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30/06/17

QUEI CHARLIE INCONSAPEVOLI © Daniela Tuscano

 Anch'io   che  sono per  tesstamento  biologico   , considero  tale  decisone della magistratura  un omicidio di stato in   quanto  non viene  presa  in considerazione , in casi estremi    come questo  , la possibilità  per i  genitori  di decidere   . Ed in base  a  ciò riporto condividendo  in tutto  quello  che  ha  scritto la nostra utente  Daniela  .


Nella foto: Charlie Gard fra le braccia del padre)
Papa, fai sentire la tua voce in difesa del piccolo Charlie!


da
Compagnidistrada
28 giugno alle ore 18:32 ·


                                  QUEI CHARLIE INCONSAPEVOLI

Charlie Gard morirà, Charlie Gard sarebbe morto comunque.
Questo scriveranno. Ed è vero. Il destino di questo bimbo londinese, 10 mesi, affetto da una rarissima malattia mitocondriale (16 casi al mondo), è segnato. Ci vorrebbe un miracolo; un surplus di natura, qualcosa che la potenzi e la trasfiguri; una rinascita. La nostra biologia ordinaria, numerabile e quantificabile, non basta a salvargli la vita.
Ma Charlie Gard non è un semplice ammasso cellulare. Si chiama uomo perché, sottomesso alla natura, non ne è però schiavo. Morirà, certo. Come tutti noi, perché è questo il nostro arcano, sconvolgente tributo all'eternità. Ma nel frattempo esiste e resiste, tenace, esasperato, ostinatamente dipendente. Non può respirare da solo, ma gli occhi sono desti, e non soffre; c'è. Nella sua inerme lotta gli sono accanto i genitori, che nel miracolo, quindi nell'uomo - nell'uomo tutto intero - credono. Come tutti i genitori, non si sono mai arresi. Hanno cercato e trovato un ospedale negli Stati Uniti in grado di offrire le cure necessarie al bambino. O, almeno, una speranza. Una parvenza di speranza. Qualcosa, insomma. Raccolgono la somma necessaria per il viaggio, ma i medici inglesi si oppongono alla decisione e si appellano al tribunale. Che dà loro ragione: quella speranza non esiste, non deve esistere. Charlie va soppresso, meglio sospendere le cure. I due si rivolgono allora alla suprema corte dei diritti umani (diritti umani!) ed è un nuovo calvario: la sentenza viene dilazionata di una settimana, poi di tre, poi nuovamente anticipata. Ma il verdetto non muta: Charlie deve morire. Gli verrà tolto il respiratore. Se ne andrà nel buio. Quando gli mancherà l'aria, nessuno udrà il suo grido silenzioso.
Saremo Charlie? Lo siamo già, invero. Ma non ce ne rendiamo conto. Innanzi tutto perché lo ignoriamo. I mass media hanno tenuto occultata la vicenda il più possibile. Nei loro disegni, Charlie avrebbe dovuto sparire senza clamore, nella logica indifferenza. Se i genitori avessero accettato di farlo "morire con dignità", allora sì, Charlie adesso sarebbe un esempio mondiale, un idolo defunto da inalberare sull'ara del postmoderno, e i coniugi Gard gli eroici sacerdoti del verbo eutanasico. Ma i coniugi Gard esigono per loro figlio l'unico diritto che la società plurale non sa né vuol dargli: quello alla vita. E la vita è diventata un bene relativo, di mercato. Quindi disponibile e valutabile a seconda della convenienza. Alla famiglia non spetta più l'ultima parola: nel supermarket dei sentimenti, dove ogni pretesa ha diritto di cittadinanza, non vi è però spazio per un amore gratuito, fuori della logica efficientistica. Amare, e basta, un essere umano per la sua pura esistenza, non è contemplato. Troppo dispendioso. Senza tornaconto. E non importa si tratti d'un neonato, un anziano, un adulto solo e povero. Diviene peso e lo si elimina.
E in più si deve ringraziare, perché è per il suo bene, per evitargli inutili sofferenze (come se morire soffocati fosse un piacevole viatico), perché sarebbe lo stesso, perché siamo già in troppi su questo pianeta. E qualcuno dovrà pur andarsene. Sempre un altro, sempre l'altro. L'idea di comunità s'è sfaldata assieme a quella di famiglia. Distrutta l'una, vien meno l'altra; e ci ritroviamo massa, anzi, individui, legione che non crea gruppo, monadi nelle mani del liberismo più sfrenato. Siamo tutti Charlie, perché un giorno toccherà pure a noi giacere su un letto, indifesi e perduti, e forse vorremo morire, o forse no, e comunque vorremo, sempre vorremo, uno scambio d'occhi, qualcuno che ci abbia provato e c'infonda un refolo di futuro. Siamo tutti Charlie ma non lo sappiamo, perché non ci riguarda, perché - blandamente - i tempi di Hitler sono tornati (P. P. Pasolini) e nessun cardinale von Galen lo denuncia dal pulpito. I pulpiti sono anzi stati svuotati, fra gl'idioti applausi suicidi dell'egolatria. Siamo tutti Charlie e, finché le parole avranno un senso, oggi in Europa si perpetra un infanticidio di Stato.
Anche in Italia abbiamo un Charlie. Si chiama Emanuele Campostrini. La vicenda inglese vale come monito per noi. Ci stanno intimando di non provarci nemmeno. La nostra vita è nelle mani di moderni demiurghi senza volto. Ottant'anni fa, sui manifesti di un'avanzata nazione europea, campeggiavano bimbi sorridenti e, alle loro spalle, un profilo d'uomo accigliato, all'apparenza lontano, in realtà pervasivo e incombente. E il memento: "Anche tu gli appartieni". Siamo ancora in Europa, il profilo è sparito del tutto, ma la frase non ha smesso di rintoccare, implacabile come una campana.


