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10/06/17

Lesbiche e surrogata Lesbiche e surrogata 06/06/2017di Simonetta Robiony


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Si dice: perché a una donna deve essere concesso di interrompere liberamente una gravidanza e non di portarne aventi una per conto di una altra donna? In altre parole perché l’aborto sì e la GPA no? Ci accusano di essere illiberali dimenticando che una cosa è un feto, un’altra un bambino. Con la surrogata c’è un neonato coinvolto. E ci sono i suoi diritti.

  Di G.dallorto (Self-published work by G.dallorto) [CC BY-SA 2.5 it (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.5/it/deed.en)], attraverso Wikimedia Commons


12244349_10206697815537297_7371128982019298820_oProprio nei giorni di questo giugno, quando i cortei del Gay Pride cominciano a muoversi nelle nostre città per rivendicare i loro diritti, ma anche per festeggiare le vittorie ottenute, il movimento si divide sul tema della “surrogata”, definita con un termine più brutale “utero in affitto” o con uno più elegante “gravidanza per altri”. Da una parte le donne omosessuali che chiedono una riflessione perché la maternità è argomento troppo complesso per potersi risolvere con la regolamentazione della pratica della surrogata e dall’altro gli uomini omosessuali che chiedono, invece, che questa pratica sia resa legale anche in Italia. Roberta Vannucci, fiorentina, presidente dell’ArciLesbica nazionale e in quanto tale aderente al movimento LGBT, ovvero Lesbiche, Gay, Bisessuali, Trans, quello che organizza i numerosi cortei di giugno che hanno sostituito la grande manifestazione unitaria di Roma, per sottolineare ovunque in maniera più evidente la partecipazione e la presenza del Gay Pride, ci spiega le ragioni della divisione.

