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06/03/17

aspettando l'8 marzo 2017 Vanessa Mele: “Io, vittima collaterale di femminicidio

Prima d'iniziare il post d'oggi ecco  cosa  ne penso del  8 marzo

L'immagine può contenere: 1 persona, sMS
da  https://www.facebook.com/rosa.dicarlo.79



Riporto  qui un intervista  a Vanessa mele  che  anche grazie alla  sua  vicenda  personale   è riuscita  : a   far  cambiare  la legge   sull'assegnazione di pensione reversibilità ai mariti  colpevoli di uxoricidio e  che  ora , in quanto vittima collaterale  , sta lottando  e sperando per  avere   una legge  di tutela  per le vittime  del  femminicidio

N.B
chi ha  già  letto   la  sua vicenda    sul  nostro blog  (  qui e  qui   i mie post   e  qui  un sunto   della  sua vicenda
 o conosce la  sua  agghiacciante  storia    di Vanessa    Cardia  Mele  può anche  saltare  le prime righe del post  

Educare al rispetto attraverso le canzoni

Femminicidio, stalking, abuso sessuale, violenza fisica e psicologica, omofobia, bullismo, sono termini che purtroppo, negli ultimi anni, sono entrati prepotentemente e tristemente nella nostra realtà quotidiana. Il ruolo dei media è stato determinante per far emergere questi fenomeni che, ci rendiamo conto, sono sempre esistiti ma solo attualmente sono diventati un’emergenza pressante e improrogabile, non solo in Italia ma in tutto il mondo. Sebbene negli ultimi anni sono state realizzate delle iniziative pubbliche finalizzate a sensibilizzare e informare su tali fenomeni, istituite delle giornate per condannare ogni forma di abuso e di violenza, purtroppo, giornalmente ci ritroviamo a dover fare in conti con notizie a dir poco inquietanti. Nel mondo vi sono ancora tante donne vittime di violenza fisica o sessuale, una violenza che spesso, nei casi più drammatici, sfocia nel femminicidio: la manifestazione più crudele della sopraffazione da parte dell’uomo sulla donna. E ancora, se da un lato prosegue a livello giuridico una propensione all’inclusione degli omosessuali (vedi legge Cirinnà), purtroppo ancora nel 2017 l’omofobia è una piaga sociale e culturale ancora ben radicata. Non vi sono dubbi, è di fondamentale importanza promuovere costantemente e attuare interventi specifici per prevenire e ridimensionare il manifestarsi di tali fenomeni. Inoltre, sarebbe opportuno attuare nelle scuole interventi destinati ai giovani e finalizzati a educarli a conoscere, capire e gestire le proprie emozioni, aumentare l’empatia, gestire i conflitti, accrescere il rispetto per se stessi e per gli altri così da costruire e mantenere relazioni di qualità, tutte caratteristiche fondamentali dell’Intelligenza Emotiva di Goleman (1995). Lo scrittore Porcino nel suo libro ci fornisce un quadro ben strutturato dei fenomeni sopraccitati, inoltre, riserva la parte finale del testo ad un progetto educativo destinato a studenti di scuola media inferiore e superiore. Nel libro l’autore affronta argomenti forti come violenza sulle donne e omofobia, e lo fa proponendo un’analisi dei testi di alcune note canzoni. Porcino vuole arrivare al cuore delle persone e, in particolare, alla loro coscienza, e si affida alla musica per farlo, una preziosa arte in grado di scatenare emozioni pure. D'altronde come diceva Picasso: “La musica è una meravigliosa bugia che dice la verità”.

Giovanna Prestianni 
(Criminologa e Dottoressa in Psicologia Clinica)


Il libro “Canzoni contro l’omofobia e la violenza sulle donne” può essere acquistato su Amazon al seguente link: https://www.amazon.it/Canzoni-contro-lomofobia-violenza-sulle/dp/1326718746



® Riproduzione riservata

29/01/17

Un libro per combattere l’omofobia e la violenza sulle donne

"Canzoni contro l'omofobia e la violenza sulle donne" di Cristian A. Porcino Ferrara


 è un saggio ben strutturato e, come sempre, scritto bene. Inoltre c'è l'elemento della novità: nessuno ha trattato due temi così delicati e importanti attraverso l'analisi dei testi di celebri canzoni.
Porcino Ferrara, filosofo e scrittore indipendente, ha creduto fortemente nell'uscita del libro nonostante i diversi apprezzamenti ricevuti da editori non disposti, però, ad investire economicamente su di un libro che si occupa dei cosiddetti “perduti della storia” (definizione racchiusa nella prefazione di D. Tuscano). Una scelta vittoriosa, quella del nostro autore, se pensiamo che il libro ha ottenuto anche il plauso della senatrice Monica Cirinnà. L'autore ricostruisce le vicende storiche che si celano dietro la tardiva emancipazione dell'universo femminile a causa di una società maschilista e aggressiva, spalleggiata, quasi sempre, dai rappresentanti religiosi (anch'essi, ahimè, maschi!). Inoltre si affronta con competenza la radice dell'intolleranza omofobica e le relative aggressioni a chi ha un orientamento sentimentale diverso dal proprio. A conclusione del libro si trova un progetto educativo per sensibilizzare gli studenti delle scuole sulle diverse forme di affettività. Cristian insiste nel sostenere che la violenza e l’intolleranza sono manifestazioni proprie dell'ignoranza, e di conseguenza vanno combattute con la conoscenza. Un testo che, a parer mio, deve essere letto proprio per contrastare comportamenti e situazioni ancora così frequenti nella nostra società. È notizia di questi giorni di una nuova aggressione omofoba a Milano, e della legge votata in Russia che depenalizza la violenza domestica su donne e bambini. In tal senso il viaggio dentro la storia operato da Porcino Ferrara si fa ancor più illuminante per noi lettori. Dunque auspicando una rapida diffusione del volume vi esorto alla lettura di un libro così tanto sentito e ispirato.



(Federica Giuliani)



Il libro può essere ordinato presso le librerie Mondadori e Giunti oppure acquistato su Amazon al seguente link:

25/11/16

secondo voi gli insulti sessisti alla Boldrini sono libertà d'espressione ? una manifestazione contro la violenza sulle donne da sola non basta

premetto che giudico  la  Boldrini   demagoga ma  tali  insulti ,  da lei riportati (  la  punta  dell'iceberg )  sulla  sua  pagina  fb