© Daniela Tuscano

04/03/17

i miei dubbi etici e morali sulla vita e sull'accanimento terapeutico

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Mentre si continua a parlare della scelta di Dj Fabo e di una legge su eutanasia e fine vita, arriva la testimonianza-appello di Marisol Calligaro. 47enne di Buja affetta da tetraparesi spastica perinatale, Marisol è disabile dalla nascita




. «Sono orgogliosa della mia voglia di vivere. Il rischio di una norma è che le persone siano incentivate a lasciarsi andare».   il resto della  sua  storia la   trovate in questo  articolo  de il messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/ del 1-3-2017

L'unica  cosa   che mi sento  di  dire   su   questi argomenti    sono  due  o tre   cose  :
  • Impariamo a rispettarci profondamente. È meglio per tutti. Più rispetto c'è più libertà ci sarà e meno le nostre sofferenze saranno usate contro noi e contro gli altri. Ho nel cuore Marisol e Fabo e tutti quelli amano la libertà.
  • la  condivisione  
  • Commenti
    Debora Bobo Demontis Il rischio di un vuoto normativo è che le persone decidano di farla finita a costo di atroci sofferenze. Nell'ultimo anno, in Italia, ci sono stati 800 suicidi di malati (dati istat), chi ha preso questa decisione se ne frega delle norme, agisce. Nessuno vuole incentivare il suicidio, si chiede solo una legge di civiltà, che permetta di terminare la propria vita con dignità.

    Elisa Ranedda Ma lei ci è nata cosi, e lo ha accettato. Ma una persona che nasce sana ed è abituata a poter fare qualsiasi cosa, ritrovarsi immobile e cieco è come essere già morto.
    Mi piaceRispondi14 h
    Daniele Jommi Il mio parere è che in Italia c'è paura ingiustificata dei farmaci antidolorifici oppiacei. Nessuno deve sentire talmente tanto dolore fisico da voler morire: si deve medicare PRIMA di arrivare a tanta sofferenza. Non sono solo questi i problemi, ma in Italia potremmo iniziare a migliorare con le cure palliative. Dovremmo iniziare da qui.
    Debora Bobo Demontis Mio personale parere, in Italia risentiamo dell'assioma cattolico sofferenza uguale espiazione. C'è il culto del dolore che avvicina a Dio e non viene tollerato che si chieda sollievo.
    Mi piaceRispondi115 min
  • io che sono contrario all'eutanasia   fatta tanto per  fare   come  questo caso  :  <<  Laura, 24 anni, depressa: "Lasciatemi morire, la vita non fa per me". >> ogni volta che sento storie a favore (https://goo.gl/PwabCu ) o contro il fine vita mi chiedo : ma perchè , e soprattutto chi sono IO per imporre i miei principi ed il miei valori etico \ morali a chi sceglie tale soluzione per porre fine alle loro sofferenze , debbo proibire \ vietarlo a chi vuole farlo o vuole farsi assistere in quest'ultimo  istante di vita ?