Come mai questa scelta non più unitaria tra voi lesbiche e donne e gli altri, gay, bisessuali, trans e uomini ?
Non è una scelta che nasce all’improvviso, poco prima dell’inizio dei cortei del Gay Pride di quest’anno, per minarne l’unità, come ci è stato rimproverato. Già nel 2012, nel nostro congresso, negli atti conclusivi pubblicati sul sito dell’associazione, mostravamo alcune perplessità sulla surrogata. Ma chi li legge i nostri atti? Gli uomini, si sa, sono poco attenti alla parola delle donne. Adesso, nel momento in cui il tema è diventato all’ordine del giorno, abbiamo deciso di dichiarare pubblicamente la nostra posizione che peraltro era quella di accettare la “gravidanza per altri” solo se solidale e opporci invece a quella commerciale. Ma i confini tra l’una e l’altra, lo stiamo scoprendo, sono assai fragili.
Quante sono le vostre associate?
Siamo all’incirca duemila ma le simpatizzanti, quella che “no, la tessera no”, sono molte di più. Nel 2015 il dibattito su questo argomento tra noi era stato intenso. Che vuol dire portare avanti una gravidanza come gesto di solidarietà nei confronti di una donna che non può farlo? Non ricevere niente in cambio, né l’aiuto per far studiare i figli all’università, né il contributo per acquistare una casa, né un regalo in segno di gratitudine? Oppure accettare questi vantaggi allargando il numero delle donne disposte a farlo? Sono tante le domande. E se si deve restringere alla sola gravidanza solidale come dobbiamo comportarci? Ammettere unicamente una sorella, l’amica del cuore, la cugina ed escludere tutte le altre? Sì, ma in base a quale regolamentazione?
L’accusa più frequente è che vietando la surrogata viene limitata la libera scelta delle donne.
Lo so. Si dice: perché a una donna deve essere concesso di interrompere liberamente una gravidanza e non di portarne aventi una per conto di una altra donna? In altre parole perché l’aborto sì e la GPA no? Ci accusano di essere illiberali dimenticando che una cosa è un feto, un’altra un bambino. Con la surrogata c’è un neonato coinvolto. E ci sono i suoi diritti.
Senza dimenticare che ormai a gestire questa pratica sono organizzazioni internazionali con avvocati, medici, cliniche specializzate e tanto, tanto denaro in mezzo.
Certo, perché per la maternità unicamente solidale non c’è offerta. D’altra parte perché una donna sana di mente dovrebbe accettare di crescere nel suo corpo un bambino di cui disfarsi alla nascita senza trarne alcun profitto? La realtà è una altra. Ci sono coppie sterili, e sono la maggioranza, che vogliono un figlio a tutti i costi, e poi ci sono le coppie omosessuali maschili che vogliono anche loro un figlio ma non possono per i limiti che gli impone la natura. Per esaudire questo desiderio si è creata una attività commerciale. Si sceglie una donatrice che fornisce l’ovulo, giovane, sana, bianca, bella, e si sceglie una donna che terrà nel suo utero questo ovulo fecondato, una donna spesso povera, bisognosa, a volte perfino di Paesi in via di sviluppo. E siamo già a tre donne: tre donne libere? Non lo so. Io credo che vada fatto una riflessione sulla genitorialità. Vengo dal femminismo e un pensiero su cos’è la maternità va tentato.
Si dovrebbe rivedere in Italia la pratica delle adozioni, forse.
Sì, anche questo. So benissimo che tra un figlio naturale e uno adottivo c’è differenza. E che, per la prima volta, in Italia, ci sono più bambini che coppie richiedenti. La legge sull’adozione va cambiata. Va estesa alle coppie omosessuali e ai singoli, con tutti i risvolti psicologici e sociali che questo può comportare. Sarà una lunga battaglia che siamo pronte a combattere. Ma volere un figlio che abbia almeno in parte il patrimonio genetico di una coppia a me sembra voler aderire a un modello antico di famiglia, a un concetto che non corrisponde neanche più alla nostra realtà sociale, a un archetipo patriarcale. Riflettiamoci. Anche in Italia ormai si è coppia in tanti modi, si è famiglia in maniere diverse. Perché il figlio deve essere solo sangue del mio sangue? O almeno di uno dei due membri della coppia? Vero, oggi la scienza lo permette, ma non mi pare una risposta sufficiente. Donare un figlio non è come donare un organo per salvare una vita: crescerlo per nove mesi significa passargli una parte di se stessi e privarsene può essere una violenza innaturale. E se poi, questo figlio, da grande volesse conoscere la donna che lo ha tenuto in grembo, che si fa? E come ignorare quella che ha fornito il suo ovulo cioè metà del patrimonio genetico nucleare di questo figlio? Quante madri ha un essere umano nato con la GPA?.
Gli uomini gay vi rimproverano di aver fatto una scelta egoistica prendendo questa vostra posizione.
Lo so. Noi lesbiche siamo donne, abbiamo ovaio e utero, un figlio se lo vogliamo lo possiamo mettere al mondo senza ricorrere al mercato. I maschi no. Ma quante cose gli uomini hanno potuto fare per secoli e noi no? C’è una differenza, certo, ma questi contratti, queste clausole, questi denari che vanno e vengono non ci sembrano una buona soluzione. Nel variegato mondo arcobaleno che è il nostro le posizioni sono tante su questo tema. Siamo state coperte di invettive, insulti, volgarità solo perché abbiamo espresso la nostra posizione. La maternità è questione troppo complessa che necessita di risposte problematiche. Vogliamo una riflessione. Una pausa. E l’abbiamo detto. Noi lesbiche abbiamo voluto avere una parola pubblica. Non per rompere il nostro fronte ma perché esprimersi è un diritto. Non vorrei fosse soprattutto questo ad aver turbato gli uomini con cui per anni abbiamo lottato e vinto molte battaglie.

26/03/17

non tutto il mondo omosessuale è per la maternità surrogata il caso di Raúl Solís (@RaulSolisEU)

da http://www.paralelo36andalucia.com


Los vientres de alquiler: la cara más brutal del ‘gaypitalismo’

