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14/07/07

Senza titolo 1939

Paranà - San Paolo 0 - 1 (rete del portiere Rogerio Ceni su calcio di rigore)..praticamente Rogerio Ceni ha giocato "LA PARTITA PERFETTA" (the perfect game)..infatti non ha subito goal ed ha segnato..in pratica ha vinto da solo..questa,come altre partite in cui il portiere non subisce nessuna rete e segna il goal decisivo,nel calcio può essere considerata "LA PARTITA PERFETTA-THE PERFECT GAME"..come accade in altri sport..non è vero?Bisogna indagare su altre partite terminate con lo stesso risultato..Voglio che la mia venga considerata 1 statistica,anche se non ufficiale!Lo so che 1 solo giocatore non può vincere senza compagni,ma 1 portiere che non subisce goal anche se sventa miracolosamente tiri a raffica (vedi Ducadam nella finale di Chamoins League in cui la sua Steaua Bucarest non ha subito gol contro il grande Barcellona per 120' e ai rigori li ha parati tutti e 4...1 altro esempio è il mitico Yashin,portiere imbattibile...ma questi sono esempi senza in cui avvenga 1 goal del portiere) e che segna 1 o + goal per la sua squadra (Rogerio Ceni ha segnato anche + di 1 goal nella stessa partita...sono innumerevoli gli esempi in questo senso riguardanti Rogerio Ceni e non starò qui ad elencarveli,potete tranquillamente ricercarli nel web x maggiori informazioni!) ha effettivamente vinto la partita da solo,e merita questo raro riconoscimento! Come esiste nel calcio la statistica non ufficiale secondo la quale,chi batte il Campione del mOndo in carica diventa il nuovo campione,pùò benissimo esistere questa!Infatti se le Far Oer avessero battuto l'Italia sarebbero gli attuali Campioni del Mondo (la squadra + forte del globo!).Quindi può benissimo esistere , anche se poco + che goliardicamente, questa mia statistica! Per favore,scrivete cosa ne pensate ed appoggiate questa mia campagna!!!!!


BRIAN MERCURY

15/04/07

Conoscere i Tuva

Tuva è una delle 21 repubbliche federali della Federazione Russa (la capitale è la città di Kyzyl), in Siberia centro meridionale lungo il confine con la Mongolia; con una superficie di 170 mila kmq conta 308 mila abitanti, che appartengono a 73 diverse nazionalità.
Il paesaggio, dalla natura intatta, è caratterizzato da verdi foreste di conifere e betulle.


In questa zona vivono due popoli: i Tuva, originari proprio delle montagne dell'Altai, e i Kazachi, migrati in questa regione circa un secolo fa costituiscono ora una maggioranza operosa e dominante che respinge sempre più i Tuva.


Una politica rigorosa iniziata nel 1959 quando la Provincia Nazionale Tuva Zengel Hairhan è stata incorporata alla Provincia Kazaca, ha reso i Tuva la maggiore minoranza senza diritti in casa propria. I conflitti che ne sono seguiti hanno convinto molti Tuva a migrare. Tre quarti della popolazione Tuva oggi vivono fuori dal proprio territorio. Qualche famiglia ha deciso di tornare ma chi torna deve ricominciare da capo , senza tenda e senza gregge.
Questo piccolo popolo antico, erede del grande regno Toba dell'Asia Centrale, non è nemmeno conosciuto con il suo nome nella capitale mongola lontana 1800 km.
E quindi non ricevono nemmeno nessun aiuto. Nonostante i nomadi accettino silenziosamente il loro destino, molti oggi sono molto più poveri di una volta, e la loro vita perde progressivamente in dignità.