03/03/17

L'elzeviro del filosofo impertinente /6

Uno dei tanti difetti di noi umani è proprio quello di giudicare il comportamento e le scelte altrui senza conoscere i fatti. La scarsa empatia che abbiamo dimostrato per dj Fabo, 39enne tetraplegico e non vedente dal 2014, lo conferma puntualmente. Oltre a Fabiano Antoniani ricordo anche Gianni Trez e i casi di Piergiorgio Welby, Eluana Englaro e dagli Usa Terri Schiavo e Brittany Maynard. Per ogni singolo dramma di queste persone si sono imbastiti milioni di processi ideologici sulla sacralità della vita, e le loro  scelte "inopportune" o di chi gli era più prossimo legalmente. Nessuno ha provato però ad immedesimarsi nelle loro esistenze. Senza fare della falsa retorica proviamo per un solo attimo a chiudere gli occhi e ad immaginarci distesi in un lettino senza poterci più muovere, immobili come un tronco d'albero, nutriti soltanto da un sondino e senza possibilità di poter vedere e osservare chi e cosa ci sta intorno. Quale sensazione ricaviamo da questo esperimento mentale? Impossibile da descrivere giacché irreale, non nostro, e soprattutto perché noi 'sani' non riusciamo a sopportare nemmeno un banale e sporadico mal di testa, figuriamoci quindi di vivere un'intera esistenza costellata di sofferenza. In un paese civile il suicidio assistito, 'dolce morte' o eutanasia (non disquisiamo per favore e in questo momento sulla terminologia più idonea) è una grande conquista di civiltà. Come ci ha insegnato Oliver Sacks dietro ogni cartella clinica o termine medico c’è un essere umano che merita il nostro rispetto. In quanto essere umano con piena capacità di intendere e di volere affermo che sono l'unico responsabile della mia vita, e nessuno può vietarmi durante una patologia invalidante o terminale di decidere liberamente di farla finita senza dover espatriare, o far rischiare ai propri cari condanne penali per aver eseguito solamente la nostra volontà. Naturalmente occorre rispettare ed ammirare chi ha scelto di vivere nonostante la grave malattia. La futura legge non obbligherà nessuno a fare qualcosa contro la propria volontà. 
In una vera democrazia ogni cittadino ha il diritto di esprimere la propria opinione purché sia solo sua e non la copia dei riassunti forniti in Chiesa (anche le altre religioni sono contro l'eutanasia quindi il discorso si estende a tutti gli altri credi). La Chiesa che parla tanto di misericordia ha negato a Piergiorgio Welby il funerale religioso, mentre ai mafiosi e ai peggiori criminali non si è mai negato nulla! Bell'esempio di misericordia, e soprattutto molto rispettosa di quel passo del Vangelo in cui Gesù dice: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato» (Luca 6,37). In effetti per le funzioni religiose dei vari assassini la Chiesa dice di non giudicare nessuno e di attenersi a semplice carità cristiana, ma evidentemente Welby non meritava tanta fraterna benevolenza. Non dimentichiamo che Sant'Agostino definì il suicidio: «un misfatto detestabile e un delitto condannabile», mentre altri santi come Tommaso Moro si dissero favorevoli quando la malattia da cui si era affetti era ormai senza speranza. Recentemente il teologo Hans Küng ha dichiarato che: «È conseguenza del principio della dignità umana il principio del diritto all’autodeterminazione, anche per l’ultima tappa, la morte. Dal diritto alla vita non deriva in nessun caso il dovere della vita, o il dovere di continuare a vivere in ogni circostanza. L’aiuto a morire va inteso come estremo aiuto a vivere. Anche in questo tema non dovrebbe regnare alcuna eteronomia, bensì l’autonomia della persona, che per i credenti ha il suo fondamento nella Teonomia». Ma uno Stato laico deve agire nel nome di tutti e non solo di chi si professa credente. Non mi interessa dissentire da Platone, Aristotele, Kant, Hegel e altri autorevoli pensatori o padri della Chiesa che si schierarono contro il suicidio (assistito). Il problema non è di chi lo teorizza o lo spiega,  bensì di chi lo vive giorno per giorno sulla propria pelle.
Pertanto mi auguro che il nostro Parlamento approvi immediatamente una legge per regolamentare il 'fine vita' senza perdere ulteriormente tempo. Infine sono profondamente convinto che giudicare in astratto le sofferenze dei nostri simili è un atto davvero meschino e disumano.
"Grande Spirito, preservami dal giudicare un uomo non prima di aver percorso un miglio nei suoi mocassini" (Guerriero Apache).


Criap
® Riproduzione riservata

01/03/17

Il fine vita non è solo eutanasia un breve dizionario sui termini onde evitare come fanno mario adinolfi e soci confusione e d strumentalizzazione


l'altro giorno avevo condiviso sull'appendice facebookiana del blog ( https://www.facebook.com/compagnidistrada/ ) questa news


Il veterinario: "Non faccio più eutanasie non necessarie"Era stufo di ascoltare le richieste di clienti che gli chiedevano di sopprimere il cane perché "non so più dove metterlo" o il gatto perché "rovina i divani". E ha deciso di dire basta esponendo nel suo ambulatorio a Milano un cartello in cui prende una posizione netta contro l'eutanasia di animali praticata quando non necessario. Alessio Giordana, veterinario che gestisce uno studio in via delle Primule, in zona Lorenteggio, sta ricevendo centinaia di messaggi di apprezzamento e solidarietà da tutta Italia sui social network (testo di Lucia Landoni, foto dal profilo Facebook del veterinario )

 con questa  discussione

aniela Tuscano Eutanasia sugli animali è crudele. Eutanasia sulle persone è un diritto.