Soy gay. Lo especifico porque, teniendo como tengo infinidad de círculos sociales en los que participan hombres homosexuales, no sabía que el tema de los vientres de alquiler o gestación subrogada era tan trending topic para los gays. Es más, hace sólo seis meses no conocía a nadie que quisiera ser padre por medio de este modo encarnizado. Conocía a famosos ricos, pero no a gays normales con los que yo me relaciono.Sin embargo, desde hace unos meses, una marabunta de hombres homosexuales, casi siempre organizados a través de entidades LGTB subvencionadas con dinero público para trabajar por la igualdad de gays, lesbianas, transexuales y bisexuales y no para defender la compra y venta de mujeres como método de inseminación artificial, están haciendo una tournée mediática para convencer a la sociedad de que regular los vientres de alquiler -ellos lo llaman “gestación subrogada”- es ir a favor de la tolerancia sexual, de la igualdad. Por tanto, oponerse a los vientres de alquiler, según este lobby de gays ricos, es ir en contra del colectivo homosexual y situarse del lado de la jerarquía eclesiástica.Llevo meses viendo perplejo cómo hombres gays y representantes de entidades LGTB están intentando hacer ver a la sociedad que los gays en su conjunto creemos que tenemos algún derecho a ser padres comprando el órgano reproductor de una mujer pobre. Mi perplejidad transmuta en indignación cuando pienso en la maldad que encierra que haya entidades gays que defiendan esta macabra manera de ser padres.Históricamente, han sido las mujeres quienes primero dieron refugio a los homosexuales cuando el destino turístico de los gays eran las cárceles incruentas, cuando vivir en libertad significaba ser expulsado de casa con una paliza de dote y el mundo del espectáculo y la prostitución eran las únicas salidas laborales si querías zigzaguear la marginalidad.Fueron las mujeres las primeras aliadas de los homosexuales. Fue el feminismo quien nos acompañó a las primeras manifestaciones en los 80 y 90 por la igualdad de derechos y el matrimonio igualitario. Fueron ellas quienes protegían a sus hijos homosexuales para evitarles una paliza. Fueron las mujeres quienes defendieron en el Congreso nuestro derecho a casarnos, a ser ciudadanos de primera, y quienes más presión hicieron dentro de los partidos progresistas para que finalmente España tuviera una ley de matrimonio y adopción de las más avanzadas del mundo.A pesar de todo esto, muchas entidades LGTB han olvidado demasiado rápido y, en cuanto han tenido la primera oportunidad, se han situado contra las mujeres y el movimiento feminista, porque su deseo a ser padres está por encima del derecho de las mujeres sobre su cuerpo. Alega este ‘absurdismogay’ militante que el hecho de que una mujer acepte preñarse para que un hombre rico sea padre es un acto de libertad, prostituyendo el significado de una palabra tan solemne y hermosa como libertad.De tanto creer que la libertad consiste en decidir si queremos una camisa de Zara roja o verde, muchos activistas gays han olvidado que la libertad no es un hecho individual sino un compromiso colectivo con el bienestar y la dignidad de nuestra sociedad. Es decir, que haya gente que acepte un trabajo de 10 horas al día por debajo del salario mínimo es un acto de necesidad, pero en ningún caso de libertad. No es libertad porque aceptando cobrar por debajo del salario mínimo está legitimando que los empresarios rebajen los salarios a otro trabajadores que ganan sueldos más altos. Si la libertad se usa para asesinar, empobrecer, violar derechos humanos o convertir a las personas en objetos, es salvajismo y no un derecho.El capitalismo salvaje nos trata de convencer de que las mujeres son vendibles y comprables, despojándolas de su valor comos seres humanos y lanzando un mensaje de que, como son cosas, cualquier violencia sobre ellas es comprensible, legítima, socialmente aceptable y legislativamente regulable. Y las asociaciones gays, en lugar de defender a quienes fueron sus primeras aliadas, las mujeres, se ponen del lado del sistema capitalista que sólo acepta la diversidad y los derechos mediante tarjeta de crédito. Para echarse a llorar.En España ya se puede tener un hijo por gestación subrogada voluntariamente sin necesidad de modificar la ley. Una mujer se puede quedar embarazada y dar a su hijo en adopción. La ley se quiere modificar para introducir los contratos mercantiles en esta práctica y convertir a las mujeres en vasijas. ¡Qué no te engañen!Quien quiera vender la explotación y compra y venta de mujeres que lo haga en su nombre pero, por favor, no en el nombre de los gays, que somos millones, diversos y no todos hemos abrazado el gaypitalismo, la desmemoria y el salvajismo. Yo no sería capaz de explicarle a mi hijo que lo obtuve aprovechándome de la necesidad de su madre, comprando su útero, poniendo su cuerpo a prueba con un embarazo de nueve meses y firmando una cláusula en un contrato mercantil por la que, si el producto no me hubiera convencido, tenía el derecho a devolverlo como se devuelven los productos que no nos convencen al llegar a casa. Yo no podría mirar a mi hijo a la cara para explicarle que lo compré como si fuera un producto de Zara.Sirva esta columna para gritar bien fuerte que, como hombre gay, me niego a que se esté usando mi orientación sexual para defender que los homosexuales tenemos derecho a alquilar mujeres para satisfacer nuestros deseos de ser padres. No quiero que ser gay signifique indolencia, insolidaridad, desmemoria, misoginia e insensibilidad con las mujeres, especialmente con las más pobres entre las pobres, que serán las que venderán sus úteros para que los gays ricos puedan luego vender la exclusiva de la infamia en las revistas del corazón. ¡No en mi nombre!