e tale << [---] fenomeno sempre più frequente e inaccettabile: l’utilizzo nei social network e non solo di volgarità gratuita , di espressioni violente e di minacce, nella quasi totalità a sfondo sessuale. [---] ( dalla pagina fb , qui il testo originale , eccetto le parole non in corsive che sono mie ) sono vergognosi e disgustosi .Infatti questi sono reati, non sono libertà di espressione .E l'unica cosa da fare è una denuncia per ingiuria, non minacciare di abolire la libertà di espressione. .. perché nell'intervista all'unità e nel suo comunicato ( vedere collegamento righe precedenti ) si legge velatamente questo.
Ora poiché Tutti i cretini che usano ( ma anche no ) mezzi potenti di divulgazione per insultare e minacciare secondo me non vanno né tutelati né lasciati impuniti. Le conseguenze di questi beceri e malpancisti comportamenti possono essere enormemente gravi (un esempio a caso... Tiziana Cantone).
Allora  come ne  uscirne ? 
  1. Iniziando a smettere  di  vedere   il bullismo  e l'educazione di genere   come  un tabù ( basti  vedere  come: la parte  della trasmissione presa diretta -- ne  ho parlato   qui  sul blog  -- in cui  si  parlava  di  tale tema   era stata spostata  d'orario  .,  il  programma #maipiùbullisdmo cosi tanto  pubblicizzato     viene mandato  in onda  alle  23.15  )
  2. fare  come   fanno  negli altri paesi  europei a  forte trazione  cattolica  e protestante  ( vedere  la puntata  citata   di  presa  diretta  )   dove ormai  s0insegna  d'anni   nelle  scuole ad  iniziare  dall'asilo    cioè rendere  obbligatorio  indipendentemente    dall'autonomia   dei singoli istituti  scolastici   (lo so che  😢  sarà  da  stato etico   \  demo cradura   😈 ma    a mali estremi estremi  rimedi  )
e  fanculo  ai  teocon italiani Il cui : termine è <<   stato usato anche in Italia a partire dal 2004, fuori dall'ambito culturale statunitense di riferimento primario del termine, per indicare alcuni movimenti cattolici o persone di orientamento cattolico e conservatore. Tra questi, Comunione e Liberazione, l'Opus Dei e i Legionari di Cristo.È stato usato anche in riferimento ad alcune personalità del mondo politico e culturale, come il filosofo ed ex-Presidente del Senato Marcello Pera, il giornalista e direttore della testata Il Foglio Giuliano Ferrara, la scrittrice e giornalista fiorentina Oriana Fallaci (nonostante il termine primigenio usato al loro riguardo fosse "ateocon"[senza fonte]), il politologo Ernesto Galli della Loggia, il parlamentare UdC Ferdinando Adornato e il cantautore Giovanni Lindo Ferretti   >> ( da https://it.wikipedia.org/wiki/Teocon )  d'aggiungere  a questa  lista    anche   . Mario Adinolfi   che   dicono  che cosi   si  inserisce nella  sulle scuole la  teoria  gender . In quanto  Sono 116 le donne uccise nei primi dieci mesi del 2016. Il 53,4% dei femminicidi del 2016 si è registrato al nord, il 75,9% in ambito familiare. L'età media delle vittime è di 50,8 anni. In un caso su tre l'arma più usata è quella da taglio. Chi uccide nel 92,5% è maschio. Sono 3,5 milioni le donne hanno subito stalking almeno una volta, più di 2 milioni sono state vittime di un ex partner. Meno della metà ha denunciato

.

14/08/16

le origini dell femminicidio e dello stalking sono nel linguaggio e s'incomincia d'appena s'inizia a parlare

 sottofondo la  colonna  sonora  del film basilicata  coast  to  coast
Musica  a tema  Le mie parole -Samuele Bersani -


Ecco  un altra  forma    di censura  più  subdola    di  quella     classica
censura s. f. [dal lat. censura «ufficio di censore; giudizio, esame»]. – 1. Grado e dignità di censore (nella Roma antica), e tempo che durava la carica. 2. a. Esame, da parte dell’autorità pubblica (c. politica) o dell’autorità ecclesiastica (c. ecclesiastica), degli scritti o giornali da stamparsi, dei manifesti o avvisi da affiggere in pubblico, delle opere teatrali o pellicole da rappresentare e sim., che ha lo scopo di permetterne o vietarne la pubblicazione, l’affissione, la rappresentazione, ecc., secondo che rispondano o no alle leggi o ad altre prescrizioni. Con sign. concr., l’ufficio stesso che è addetto all’esame  (....) 
presa  dalla  voce  omonima del  dizionario  http://www.treccani.it/vocabolario/

  cioè  se  parla ,  ma  non ti  metto in  evidenza   in prima  pagina ma  ti   riporto  in  fondo  econ un piccolo trafiletto    magarti quasi nascosto  , o nelle  edizioni locali   . per  giunta  da  zona  a zona  della  stessa   regione vedi esempio la  nuova  Sardegna che  ha   ben      4   edizioni ( ridotte  poi  a  3  )  locali    e  quindi  , esempio  , uno di Sassari  non  sa  (  salvo  casi gravissimi  che  compaiono  nella sezione  generale )     quello    che succede  iniziative  culturali  comprese   in Gallura   .  Quindii chiedo  ma  è possibile  che   certi articoli cosi importanti    vengano relegati  ,  come   questo  , nelle edizioni locali  di  un grande  quotidiano nazionale  .  

  Ora  dopo lo sfogo   un ulktima  cosa  prima di  riportare  il post      d'oggi tratto da  http://firenze.repubblica.it/cronaca  del  4\8\2016

le parole non  solo sono importanti
ma  sono  anche  come pietre e  del passo da li alla violenza   a seconda  dei soggetti  può essere  sottile 



Ora   il post

La studiosa Irene Biemmi: "Iniziano alle elementari gli stereotipi che dividono" di ILARIA CIUTI


Corpi bruciati, bastonati, violentati, uccisi. Corpi da possedere, domare, eliminare se non si possono avere, se dietro questi corpi spunta una testa, una volontà, una libertà. È orrenda la lista delle donne uccise, è misera quella dell’impotenza di maschi che per esistere uccidono. Basta: lo si vorrebbe gridare, soprattutto fare. Ma fare, non si fa. «Non serve niente se non si comincia da lontano, da una cultura rovesciata rispetto a quella di oggi, da una nuova generazione che abbia una concezione diversa dei ruoli di genere». Dice Irene Biemmi, ricercatrice all’università di Firenze e autrice del libro «Educazione sessista. Stereotipi di genere nei libri del elementari» (Rosenberg & Sellier) da cui è stato tratto lo spettacolo- conferenza tra Biemmi e Daniela Morozzi, «Rosaceleste », che inaugurerà il 13 ottobre al Puccini la rassegna “Una stanza tutta per le».

I libri delle elementari spiegano il femminicidio?
«Non solo, ma hanno una parte fondamentale nel costruzione degli stereotipi e di ruoli complementari e non interscambiabili. Perfino le parole sottolineano la negatività del discostarsene: maschiaccio per le femmine vivaci, femminuccia al bambino che non fa il duro. Nei libri di lettura scolastica le madri trascorrono la giornata in casa attendendo marito e figli, raramente lavorano e caso mai da maestre, parrucchiere, estetiste. E non sono libri degli anni ’50 ma degli anni 2000. Per gli uomini ho contato ben 50 professioni: geologi, astronauti, esploratori, giornalisti, medici, scienziati e i padri sono raffigurati fuori e al lavoro. Le bambine giocano in camera, i bambini in affascinanti e avventurosi grandi spazi esterni».

Dopodiché?
«Si insinua la percezione che il troppo uscire, soprattutto di notte e da sole, debba essere per le donne pericoloso. Il mondo si spacca in due e la relazione tra i generi diventa un problema. La violenza è problema complesso ma la disparità sociale si riproduce anche nelle relazioni private: relazioni mancate basate su archetipi di uomo forte, prevaricatore, aggressivo, tutte caratteristiche su cui fondare la virilità, e di donna docile, sottomessa».