Compagnidistrada Anche su gli uomini
Mi piaceRispondiCommento di Giuseppe Scano9 h


  Ora   molte  gente     chi  :   in buona  fede  (visto le   radici  cattoliche      e  la  disinformazione  e riduttivismo  dei media  )   chi   in  malafede (per  strumentalizzazione  ideologica  e culturale  )  confonde  i  termini ed  usa  i termini sbagliati   .  L'eutanasia, la libera scelta non può dipendere da una guerra di definizioni : Infatti  come  dicono MARCO CAPPATO e FILOMENA GALLO   qui su  repubblica  del  28\2\2017 : <<  Nel dibattito in corso, la guerra delle definizioni allontana la possibilità per il cittadino di comprendere, e soprattutto allontana dalla chiarezza della decisione di fondo: alla fine chi sceglie ?  >> (  ....  continua  qui  ) .  Infatti   suggerisco   di leggere  ad   entram bi gli  schieramenti  prima d'iniziare a parlare  e confrontarsi
  questo   articolo

“Il dizionario del fine vita” di Maria Novella De Luca (  sempre  su  Repubblica 28.2.17 )


Eutanasia, la libera scelta non può dipendere da una guerra di definizioni
Fabiano Antoniani (dj Fabo), morto in una clinica Svizzera (ansa)
“”Eutanasia, suicidio assistito, accanimento terapeutico, rifiuto delle cure, sedazione. Libertà di vivere, scelta di morire. Nel grande e immenso tema del fine-vita le parole sono più importanti che mai. Perché è sui termini, e spesso sulla mistificazione di questi, che si gioca oggi la grande partita di leggi e protocolli che regoleranno d’ora in poi la vita di tutti noi. Con l’aiuto di Maurizio Mori, professore di Bioetica all’università di Torino, abbiamo provato a definire i termini più importanti che riguardano, appunto, il diritto o meno di poter decidere quando e come morire se gravemente malati.
ACCANIMENTO TERAPEUTICO. Si definisce “accanimento” la somministrazione di terapie sproporzionate per le condizioni del paziente, terapie che producono sofferenze estreme e non sono di alcun beneficio per il malato. «Il punto delicato – spiega Maurizio Mori – è chi decide se si tratta di accanimento, il medico o il paziente? Non esiste una legge che definisca qual è il limite tra la cura e l’abuso della cura, e in questa zona grigia il rischio di non rispettare il paziente è ancora molto alto».
Nessun testo alternativo automatico disponibile.BIOTESTAMENTO. Oppure Dat. Oppure Testamento biologico. Ognuna di queste definizioni ha sfumature diverse ma la sostanza è la stessa, sia che vengano definite testamento, o “Dichiarazioni anticipate di trattamento” come nell’attuale proposta di legge che verrà discussa la prossima settimana alla Camera. Spiega Mori: «In tutti i casi si tratta di una dichiarazione, scritta ora per allora, in cui la persona specifica quali sono le cure a cui vorrà essere sottoposta quando si troverà in una determinata situazione di malattia o disabilità. E soprattutto quando e come le cure dovranno essere interrotte, e quale il limite oltre il quale i sanitari non potranno proseguire con i trattamenti». Sembra semplice, in realtà le posizioni etiche e politiche sul testamento biologico restano nel nostro paese abissalmente lontane.
EUTANASIA. È l’atto con cui il medico causa volontariamente la morte del paziente su richiesta del paziente stesso. La parola viene dal greco e vuol dire “buona morte”. Da non confondersi, assolutamente, con il suicidio assistito. È vietata in Italia e praticamente in tutta Europa tranne che in Belgio e in Olanda, dove è stata ammessa, tra durissime polemiche, anche per i minorenni. In commissione Giustizia giace una legge per la depenalizzazione dell’eutanasia, ma è assai difficile che approdi, né ora né mai, al dibattito parlamentare. Il mondo cattolico parla poi anche di “eutanasia passiva” per definire il rifiuto delle cure da parte del malato, e la sospensione di queste da parte del medico. Ma gran parte dei bioeticisti afferma che questa definizione non esiste, perché il rifiuto delle cure è qualcosa di ben diverso dall’eutanasia.
RIFIUTO DELLE CURE. Nel nostro paese è legittimo e sancito dall’articolo 32 della Costituzione il diritto di rifiutare le cure. In ogni momento il paziente può ottenere la sospensione dei trattamenti medici, in qualunque fase della malattia. I problemi sorgono, naturalmente, in assenza di una legge sul testamento biologico, quando il paziente non è più autonomo e in grado di far valere le sue volontà. Come ad esempio, nel caso di Eluana Englaro, a cui alla fine della lunga battaglia giudiziaria del padre Beppino, furono sospese la nutrizione e l’idratazione artificiale (vuol dire mangiare e bere attraverso un sondino o attraverso la Peg, Sossia un bottone posizionato nella pancia, e nel quale viene immesso il cibo frullato o artificiale). Questo è un punto cruciale, sia per quanto riguarda il testamento biologico sia per la sospensione delle cure. Chiarisce Maurizio Mori: «C’è chi ritiene idratazione e nutrizione terapie mediche, di cui è lecita l’interruzione, e chi invece le definisce sostegni vitali e quindi impossibili da sospendere». La legge sul biotestamento in discussione al Parlamento prevede che si possa ottenere lo stop dell’alimentazione artificiale.
SEDAZIONE PROFONDA. È una pratica della medicina palliativa. Consiste nel somministrare al paziente, su sua richiesta, farmaci che ne annullino progressivamente la coscienza, allo scopo di alleviarne i sintomi fisici e psichici, nelle condizioni di imminenza della morte. È ciò che chiedono spesso i malati terminali, in particolare i malati di Sla quando rifiutano le cure per poter morire senza dolore. Il caso emblematico è quello di Piergiorgio Welby che la ottenne, dopo essersi fatto togliere il respiratore.
SUICIDIO ASSISTITO. Da non confondere mai con l’eutanasia, ed è la strada scelta per morire dal Dj Fabo. In strutture a questo dedicate, il paziente beve autonomamente il cocktail di farmaci che lo porteranno alla morte. È dunque un atto volontario del malato, e per questo non deve essere confuso con l’eutanasia. Vietato in Italia, è invece permesso in Svizzera, e sono ormai centinaia i pazienti in fase terminale che spesso accompagnati dai parenti, e grazie ad associazioni come “Exit”, giungono nello chalet d’oltralpe dove assistiti da medici e infermieri muoiono dolcemente. Per ottenere il suicidio assistito si devono presentare cartelle cliniche che attestino la fase terminale della malattia.”