  qui  una  traduzione con https://translate.google.it/


Maternità surrogata: il lato più brutale di 'gaypitalismo'

Sono gay. Che specifica, perché, avendo come hanno fatto innumerevoli circoli sociali coinvolti gli uomini gay, non sapeva che la questione della maternità surrogata e la maternità surrogata è stato così trend topic per i gay. Inoltre, appena sei mesi fa io non conosco nessuno che potrebbe essere il padre attraverso questo modo amaro. Sapevo ricco famoso, ma non i gay normali con cui mi relaziono.Tuttavia, qualche mese fa, una mischia di uomini gay, di solito organizzato attraverso entità LGTB sovvenzionati con soldi pubblici a lavorare per l'uguaglianza per gay, lesbiche, transessuali e bisessuali e non per difendere la compravendita di donne metodo di inseminazione artificiale, stanno facendo un supporto tournée per convincere la società che regolano gli uteri di affitto -hanno chiamarlo "maternità surrogata gestazionale" - è quello di andare a favore della tolleranza sessuale, l'uguaglianza. Pertanto opporsi maternità surrogata, secondo questa ricca lobby gay, sta andando contro la comunità gay e di schierarsi con la gerarchia ecclesiastica.Ho preso mesi alla ricerca perplesso come gli uomini gay e rappresentanti delle organizzazioni LGBT stanno cercando di vedere che la società gay nel suo complesso crediamo di avere il diritto di essere genitori che acquistano un povero organo giocatore donna. La mia perplessità tramutata in rabbia quando penso del male che tiene organizzazioni gay lì per difendere questo modo macabra della genitorialità. Storicamente, è stato donne che per primo ha dato rifugio agli omosessuali come destinazione turistica per i gay sono stati prigioni non invasivi, dove vivono in libertà significava essere espulsi da casa con un pestaggio della dote e l'intrattenimento e la prostituzione erano l'unica opportunità di lavoro se si voleva zigzagando marginalità.Le donne sono stati i primi alleati di omosessuali. E 'stato il femminismo che ci ha accompagnato alle prime dimostrazioni negli anni '80 e '90 per la parità dei diritti e della parità di matrimonio. Sono stati loro che hanno protetto i loro figli gay di risparmiare loro un pestaggio. Erano donne del Congresso che hanno difeso il nostro diritto a sposarsi, ad essere cittadini di prima, e che ha fatto più pressione all'interno dei partiti progressisti finalmente la Spagna ha avuto una legge sul matrimonio e l'adozione dei più avanzati al mondo.Nonostante tutto questo, molte entità LGTB hanno dimenticato troppo in fretta e, non appena hanno avuto la prima occasione, sono stati collocati nei confronti delle donne e del movimento femminista, perché il loro desiderio di essere genitori è il diritto delle donne circa la loro corpo. Egli sostiene che militante 'absurdismogay' a parte il fatto che una donna accetta preñarse per un uomo ricco di essere il padre è un atto di libertà, prostituire il significato di una parola così solenne e bella come la libertà.Entrambi credono che la libertà è quello di decidere se vogliamo una camicia Zara rosso o verde, molti attivisti gay hanno dimenticato che la libertà non è un atto individuale, ma un impegno collettivo per il benessere e la dignità della nostra società. Cioè, ci sono persone che accettano il lavoro 10 ore al giorno al di sotto del salario minimo è un atto di necessità, ma in nessun caso di libertà. Non la libertà perché accettare carica al di sotto del salario minimo sta legittimando che i datori di abbassare i loro salari ad altri lavoratori che percepiscono salari più alti. Se la libertà è usato per l'omicidio, impoverire, violano i diritti umani o di trasformare le persone in oggetti, è selvaggio e non un diritto.capitalismo selvaggio cerca di convincerci che le donne sono vendibili e conveniente, privandoli dei loro Hows valore esseri umani e rilasciando un messaggio che, come stanno le cose, ogni violenza contro di loro è comprensibile, legittima, socialmente accettabile e legislativamente regolamentato. E le associazioni gay, invece di difendere quelli che erano i suoi primi alleati, le donne prendono il lato del sistema capitalista che accetta solo la diversità e dei diritti con carta di credito. Mentire a piangere.In Spagna si può già avere un figlio da maternità surrogata volontariamente senza cambiare la legge. Una donna può rimanere incinta e dare il bambino in adozione. La legge deve essere modificata per introdurre contratti commerciali in questa pratica e trasformare le donne in vasi. Non fatevi ingannare!Chi vuole vendere la fattoria e la compravendita di donne che lo fanno per loro conto ma per favore, non in nome di gay, ci sono milioni, diversi e non hanno tutte abbracciato il gaypitalismo, dimenticanza e ferocia. Non sarei in grado di spiegare a mio figlio che ho preso approfittando della necessità di sua madre, l'acquisto di suo utero, mettendo il test corpo con una di nove mesi di gravidanza e la firma di una clausola di un contratto commerciale per cui, se il prodotto io non ero convinto, aveva il diritto di ritorno, i prodotti che non ci convincono per tornare a casa vengono restituiti. Non potevo guardare mio figlio in faccia a spiegare che ho comprato come se fosse un prodotto di Zara.Servite questa colonna per gridare ad alta voce che come un uomo gay, mi rifiuto di essere che si sta utilizzando il mio orientamento sessuale di sostenere che gli omosessuali hanno il diritto di assumere le donne per soddisfare il nostro desiderio di essere genitori. Io non voglio essere gay significa pigrizia, mancanza di solidarietà, la dimenticanza, la misoginia e l'insensibilità alle donne, specialmente i più poveri tra i poveri, che sono quelli che vendono i loro uteri per i gay ricchi possono poi vendere l'infamia esclusivo riviste. Non nel mio nome!

