

 


n.c.



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