Un altro triste capitolo di questa storia è la scomparsa della lingua.
Dal 1991 esiste una scuola elementare Tuva.
Prima del 1991 ai bambini Tuva era proibito parlare la propria lingua.
Senza idioma non c'è cultura. Un popolo così piccolo, circa 2000 persone, fa in fretta a diventare una specie di orfano linguistico e quindi a scomparire come popolo. La scuola ora trasmette la cultura e la lingua Tuva insieme alla lingua mongola. La scuola però è sistemata in un edificio del tutto decadente e i pochi fondi di cui dispone non bastano quasi a comprare da mangiare per i 40 alunni che vi vivono.
Molti dei bambini non possedevano nessun indumento caldo e studiavano con mani e nasi blu dal freddo.
Moltissime ragazzine tra gli 11 e i 12 anni non sono mai andate a scuola - in un paese che ai tempi del socialismo era considerato tra quelli con la migliore istruzione.


La cultura dei Tuva, loro lingua e la loro forma di vita nomade rischiano ormai di scomparire e la minaccia è resa ancora più pericolosa dalle catastrofi naturali che provoca un numero particolarmente alto di morti animali.



.....Leggete integralmente su "El Giramundo" di A. Schenk

02/03/07

Senza titolo 1672

                                                                                   tratto dal sito http://www.effedieffe.com/

   

Verso l’«incidente» nel Golfo Persico

 

 Maurizio Blondet

02/03/2007

 

 


La Nimitz attualmente nel golfo


James Webb è stato segretario alla US Navy ai tempi di Reagan.
«Quando ero segretario della Marina io, e fino a tempi molto recenti», ha detto, «non abbiamo mai mandato delle portaerei nel Golfo Persico perché, primo, il raggio di svolta è molto stretto, e secondo, è alto il rischio di andare in collisione accidentale contro qualcosa che può provocare un problema diplomatico».
Una portaerei infatti fa fatica a cambiare rotta di 180 gradi nel Golfo (le occorrono almeno una dozzina di miglia di mare aperto), specie nello stretto di Ormuz, un braccio di mare che è largo come un fiume; e da cui passano praticamente tutte le petroliere del mondo.
Bush, di portaerei, ne ha mandato due - la «Stennitz» e la «Eisenhower» - con le loro relative squadre d’assalto, di supporto e di protezione; una terza, la «Nimitz» con propulsione atomica, è attesa a giorni, secondo il giornale Gulf News del 21 febbraio.
Ad occhio e croce, almeno un centinaio di navi da guerra americane (e inglesi) affollano il braccio di mare più stretto e congestionato del pianeta.
Tutto è pronto per creare «l’incidente» necessario alla Casa Bianca, con le navi americane praticamente immobili a portata di missili iraniani - veri o presunti.
Il vice-ammiraglio Patrick Walsh, che sta per lasciare il comando navale del Central Command (CENTCOM) ha ventilato che gli iraniani possano posare mine per bloccare lo Stretto.
E le mine, ha detto Walsh, sono «armi offensive di tipo terroristico».
Nuovissima dottrina.
Le mine marine sono per definizione «difensive».
Ma è ovvio che essendo l’Iran lo Stato terrorista per eccellenza, tutti i suoi mezzi di difesa sono illegali e terroristici.
Come diceva Fedro: «Superior stabat lupus, inferior agnus…».
Del resto è dal 2003 che gli USA hanno approntato il piano di battaglia contro l’Iran, in codice  TIRANNT (Teather Iran Near Term) il cui scopo ufficiale è «proteggere gli interessi vitali degli Stati Uniti nella regione, ossia il sicuro e ininterrotto accesso degli USA e alleati al petrolio del Golfo».
E come ha scritto il Washington Post del 23 aprile 2006, citando «ufficiali al corrente del piano», «un attacco terroristico può creare la giustificazione e insieme l’opportunità ora mancante [sic] per ritorsioni contro bersagli noti».
E’ pronta la lista dei bersagli: siti industriali, infrastrutture civili come strade, ponti e acquedotti, edifici governativi oltre alle installazioni nucleari.
Almeno 10 mila bersagli, a quanto dice il Gulf News.
L’uso di armi nucleari come bunker-buster («tattiche») non è escluso.