26/02/16

Benedetta fra i fiumi

Chiedo scusa  al compagno di strada   Matteo  se  introduco un post  mandando a  Fncl    coloro che mi dicono    che   riportando tali post  invito  la gente  a  drogarsi  . Perchè tale gente  non ha capito niente degli anni  70  \80  o  gli ricorda  solo come  anni di droga e terrorismo  . Ma  soprattutto non conosce la  situazioni  \  le storie    di  chi  ci  è   caduto   come quella  di Matteo e  di questa  ragazza 


di cui parla    questo   documentario   di 



Regia: Antonello Branca
Formato originale: negativo 16mm
Produzione: Antonello Branca
Italia, 1976, bn, 66'



Documentario sulla penetrazione della droga a Milano negli anni '70. Filomena ha solo 24 anni e racconta con una lucidita' che toglie il fiato il suo percorso di bimba rinchiusa in collegio, scappata di casa, ripresa dalla famiglia e trattata come donna perduta. Racconta il matrimonio con un ragazzo emigrato in Germania, e la sua incapacita' di adattarsi a questa nuova situazione. Narra l'arrivo a Milano, l'incontro con Antonio e quello con la droga. Un dialogo a due voci traccia il quadro spietato della tossicodipendenza, della ricerca quotidiana della dose e dei tentativi di venirne fuori. Si tratta di un documento struggente, soprattutto per la lucidita', la misura, la maturita' e l'intelligenza di due figure indimenticabili.