L'immagine può contenere: sMS
concludo  rispondendo  a  chi  mi dice ed  accusa  che   che sono per una cultura di morte o che solo dio può e darti toglierti la vita , ecc rispondo condividendo :  ciò  che ha scritto  Elisa  Fini      << (...) Per la legge italiana non puoi accompagnare chi sta intraprendendo questo cammino o vieni punito con un conconcorso in omicidio e 12 anni di reclusione. La cosa che trovo assurda e vergognosa è che si debba morire lontano da casa, solo e senza il conforto, senza un ultima carezza sul viso, senza un bacio in fronte. Lontano da chi ti ha amato e continua a farlo. E' ora di prendere seriamente in considerazione il diritto del libero arbitrio quando la propria vita (supportata da documentazioni mediche) non e' piu vita; perche le macchine si sono anteposte al volere di Dio....non il contrario !!!! Qui Dio non c'entra nulla.Qui e ora c'entra solo l'uomo. (...) >> sul  gruppo  fcebook  Eutanasia e Testamento Biologico




27/02/17

chi siamo noi per decidere la vita o la morte nostra e per quella degli altri ? i casi di Dj fabo e di Matteo Matteo Nassigh

 musica   consigliata  \ in sottofondo   le due versioni  di  si dolce è il  tormento 

  • prima  l'opera di claudio monteverdi interpretata  da  Silvia Frigato soprano Marta Graziolino arpa Live - Teatro Bibiena, Mantova - Festival MiTo 2011
  • seconda  in chiave  jazz  di  Paolo Fresu & Uri Caine 

  e per   finire  la struggente  e toccante  lascia  che io pianga  - paolo fresu 

Premetto che il post  in questione  era stato  scritto  prima della morte  di Fabiano  Antoniani alias    Dj Fabo  quindi prendetela  per  quello   che è  .