Da dove cominciare?
«Si è sempre pensato a liberare dagli stereotipi le donne perché discriminate. Certo. Ma bisogna anche giocare d’anticipo e agire sull’educazione dei futuri uomini. Gli aggettivi usati nei libri scolastici per i bambini sono: forti, audaci e coraggiosi, a tratti irosi e violenti. Senza critiche ma con la legittimazione di un’immagine di virilità che fa tutt’uno con la violenza. I bambini devono avere atteggiamenti di sopraffazione sia per farsi intendere tra maschi che con l’altro genere. Ragionare su quale educazione dare ai bambini significa scardinare il principio che virilità sua uguale a forza. I ragazzini hanno paradossalmente un fardello sulle spalle più opprimente delle bambine con cui ormai da anni le mamme ragionano di come svincolarsi».

che  le  parole    sono  importanti lo  dimostra  anche questa  storia 

Appello   di Carolina  B.  ora  17  enne  ex  vittima  di  bullismo  . "fate  come  me  ribellatevi "


qui presa     da  repubblica  del  14\8\2016.  Inizialmente volevo  riportare direttamente  l'articolo  con la  slide  \  cattura  schermata  ma poi  invece   ho deciso di fare  copia ed  incolla 

BRESCIA

Poi  l'altra Carolina ha deciso che la partita con i bulli doveva vincerla lei. «Ma non provo odio, alla fine sono vittime anche loro». Mentre Carolina di Brescia si tagliava le braccia per provare a lenire il dolore dell’anima col dolore del corpo, a 140 chilometri dalla sua cameretta,Carolina di Novara — Carolina Picchio, stessa classe‘99, 14 anni all’epoca — iniziava a dare segni di resa: fino al gesto finale. Il lancio dal terzo piano di casa. Tra lei e i giovanissimi aguzzini che l’avevano filmata ubriaca
mentre in 5 la violentavano, per poi pubblicare i video e sfotterla su Facebook, hanno la meglio loro.
ErA il 5 gennaio 2013,ma «di quella storia ho saputo solo a marzo di quest’anno.
Quando ero in fase di rivincita. Per me e anche per lei che non c’è più». Adesso che ha 17 anni Carolina B. dice che inizia a volersi «un po’ bene», ad accettare il suo corpo e il suo viso che tutto
sono fuorché sgradevoli alla vista.
E che ha smesso di incidersi la pelle con lamette e coltelli. «Guardi qua», sorride seduta in
veranda nella villetta di Costalunga, pochi minuti dal centro di Brescia. Carolina mostra i segni
bianchi lasciati dalle cicatrici delle ferite che s’è inflitta per due anni. Mamma e papà — ex
sportivi — un po’ la coccolano con lo sguardo e un po’ riprendono i più piccoli degli altri
quattro fratelli perché non si scollano dagli smartphone. «La rovina di questi ragazzi è il telefonino
», annuisce Domenico Geracitano, agente di polizia della questura di Brescia. È impegnato
da anni in campagne di sensibilizzazione sul cyberbullismo nelle scuole: è lui che
ha agganciato l’“altra Carolina”. In uno degli incontri con i ragazzi, la 17enne racconta la
sua vicenda: da allora, era lo scorso anno, diventa una piccola testimonial della lotta contro
le violenze psicologiche giovanili.
Come è iniziata la sua storia di vittima dei bulli?
«Ad aprile 2012, fine della seconda media. Ero al Parco Castelli con la parrocchia: quattro
giorni di evangelizzazione. Chi voleva saliva sul palco e raccontava la sua esperienza di fede.
Vado su, e parlo. Il giorno dopo mi dicono che hanno postato il video su Fb. Da lì in poi iniziano
a dirmi di tutto: sfigata, cesso, sei grassa, sei piena di brufoli, fai schifo, sei una troia obesa...
Insulti nelle chat di gruppo della classe».
E lei?
«All’inizio rispondevo, ma era peggio. Andavano giù ancora più pesanti. Arrivavo a casa,
sbloccavo il telefono e trovavo gli insulti: ammazzati, buttati dalla finestra... Se ti dicono che
sei grassa, ti vesti larga. Se ti dicono che sei un essere inutile, ti rendi ancora più inutile. Se ti dicono
che devi morire il tuo unico desiderio è la morte. E il peggio e che ti senti in colpa, vorresti
punirti ma non sai come fare Fino a che...».
Che succede?
«Trovo su Internet immagini di braccia tagliate. Penso che quella è la soluzione; provo una volta, mi sembra di avere pareggiato i conti con il mio essere sbagliata. Diventa un’ossessione: mi tagliavo ogni giorno, anche piu’ volte. In camera, in bagno, in doccia. In giro non alzavo mai le maniche».
Intanto diventa anche lei social-dipendente.
«Ero convinta che la vita vera fosse quella che passa dalle chat. I bulli erano sempre lì,qualcuno lo conoscevo, altri no.
È facile insultarti su Ask in anonimo. Ti infossi e inizi a “sfollare” (dare di matto, ndr). Capisco
Carolina (di Novara). La sua rovina è stata un video. Anche per me tutto è iniziato con un video. Poi viene il giudizio della rete, ecco. La cosa peggiore è il giudizio».
Aveva un pensiero fisso, oltre al senso di inadeguatezza da insulti?
«La morte. Alla ricerca di un aiuto postavo questa ossessione di morte ovunque. Coi miei genitori ci scontravamo sempre.
Quando scoprono che mi taglio, vanno in confusione. Al primo anno di superiori (istituto professionale) divento scontrosa,menefreghista, incazzata con tutti. Provo a fumare qualche
canna. Bulletta per reazione ».Trentun dicembre 2014.
Che data è?
«Litigo coi miei e mi chiudo in camera. Faccio un bilancio della mia vita a 15 anni. Risento le voci dei compagni delle medie:“Sfigata”, “cicciona”. Mi sento una fallita, e cosi prendo l’Ipod e una lametta e scappo dicasa. Mi siedo sopra un ponticello,inizio a tagliarmi. Poi mi butto giù. Mi risveglio su un’ambulanza. Mio padre arriva in neuropsichiatria: nonostante il parere dei medici, rifiuta di farmi ricoverare».
Toccato il fondo cosa succede?
«Smetto di tagliarmi, ma a scuola avevo spesso attacchi di panico. Mia madre ogni volta che stavo male in classe mi portava in posti belli e pieni di pace per farmi ritrovare la calma».
I bulli?
«Ho iniziato a fregarmene. Ho acquistato più sicurezza, adesso mi voglio bene. Ho capito che sono vittime anche loro.
Che per curare le vittime bisogna curare i bulli. Prima mettevo solo felpe nere e larghe. Oggi mi compro anche i tubini, ogni tanto metto scarpe con il tacco ».
Come si sente oggi?
«Sopravvissuta a una guerra. La mia guerra con i bulli. Carolina Picchio non l’ho mai conosciuta,
ma so che sarebbe fiera di me. Aveva ragione quando diceva “le parole fanno più male
delle botte”. Ma oggi so che le botte si possono curare, basta rivolgersi a chi hai vicino e non
cercare di fare tutto da soli».
























































































































































