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17/04/17

eroi , alternative agli smartphone e alla tecnologia , la morte fa parte della vita dichiarazioni di un ragazzo prima di morire di leucemia ed altre storie

come il proverbio \ dettpo : << ti devo dare due notizie , inizio da prima da quella bella o da quella cattiva ' >> ho scelto d'iniziare , a prescindere dal titolo da quella buona

N.B
Ora  sia  della prima   che della seconda   storia      Le  avrei   riportate  tutte  ma  bisogna  sapere  scegliere    ed  io ho fatto  . comunque  ecco  gli url     delle   gallerie fotografiche in questione

http://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/04/14/foto/ischia_la_romantica_sfida_della_libraia_bimbi_giocate_con_gli_aerei_di_carta_-162996317/


Ischia, la romantica sfida della libraia: “Bimbi, giocate con gli aerei di carta”

Poesia e voli, rigorosamente di carta. Nel grazioso angolo di via Marina, a Forio, sull’isola d’Ischia, va in scena una gara di aerei di carta. La poesia di un gioco senza tempo, che qui si rinnova grazie all’iniziativa di una libraia, Barbara Pierini, che con la sua “Libereria” chiama a raccolta i bimbi dell’isola. La locandina fa il giro dei social, i genitori ci credono: contro la tirannia degli smartphone, abbracciando la primavera di Ischia. La libraia, che è anche arbitro, precisa sorridendo: “Chi non soffia sulla punta ha poche speranze di vittoria”. Iscrizione rigorosamente gratuita, per partecipare bisogna essere bambini. Qualche adulto ci prova, la libraia annuisce. I fogli si piegano, la fantasia corre. Poi è una questione di tecnica. E di fantasia. Tre i parametri valutati: la distanza percorsa, la permanenza in volo dell’areo di carta e la qualità delle piroette. Qualche aereo finisce sulle aiuole fiorite, la parabola di qualchedun' altro termina sui balconi colorati che affacciano sul vicolo. Sorrisi, applausi, la carta che si scopre rediviva nell’era degli smartphone e della tecnologia. “Qui non c’è spazio per i videogame”, sorride la libraia. Alle premiazioni, foto di rito e appuntamento alla prossima. Vincono tutti, naturalmente. (testo pasquale raicaldo - foto licia punzo)


http://www.repubblica.it/esteri/2017/04/16/foto/autobomba_ad_aleppo_la_disperazione_del_fotografo_eroe_in_ginocchio_dopo_l_attacco_suicida-163150676/1/?ref=fbpr#1

  Autobomba ad Aleppo, la disperazione del fotografo eroe: in ginocchio dopo l'attacco suicida

E' a terra, in lacrime, con la macchina fotografica in mano. Una fotocamera che doveva documentare l'arrivo ad Aleppo di civili in fuga da Foua e Kefraya, due villaggi siriani controllati da ribelli islamisti e gruppi terroristi. Abd Alkader Habak, nel giorno dell'attacco suicida che ha causato la morte di almeno 126 persone, si è ritrovato invece a salvare vite. Poco dopo l'esplosione, con altri colleghi presenti sul posto, ha messo da parte la fotocamera e ha provato a trascinare via dalle fiamme bambini e adulti. Il suo coraggio e il suo dolore, testimoniati dagli scatti di altre persone presenti sul posto, sono diventati immediatamente un simbolo della strage di Rashideen del 14 aprile, condivisi migliaia di volte su Twitter e Facebook. Nello scatto originale, accanto ad Abd Alkader Habak, c'è il corpo di un bambino ucciso dalla bomba (che abbiamo deciso di non mostrare, ndr). Sul suo profilo Twitter il fotografo, dopo l'attentato, ha scritto: "Quello che io e i miei colleghi abbiamo fatto dovrebbe ispirare l'umanità e tutti coloro che hanno contribuito a uccidere i bambini di Khan Sheikhan".

concludo  due    storie  la prima  triste   ma   piena di vita  e  di speranza  \   accettazione della  morte    la  seconda  allegra e spensierata     una  vita  on the road

  
Prima di morire pubblica il suo ultimo saluto su Instagram. Le parole di questo ragazzo vi commuoveranno