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La  prima riposta   che mi  viene   alle domande  del titolo  è  che  Dio  ( altro  esponente  divino  delle diverse  confessioni religiose  )  ci  ha  dato  si  la vita  , ma  allo  stesso tempo  ci ha dato  il libero arbitrio e  quindi  la possibilità  di  decidere se  continuare  a vivere  nella sofferenza  o  chiudere  la vita   scegliere di morire  qualora   non ci sia  più niente  da  fare  e le cure  cosi come il  continuare  a vivere diventa   accanimento    .
Le  scelte  di Fabiano  che  ha scelto ed  è dovuto andare  in Svizzera  per  poter  esercitare  il  suo diritto a  morire  . 






come quella di Matteo Nassigh , che s'era appellato a DJ Fabo per ripensarci , 19 anni disabile gravissimo dalla nascita e che ha scelto di vivere nonostante tutto

Il blog di Matteo è «Pensieri di luce» (www.matteonassigh.com)

 Sono scelte  degne entrambe di rispetto perchè entrambe  derivano dalla libertà di scelta . Infatti la chiave del discorso e' proprio questa: avere la possibilità' di scegliere o  una o l'altra  alternativa  davanti a simili situazioni .Il cui   silenzio è l'unico commento possibile a vicende come questa. Rispettiamo la sofferenza inenarrabile che lo ha spinto a questa decisione ed  evitiamo   come   è stato  suggerito anche se  in maniera  un po' ipocrita  

                             FABO,CEI: RISPETTO  
                       SENZA STRUMENTALIZZARE
 "Rispettoso silenzio sul dramma vissuto da Dj Fabo e dalla sua famiglia, con l' auspicio che nessuno voglia strumenta-
 lizzare quanto accaduto". Così il giu rista Gambino, presidente di "Scienza e  Vita", il cartello promosso dalla Cei    che raccoglie le
associazioni cattoli che impegnate sul tema della vita.  
 La legge sul fine vita"non c'entra nulla,il testo non parla di suicidio assistito ma di eutanasia passiva".
In una  "disabilità gravissima", come per Fabo, "in Italia vige il principio di solidarietà,in Svizzera si privilegia l'auto determinazione".
fonte televideo rai 27\2\2017

 per paura che sull'onda emotiva della sua vicenda si arrivi ad una legge come in europa   .



di giudicare e di dire ha fatto bene o fatto male e stiamo Il silenzio è l'unico commento possibile a vicende come questa. Rispettiamo la sofferenza inenarrabile che lo ha spinto a questa decisione
Io , ed qui rispondo alla prima domanda posta dal titolo del post , qualora la situazione sia cosi grave e la mia sopravvivenza dipende da macchine  e le cure  dovessero essere  inutili e solo palliativi ed accanimento chiederei : tramite testamento biologico o tramite ( ovviamente concedendomi l possibilità di ripensarci ed visite psicologiche ) suicidio assistito . 
Per la seconda domanda lascerei sempre tramite testamento biologico scritto o video registrato la possibilità di decidere se farvi ricorso o meno .Rispettando in silenzio , come ho già detto prima , la sua scelta . 
E se ,come , mi fu chiesto tempo fa in una chat ,    : << fosse un tuo familiare o un carissimo amico >> ?
Cercherei di capire , senza  ovviamente  giudicare ed  imporre  la mia idea  , il perchè prende  tale decisione  . Gli spiegherei il mio punto  di vista  come  ha  fatto ( trovate   sopra l'url ) Matteo nella  lettera  a Fabiano . Se  poi  poi rimane  nella stessa idea  o  trovo il coraggio  come è avvenuto nel finale  di  due bellissimi film    su tale  argomento  mare  dentro  e Million Dollar Baby


non so  che altro dire  . vi lascio  con  gli occhi pieni di  lacrime 


zio è l'unico commento possibile a vicende come questa. Rispettiamo la sofferenza inenarrabile che lo ha spinto a questa decisione