Ora  dopo   questa    premessa   lascio  la parola  a   Matteo ed  al  suo  post

Benedetta fra i fiumi


Come Paz avrebbe disegnato Benedetta

 Il Paz, Benny e io


di Matteo Tassinari                                  
Per quel che ne sola vita è breve, l’uomo è cacciatore, gli italiani sono tutti allenatori e per molto tempo saremo morti. Rimanemmo sull’ultimo concetto in forzosa meditazione, per la durata di diverso tempo. Da una busta quelle internamente con le bolle incellofanate da far scoppiare, trassi due insuline Terumo sterili da 5 cc l'una e in due cucchiaia sciogliemmo polvere bianca (Thailandia) e di brown (Turchia).
Infilai il braccio nel vuoto in modo che fosse teso con vene ben gonfie, pronto a farmi un dose d'ingiustizia pagata con soldi miei trovati chissà dove, ma vallo a spiegare alla gente, a chi si ritiene ragionevole, quindi bravi e zelanti indicatori di quale strade imboccare. Bazzecole? Non ho problemi. Però fatti una pera, poi diventane schiavo, scappagli se ti riesce e trovati, se non sei ancora morto nel frattempo, per lei malato fino alla morte dopo 33 anni che non vedo un milligrammo d'eroina. Allora, forse, potremmo intavolare un discorso, di quelli che si fanno guardandosi in faccia, alla pari. E sentirti dissociato ti farà solo bene, restando per sempre coinvolto in cose che preferisci non sapere. Non scrivo tutto ciò in giugno, a caso, e il giusto lavoro "sporco", lo faccio sempre molto volentieri. Un 16 giugno di 24 anni fa, a Montepulciano, per un pera qualsiasi, morì il miglior fumettista e pittore italiano del secolo scorso, Andrea Pazienza detto il Paz!, come fosse stato spintonato, ubriaco di Toradol, per poi essere appeso ad un vortice di polvere divenuto sciarada, ma non sappiamo cosa.

“Siamo qualcosa che non resta,
frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno”
                                                            (Francesco Guccini, “Incontro”)
Non so che anno fosseforse il 1982, quando un giorno accadde un fatto che oggi ricordo con buona memoria e vivido ricordo e non perché fosse più truculento di altri, niente affatto, perché era gelido come la Tramontana dopo che ha attraversato i Pirenei. Anche se sono trascorsi 33 anni, lo scrivo al presente quel giorno privo di compassione e vissuto con una mia amica, molto speciale.
   Il linguaggio gonfio
Una donna che sapeva leggere il linguaggio del non detto per pura nostra incapacità nell'essere leali, senza lasciare nulla d'incompiuto. Emergendo dagli abissi come un cadavere gonfio di un annegato di droga, Benedetta è alle prese coi fiumi che le fluttuano plasma. L'adolescenza sorprese a tradimento le nostre giovanissime vite e la schiantò con la furia indifferente e sciatta di un uragano, senza che nessuno se ne accorgesse. Nell'anonimato che vi rende tutti colpevoli nei confronti di Benedetta e di me, vigliacchi ipocriti falsi, che appena vi brucia un tendine pensate subito al tumore. Come si capisce che non siete abituati a dolore. Come si vede che vi piace da morire fare le vittime, anche quando siete dei soverchiatori. Vergognatevi di tutte le fandonie che avete detto su questo terreno.




















L'oppio,
la     nostra religione
E’ in una rovinosa ricerca di una vena. Le braccia di Benedetta, più grande di me di un paio d'anni, sono un cimitero di cicatrici: tagli, fori, calli, buchi, tentati suicidi, tatuaggi alla come viene viene. Febbricitante s’infila la spada e comincia il rituale ululato, poi il risucchio per vedere se l’ago aveva centrato la vena oppure no. Benedetta sta da far schifo, astinenza esplosa da un pezzo, per di più suda e trema dal dolore. E’ seduta su di una sedia in cucina. Assisto in silenzio, strafatto per conto mio e steso sul divano con gli occhi a fessura e la tv accesa con il volume al minimo, per cui non le dedico alcuna attenzione. 


















