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24/01/17

anche gli Islamici salvarono ebrei dalla deportazione dei nazisti . la storia postuma di Abdelkader Mesli imam delmoschea di parigi che salvò gli ebrei e Francesco Lotoro è il Maestro di musica che trascorre la vita impegnato nella ricerca delle musiche create nei campi di concentramento.

non riuscendo    come  ho detto   nel post  precedente  a  trovare news  dettagliate e  specifiche sui religiosi  cattolici e  protestanti   nei campi di concentramento   e lager  nazisti     che non siano oltre i  testimoni di geova  e  la  vicenda  di padre Massimiliano kolbe  (  su   tutti  ) per la  quale  fu  


San Massimiliano Maria Kolbe
Fr.Maximilian Kolbe 1939.jpg
Presbitero e martire
Nascita8 gennaio 1894
Morte14 agosto 1941
Venerato daChiesa cattolica
Beatificazione17 ottobre 1971, da Papa Paolo VI
Canonizzazione10 ottobre 1982, da Papa Giovanni Paolo II
Ricorrenza14 agosto
Attributipalma
Patrono diradioamatori
 ho  trovato  La storia dell’imam Abdelkader Mesli  finita per lunghi anni nell’oblio  dovuto  ai tabù  e pregiudizi  verso  gli islam e  i  suoi  fedeli   e  alla  visione  al sensio  unico   del tipo  : <<  gli islamici   odiano  gli ebrei  ed  i cristiani  >>  Poi nel 2011 --- secondo l'articolo del http://ilmanifesto.info  del  21\1\2017 che  trovate  sotto --- alla morte della madre, il figlio Mohammed, che oggi ha 65 anni, scoprì nel vecchio appartamento di famiglia uno scaffale zeppo di documenti, lettere, fotografie ingiallite. Oggetti impolverati che raccontavano il passato di un uomo molto riservato e restì a rievocare il periodo della Guerra e la sua esperienza sotto l’Occupazione tedesca.