26/02/17

FABO, IL PESO DEL DOPPIO © Daniela Tuscano

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Caro Fabo,
Non mi dilungherò. Ho conosciuto la tua storia in questi giorni, come tanti. L'ho conosciuta al capolinea, quando è troppo tardi, ma non al punto di non acciuffarne un lembo. L'ultimo, il più prezioso.
Qualsiasi decisione tu prenda, ci sarò. Invisibile, inesistente per te. Ma egualmente ci sarò, come ai tempi di Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro. Leggo che le hai provate tutte, hai lottato disperatamente e ora non resisti più. Non possiamo nemmeno lontanamente immaginare il tuo strazio. Se penso che, per una semplice eppur invalidante emicrania, la qualità della vita già si abbassa...
Don Vinicio Albanesi ti ha indirizzato parole bellissime e toccanti http://www.famigliacristiana.it/articolo/dj-fabo.aspx . A suo dire, se invochi la morte, è perché ti senti solo. Io pure lo credo.
Tuttavia, in quei momenti, si è sempre soli. E non poter comunicare, e vedere i volti attorno a te, sempre più sfocati e distanti... In un attimo bianco, spumoso come vortice...
Ma tu, forse, ti senti solo il doppio. Per il dolore fisico? per l'incapacità di comunicarlo? per l'assenza d'un volto? di quell'immagine vaga, remota, ma alla quale lo spirito s'aggrappa, come il naufrago? o semplicemente vuoi finirla con questa pena? Impossibile rispondere. Di sicuro, avverti il peso d'una doppia solitudine.
E quel doppio, dobbiamo eliminarlo. Noi, come società. Indipendentemente dalla tua scelta. Vorrei, anzi, esigo non sia strumentalizzata dai vivi, cioè da noi, obbligati (sì, ci tocca) a disquisire su un momento fatale di cui non sappiamo nulla. Vorrei si onorasse la tua memoria operando per una cultura della vita e non dell'efficientismo. Che si diffonda il rispetto per il disabile grave e non la falsa pietà di chi, considerandolo scarto, ricorre al facile espediente dell'eutanasia. Che aumenti la sensibilizzazione verso la cura palliativa, comprendente pure la sedazione profonda, come ha scelto Dino alcuni giorni fa. Perché si può, si deve arrivare con dignità anche e soprattutto con la fine naturale. Questo è il compito della scienza.
Ma qui mi fermo. Ora ci sei tu. Vorrei abbracciarti, grattare quella testa che hai detto pruderti senza tu possa nemmeno alleviare un simile, banale fastidio. Le mie frasi ti sembreranno goffe, contorte, inadeguate. Ma false no, non lo sono. Inutili? Può darsi. Ma quanto desidererei le ascoltassi, tu e chi, nella sofferenza, ci è stato affidato. Non chiudete gli occhi, pur se siamo in ritardo.



09/03/16

Eutanasia, in viaggio con Susanna: “Vi racconto i miei ultimi istanti di vita” Nella clinica svizzera con una torinese di 56 anni, malata da 25 di sclerosi multipla: “Ho visto passare la mia esistenza senza parteciparvi: oggi faccio una cosa per me”

Una delle tristi storie di chi è costretto ad andare all'estero ( in questo caso ) o a farlo nella clandestinità per poter decidere portare a termine con dignità la propria vita anzichè continuare a vivere e a soffrire come un vegetale un inerme

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Fine vita, quattro proposte di legge a confronto




Da www.lastampa.it/ del 8.III.2016



In Italia è vietato, ma a dieci chilometri dal confine, in Svizzera, c’è una delle cliniche in cui è possibile scegliere come morire. Tutto è molto accogliente, ma anche formale: la scelta del paziente è sacra.L’infermiera svizzera usa le parole con parsimonia professionale. «Come preferisce assumere il farmaco?». Gli occhi di Susanna Zambruno Martignetti, posati inquieti e neri sull’enorme lago che si stende oltre la finestra, si fanno all’improvviso piatti per intrappolare le emozioni. Qual è l’alternativa? «Può berlo, oppure posso farle una flebo». Susanna, che da 25 anni combatte con la sclerosi multipla, dice: «La flebo». L’infermiera le fa firmare un foglio e si allontana. «Vado a Lugano, compro il farmaco e torno». È il penultimo atto del rapido protocollo dell’eutanasia. Un minuetto preciso, apparentemente pulito - un accordo tra adulti consenzienti - che consegna ogni singola responsabilità legale e morale a chi ha scelto di morire, vietato in quella prateria bruciata dei diritti individuali che è ancora il nostro Paese, possibile appena dieci chilometri oltre il confine, dove, partendo dall’acqua, la linea dell’orizzonte si alza vertiginosamente sulla cima delle montagne per poi confondersi in un cielo luminoso e sterminato. Il mondo alla sua massima potenza.
Dove trova la forza per andarsene in un giorno spettacolare come questo?, le avevamo chiesto poche ore prima, nella sua casa di Torino. E Susanna, 56 anni, un’età nella quale si avrebbe ancora diritto di attendere la morte con stupore, aveva risposto pescando le parole in fondo alla pancia. «La trovo perché ho deciso». Poi, dopo una lunga pausa aveva aggiunto. «L’Italia costringe chi è schiavo della malattia a scappare come un ladro se vuole farla finita. Lo costringe a spendere un mucchio di soldi - a me sono serviti 13.000 euro - perché le tasse che paghiamo qui non sono sufficienti a garantirci un’uscita di scena dignitosa».