11/07/16

testamento © Daniela Tuscano

Le guardi e non hai scampo, non sono dipinti, sono profezie realizzate, la Chyniere che si squarcia come una Madonna nera e poi sviene in chiesa, annullata in un urlo munchiano, e la povera crista nera di botte, la sindone del femminicidio, la Federica spolpata, anch'essa con un grido ultimo, digrignato per l'eternità. La prima ha perso un amore, gliel'ha strappato via l'infame furia del razzismo, la seconda ha perso per amore, per un'altra infame furia dalla stessa radice. Signori, questo è l'odio. L'odio per il diverso, l'odio per la donna, anch'essa diversa, anch'essa da punire. Emmanuel, il marito di Chinyere, è stato trucidato semplicemente perché era lui, perché era nero, perché occupava lo stesso suolo, respirava la stessa aria del suo assassino. Perché aveva una moglie che non ha tollerato di sentirsi chiamare scimmia, perché non lo voleva lui, perché la dignità non ha prezzo, perché curvarsi non si può e non si deve più. Francesca, rea d'aver lasciato Luigi Alfarano, il marito-padrone, è stata ingiuriata anche dopo morta dal parroco che ha assolto e commiserato l'assassino (anche del figlioletto di quattro anni) e suicida, attribuendo la responsabilità del delitto al "Demonio".

 di Mauro Biani pagina
Perché Alfarano "era un uomo buono, amava la famiglia e adesso è senz'altro in paradiso". Come se il demonio non fossimo noi, come se il diavolo, colui che divide, non fosse in quel pugno che ha letteralmente diviso il bimbo dalla madre e massacrato il corpo d'entrambi.
A lui il paradiso spetta di diritto in quanto maschio devoto "alla famiglia", ecco il senso delle sciagurate parole del prete, ministro d'un dio con un solo sesso, davanti a cui è fatto obbligo inginocchiarsi, e servire, e morire.
Signori, questo è l'odio, e questa la cultura che troviamo nei libri, le frasi che sentiamo al bar, lo sguardo che leviamo sul mondo, da millenni, dagli albori dell'umanità. Questa la summa del darwinismo sociale, dell'apartheid dei sessi, del mondo a una dimensione: quella del maschio bianco, arroccato in una normatività criminale.
Sono baratri senza fine, queste donne. Rapprese in un definitivo "no". Stremate eppur possenti. Signori, questa è la guerra. L'avete in casa, ogni giorno. Sta solo a voi, a noi, disarmarla. Adesso, per sempre, ne vediamo il volto.

© Daniela Tuscano

13/06/16

le storie dei figli delle vittime dei femmicidi ovvero gli orfani di stato



 in sottofondo


 
Di alcune storie ( salvo casi eccezionali ma relegati in fondo quasi all'ultima pagina prima dei programmi tv e dello sport in queli nazionali o nelle prime a livello locale regionale come il caso di quella di Vanessa ora diventa mele ed aver abbandonato il cognome del padre uxoricida ho raccontato nei dettagli la storia in qualche vecchio post del blog ) riguardanti i femminicidi si parla solo della violenza ma non del post violenza e soprattutto di figli\e che hanno visto uccidere la loro madre ed hanno ed ancora subiscono tutto il travaglio psicologico che ne consegue . Ed è questo articolo interessante  che  voglio riportarvi  .
da repubblica de 11\6\2016

di mria Novella de Luca


ROMA. Si sentono orfani due volte,sopravvissuti nel silenzio, avvolti nel lutto come una seconda pelle. Sono 1628, secondo l’ultimo parziale censimento, i più piccoli
hanno pochi mesi, i più grandi sono già adulti. Sono i figli, anzi gli orfani del femminicidio, la Giustizia li definisce “vittime collaterali”,un esercito di bambini le cui
madri sono state uccise dai mariti,dagli ex, dai compagni. Assassiniche poi si uccidono, o finiscono in carcere, ma per i figli è lo stesso: si ritrovano soli, affidati a parenti,dati in adozione, migranti tra istituti, comunità, case famiglia.
«Come può uno di noi coltivare un sogno, se in pochi istanti da figlia ti ritrovi orfana, e nessuno più si occupa di te, perché per lo Stato non siamo altro che fantasmi?
» si chiede Nancy Mensa, 22 [  foto  sotto  cn relativa  intervista  ] anni, tenace giovane donna che dopo l’assassinio della madre e il suicidio del padre, studia per laurearsi e diventare magistrato. Ed è oggi il simbolo di tutti gli orfani del femminicidio.
O Vanessa Mele,[  foto  a  destra   ] di Nuoro, chedi anni ne ha 30 e vive a Liverpool,e ha dovuto combattere contro un padre, Pier Paolo Cardia, che dopo aver sparato alla madre con la sua pistola
d’ordinanza,una volta uscito di prigione era riuscito ad avere la pensione di reversibilità della moglie. « Avevo soltanto 6 anni quando lui l’ha uccisa,sono cresciuta con i miei zii,è insieme a loro che ho deciso dicombattere in tribunale perché fosse dichiarato indegno di ricevere quella pensione, che spettava a me. Pensate che assurdità, lo Stato che pagava un omicida con i soldi della vittima...». Una battaglia legale lunga e difficile, che Vanessa ha portato avanti con il supporto della sua avvocatessa, Annarita Busia, fino a che il Parlamento non ha modificato quella legge assurda. E Vanessa, come Nancy, chiede che per gli orfani del femminicidio lo Stato istituisca un indennizzo, un risarcimento,
come avviene per i parenti delle vittime di mafia e del terrorismo.
Perché gran parte delle madri di quei bambini che la Giustizia con termine algido definisce “vittime collaterali”, avevano denunciato più e più volte i loro persecutori,ma nessuno le aveva protette, o peggio ascoltate. Figli e figlie che nel 50% dei femminicidi hanno assistito al massacro delle madri, come è accaduto al fratellino di Nancy Mensa, ad Avola, in una sera d’agosto del 2013. Bambini che smettono di parlare, di mangiare, non dormono più, fanno atti di autolesionismo, a volte deviano, spesso si rintanano nella droga.Un’emergenza che ad ogni strage familiare crea nuove “vittime secondarie”: oggi sono 1628,già un numero enorme. Un censimento che si deve alla tenacia di una studiosa, Anna Costanza Baldry,psicologa e criminologa, la prima a far emergere in Italia la tragedia degli orfani del femminicidio con il progetto europeo “Switch-off”, che vuol dire spento.
Come la vita di un bambino che si ritrova testimone del male assoluto: la mamma uccisa dall’uomo con il quale aveva condiviso la vita. Stragi non a caso definiti olocausti familiari. «Volevamo capire quanti fossero e come vivessero questi ragazzi. Quali sono le risposte familiari, giuridiche,sociali che vengono offerte.Ne ho incontrati molti, e tranne in alcuni casi, attorno a loro c’è il deserto. Pochissimi sostegni economici a chi li accoglie, rari sostegni psicologici, e poi una grande
solitudine. Quando si spengono le luci della cronaca e dei processi, sulle loro vite calano silenzio ed indifferenza.E molti non ce la fanno a salvarsi». Dai dati del progetto «Switch-off” emerge che il dramma maggiore è quello di sentirsi “figli di”, con il cognome di un padre diventato assassino.
Ed è per questo che Vanessa,non appena compiuti i 18 anni, il cognome di suo padre l’ha buttato alle ortiche, ed oggi si chiama Mele, come la madre. «Sono stata amata e sostenuta dai miei zii, ma non è stato certo lo Stato a pagarmi lo psicologo o gli studi. Io ce l’ho fatta, ma chi non ha una famiglia forte e mezzi economici rischia di soccombere. Per questo voglio aiutare chi ha vissuto la mia stessa tragedia». E dopo aver ottenuto il cambiamento della legge sulla reversibilità, oggi l’avvocata Annarita Busia e VanessaMele hanno scritto una proposta di legge perché i beni dei padri assassini possano essere automaticamente bloccati e sequestrati.
Spiega Busia: «Le leggi già ci sono, ma per ottenere il sequestro dei beni, le vittime devono sempre fare un procedimento civile. Noi chiediamo invece l’automatismo di queste misure, come già avviene contro i mafiosi e il gratuito patrocinio per le vittime dei femminicidi».
Per adesso però la risposta delle istituzioni è stata di assoluta indifferenza. È quello che denuncia Emanuele Tringali, avvocato di Nancy Mensa e dei suoi fratelli,fin dai primi giorni che seguirono all’assassinio madre Antonella e al suicidio del padre. Dice Tringali: «Bisogna puntare sulla prevenzione, sui tempi della Giustizia.Ma i figli dei femminicidi hanno diritto ad un risarcimento, perché nel 90% dei casi quelle stragi erano precedute da denunce non ascoltate, e quindi lo Stato ha una responsabilità. Non è una elemosina, è un diritto. Perché questi bambini non siano orfani due volte: senza genitori e senza diritti».