Chi ha conosciuto Pablo Ráez di Marbella, sa che era una persona speciale, piena di vita e di sogni. Il ragazzo, spagnolo, il 26 marzo del 2015, ad appena 18 anni, ha scoperto di avere una malattia terribile: la leucemia. Era un giovane atleta e questa scoperta gli ha sconvolto letteralmente la vita. Per evitare il peggio, ha dovuto sottoporsi a cicli di chemioterapia e a un paio di trapianti di midollo osseo.Ormai passava più tempo in ospedale che a casa o a scuola. Per lui la speranza si riaccese quando l’ultimo trapianto di midollo osseo si rivelò di successo: il cancro era in remissione. Forse avrebbe potuto riprendere in mano la sua vita e progettare un futuro con la sua ragazza, Andrea. Ma anche questa speranza, nei mesi si è rivelata vana.
Solo dieci mesi dopo, la leucemia è tornata. Il midollo osseo del suo papà non aveva funzionato. Trovare un donatore era molto difficile. Pablo non voleva arrendersi, così con la poca forza che gli rimaneva, lanciò una campagna sui social media – #retounmillón – con lo scopo di raccogliere in tutta la Spagna un milione di donatori. Il suo obiettivo era quello di informare la gente sull’importanza di donare. Ecco quali sono state le sue parole: “Sarebbe triste morire solo perché non ho trovato il midollo compatibile. Chiunque potrebbe aumentare le mie possibilità di sopravvivere”.
Ha condiviso ogni giorno la sua quotidianità con la rete, per sensibilizzare il maggior numero di persone a quest’atto di solidarietà. Grazie a questa campagna, il numero dei donatori di midollo osseo in Spagna è cresciuto del 1.000%. Ormai era stato soprannominato, il “gladiatore”. I suoi follower su Instagram, più di mezzo milione, lo sostenevano tutti i giorni. Nell’ottobre del 2016, erano arrivate delle buone notizie: c’era un donatore compatibile.
 Solo dieci mesi dopo, la leucemia è tornata. Il midollo osseo del suo papà non aveva funzionato. Trovare un donatore era molto difficile. Pablo non voleva arrendersi, così con la poca forza che gli rimaneva, lanciò una campagna sui social media – #retounmillón – con lo scopo di raccogliere in tutta la Spagna un milione di donatori. Il suo obiettivo era quello di informare la gente sull’importanza di donare. Ecco quali sono state le sue parole: “Sarebbe triste morire solo perché non ho trovato il midollo compatibile. Chiunque potrebbe aumentare le mie possibilità di sopravvivere”.xHa condiviso ogni giorno la sua quotidianità con la rete, per sensibilizzare il maggior numero di persone a quest’atto di solidarietà. Grazie a questa campagna, il numero dei donatori di midollo osseo in Spagna è cresciuto del 1.000%. Ormai era stato soprannominato, il “gladiatore”. I suoi follower su Instagram, più di mezzo milione, lo sostenevano tutti i giorni. Nell’ottobre del 2016, erano arrivate delle buone notizie: c’era un donatore compati
Ecco cosa scrive sui social in questo momento assai positivo della sua vita: “Mi hanno chiesto dove trovassi la forza, la voglia di vivere e come riuscissi comunque a sorridere nonostante la situazione tragica. Ma io non ho paura della morte, mi sento libero. Quando smetti di aver paura sei libero, ed è allora che trovi la forza”.

