Visualizzazione post con etichetta femminicido. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta femminicido. Mostra tutti i post

26/01/17

io non mi sento italiano dopo i casi di Mantova ( pestata a colpi di sedia: «Nessun cliente del bar mi ha difesa» ) e il caso di venezia dove un extracomunitario affoga e oltre ad insultarlo e filmarlo nessuno lo salva o choama soccorsi

Mantova, pestata a colpi di sedia: «Nessun cliente del bar mi ha difesa»

Parla la donna ferita in un locale di Borgochiesanuova dal compagno dell’ex amica. «Continuava a picchiarmi anche a terra, ma i dieci presenti non hanno fatto nulla»

MANTOVA. Oltre alle botte, tante botte, a farle ancora male è l’indifferenza degli uomini che hanno assistito al pestaggio senza muovere un dito per fermare la furia dell’aggressore, o anche solo per chiamare i soccorsi. «Lo scriva, mi raccomando, l’omertà dei dieci clienti che erano nel bar e anche del titolare. Sì, fa tanto male...». Giulia (nome di fantasia a tutela della donna) è stata aggredita sabato mattina, in un bar del quartiere Borgochiesanuova.
«Ero con un’amica, siamo entrate per comprare le sigarette – racconta Giulia, trentadue anni – seduta a un tavolino abbiamo visto un’amica comune, insieme al suo compagno. Un uomo violento che ci ha allontanato da lei facendoci perdere l’amicizia. Ecco, io mi sono avvicinata per chiederle di uscire qualche minuto fuori, giusto il tempo di parlare un po’, di chiarirci. Ma lui è scattato come una furia, in un lampo, le ha impedito di alzarsi e mi è saltato addosso».
A questo punto il racconto della donna accelera per sgranarsi come il fotogramma di un incubo. «Mi ha preso a sediate, sedie di ferro. Con la prima sedia mi ha buttato a terra, colpendomi alle braccia, alla schiena, al collo – ricorda Giulia con voce spezzata – cadendo ho sbattuto contro il bancone e lui ha continuato a colpirmi anche quando ero a terra, con un’altra sedia. La terza sediata l’ho ricevuta quando mi sono rimessa in piedi, poi, non contento, ha rotto un bicchiere e con i cocci mi ha ferito all’inguine. E intanto nessuno è intervenuto».
Il referto del pronto soccorso parla di una prognosi di guarigione di ventitré giorni, sufficienti per innescare l’indagine d’iniziativa da parte delle forze dell’ordine, senza che sia necessaria la querela della donna. Ma Giulia l’avrebbe denunciato di sua iniziativa, anche per un pugno scarso di giorni.
E poi, a bruciare, ci sono anche le altre ferite. L’indifferenza di chi non è intervenuto a difenderla, l’omertà degli stessi – della serie «un’aggressione? noi non abbiamo visto niente» – e poi la reazione dell’amica, ormai ex.
«Quando mi sono trascinata fuori, insieme alla mia amica, quella vera, per chiamare i carabinieri e il 118, lui e lei mi hanno seguito urlandomi addosso delle minacce irripetibili. Sì, anche lei. E poi c’è un’altra cosa che non mi va giù». Quale? «Io continuo a passarci davanti a quel bar, e lui è sempre dentro, tranquillo, come se non fosse successo nulla. Meno male che le telecamere del locale hanno registrato tutto, le immagini non mentono».
Ora il film dell’aggressione è compresso nella chiavetta usb dei carabinieri.
 Sta nel palmo di una mano, ma per Giulia pesa più di un macigno. (ig.cip)

la  seconda     successa a Venezia  qui  maggiori  news    che si può riassumer e cosi 
L'immagine può contenere: sMS

12/05/13

Gavino Ledda : no all’uomo padrone «I matrimoni non durano per sempre, anche Papa Francesco cambi le regole»


Quando il tuo amore non produce amore reciproco e attraverso la sua manifestazione di vita, di uomo che ama, non fa di te un uomo amato, il tuo amore è impotente, è una sventura.
                                                     Karl Marx


riprendendo  l'argomento femminicidio e sul  veregognoso \  turpe  violenza  sulle donne   già trattato  precedentemente  su  questo blog  (I II )    riporto qui   sotto questa interessantissima  provocazione   dello  scrittore  sardo   Gavino Ledda ( foto sotto   a destra  )   sul rapporto  femminicidio religione   fonte di Pier Giorgio Pinna   dalla nuova sardegna del  12\5\2013