Nato ad Orano, orfano dei genitori, Abdelkader Mesli

 aveva appena 17 anni quando sbarcò a Marsiglia dall’Algeria. Trovò prima lavoro come portuale e poi come muratore. Dopo un breve soggiorno in Belgio, dove fece il commesso viaggiatore e l’impiegato in un sito minerario, approdò a Parigi. La città era stretta in una cappa di paura e tensione. Per le strade e negli uffici a dettare legge erano gli occupanti nazisti e i loro collaboratori. Mesli iniziò a frequentare la Grande Moschea di Parigi eretta nel 1926 nel Quinto arrondissement in omaggio ai 70 mila caduti musulmani della Grande Guerra. Il Direttore e fondatore dell’edificio religioso Kaddur Benghabrit lo nominò imam. I due fecero il possibile per intralciare i piani dei tedeschi e venire in soccorso degli ebrei perseguitati. Mesli cominciò a stampare decine di certificati falsi che attestavano la fede musulmana delle famiglie ebree (molte delle quali erano di origine sefardita e provenienti dai paesi del Maghreb) a cui i nazisti davano la caccia. In alcuni casi, in accordo con Benghabrit, aprì loro le porte dell’edificio religioso allestendo rifugi nelle cantine che erano direttamente collegate con il dedalo dei sottorreanei della capitale. Nel documentario «La Mosquée de Paris: une résistance oubliée» realizzato da Dni Berkani l’ebreo sopravvissuto Albert Assouline racconta: «arrivai alla Grande Moschea assieme a un arabo algerino. Eravamo appena evasi da un campo di prigionia. La nostra idea era quella di fuggire in un paese del Maghreb. Pensammo di rifugiarci in un edificio religioso ma come potete immaginare non era il caso di scegliere una sinagoga. Scegliemmo la Moschea». Secondo Assouline, tra il 1940 e il 1944 più di 1700 persone passarono nei locali del grande luogo di culto musulmano.
Le voci e le dicerie cominciarono presto a circolare nel quartiere. La Grande Moschea finì sotto osservazione e Mesli venne mandato in tutta fretta a Bordeaux dove, in veste di imam, cominciò a prendersi cura dei prigionieri nordafricani rinchiusi nella prigione del Fort du Hȃ. Un lavoro rischioso che lo portò ad entrare in contatto con la Resistenza.
Dopo una soffiata, il suo nome finì nelle liste della Gestapo. Il 5 febbraio 1944 venne arrestato. Nonostante le torture Mesli non rivelò mai i nomi della rete di oppositori con cui aveva cominciato a collaborare e per questo venne costretto a salire su uno degli ultimi convogli piombati diretti verso i campi di concentramento tedeschi. Arrivo’ a Dachau, poi venne trasferito a Mathausen. Dopo la prigionia, segnato profondamente dall’esperienza concentrazionaria, Mesli ritornerà a Parigi, si sposerà e metterà al mondo due figli. La sua vita marchiata dall’orrore dei campi avrà anche un risvolto glamour: nel maggio del 1949 Mesli celebrerà il matrimonio tra Rita Hayworth e il principe Ali Khan in Costa Azzurra tra nugoli di paparazzi e invitati dal sangue blu. Una parentesi dorata prima del ritorno nella ben più modesta Bobigny, banlieue nord di Parigi dove, fino all’ultimo fu imam della locale moschea e dove morirà nel 1961.
Il figlio Mohamed, che oggi ha riannodato i fili di una memoria rimasta sepolta per decenni, racconta: «mio padre era un musulmano di osservanza sufi, una corrente dell’Islam basata su un precetto importante secondo il quale il peggior nemico dell’uomo è l’ignoranza». Il nome di Mesli l’«imam che salvava gli ebrei» non figura nelle liste dei «Giusti tra le nazioni» che hanno messo in pericolo la propria vita per salvare degli ebrei dallo sterminio e chissà se in futuro vi figurerà. «Questa onorificienza non è mai stata attribuita a nessun musulmano francese o maghrebino nonostante i diversi casi recensiti – racconta lo scrittore e giornalista Mohammed Aissaoui che sull’aiuto fornito agli ebrei perseguitati da persone di fede musulmana ha condotto accurate ricerche poi raccolte nel libro «L’Etoile jaune et le croissant» – sollevare il velo sui legami tra ebrei e musulmani purtroppo oggi è un tabù. Eppure la frase Chi salva una vita salva l’umanità intera è contenuta sia nel Talmud che nel Corano. Sarebbe ora che qualcuno si decidesse a riaprire questa pagina dimenticata di Storia dando il giusto riconoscimento all’ex Direttore della Grande Moschea di Parigi e all’imam Mesli.

la  seconda storia   è    quella , ora  diventata  un film ,   di  Francesco Lotoro è il Maestro di musica che trascorre la vita impegnato nella ricerca delle musiche create nei campi di concentramento.
da  http://www.cinemaitaliano.info/news/  del 18/01/2017, 15:36 

 MAESTRO - Trovo e suono la musica dei Campi

MAESTRO - Trovo e suono la musica dei Campi
                    Francesco Lotoro il "Maestro" in uno dei suoi viaggi a caccia di spartiti
















































Una ricerca che diventa ragione di vita. Per Francesco Lotoro, musicista di Barletta, l’incontro con la musica pensata e scritta nei campi di concentramento è diventato un’attività quotidiana; dalla ricerca al ritrovamento di autori e spartiti, dai viaggi per recuperare i materiali fino alla cura di questi brani, circa 8.000, raccolti per essere trasformati in musica.
sempre  Francesco Lotoro
cattura  schermata  da  raiplay  del 27\1\2016
Maestro, diretto dal regista argentino Alexander Valenti, racconta il percorso di Lotoro, musicale, umano e religioso. La scoperta di questa grande quantità di musica creata durante l’internamento e la prigionia nei campi di tutto il mondo dal 1933 fino alla fine della guerra (e poi fino al 1953 con i campi staliniani), ha riacceso in lui l’interesse verso la religione ebraica che ha poi abbracciato tornando sulla strada del suo bisnonno.
Decine e decine di autori ebrei o delle minoranze perseguitate dal nazismo, come i rom, ma anche appartenenti a quei tedeschi scappati dalla Germania nazista e trattati nei paesi di arrivo, come Francia e Gran Bretagna, come possibili minacce nemiche.
Lotoro li cerca da oltre 20 anni e, grazie alla sua passione per la musica, apprezza e percepisce le motivazioni di questa ricerca, utile in primis per non dimenticare e poi per rendere concreto un messaggio rimasto sulla carta pentagrammata di fortuna troppo a lungo.