E' un pò più chiaro?
L’astinenza la costringe a scoreggiare forte e assumere piegamenti nel volto che la sua femminilità non avrebbe voluto. Spiegazione dovuta ai più: quando si è in down forte, come quello di Benedetta e hai la roba pronta nell'insulina già calda, l’emozione ti prende così forte allo stomaco che rischi di cagarti addosso senza dedicare al fatto molta attenzione, per cui continui a praticare l’iniezione ignorando completamente l’evacuazione solido-corporea. Se qualcuno storce il naso per lo schifo, allora vorrei dirgli quanto segue. Alla base dell'assunzione delle droghe, di tutte le droghe, anche tabacco e alcol, c'è da considerare se la vita offre un margine di senso sufficiente per giustificare tutta la fatica che si fa per vivere. Se questo senso non si dà, se non c'è neppure la prospettiva di poterlo reperire, se i giorni si succedono solo per distribuire insensatezza e dosi massicce di insignificanza, allora si va alla ricerca di qualche anestetico capace di renderci insensibili alla vita. E' un pò più chiaro? Non penso.


Aiutami, cazzo, aiutami!!!
Benedetta tira su il primo risucchio e dalla cannula della Terumo esce il primo fiotto di sangue. Ma la spada, come un gancio che si stacca dalla propria presa, esce dalla vena. Benedetta torna coll'ago a farsi spazio dentro il braccio. Con quella spada rimestola come avesse in mano un cucchiaio e girasse del minestrone. “Cazzo Matteo, aiutami! Non vedi che son fuori vena?! Dammi una mano, fa qualcosa, per la miseria! Qua si sta seccando tutto! Sto andando giù di testa! Aiutami, cazzo, aiutami!!! Mi scoppia la testa, mi tremano le mani e non riesco a beccare la vena più grossa per non andar fuori vena. La roba mi si raggruma tutta col sangue”. Più che pompargli l’avambraccio, cosa potevo fare? Le presi il braccio e strinsi forte per riuscire a vedere meglio dov’erano 'ste vene. Schizzò un fiotto di sangue sulle pareti e una piccola parte sulla pasta rimasta dal pranzo. Un fatto, in quell’istante, che a Benedetta importava quanto gliene poteva fregare di chi aveva vinto il campionato di Golf americano quell'anno, non essendosene accorta mai di entrambi i fatti.

La      Flebo
spontanea
Eccola di nuovo tornare alla carica come una Giovanna D'Arco di provincia. Inizia a forarsi in una mano, ma a nulla servì. Poi riprova in una gamba. Niente. Le vene erano massacrate e seccate. Nella furia di pizzicare un rigagnolo di sangue, mi butto e provo anch’io nella ricerca di quel rosso che ti fa capire di essere ad un passo dalla felicità malata, ma ridotto com’ero e beccare la vena, era come iscrivere uno che soffre di vertigini ad un corso di paracadutismo.
Il figlio illegittimo di Patty Pravo


Vene otturate
Le vene erano tutte otturate a forza di darci dentro, negli anni con furioso sdegno verso sé stessi, si formano canali che poi seccano, quelli che i tossici chiamano "Flebo spontanea".“No, no, sto perdendo la mia pera! Non ci posso credere, mezzo grammo buttato via! Si sta solidificando tutto, ummfff...”. L’angoscia è spessa: “Come cazzo faccio, non becco la vena, non becco la vena. Non la becco, ti sto dicendo”. Paranoia full immersion. Non beccare la vena significa non sentire il flash, l’impatto che l’eroina ti offre appena saluta il tuo sangue, cioè la parte migliore della storia, quella che ti stravolge e ti lancia per un periodo di tempo precisato nel regno dell’ovatta e degli abbandoni globali per poi ritornare come zombi. “Ma porca puttana vacca troia, evvaffanculo!". E' Benedetta, va capita.
 "Oggi avrei
voglia di quiete"
"Come faccio con ‘staroba! Non becco la vena" e imprecazioni di ogni risma e un suo urlo agghiacciante chiuse per un attimo quella follia, nel tentativo di farsi sta cazzo di pera, mentre con l'ago frugava nel crocevia della mano sinistra. Inizia ad emettere rumori strani, più strani degli altri. Dal suo stomaco partono gorgoglii in continuazione. Come rutti e scoregge si succedono uno dietro l’altra. Sarà al quarto buco. L’astinenza gli sta soffiando addosso tutta la sua inquietante per quanto certa presenza, avendo in mano l’arma che potrebbe spegnere tutte le sue angosce in un solo secondo. Non ho dubbi, è palese, direi.