INVIATO A SILIGO. «I femminicidi si stanno trasformando in fenomeno terribile, sconvolgente. E allora io, l’autore di Padre padrone, dico un no deciso alla violenza. Basta con le donne usate e distrutte come cose. Basta con chi, pensando solo adavere e mai a essere, giudica le persone come una sua proprietà privata. Basta con matrimoni destinati a durare per sempre. Basta divinizzare sa proprietà de sa femmina». Gavino Ledda è sofferente per una lieve indisposizione. Ma dalla sua casa di Siligo coglie con estrema lucidità le degenerazioni di una società malata.
E per meglio spiegare il proprio pensiero parte da lontano. Come sempre con immagini visionarie: «Non uccidere: così dice il quinto comandamento. Già migliaia di anni prima di Mosé il padre padrone, cacciatore e predatore, esercitava il suo potere con la forza. Ma erano i primordi dell’umanità. Adesso la mente deve avere il sopravvento sui muscoli. Così capisco quel che succede oggi solo ricordando quanto sia stato incompreso Gesù quando predicava il perdono. Ed ecco, riflettendo sull’appello ad amare il prossimo come se stessi, dobbiamo tutti pensare di essere senza il bisogno di possedere. Queste stragi che partono dall’idea che le donne debbano appartenere a un padrone devono cessare, sono dissennate».
«Ritenere che l’impegno preso dai cristiani a non separare ciò che il Signore ha unito non rende gli uomini simili a Dio – incalza Ledda – Solo il dieci per cento di ciò che Cristo ha detto, appena la sommità di un iceberg, è stato recepito dagli apostoli. Ed è perciò che adesso mi rivolgo alle istituzioni e al vicario di Pietro, nella sua umana santità, perché tutti comincino a pensare di cambiare le regole. È stata l’esperienza a diretto contatto con la natura fatta in tanti anni fin da giovane a mostrarmi quanto sia sbagliato pensare che le donne, i bambini, la famiglia siano proprietà esclusive del padre».
Una breve interruzione per un sorso di caffè nella cucina della casa con il portone d’ingresso circondato da un arco sovrastato dalla testa di montone in trachite rosa. Poi, lo scrittore riprende: «È da cristiano che lancio il mio appello: si rifletta a fondo sulle conseguenze che derivano da un altro comandamento, il nono: non desiderare la donna d’altri. Ecco il punto da tenere presente con estrema attenzione: Mosè, nonostante la grandezza di conduttore scelto da Dio, ha messo il piede in fallo. Del resto, erano tutti uomini e potevano sbagliare». «Ma dare quest’imperativo dopo aver prima ammonito a non desiderare la roba d’altri fa credere ai deboli di spirito, agli uomini più fragili, che la donna sia un oggetto – osserva – E così oggi, con un metodo di revisione galileiano, bisogna assolutamente superare questo concetto errato di proprietà applicato non alle cose ma agli essere viventi».
«Io d’altronde l’avevo capito fin dal mio incontro-scontro col padre padrone, una lunga esperienza che mi è servito da collaudo umano»,prosegue il narratore di Siligo.
«Mio padre infatti non ha mai alzato una mano su mia madre: sapeva che noi figli l’avremmo difesa e lui le avrebbe prese», spiega. «Ma nell’ovile, quando facevo il pastore con lui, mi ha picchiato spesso – racconta Gavino Ledda – Sino a 24 anni, sinché ho deciso di andare via di casa. Quel giorno lui ha cercato di colpirmi ancora una volta. Ma io l’ho bloccato e l’ho spinto verso il muro immobilizzandolo. Davanti a tutti i familiari, allora mi ha provocato: “E dai ischude, picchia”, mi ha detto sfidandomi. Ma non sono cascato nella trappola: “Vedi che si può discutere senza ricorrere alla forza”, ho replicato. Ed è stata la mia vittoria, la vittoria di tutti quelli che rifiutano la violenza. Mi ha salvato la grazia di Dio, una scintilla arrivata dal cielo. È stata la giornata più bella della mia vita. Anzi, io quel giorno sono rinato».

30/04/13

La nuda verità

Sono arrivati. Puntuali e disgustosi come sciacalli. Sempre pronti a giudicare, a scaricare la colpa su altri, ad accusarli di malafede. Ad attaccare per non esser attaccati.