Purtroppo, non è andato come sperava. Il destino aveva in serbo altro per lui. Dopo il secondo trapianto inutile, le speranze erano ridotte al minimo. Ma ha, fino all’ultimo giorno, trovato il coraggio per affrontare le sfide e non buttarsi giù. Lo scorso 25 febbraio 2017, a soli 20 anni, Pablo si è spento. Ecco cosa ha scritto su Instagram qualche giorno prima di morire:
“Ho pensato a qualcosa che vorrei condividere con voi. Viviamo in una società dove si lavora, si guadagna denaro e tutto è regolato dal tempo. Quindi viviamo per il tempo. Viviamo schiavi di un sistema basato sulla burocrazia. Il pianeta si sta deteriorando poco a poco e siamo noi che lo stiamo distruggendo: i poli si stanno sciogliendo, continuiamo a costruire con noncuranza, causiamo le guerre, uccidiamo altra gente e facciamo di tutto per portare questo mondo verso la fine. Lo facciamo per i soldi.
Non siamo felici di quello che abbiamo, vorremmo sempre di più. Dovremmo vivere più semplicemente, e in un sistema che si prenda cura delle persone e del nostro pianeta meraviglioso. Dovremmo essere più felici e accorgerci di quello che stiamo facendo per questo mondo. Dovremmo capire cosa è veramente importante. C’è bisogno di più amore, più sorrisi, abbracci e pace. Proviamo ad essere la migliore versione di noi stessi. Proviamo ad essere riconoscenti alla vita perché ci dona ogni giorno il lusso di svegliarci. Siamole riconoscenti”.
Il 28 febbraio, Pablo avrebbe dovuto ricevere una medaglia al valore dalla città di Marbella. Purtroppo, non è riuscito in tempo a riceverla. Ecco come concludeva il commovente post: “La morte fa parte della vita, ecco perché non dovrebbe essere temuta ma abbracciata”.

Andrea, la fidanzata, della quale Pablo aveva chiesto la mano qualche mese fa, ha ripubblicato questo scatto che i due avevano fatto qualche mese prima. Lei è rimasta sempre al suo fianco, durante questo travagliato cammino. Pablo aveva dedicato alla sua amata ragazza delle parole molto belle:
“Ti amo Andrea e non amo solo te, ma anche la vita e vivere al massimo. Non importa quello che mi succederà, sarà comunque un dono della vita. Grazie alla vita e a te, Andrea”.
Anche se è stata molto breve la sua vita, nessuno si dimenticherà di lui e di quello che ha lasciato al mondo intero.



Milano, mollo tutto e vado a vivere in camper: Pier e Amelia da 5 anni nomadi felici


Pierluigi Galliano e Amelia Barbotti sono marito e moglie. Cinque anni fa hanno deciso di licenziarsi, di vendere casa, mobili, auto per girare il mondo in camper. Hanno lasciato Milano e l'Italia per andare all'avventura. Lui lavorava come cameraman a Mediaset, lei come impiegata in un'azienda di rubinetteria. "Non mettiamo mai piede in un ristorante, gestiamo con oculatezza i risparmi di 50 anni di lavoro in due, non frequentiamo le aree di sosta a pagamento". Pentiti? "Nemmeno per sogno: siamo nomadi felici"

Video di Francesco Gilioli




27/01/17

Un viaggio a piedi nella neve, così il figlio riunisce i genitori prima della morte


questa  storia mi ricorda     tanto  l'anime   sui monti con annette in particolare  questi  tre  episodi  

A tutti i costi
「吹雪の峠をこえて」 - fubuki no touge wokoete 23 ottobre 1983
Lucien viene a sapere dalla sorella Marie che a Montreaux c'è un bravo medico che forse potrebbe guarire la gamba di Dany. L'intervento è molto costoso, ma Lucien non ha intenzione di farsi sfuggire il medico. Dopo aver racimolato tutti i suoi risparmi e anche quelli di Pegin, parte, all'insaputa di tutti, alla volta di Montreaux. Ma durante il viaggio si scatena una terribile tempesta.
40 In nome dell'Amicizia
「立ち上がれ ルシエン」 - tachiaga re rushien 30 ottobre 1983
Sorpreso da una terribile tempesta, Lucien, sfinito, crolla tra la neve. Nel frattempo Pierre si mette sulle sue tracce, ma il cattivo tempo lo costringe ad interrompere le ricerche. Lucien sta per arrendersi, ma il desiderio di parlare con il dottore di Montreaux e quindi di dare a Dany una possibilità di guarigione è più forte di tutto.