quindi , da  maschio faccio  io  l'appello del quotidiani  il maifesto      (  con relativa  autorcritica   )   a cui  hanno aderito  Abati Velio, Bevilacqua Piero, Baioni Mauro, Bianchi Alessandro, Camagni Roberto, Cervellati Pier Luigi, Fiorentini Mario, Dignatici Paolo, Gambardella Alfonso, Indovina Francesco, Masulli Ignazio, Nebbia Giorgio, Ottolini Cesare, Quaini Massimo, Roggio Sandro, Salzano Edoardo, Saponaro Giuseppe, Scandurra Enzo, Siciliani de Cumis Nicola, Stucchi Silvano, Toscani Franco, Vannetiello Daniele, Viale Guido    e  che triovate   qui

08/06/16

VI ABORRO… di © Daniela Tuscano

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Lo ammetto, vi aborro. Aborro voi, la vostra brutalità, la vostra (in)cultura dello stupro, la società di diseguali – dove la diseguaglianza è considerata nullità – che avete incubato, alimentato e cresciuto a dismisura. Aborro quel corpaccione chiamato maschilismo, l’origine d’ogni violenza, razzismo e discriminazione. L’aborro perché è morto, e voi lo sapete, ma ne mantenete artificialmente l’esistenza. Vi serve per conservare il potere. E per il potere siete disposti a tutto. Cioè al ginocidio. Ginocidio, sì. Perché voi, maschi impazziti e feroci, disprezzate il mio sesso. Da sempre. E io non voglio più capirvi. Non voglio più capire un mondo che si reputa progredito berciando contro i roghi di Daesh e poi impugna una penna per chiedere a un giudice di non punire il figliolo, stupratore sì, ma per soli venti minuti, preda dei fumi dell’alcool e d’un’imprecisata “promiscuità” (palese, fra le righe, l’accusa alle femmine troppo libere, quindi tentatrici). Non voglio più capire un mondo – il vostro, fatto a vostra immagine, somiglianza e prepotenza – in cui ci s’interroga se una violenza durata una manciata di minuti sia effettivamente violenza. Non voglio più capire il mancato conato di vomito davanti all’infamia di siffatta domanda. Vi aborro perché m'avete costretta a rivelare qualcosa di molto, troppo intimo. Prima un’aggressione – in tutto, durata una quindicina di secondi – e prima ancora, quand’ero giovanissima, un’aggressione se possibile anche peggiore.
Quanto sarà stato ? Forse un quarto d’ora.

 Un quarto d’ora e quindici secondi che mi hanno rovinato, per sempre, la vita. Che mi hanno deturpato e rubato anzitempo la giovinezza. Chi mai potrà ripagarmi? Voi siete preoccupati che il vostro figliolo maschio non possa più andare agli allenamenti, che non trovi un lavoro, che non mangi più. Quello v’importa, e nient’altro. Non voglio più capire un giornalismo che definisce “timido autista di provincia timoroso di diventare padre” un tentato uxoricida e figlicida. Aborro la
vostra stupidità. Niente di più pericoloso. Non è soltanto inumana. È pre-umana. Molto peggio. Con questa pre-umanità avete dominato il mondo. Asservendo e negando tutte le dimensioni esistenziali diverse dalle vostre. Negando la donna, avete negato dignità al nero, all’indio, all’immigrato, al gay/lesbica, allo schiavo – che mai avrebbe dovuto essere schiavo -. Ma anche alla natura, all'ambiente in cui vivete. E avete dato vita a un sistema economico basato sullo sfruttamento e l’accaparramento. Avete costruito un Dio maschio, leggi maschie – quelle leggi per cui, ancora adesso, lo stupro è un’inezia la cui entità va conteggiata in minuti, le donne eterne inferiori indegne di votare, compiere determinati lavori (le avete però ritenute sempre degne di salire sul patibolo – Olympe de Gouges insegna! – anzi con loro avete esercitato il massimo rigore fino ad attribuirle responsabilità per reati inesistenti e perversi), accedere a ordini religiosi, comparire nei testi scolastici, ecc. – alle quali non si può derogare, pena la morte: e infatti uccidete. Non potete tollerare d’essere abbandonati, la donna è vostro esclusivo possesso. E non solo lei: mentre scrivo mi giunge la notizia che, nel mio Paese, due cosiddetti “padri di famiglia” (naturalmente, secondo la stampa maschia, sempre tale pur se scritta da donne asservite, dipinti come uomini modello, affettuosi, teneri ecc.) non si sono accontentati di assassinare le loro compagne, ma pure i figli; è la logica della roba. “Roba mia, vientene con me”: a volte vi suicidate (in molti altri casi fingete soltanto, nella speranza dello sconto d’una pena comunque lieve) e dietro di voi non deve rimanere nessuna e nessuno. Come nell’antica Roma, come dappertutto: siete voi, l’origine e il fine (la fine) di tutto. Vi siete nominati Dio: siete blasfemi. Vi aborro perché nemmeno in questo frangente vi ho sentiti solidali. In qualche caso ci avete addirittura irrise. Una donna non lotta mai solo per sé stessa, ma si sente umanamente, umanisticamente vicina a tutti gli oppressi. Ma che cosa accade a quegli uomini oppressi, una volta liberatisi delle loro catene? Ci sono vicini? Condividono le nostre battaglie? Sanno capirci, amarci? Si rendono conto che le violenze sessiste sono una questione di cultura e non fatti privati di cronaca nera ? A me non pare. Vorrei essere smentita. Ma pubblicamente, apertamente. Lucidamente. È bene che quella lettera vergognosa sia stata vergata da un padre. Un padre wasp.