Valenti segue il "Maestro" in alcuni suoi viaggi senza riuscire a cambiare troppo il registro del suo racconto che, grazie alle immagini di repertorio, agli incontri con i pochi testimoni ancora in vita e alle note delle tante composizioni riesce comunque a coinvolgere e a trasformare lo spettatore in un alleato in questa ricerca affascinante ed esemplare per tutti.


Il documentario prodotto dal DocLab col patrocinio Unesco, sarà in sala in 80 copie in una giornata unica nel giorno della memoria, il 23 gennaio, ospite delle multisale UCI e The Space distribuito da Luce Cinecittà.

Stefano Amadio



26/04/16

risposta al sindaco di Corsico . La storia della Resistenza raccontata attraverso la vita di un giovane partigiano italo-somalo ed altre storie resistenti









Primna di iniziare  il post  d'oggi   aggiornamento  al  post   sul  sindaco (  ?  )  di Corsico   vedere  miei precedenti post  )




Corsico si   è  ribella al sindaco che vieta Bella Ciao alle manifestazioni del 25 Aprile






Come  ad  ad Alghero  ( dove  anni fa un sindaco di   centro destra   fece la stessa  cosa  del sindaco  di questa  cittadina  )  semplicemente non può vietarla.





 ecco adesso le storie  d'oggi 


Giorgio Marincola, il partigiano nero “morto per la libertà” La storia della Resistenza raccontata attraverso la vita di un giovane partigiano italo-somalo


“Sento la patria come una cultura e un sentimento di libertà, non come un colore qualsiasi sulla carta geografica. La patria non è identificabile con dittature simili a quella fascista. Patria significa libertà e giustizia per i popoli del mondo. Per questo combatto gli oppressori”.
Sono queste le parole che il partigiano Giorgio Marincola pronunciò ai microfoni di Radio Baita, emittente fascista torinese, prima di venire quasi ammazzato di botte dagli ufficiali che lo avevano catturato. A trasmetterla su scala nazionale sarà Radio Londra, rendendo queste parole tra le più belle e significative della Resistenza.
Giorgio MarincolaGiorgio Marincola era italiano. E somalo. Nato il 23 settembre 1923 a Mahaddei Uen, un presidio militare italiano a 50km da Mogadiscio dal sottufficiale Giuseppe Marincola e Ashkiro Hassan. Poiché esistevano leggi che impedivano il mescolamento tra italiani e somali, in quanto considerati “razza inferiore”, la loro unione non venne vista di buon occhio da nessuno. Quando arrivò il momento di rientrare in patria, fu chiaro ad entrambi che l’unica possibilità di salvezza per i bambini era quella di andare in Italia insieme al padre. Giorgio fu lasciato in custodia agli zii a Pizzo Calabro mentre Isabella, di qualche anno più giovane, andò ad abitare con il padre e la nuova moglie a Roma.
A Pizzo Giorgio si distinse per la sua intelligenza e le sue doti fisiche. Visti gli ottimi risultati ottenuti a scuola, il padre decise di portarlo con sé a Roma, per frequentare il Liceo. Fu proprio nella capitale che l’unico ragazzo di colore della scuola conobbe Pilo Albertelli, noto antifascista cattolico, che trasmise a Giorgio l’amore per la libertà e la patria. Finito il Liceo si iscrisse alla facoltà di medicina, con il sogno di diventare specialista in malattie tropicali e di tornare in Somalia.
I fatti avvenuti il 16 ottobre 1943 però, cambiarono i suoi piani: il rastrellamento del ghetto ebraico di Roma lo scioccò al punto di chiedere ad Albertelli di poter passare all’azione. Il professore lo accontentò subito, aggregandolo al gruppo partigiano della Zona Parioli. Il giovane somalo era ufficialmente diventato il primo partigiano nero d’Italia.
Tra il febbraio ed il maggio 1944 venne trasferito dal comando militare del partito nella provincia di Viterbo e partecipò alla liberazione di Roma. La sua lotta, però, non si fermò: nonostante la sua città fosse libera, Marincola decise di continuare la Resistenza arruolandosi nelle file dell’intelligence militare britannica, lo Special Operations Executive. Nell’agosto 1944, come membro della missione Bamon, fu paracadutato oltre la linea nemica con compiti di guerriglia, collegamento e addestramento delle nuove leve partigiane.
L’anno dopo, durante un rastrellamento, venne arrestato, condotto al carcere di Biella e costretto a parlare ai microfoni di Radio Baita. Non avendo letto il copione che gli era stato dato fu pestato e deportato al Polizeilicher Durchganglager di Bolzano, uno dei campi di concentramento nazisti nella penisola con l’ordine di “non ucciderlo ma farlo soffrire”. Il lager venne liberato il 30 aprile 1945, quando le ostilità erano cessate in gran parte dell’Italia. Davanti all’offerta di ritirarsi in Svizzera da uomo libero, il giovane italo-somalo preferì unirsi ad una banda partigiana della Val di Fiemme.
Il 4 maggio del 1945 un’autocolonna di SS in ritirata, dopo uno scontro a fuoco attaccò i villaggi di Stramentizzo e Molina di Fiemme, dandoli alle fiamme: questo costò la vita a 27 persone. A Stramentizzo i partigiani morti furono undici. Uno di loro era Giorgio Marincola, il partigiano nero morto per la libertà.