La vera speranza viene dalla rivolta che cova nel Pentagono.
Fonti britanniche hanno detto al Sunday Times che «cinque o sei generali ed ammiragli darebbero le dimissioni se Bush ordinasse l’attacco all’Iran», alcuni perché non credono che un simile attacco sia «efficace o anche possibile», altri per «problemi di coscienza».
Lo stesso Robert Gates, il ministro che ha sostituito Rumsfeld al Pentagono, ha più volte messo in guardia contro l’attacco all’Iran, e chiarito che questa è la posizione dei comandi supremi USA.
Si aggiunga che il generale Peter Pace, nuovo «chairman of the joint chief of staff», il 14 febbraio scorso ha sbugiardato le notizie di presunta «intelligence» secondo cui le armi e i proiettili usati dai «terroristi» in Iraq siano di fabbricazione iraniana.
Siccome questa «intelligence» viene o è ispirata dalla Casa Bianca (lo stesso tipo di intelligence sulle armi di distruzione di massa di Saddam), la posizione del generale è stata letta come una aperta sfida a Bush.
Secondo Hillary Mann, che è stata fino al 2004 la massima esperta di Iran nel Consiglio di Sicurezza Nazionale, l’uscita di Pace («Un soldato molto serio e leale») è segno di «un grave scontento ai vertici della gerarchia militare».
Il generale Pace stesso sarebbe uno di quelli pronti a dimettersi se Bush ordinasse l’attacco «in coordinazione con il primo ministro israeliano Ehud Olmert», secondo Robert Parry di ConsortiumNews, che anche lui cita le proprie «fonti nelle gerarchie».
In un rapporto riservato, Pace avrebbe fatto presente che l’impegno contro l’Iran  ridurrebbe in modo drammatico la capacità USA di fronteggiare un’altra minaccia.
Ben tre portaerei impegnate ridurrebbero infatti la presenza americana nel Pacifico con i loro tipici mezzi di egemonia.
Tale la situazione.
Che induce Dedefensa a ventilare una interessante ipotesi: il nuovo ministro Gates, che è un uomo del gruppo realista  Baker-Hamilton «impiantato» nell’amministrazione, ha indotto Bush a promuovere generali e ammiragli che si rivelano tutt’altro che docili alla Casa Bianca; al contrario di Rumsfeld, egli sostiene i suoi generali nella rivolta.




Uno di questi generali, esaltati come fedelissimi, espertissimi e perciò messo da Bush al comando delle operazioni in Iraq, è David Petraeus: e il generale ha appena dichiarato che l’America ha sei mesi di tempo in Iraq per cogliere una qualche vittoria, «se no ci troveremo davanti a un collasso nel sostegno pubblico e politico tipo Vietnam, e che può obbligare le forze armate ad una ritirata precipitosa».
Quanto al viceministro Gordon England, uomo di Gates, ha scritto un memorandum in cui si legge: «Per assicurare ai combattenti e ai contribuenti il massimo beneficio dalle attuali iniziative [ossia dalla guerra in Iraq, Afghanistan] sarebbe altamente auspicabile completare i progetti in corso entro l’estate-autunno del 2008».
Insomma, finiamola lì con la «guerra al terrorismo globale» appena dopo la fine del mandato di Bush, o anche prima.
Forse per questo la Casa Bianca si è detta disposta, d’improvviso, a intavolare trattative con Siria e Iran per stabilizzare la situazione in Iraq; una avance subito corretta dal portavoce Tony Snow: «Nessun dialogo bilaterale con Siria e Iran».
Snow ha inoltre ripetuto l’accusa (smentita da Pace) che gli iraniani forniscono armi ai terroristi (leggi: guerriglieri) iracheni.
La voglia  di incenerire l’Iran resta; ma potenti forze stanno opponendo resistenza.

Maurizio Blondet

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