 E ribuca la carne
Il liquido rosso nell’ago sta coagulandosi. Benedetta sa, e questo la manda in maggior tormenta, s'è possibile. Buca, buca, buca. E ribuca la carne color madre perla. Fruga e buca, fruga e buca, cerca, buca, fruga una vena che da qualche parte nel corpo avrai?! Con mani tremanti tira su lo stantuffo per vedere se l'ago è in vena. Niente. Nella spada solo aria, niente ampolle rosso sangue. Ci riprova, ancora. Poi ancora. Buca, fruga e stramazza. Benedetta mi guarda con uno sguardo mai visto prima, fra il terrore e l’impotenza. Decisa come pochi essere umani al mondo, tira su la maglietta per iniettarsela nel Deltoide, il muscolo dell’avambraccio, almeno, l’effetto della roba le verrà su parzialmente venti minuti dopo e senza risucchio, che è tutt'altra roba, per un tossico o tossica. Un esempio: è come per un alcolista mangiarsi una caramella al liquore oppure tracannarsi con infamia un bicchiere ricolmo di Vodka.















Urlerà ancora? 

Benedetta becca il muscolonon la vena, fa pressione sullo stantuffo e stak!, il plasma ormai denso ottura l’ago e schizzandomelo in vari punti della camicia, la faccia. le mani. Benedetta fugge, non so dove. Io rimango a casa sua da solo, bollito come un patata, o forse più lessato come quel tubero. Mi metto a sedere nel suo divano e piano piano mi allungo fino a stendermi. Apro gli occhi e mi trovo di fronte sua madre che mi chiede chi ero e cosa facevo in casa sua. In realtà mi conosceva e sapeva già di sua figlia e di me.

Sapeva che ci facevamo insieme al ritmo della mattanza, che eravamo quanto non si può dire, che avevamo fatto qualche colpettino assieme (furti, scippi, situazioni strane come trovarsi con un avvocato stimato e danaroso di Bologna in un divano galattico in un attico a far maialate di ogni tipo per poi farci sganciare una cospicua parcella per il nostro impazzimento). Sapeva tutto sua madre perché Benedetta, prima o poi, le raccontava tutto. Bella donna, dall’aspetto giovanile, nonostante gli anni.
Le rispondo con notevoli ammaccature grammaticali, di sintassi neanche parlarne: “Signora, come sta? Quando c’ero, lei c’era. Benedetta, Benedetta, Benedetta, dove ti trovi? Vuoi fuori? Non vedi, c'è mamma?!”.La madre mi guarda come si guarda un beota e parte:“Ascolta scemo quindicenne ho già troppi casini con mia figlia e il resto della mia vita. Se Benedetta fosse qui me ne sarei già accorta. Ma qui non c’è. Si può sapere dov’è?”, mi staffilò secco. Risposi: “Signora, guardi niente storie strane, cioè, non le sto facendo le menate, lo capisce no? Per davvero, non so dov’è Benedetta. Sarei il primo a saperlo volere”. Mi cacciò di casa come un appestato, e non (forse) aveva torto.
L'eroina è come una donna. Non ti perdonerà se oltrepassi la misura
L'eroina degli dei
M’incamminai verso il Roncoun fiume di Forlì dove c’era un bar, Il Lido, che ci radunava un po’ tutti, un luogo proprio adatto per gente come noi, isolato, pieno di scappatoie in caso di "perquise" e tante altre piccole comodità. Non c'ero con la testa. Pensavo a Benedetta. L'episodio in se non mi pare più terribile di altri, la differenza la faceva Benedetta.
Rivedendola, una decina di giorni dopo, fredda, occhi chiusi, bella e ben vestita di una cassa di legno. Un'overdose le aveva schiantato ogni legame con questo detrito di realtà dove c'è anche chi riesce a divertirsi. Pensai subito che non era la peggiore delle notizie che potessero darmi di Benedetta, fra tossici si fa presto a capire ciò che è riparabile e ciò che non lo è più e mettersi, non dico il cuore in pace, ma a farsene un ragione. Ma non so se questo serva qualcosa per aiutare a capire il modus-vivendi di chi, per un periodo della propria vita, ha scambiato Dio con l'eroina.

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