Hanno visto il manifesto-shock dell'Arabia Saudita contro la violenza sulle donne. Una ragazza che s'intuisce bella, nascosta dietro il niqab, con solo gli occhi splendenti, perforanti e spietati. Uno magnifico, nero come la notte. L'altro tumefatto, turgido di sangue. Commento secco, di lama affilata: "Alcune cose non possono essere coperte". 
La campagna, finanziata dalla Fondazione Re Khalid, ha suscitato le ire degli occidentalisti. I quali fingono di non capire. Di fronte all'inequivocabile immediatezza dello slogan, essi, sedicenti difensori dei diritti, lucidi e razionali, dimostrano una doppiezza levantina: "Da quelle parti sono ancora al Medioevo!", "Ecco il ritratto d'una donna libera!" (questa frase è accompagnata da un ghigno storto sotto la fronte imperlata di sudore), "Se è finanziata dalla monarchia si tratta sicuramente di fumo negli occhi per gli occidentali". E così via.
In tal modo ululano gli sciacalli, bene attenti a fissare il dito, quando la mano indica la luna. Come se in Europa, e segnatamente in Italia, le pupattole nude che infestano i media, inculcando fin nei bambini il binomio tra la donna e l'oggetto, fossero invece chiaro indice di emancipazione. Come se in Europa, e segnatamente in Italia, la tragedia del femminicidio fosse un retaggio polveroso di secoli remoti, ormai estirpato per sempre. Come se in Europa, e segnatamente in Italia, il numero di donne uccise dai partner non avesse raggiunto quasi la ventina dall'inizio dell'anno.
E segnatamente in Italia, non esiste alcuna legge contro il femminicidio. Alcuna cultura della differenza di genere. Di recente, un uomo ha inseguito la sua ex compagna con l'automobile, in un folle e disperato inseguimento degno d'un poliziottesco anni '70. Non ha smesso finché non l'ha uccisa. Lei aveva segnalato precedenti episodi di stalking da parte dell'assassino, del tutto sottovalutati dalle forze dell'ordine.
Un altro uomo ha sparato alla fidanzata, rea d'averlo lasciato. Non poteva tollerare si ricostruisse una vita senza di lui. Il giorno prima aveva pubblicato un annuncio sul web: "Ti amo tanto". L'ha amata fino alla morte. Di lei.
Il più agghiacciante dei femminicidi è stato però perpetrato, anche per la valenza altamente simbolica, ai danni di un'avvocata (maschilisticamente definita, da quasi tutti i giornali e Tv, "avvocatessa"). Per lei, l'aguzzino ha studiato una soluzione "all'indiana"; qui, nel razionale Occidente, in un ambiente di professionisti borghesi, il maschio ferito nell'onore ha assoldato un sicario per sfregiare la fedifraga con l'acido. Le ha ucciso il futuro, cancellandole il volto: non sarai mia, non sarai di nessun altro. La mente maschile non riesce a concepire una donna se non in termini di proprietà.
Ora l'avvocata rischia di perdere la vista.
Episodi che, senza sia stata attivata un'efficace campagna di prevenzione, rischiano di diventare routine, se non oggetto di speculazione morbosa. Come avviene per gli efferati omicidi delle ragazze e bambine Poggi, Scazzi e Gambirasio; come avviene per quella pubblicità d'un panno miracoloso esposta a Casoria, e fortunatamente ora ritirata, dove un bullo belloccio, stile "uomo-che-non-deve-chiedere-mai", fissava spavaldo l'obiettivo sotto la scritta "Elimina tutte. Le macchie", presumibilmente anche di sangue, dato che alle sue spalle giaceva esanime un corpo femminile.
Occorreva la velata ragazza saudita per distoglierci da quest'atmosfera di squallido film. Per ricordarci che la violenza è sempre nuda, sempre svergognata, pur se si nasconde dietro spesse coltri nere.
Gli apologhi della superiorità occidentale ne fanno una questione di centimetri di stoffa. Basta toglierla, magari per deliziare estenuati sguardi maschili, e tutto si risolve. Il rivoluzionario creativo/a arabo non ha invece esitato a infrangere uno dei più inossidabili simboli della tradizione culturale e religiosa del suo Paese: attenzione - avverte - il femminicidio riguarda ogni donna, non solo le "ribelli" e le insubordinate (mentre alcuni mesi fa, in Italia, il prete don Corsi affiggeva alle porte della sua chiesa un'intemerata tratta dal sito fondamentalista Pontifex contenente il più retrivo concentrato di brutalità misogina, secondo cui le donne subivano stupri per aver rinunciato al "naturale" ruolo di asservimento all'uomo). Il femminicidio interessa ogni donna. E ogni uomo. È, anzitutto, un problema di uomini.
Se la donna non viene rispettata nella sua dignità nessun velo potrà proteggerla. E nessun velo potrà nascondere l'occhio del dolore, quell'occhio muto che, nella cultura arabo-islamica, è spoliazione e varco, come l'ombelico rotante nella danza del ventre, suo corrispettivo profano, continuamente ci ricorda.
L'occhio pesto della donna in niqab è l'occhio d'una madre, d'una sorella, d'una sposa. Ci dice, quell'occhio, che la violenza misogina nasce in famiglia, cellula della società, e si alimenta con la cultura del pregiudizio e della prepotenza. Attraverso un'immagine tradizionale, il manifesto saudita fa dunque a pezzi una sciagurata tradizione. Non sorprende sconquassi la cattiva coscienza dei violenti d'ogni latitudine.

Archivio blog

Si è verificato un errore nel gadget