Essa mette definitivamente a tacere anche quell’autolesionismo femminile per cui, se un figlio è criminale, la colpa ricade sull’incapacità della MADRE [ Un esempio recente di questa mentalità si trova qui: http://www.huffingtonpost.it/milene-mucci/madri-figli-maschi-uomini-violenti-_b_10219426.html , cui ho fatto seguire una replica http://culturaalfemminile.blogspot.it/2016/06/sbagliata-di-daniela-tuscano.html ]. I padri non compaiono mai sul banco degli imputati, pur essendo sempre stati considerati i capifamiglia, le guide morali, spirituali ecc. Insomma, la solita storia: tutti i privilegi, nessun dovere, nessunissima responsabilità. Lo ammetto, vi aborro. Per lo stesso motivo per cui vi ho amati. Proprio perché vi ho amati. Ma non si può continuare ad amare chi ritiene degradante chiedere perdono.

01/06/16

SBAGLIATA di © Daniela Tuscano

 
 
 
 ·
SBAGLIATA

 (Immagine: G. Badari, "Donna crocifissa")
 

 


E poi ci son quelli che “madri di maschi, educate i vostri figli”.
E son quelli e quelle.
(La misoginia è interiorizzata dalle vittime, si sa.)
Perché se lui è così cattivo, la colpa è della madre.
Non è stata attenta.
Non è stata brava.
Non gli ha insegnato a rispettar le donne.
L’ha servito troppo.
Gliele ha date tutte vinte.
L’ha considerato il suo bambino.
Il suo re.
Il suo mondo.
Sì, la colpa è sua.
Della madre, ancora della madre, sempre della madre.
E ci son quelli, e quelle, che dimenticano:
che la madre è stata figlia.
Ed è stata bambina, scolara, studentessa.
Forse laureata.
E a scuola, sui libri, sui media
Ha imparato che doveva servire il maschio.
Che bisognava dargliele tutte vinte.
Che era un re.
E tutto il mondo.
Così fanno le donne per bene – le hanno detto.
Altrimenti.
Una donna senza un uomo è incompleta.
Anzi, inutile.
Perché nei testi scolastici, nei libri di grammatica, nelle vie e nelle piazze, nella grande storia
Ricorrono solo nomi maschili.
Lei non c’è - non deve esserci.
Lei è, al più, un’appendice muta.
Questo ha imparato, quella madre di maschi.
Questo doveva imparare.
Ma adesso ci son quelli, e quelle, che glielo rimproverano.
Non sei stata brava, non sei stata attenta.
Gli hai impartito i valori che noi ti abbiamo inculcato.
Dovevi farlo.
Ma dovevi pure insegnargli a rifiutarli.
(Senza farti scorgere, sia chiaro; sia mai tu sovverta l’ordine stabilito; sia mai ti diano della femminista.)
Non sei stata onnipotente.
Senza la forza dell’onnipotenza.
Vergogna, madre di maschi.
La madre, ancora la madre, sempre la madre.
E ci son quelli, e quelle, che mai si volgono ai “padri di maschi”.
I padri sono innocenti a prescindere.
I padri sono i capi.
I padri sono i re.
Eppure sono stati i padri
- Padri di maschi, figli di maschi –
Che nei secoli hanno costruito un mondo
Di escluse e privilegiati.
Sono stati i padri
- Padri di maschi, figli di maschi –
Che hanno redatto libri, fondato scuole, predicato, edificato
Una società fondata sul disprezzo della donna,
Sulla sua assenza e il suo asservimento.
Dovrebbero trovarsi loro, oggi,
Sul banco degli imputati.
Almeno, accanto alle madri.
Ma non funziona così.
L’educazione è roba da madri. (Ma non chiamatela pedagogista, quel titolo è riservato agli uomini.)
La colpa è delle madri.
La colpa è delle donne.
Non sono i maschi a doversi rieducare, sono le donne a doversi difendere.
“Donne, denunciate i vostri aguzzini!”
(Anche se non vi credono mai, anche se gli basta simulare l’infermità mentale, anche se li rilasciano subito, anche se li assolvono col cuore e con le parole: parole maschili: raptus, eccesso d’amore, passione, ecc.)
Solo quando vedrò i padri
Richiamati alle loro responsabilità
Allora sì, potrò credervi.
Ma finché leggerò le accuse alle madri, ancora alle madri, sempre alle madri
Vi chiamerò ipocriti e ipocrite,
Servi e serve del sistema,
Sepolcri imbiancati,
E le vostre figlie e i vostri figli
Torcano il viso da voi.
© Daniela Tuscano
(Immagine: G. Badari, "Donna crocifissa")

31/05/16

SARA, I PIEDI E IL CUORE © Daniela Tuscano


Anni fa. Tanti, ma non troppi. Ero già una matura signora. Milano, Ferrovie Garibaldi. Intorno ancora ventri di case, sterrati nebbiosi, vaste nullità. Il classico teatro per fini atroci e anonime. All'incrocio con via Melchiorre Gioia emergono, dal silenzio, due individui. Uno a destra, uno a sinistra. Un cenno fra i due. Io mi trovo in mezzo, facile preda. Il campo d'abbandono è lì vicino. Mi vedo a terra, la gonna lacera, sgozzata. L'epilogo, lo sento sulla pelle. Già sono pietrificata, oso articolare un misero "No" all'indirizzo dei due. Così flebile. Così inutile. Così fermo. Quando il tizio sulla sinistra mi smanazza un seno, comprendo che non c'è nulla di peggio, né di più prezioso. È la mia vita ed è una. E tanto l'amo, e tanto vale, che son disposta a perderla pur di non vederla insozzare, calpestare.
E, non so come, mi trovo sul cofano d'un'auto. Mi ci sono lanciata in un impeto di disperazione. Non però sventato, no. Sono riuscita a spiare l'abitacolo. Vi ho scorto una coppia, uomo e donna. Mi accoglieranno? Tireranno diritto? Poco importa. Una strada e un'auto sarebbero altare più gradito di un'indegna profanazione.
Accadde dieci anni fa. Quella coppia si fermò. E mi trasse in salvo. Li ricordo solerti, compresi, essenziali. Furono, per pochi istanti, la mia famiglia. In un angolo del cuore lo resteranno per sempre. 