Una speranza per Dany
「ダニーを診てくれますか」 - dani wo mite kuremasuka 6 novembre 1983
Dopo mille difficoltà, Lucien raggiunge Montreaux. Contatta il dottor Givette e gli racconta di Dany. Il medico accetta di curare Dany ed assieme a Lucien parte per Roncinterre.
  quanti  ricordi  d'infanzia

da http://www.lastampa.it/2017/01/25/italia/cronache/


Un viaggio a piedi nella neve, così il figlio riunisce i genitori prima della morte



                                                     LAPRESSE









Pubblicato il 25/01/2017
ANTONELLA BORALEVI



Ci sono quattro metri di neve, tra i monti Sibillini e i monti della Laga, su per i boschi di faggi e di castagni. Neve intonsa, che nessuna ruspa finora ha trovato il tempo di sfiorare.
La strada è bloccata da giorni.
La neve fresca sono sabbie mobili che ingoiano le gambe, ogni passo sollevi una montagna.
Acquasanta Terme, duemilaottocento abitanti, un bel paese sperso in alto, a 19 km da Ascoli Piceno, è un tumulo bianco. La neve è dappertutto e è insormontabile.
Ma l’amore, e mi secca doverlo dire proprio io, che della retorica dell’amore sono nemica giurata, davvero vince tutto.
Romolo Nespeca, quaranta anni e qualcosa, venerdì scorso ha attraversato, un passo per volta, una gamba per volta, talvolta a gattoni, per due ore e mezzo di cammino, quell’universo bianco e gelato.
E’ andato nella frazione di Venamartello, ha preso tra le braccia sua madre, che di anni ne ha sessanta e di forza fisica molta meno di lui.
Era già buio.
E siccome non arrivavano né l’elicottero né lo spazzaneve, Romolo, con la mamma tra le braccia, talvolta sorreggendola, talvolta spingendola nel passaggio stretto che si sforzava di scavare con le mani nella muraglia di neve, ha fatto altre due ore di cammino, per arrivare all’ospedale.
Sulla porta, è quasi svenuto dalla fatica.
Ma era lì. Ce l’aveva fatta.
All’ospedale, c’era suo padre che moriva. Romolo e sua madre non volevano che morisse solo.
Alle nove di sera, in quell’ospedale che era irraggiungibile ma che l’amore ha raggiunto, quel marito e quella moglie che avevano diviso la vita, si sono potuti abbracciare. «A mezzanotte» ha detto Romolo «mio padre è morto,tra le braccia di mia madre».
Perchè ho scelto di raccontarvi questa storia?
Ho sentito l’obbligo di farlo. Perchè certe volte l’amore trionfa davvero.
E la retorica perde.

06/09/16

Il costruttore-eroe di Amatrice: "Per paura del terremoto ho fatto sempre case solide

chi lo ha detto che  gli eroi   siano  solo i ribelli o  nelle istituzioni  . E' anche  chi le rispetta    a costo di sacrifici  .
Il caso di Saro Rubei ha 88 anni: "La gente mi ringrazia per gli edifici fatti da me che li hanno salvati". Nel suo agriturismo le scosse hanno fatto crollare solo alcuni vasi

http://www.repubblica.it/cronaca/2016/09/06/

Il costruttore-eroe di Amatrice: "Per paura del terremoto ho fatto sempre case solide"

Saro Rubei ha 88 anni e vive nell'agriturismo dove le scosse hanno fatto crollare soltanto alcuni vasi. "Dopo il sisma non vado in paese perché mi fa troppo male, ma la gente viene a ringraziarmi per gli edifici fatti da me che li hanno salvati".


























AMATRICE
Niente, nemmeno una crepa. Si è rotto giusto qualche vaso". Mercoledì 24 agosto all'alba gli ospiti dell'agriturismo Amatrice abbracciavano e ringraziavano Saro, che ha costruito con le sue mani quella che un tempo era una stalla a un chilometro dal paese e oggi è una delle strutture che meglio hanno resistito al terremoto. Poi, con il passare delle ore, sono arrivati anche gli abitanti delle altre case tirate su da lui, tutti per dirgli che gli ha salvato la vita. Saro Rubei ha 88 anni e almeno due o tre vite da raccontare. Figlio di una grande famiglia matriarcale di Amatrice, ha fatto il macellaio, coltivato la sua grande passione per gli animali, in particolare i cavalli, e poi è diventato costruttore di case. Oggi porta avanti con la moglie il suo agriturismo. Risponde alle domande dopo aver dato da mangiare alle sue galline.