Il suo volto è diventato il simbolo della Repubblica, lo abbiamo visto e rivisto in tutti questi anni. Ora, questa bella ragazza sorridente ha un nome. Ecco la storia di Anna
da  https://medium.com/italia/ di Giorgio Lonardi e Mario Tedeschini Lalli


Ancora poche settimane fa, l’8 marzo, per celebrare 40 anni dell’ingresso della prima donna nel corpo della polizia locale - la prima donna “ghisa” - e insieme i 70 anni del voto alle donne, il Comune di Milano ha installato davanti al municipio un pannello con una celebre fotografia: la ragazza sorridente che sbuca dalla pagina del Corriere della Sera il giorno della proclamazione della Repubblica, nel giugno 1946.




E’ stato così per anni, per decenni. La foto di Federico Patellani è stata utilizzata per illustrare articoli e libri, mostre e manifestazioni politiche e le occasioni si moltiplicheranno avvicinandoci alle celebrazione del 70° anniversario del referendum del 2 giugno 1946: una foto-icona, una splendida ed anonima donna chiamata a impersonare la gioventù e la speranza di un Paese che guardava avanti dopo il fascismo e la guerra.
Oggi, a tanti anni di distanza, lo splendore di quel sorriso resta, il significato di quello scatto anche, ma l’anonimato non c’è più: quel simbolo ha un nome e un cognome e una storia che proponiamo alla vigilia delle celebrazioni del 25 aprile. [ ......  ] continua qui  


Canessa, l'anti-eroe partigiano che per mezzo secolo nascose le sue imprese

A distanza di un anno dalla sua morte, Livorno sembra essersi dimenticata di Mario Canessa, il Perlasca labronico, il poliziotto-partigiano che per mezzo secolo non raccontò a nessuno le sue imprese per salvare ebrei, antifascisti e soldati in fuga. Gerusalemme gli ha dato l'onorificenza più solenne, il suo nome è  scolpito nel "Giuardino dei giusti"
  

LIVORNO. Nell’era in cui anche l’ultimo tronista pretende di dirti via twitter se ha mangiato la melanzana in salmì o il politico new style fa il gigione con la sciarpa da tifoso, figuriamoci se un tipo come Mario Canessa non sembra un marziano: è stato una figura di anti-eroe che per mezzo secolo ha tenuto la bocca chiusa anche in casa, senza raccontare a nessuno delle vite di ebrei, soldati prigionieri e perseguitati antifascisti che aveva salvato quand’era stato mandato, lui giovane studente di giurisprudenza alla Cattolica, a lavorare come poliziotto in Valtellina.

  leggi anche
Mario Canessa, il poliziotto che salvava gli ebrei



ed ancora altre  storie   si potrebbero raccontare  , ma  è meglio  onde  evitare   sbadigli  e  d'annoiare , chiudere  qui  per quest'anno 



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