Non avrei mai pensato di raccontarlo. Tornare a quei momenti, a quel buio, a quel degrado, mi procura ancor oggi profondissima angoscia. Ero, nella sera del 2006 circa, non più mia e non più umana. Ero un oggetto da usare e scartare. Mi era piovuto addosso il cascame del mondo. Ma ebbi una famiglia. Una breve e sconosciuta famiglia di nome umanità. Qualcuno che ascoltò il mio grido, ebbe il coraggio d'arrestare la corsa e mi ridonò il sangue nelle vene. Perché la morte è così facile, rapida...
Quell'umanità è mancata a Sara, appena ventiduenne, in un maggio del 2016 a Roma. No, per il degenerato che l'ha bruciata viva, e avrebbe dovuto amarla, non spreco parole. Quanto gli spetta, spero arrivi presto e il più crudamente possibile. Ma maledire, a cosa serve? Sarebbero servite mani, piuttosto; anzi, piedi. Piedi capaci di premere sul freno dopo le grida della ragazza. Dopo le vane, sgolate invocazioni d'aiuto. Ecco, in quel caso i piedi, cioè il cuore, si sarebbero dovuti fermare, come successe con me, e la famiglia umana si sarebbe ricomposta, la speranza nuovamente incamminata, nel faticoso e dolente futuro.
Non è stato così. Il mio flebile "no" raccolse, chi sa come, un riparo. Le suppliche di Sara hanno urtato un cielo muto. Muto il cielo in alto. Muti i piedi in basso. Le vetture hanno continuato a sfrecciare sull'asfalto implacabile. Il 28 maggio 2016, a Roma, Dio era assente e l'umanità spenta. Rimaneva una ragazza col suo cuore. E non poteva farcela.

                                     © Daniela Tuscano


nella ricorrenza di Santa Giovanna d'Arco
(Immagine: R. Ferré, "Franco")

20/02/16

"Sarò criminologa perché mio padre uccise mia madre". La nuova vita di Vanessa Cardia ora Mele da Nuoro a Liverpool Laurea e volontariato nei centri antiviolenza «So che cos’è il dolore ma si può andare avanti»




dopo riportata vedere articolo sotto questa ulteriore vicenda capisco il rifiuto della protagonista verso il proprio padre e ho rimosso il mio proposito di contattarla per  intervistarla ai  sui  contatti  (  cellular e , facebook  , email   su  internet      se   sai cercare  trovi  tutto  )   . Infatti  non  mi  è sembrato il caso  dopo aver   riletto   gli articoli precedenti , vedi sopra gli url , che avevo riporto qui sul blog e  quanto da  lei dichiarato   sul corriere  della  sera  18\2\2016


[....]  «Preferirei non parlare di quel giorno» dice lei che adesso sta seguendo un master in criminologia. Il futuro? «Quello che mi piacerebbe fare è lavorare nel settore criminal justice , cercare di aiutare persone che sono state nella mia situazione a capire che si può andare avanti». È la sua parola chiave, «avanti». È stata la parola chiave di quella bambina, diciassette anni fa. Dopo il delitto suo padre la prese per mano, la portò dai nonni e chiamò il 112: «Venite a prendermi, ho ammazzato mia moglie». Vanessa andò a vivere con gli zii materni e imparò in fretta a guardare avanti, appunto. «Devo dire che sono stata una bambina felice» racconta la sua voce allegra. «A parte quel fatto, della mia infanzia conservo soltanto ricordi belli, è come se quelli brutti li avessi cancellati. Non mi è mai mancato nulla e la mia famiglia è stata quella che mi ha cresciuto. Io chiamo mamma e babbo i miei zii, è giusto così». [....] 


M a soprattutto   non dev'essere piacevole  parlare  di questa  vicenda   ancora  non   conclusa   , come potete leggere    dall'articolo qua  sotto , per   quello    che gli   sta  facendo il padre . Non gli bastava   tentativo   fallito    dopo  una  dura battaglia giudiziaria , vinta   dalla figlia   con il  cambiamento della  legge  ,  di  pretendere la pensione  di reversibilità della  moglie   da  lui barbaramente  uccisa .




"Sarò criminologa perché mio padre uccise mia madre". La storia di Vanessa Mele

VANESSA MELE



Vanessa Mele ha vissuto due vite. La prima si è conclusa quando aveva sei anni, si chiamava ancora Vanessa Cardia: il padre Pier Paolo uccise la madre Anna Maria con un colpo di pistola.
Da quel giorno, riporta il Corriere della Sera in un lungo articolo, la bambina ha vissuto con gli zii e ora si è trasferita in Gran Bretagna per diventare criminologa.
"Quello che mi piacerebbe fare è lavorare nel settore criminal justice, cercare di aiutare le persone che sono state nella mia situazione e capire che si può andare avanti", dice al quotidiano.
Vanessa ha 23 anni e ora porta il cognome della madre. Sta frequentando un master in criminologia a Liverpool. I rapporti con il padre si sono interrotti nel giorno dell'omicidio.
"Aveva provato a contattarmi, anni fa, con una email che nel suo linguaggio voleva essere un messaggio di pace. Mi scriveva di aver saputo che ero fuori dall'Italia, che ne era contento e che voleva conoscermi. Gli ho risposto che non ero interessata e che non volevo avevo niente a che fare con lui".
Pier Paolo Cardia era una guardia forestale. Uccise la moglie il 3 dicembre del 1998. E' già uscito dal carcere dopo aver scontato solo 10 dei 14 anni comminati. Ma la sua presenza ingombrante non ha smesso di far soffrire Vanessa. Recentemente, riporta sempre il Corsera, sta ingaggiando una battaglia per ottenere la casa dove la famiglia viveva prima del femminicidio. E poco dopo il fatto aveva chiesto la pensione di reversibilità della moglie che lui stesso aveva eliminato.Gli ho risposto che non ero interessata e che non volevo avere niente a che fare con lui». Il senso era: per me non esisti, lasciami in pace. 
Pier Paolo Cardia ha passato in cella pochissimi anni. Rito abbreviato, indulto, sconti, lo hanno «premiato» con la libertà dopo nemmeno dieci anni dei 14 e otto mesi ai quali era stato condannato. «Appena ho compiuto 18 anni mi sono liberata del suo cognome e ho preso quello di mia madre - racconta Vanessa -. Ricordo che in quel periodo ero scioccata da quell’altra cosa che ha fatto...». Era successo che, appena tornato in libertà, Cardia aveva chiesto e ottenuto la pensione di reversibilità della moglie uccisa. «Sono rimasta sconvolta, ancora adesso non mi spiego perché l’ha fatto. Io non gli ho mai fatto nulla, quella era l’unica mia fonte di reddito...».
Vanessa era all’estero per un anno di studio. Le regole delle associazioni che avevano permesso quell’esperienza erano: nessun rientro a casa e nessuna visita dall’Italia. «Mi chiamò il babbo e Annamaria Busia, la mia avvocatessa. Mi dissero: devi tornare, non possiamo dargliela vinta. Ho mobilitato mezza Europa, ho convinto le associazioni a darmi quattro giorni per tornare e denunciare quello scandalo. Alla fine ce l’abbiamo fatta. Partendo dal mio caso hanno modificato la legge, la regola è cambiata, il diritto alla reversibilità è caduto».
Il capitolo «padre» per Vanessa sarebbe chiuso se non fosse ancora aperta la causa civile per la proprietà della casa, quella del delitto, vuota dal 3 dicembre del 1998. Lui la vorrebbe, insiste. Lei non ha intenzione di cedere. E, per un’assurdità che solo la burocrazia può produrre, l’altro giorno ha ricevuto una cartella esattoriale da Equitalia: vogliono da lei i soldi per le tasse su quella casa non pagate negli anni. Ma Vanessa non è tipo da arrendersi davanti a una cartella. Guarda avanti, ancora una volta. Se ci sarà da cambiare un’altra regola, si farà. 