Perché la struttura dove ospita i visitatori di Amatrice ha resistito?
"L'ho tirata su da solo nel 1975, con l'aiuto di alcuni amici contadini, senza ingegneri e altri tecnici e a quel tempo ci tenevo i cavalli. Erano tanti e quindi l'ho fatta a tre piani e bella resistente. Ho usato ferro in quantità, cemento e cemento compresso. Non ho badato alla quantità di materiali, perché volevo farla bella solida. È successo così anche con le altre case che ho costruito".

Quante ne ha fatte?
"Credo un'ottantina, delle quali almeno 60 in paese. A 40 anni ho smesso di fare il macellaio perché mi ero stancato. Non avevo figli, volevo godermi la vita. Dopo un po' di tempo però mi sono reso conto che non riuscivo a stare con le mani in mano e ho iniziato a costruire delle case".

Che anni erano?
"Ho lavorato più o meno dal 1969 al 1985. Facevo tutto da solo, all'inizio realizzavo uno schizzo della casa. Poi sceglievo i materiali e arruolavo gli operai. Il geometra si occupava di fare tutte le carte, completare il mio disegno e presentare le varie richieste di autorizzazione, magari senza neanche vedere la casa".

E il rispetto delle norme antisismiche?
"Ci pensava il tecnico a sistemare i fogli necessari, quello non mi riguardava ma so che era sempre tutto in regola con le leggi del tempo. Io comunque fin da piccolo ho sempre avuto una gran paura del terremoto, visto che siamo in zona sismica, e così le mie costruzioni sono belle solide. Come la stalla per i miei adorati cavalli. Quella l'ho tirata su nel 1975, poi nel 2000 nello stesso immobile abbiamo avviato l'attività di agriturismo. L'altra notte non ha avuto nemmeno una crepa, non è venuto giù nemmeno un coppo del tetto. Solo qualche vaso e qualche quadro. Gli ospiti che dormivano qui ci hanno ringraziato tanto".

Ha quindi avviato una ditta di costruzioni?
"Sì, e lentamente sono cresciuto perché lavoravo bene. Sono passato da 2 operai a 18. Ho lavorato molto per persone che volevano costruire case di villeggiatura".

Davvero nessuna delle sue palazzine è crollata con il grande terremoto?
"Non mi risulta, e nemmeno mi hanno riferito di danni importanti. Io non sono andato in paese perché è una pena vederlo in quelle condizioni. Mi sono fermato quando ho visto una villa vicino a casa mia completamente distrutta. Nel centro di Amatrice ho anche perso una sorella, rimasta sotto la nostra casa di famiglia. Aveva 90 anni".

E gli abitanti delle case fatte da lei?
"Molti di loro mi hanno chiamato o sono venuti qui per ringraziarmi. Uno vive a 50 metri dall'hotel Roma

ed è salvo. Ha detto che quando ha guardato fuori di casa gli sembrava di essere in un sogno. In uno dei miei palazzi abita la famiglia del geometra del Comune. È venuto qui in lacrime ad abbracciarmi. Ha detto che il mio cervello andrebbe studiato e replicato".

04/07/16

NATURALMENTE STRANO di © Daniela Tuscano

Dacca, uno studente musulmano ha preferito morire piuttosto che abbandonare le amiche



Non fanno rumore. Camminano tra noi, con la levità degli angeli. Ma non hanno nulla d'etereo. Sono volti e storie come tanti, come tutti. Percorrono lo stesso destino, e quando fanno il bene, spesso, non se ne accorgono. L'assaporano, come fosse un bicchier d'acqua, poi irrompe l'imprevisto, l'efferata eccezione, e li trova attoniti ma pronti. Così la loro normalità s'impone e giganteggia.
Portano nomi diversi a seconda delle nazionalità. In questi giorni erano italiani. Ma oggi ne scopriamo altri. Uno di loro si chiamava Faraaz, bangladese. 