“La mia dolce morte in Svizzera: diecimila euro per non soffrire più”La diagnosi di sclerosi alla cinquantatreenne torinese Paola Cirio è stata fatta nel 2002: «È una discesa senza freni, ma la vita è mia e voglio il lieto fine. Non so quando partirò per la Svizzera, ma so che è giusto farlo». Così parla Paola in attesa della chiamata della clinica elvetica dove ha deciso di ricorrere all’eutanasia: «Mi hanno detto che per morire ci vogliono cinque minuti e diecimila euro. Ti danno un gastroprotettore e subito dopo un bicchiere di veleno. A quel punto te ne vai. Senza sentire dolore».
di Andrea Malaguti



LA DOLCE MORTE

Corso Fiume, a pochi passi dal Po e dalla Gran Madre, appartamento elegante e silenzioso. Susanna Zambruno Martignetti, ex assicuratrice di famiglia ebraica, ha passato la sua ultima notte dormendo male. Si è svegliata prima dell’alba di questo lunedì 7 marzo e non è più riuscita a chiudere occhio. «Eppure, apparentemente, non mi sento agitata». Sono sempre stati gli altri ad andare da lei piangendo. «Io resisto. E in genere li consolo. Da più di un anno la vita mi fa orrore. Ma sto facendo la cosa giusta ed è per questo che l’ho fatta chiamare. Per offrire la mia testimonianza estrema, anche se la politica capirà quello che dico solo tra 20 anni». Non è né arrabbiata né delusa. Solo stanca. E ha un progetto da portare a termine. Il suo.
Chiama Maria, la donna che da troppo tempo le fa da braccia e da gambe, e le chiede di infilarle i vestiti. «Da sola non posso fare più nulla». Sceglie un maglione rosso e nero per congedarsi. E dei pantaloni marroni di velluto. Ha un corpo sottile, che non le dà più retta, i capelli neri e il viso scavato, sofferente, eppure ancora bello, disegnato bene, capace di sorridere con larghezza. «Un anno fa ho cercato di suicidarmi con i farmaci. Mi hanno portato alle Molinette e lì mi hanno salvato. Un’infermiera mi ha detto: lo sa che siamo bravi. Ho capito che aveva ragione». Così ha organizzato il piano B. Internet, la Svizzera, la buona morte. Tutto per conto suo. Suo marito Damiano, che sta con lei da trentasei anni, le ha detto: non lo fare. Suo figlio Davide, che ha 25 anni e studia da grafico, le ha detto: mamma ti prego, no. Lei li ha guardati con tenerezza e ha risposto a entrambi: «Certo che lo faccio. Senza attendere che la malattia lo faccia per me, ma solo dopo avermi schiacciato dentro questo corpo che mi fa male». La sclerosi l’ha attaccata poco prima che nascesse Davide, quando ancora sciava, giocava tennis, andava in barca, guidava la moto e con Damiano ascoltava Bowie e «I Will Survive» di Gloria Gaynor. È andata diversamente.
La gravidanza ha fatto esplodere il male, come se la vita con una mano le consegnasse il senso più profondo di sé e con l’altra cominciasse a toglierglielo. «Sono stati 25 anni difficili. Ho guardato la mia esistenza senza poter partecipare. Come un’anziana. Mi sono indurita. E ora l’unica cosa che mi dispiace è lasciare del dolore. So che Damiano e Davide soffriranno. Ma questa è una cosa che faccio per me, non per loro». A tredici anni aveva festeggiato il bat mitzvah, la festa con cui le donne ebree entrano nella maturità, decidendo di consegnare a Dio il proprio percorso terreno. È cambiata piano piano. «Credo che non ci sia nulla oltre la vita. E questo nulla un po’ mi dà fastidio. Ma non mi spaventa. Nessuna religione, d’altra parte, consente il suicidio, no?». Nella sua testa ha sistemato ogni cosa. Davide, che è un ragazzone buono e di talento, le dice: mamma è l’ora, è arrivato l’autista. E sembra un cucciolo di cerbiatto che ha messo una zampa in fallo. Si controlla sapendo bene che le sue lacrime arriveranno lentamente. Sono le dieci del mattino.
L’ULTIMA FLEBO
Susanna vorrebbe andare da sola. Ma Damiano e Davide non ce la fanno a lasciarla così. La seguono. E con loro Silvana,la sorella di Susanna, Sara, la fidanzata di Davide, quattro amici fedeli, la sorella di Damiano. Un cordone impotente d’affetti. L’autista sa che la meta è vicina a Lugano, ma non conosce i motivi del viaggio. Lo fanno fermare lungo uno stradone davanti a una casa su tre piani che guarda il lago. Un cubo di cemento grigio arredato in modo accogliente. Il salotto. La macchina per il caffè. Un letto spazioso. Susanna si apparta con un medico venti minuti. È sicura, signora? Mai stata più sicura di niente. Ultimo atto. Alle 15,30 l’infermiera torna con il farmaco, lo inietta nella flebo. Gli occhi di Davide si sgretolano, quelli di Susanna si chiudono. È stato bello conoscervi.
Silvana attraversa la strada ancora piena di neve. Entra in un bar e si offre un bicchiere di rosso alla salute della sorella. «Lo so che ora stai meglio». E si volta a guardare la casa davanti al lago come se stesse osservando un paesaggio lontano.

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