08/02/16

APPUNTI PER UN'ORESTIADE FALLITA - Affabulazione "pasoliniana" su un femminicidio di © Daniela Tuscano



per approfondire





Gela, 1987. Liborio, un bambino di sei anni, torna da scuola e non trova più mamma Rosaria. Mamma è giovane, 22 anni appena, il viso inghirlandato da riccioli, un sorriso immediato, come quello degli adolescenti. Ma, come gli adolescenti, ingannevole. Che nei tratti ancor puerili può velare drammi estremi. 
Mamma dunque è così, una bimba anch'essa. Ha avuto Liborio a sedici anni. Lui la cerca, gli manca la sua risata, ma lei, quel giorno, non gli va incontro. Non si vede, è scomparsa. L'appartamento, sempre in penombra per il caldo accecante, ha un tuffo di silenzio. Il padre Vincenzo, in un angolo, lo aspetta. Lo sguardo attraversato da una trave cupa. Poche, terribili parole: è l'ultimo giorno. Andranno via da Gela.




Pesaro, quattro anni dopo. Liborio non sorride più. Nella sua nuova casa la luce s'effonde inutile e leggera. Sono soli, lui e il padre. Lui è solo col padre. Lui è solo. Vincenzo gli ha rivelato la spaventosa realtà: mamma li ha abbandonati, è fuggita con un altro uomo. Vincenzo l'ha pure denunciata e chiesto il divorzio per abbandono del tetto coniugale. Nel frattempo ha avuto un altro figlio dalla cugina di lei, con cui si è risposato. 
Liborio cresce col fratello/cugino e tanta rabbia in corpo. O dolore. O entrambi. Rosaria gli pesa. È presente. Ossessiva nella sua assenza. Non riesce a liberarsene. Ha usurpato quella casa, con la sua fuga desacralizzante e scandalosa. L'ombra della matriarca lo perseguita e per questo si butta negli studi, poi nel lavoro. No, non le permette di rovinargli l'esistenza. Vuol rinascere. Ce la fa. Si sposa. Lei è una professionista, una giovane avvocata dai tratti gentili. 
Una vita, tante vite. Liborio è un altro Liborio. Ma ogni tanto una calamita, una sorta di grido insanguinato lo riporta laggiù, a Gela, dove aveva lasciato un piccolo bambino, e il mondo gli scorre davanti come un cannocchiale a rovescio. Il rancore lo consuma. Se la ritrovasse, ora... E lo ripete, lo urla alla nonna, a quella che gli restituisce l'ombra di lei. È sempre stata silente, rassegnata, in questo secolo di ricordi. È che adesso, basta. Adesso non riesce più a sopportare l'ennesima, invasiva furia del nipote. Le sale qualcosa alle labbra. Rivela. Piano. No, tua madre non t'ha abbandonato, tua madre è morta. L'hanno uccisa.
Liborio è attraversato da un lampo. Si domanda perché a lui, perché così. Non vuole crederci, va oltre ogni sopportazione. Ma sa rinascere, Liborio. Torna a casa. Racconta tutto alla moglie. Partono le indagini. Sì. È andata proprio così.
Liborio ha vissuto quasi trent'anni con Vincenzo, quel tetro Vincenzo abbandonato, di cui aveva accettato la relazione con la zia perché in essa rivedeva Rosaria, una Rosaria senza macchia e al tempo stesso distante. Invece Vincenzo, con quella cugina si appartava già, la incontrava già in quel 1987 a Gela, mentre lui era a scuola, mentre Rosaria preparava il pranzo. Vincenzo e la cugina erano amanti e Rosaria li aveva scoperti. Lei sfoggiava una collana d'oro regalatale da Vincenzo. 
Rosaria era stata sepolta in un terreno poco distante da casa. Di lei, ora, non resta che una foto. Liborio è rimasto col suo silenzio, se n'è riappropriato, le sue lacrime adesso scorrono fluide. Ha una compagna e una carezza. Dell'assassino, non gl'importa più. Gl'importa aver strappato la maschera, gl'importa esser ancora, nonostante tutto, Liborio, tanti Libori, ma mai Oreste, mai il carnefice d'un ricordo tradito, l'esecutore d'una vendetta sbagliata. Liborio ha rivisto, per un attimo, quel sorriso ricciuto, sulla soglia d'una casa del 1987. Ha voltato le spalle. È orfano solo di madre. 
Due giorni fa la porta del carcere s'è chiusa dietro Vincenzo. Fine pena mai. Continua a ripetere al muro che Rosaria è scappata con un altro.

                                             © Daniela Tuscano

03/02/16

non sapevo che scrivere : << ci si concentra più su cosa è famiglia che sui casi femminicidio >> fosse equiparare il valore della famiglia tradizionale ed identificarli tutti con comportamenti di questo genere.



eccovi l'intera discussione avvenuta sulla  fb a voi decidere se sto facendo come da titolo o meno
 davanti  agli ennesimi     fatti di femminicidio



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La Cronaca Italiana ha aggiunto un nuovo video: Tre donne vittime della violenza.
Ieri alle 12:36 ·
ro bimba è nata prematura. Luana aveva 41 anni. Il suo ex convivente l'ha strangolata. Per gelosia. Tre storie di donne vittime della violenza. Tre storie che fanno ancora più male quando il dibattito pubblico è così concentrato su cosa si intende per famiglia


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Commenti

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Esteban Laquidara prossima volta che un gay abusa di un giovane, dovrei dire che sono tutti pedofili

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Esteban Laquidara proprio vero che da stalin a lennin alla pletora ideologica, il quoziente intellettivo e' basso. provoca odio e risentimento

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Rosanna Casula · 12 amici in comune
Una gran tristezza ...
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Giuseppe Scano
Caro  Esteban Laquidara nessun tentativo , in questo caso , d'equiparare il valore della famiglia con comportamenti di questo genere anche se essi avvengono all'interno d'essa . Se c'è l'odio da parte mia verso chi coltiva l'idea della famiglia tradizionale quando questo viene fatto in maniera ipocrita ed incoerente vedi il caso meloni che dichiara aspetto un figlio al family day e poi non è neppure sposata ma convive ( la stessa cosa se rappresentante del centro destra ) unminimo di coerenza caspita . Ma qui non sto criticando i familiy day , ma l'informazione e quindi il dibattito pubblico è così concentrato su cosa si intende per famiglia e la diatriba famiglia tradizionale e le famiglie arcobaleno 

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Giuseppe Scano ops ho sbagliato foto
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Esteban Laquidara un valore non puo' essere equiparato ad un fatto di cronaca nera. che stupidaggine...ma come ragionate?!
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Giuseppe Scano giusto . ma se hai letto bene io non sto equiparando ERO SARCASTICO ED IRONICO . e le foto sono contro le ipocrisie dico sono per la famiglia tradizionale e ne chiedo rispetto ( ok è una tuia scelta ed è giusto che ti chieda rispetto ) ma devi anche rispettare gli altri che non la pensano come te cosa che vedendo i cartelli e gli slogan al fd non n è avvenuto .
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Giuseppe Scano eccoti quella giusta . OVVIAMENTE SENZA GENERALIZZARE PERCHè CI SONO ANCHE QUELLI COERENTI


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