 
 
Aveva un bel viso liscio, i tratti delicati, l'occhio acuto e docile, come molti delle sue parti. La magrezza del Sud-Est asiatico non stona in abiti occidentali, non ha mai avuto nulla di coloniale; ha conservata intatta la sua anima meditativa e anarchica. Faraaz non faceva eccezione. Studente, immaginiamo brillante, di qualche Università americana, era rientrato nel suo paese per una breve vacanza, portandosi dietro due amiche come lui bangla, come lui musulmane, come lui antiche e moderne. Facce da melting pot, tè e buoni libri, rock and roll e tende di sguardi. Poi sono arrivati quelli là che dicono figli di riccastri, che non hanno mai fatto altro che abbaiare, e non se ne capisce il motivo. Ma non ne esistono, di motivi. Esistono spazi d'arrivo terribili in cui i Faraaz provano sgomento e paura, com'è normale. Ma gli ululanti lo rassicurano, non ce l'hanno con lui ma soltanto con gli stranieri e però vogliono far fuori le sue amiche che proprio straniere non sono. A questo

Faraaz Hossein, lo studente bengalese ucciso
da http://www.quotidiano.net/

punto nella mente dei Faraaz avviene un cortocircuito: se già gli sembra assurdo pigliarsela con altri che per lui sono semplicemente esseri umani, figurarsi violare le sue amiche.
Ma per gli ululanti quelle non sono amiche e nemmeno bangla, bensì femmine vestite all'occidentale, quindi apostate e meritevoli di morte. Siccome Faraaz non ha mai letto nulla di simile nel Corano e ha vissuto il suo Islam come un compagno di viaggio, naturalmente si ribella, quelle ragazze sono persone e non femmine e soprattutto non abiti. Quindi non fugge, le difende e gli ululanti li ammazzano tutti. Fine.
O piuttosto inizio. Non fanno rumore, camminano tra noi. Faraaz non era un eroe, anzi sì, perché abbiamo assunto l'ottica degli assassini. Sono loro gli stranieri, gli strani, gli estranei, gli alieni. Faraaz no, rappresenta la normalità. È lui l'uomo, lui il musulmano, lui l'amico e lo studente e il camminatore della vita, il naturalmente strano e la maggioranza. Lo vediamo quand'e' spento. Sappiamo che visse. Lo piangiamo e avvertiamo mancarci una voragine. Fossimo meno distratti, però. E più fiduciosi nell'altrui umanità. Che non è così male, né così rara.

                      © Daniela Tuscano

16/02/15

finalmente Una storia di ordinaria buona sanità in ospedali e struttuire saitarie sempere più allo sfascio

Prima di  iniziare  questo post  , vorrei chiedere scusa   per le  generalizzazioni dei post precedenti  , a  tutti  quelli  che nele strutture  ospedaliere  e di pronto soccorso  coraggiosamente   lottano  contro  tagli assurdi , malaburocrazia  , per  salvare   vite  e garantirci la minor sofferenza possibile  .

Finalmente  dopo   news mala sanità  cattiva sanità e    dopo 

" Tre Angeli volati in cielo", pietoso eufemismo per un dolore troppo grande da sopportare, perchè non si può accettare che tre bimbi muoiano, uno dietro l'altro, Catania, Trapani, Napoli, accomunati "dall'inefficienza" delle strutture sanitarie pubbliche, che avrebbero dovuto curarli e salvarli! Ma quando la sanità funziona, a ben guardare, è soprattutto grazie all'impegno, alla professionalità e allo spirito di sacrificio di tanti operatori sanitari, oltre le carenze anche gravi del settore, a tutti i livelli! E' giusto darne atto!
da Carmìna Conte


capita    che  

  da   http://www.sardiniapost.it/cronaca/

 un signore ultrasettantenne arrivi al Pronto Soccorso del SS.Trinità di Cagliari, il più vicino a casa, un mercoledì mattina, alle 11,10: ha problemi di memoria, non ricorda cosa ha fatto nelle due ore precedenti, ma non accusa altri disturbi, cammina con le sue gambe, non ha né mal di testa né capogiri. Nella saletta di attesa una ventina di persone, giovani, anziani, donne, uomini. Il signore suona alla guardiola per prendere il codice: chissà quale gli attribuiranno.




 “Verde, rosso, bianco…chissà a che ora la finisco!”, pensa, mentre la moglie va a parcheggiare la macchina. Giornata fortunata, parcheggio trovato quasi subito, la moglie torna dopo pochi minuti, ma il marito non c’è: gli astanti la rassicurano, è già entrato. La moglie si tranquillizza, si aspetta di vederlo ricomparire con il codice. Dalla porta entrano ed escono persone, già visitate o con il codice e con la specifica di visita. Sul piazzale antistante c’è un via vai di ambulanze, e gente che arriva con i mezzi propri. La saletta si riempie, come sempre. Passano i minuti e non succede niente, il marito ancora non torna con il codice. La moglie comincia a preoccuparsi, suona alla guardiola, si affaccia un’infermiere, gli chiede del marito: la rassicurano, lo stanno già visitando, la chiameranno a breve. “Che strano – pensa la moglie – e il codice? Mah, speriamo bene”. Non resta che attendere. Dopo tre quarti d’ora la chiama una gentilissima e giovane infermiera. La rassicura, il marito è già stato preso in carico: pressione cardiaca a 240/124, a rischio di ictus, è già sottoterapia e gli stanno completando gli esami del caso, a breve farà anche la tac al cranio. “Può stare con lui, in attesa della TAC”.
Alle 14, il signore ha completato tutti gli esami, di routine e specialistici, compresa la TAC, lo convoca il medico di turno, una dottoressa. Con gentilezza gli comunica che ha già predisposto il ricovero, indispensabile per monitorare l’attività cardiaca e l’andamento della pressione arteriosa, che nonostante la terapia continua ad essere alta. La buona notizia è che al momento non appaiono lesioni cerebrali da ischemia o altro, ma che occorrerà ripetere la tac. Dopo il primo momento di panico (“un ricovero? E chi se l’aspettava!”), ci si rassegna e pensa che forse è meglio così. “Piuttosto, per il letto dovrà aspettare, dovrebbe liberarsene uno verso le 15/16, c’è già un paziente in dimissione e sta aspettando che lo vengano a prendere”. Va bè, non c’è problema, aspettiamo.
Si fanno le 17, ma il signore è ancora al Pronto Soccorso, nel frattempo gli continuano la terapia: tutto sotto controllo, per fortuna il pericolo è stato sventato. Riacciuffato per i capelli, è il caso di dirlo dalla sollecitudine, professionalità e impegno del personale medico e infermieristico. La “signora con la falce” dovrà aspettare ancora, speriamo per un bel po’. Ma il letto? “Guardi, ormai è questione di minuti, il suo letto si sta liberando”, lo rassicura un altro medico del Pronto Soccorso: “Sa, noi qui vediamo un sacco di gente, ci arriva di tutto, siamo praticamente sempre in emergenza, e riusciamo anche a fare i miracoli, qualche volta, nonostante la carenza di personale e tanti disservizi. Ma poi tutto si inceppa nell’imbuto della carenza di posti letto: non sappiamo dove far ricoverare la gente che ne ha necessità. È così, tutti i giorni”. Finalmente il signore viene accompagnato in reparto, il letto è libero. Si sono fatte le 18,30: un sospiro di sollievo, il reparto è confortevole, totalmente ristrutturato, dotato di servizi in camera. Sembra quasi una clinica privata! Il massimo per un ospedale pubblico. Al Pronto Soccorso, c’è ancora la gente che aspetta il letto. E già, taglia di qua e taglia di là, nella migliore delle ipotesi la gente viene salvata al Pronto Soccorso, ma poi non si sa dove ricoverarla… Già, il SS.Trinità, altrimenti noto come Ospedale di Is Mirrionis, con 343 posti letto e 37 in day hospital, ha un tasso di occupazione dei posti letto di oltre il 90% con 15.600 ricoveri nel 2014.
Si capisce: è un ospedale generale, l’unico ormai in centro città, in un quartiere popolare e popoloso, dove ci si può recare a piedi anche per fare la dialisi, visto che c’è la struttura compessa di Urologia; e poi c’è l’Ortopedia-traumatologia, la Chirurgia generale, la Gastroenterologia, la cardiologia, la ginecologia-ostetricia, l’otorinolaringoiatria-maxillo facciale e ben due reparti di psichiatria, gli unici della città, che “sopportano” il peso di patologie legate alla sfera psico-comportamentale in aumento esponenziale, purtroppo, come quelle da dipendenza, e non solo da “sostanze”, e come la cronaca, purtroppo, riporta quasi quotidianamente. Eppure qui ci sono reparti che hanno livelli di eccellenza come l’Otorinolaringoiatria, “centro di riferimento nazionale per il trattamento dei tumori del cavo orale, certificato IEO”, come recita il sito istituzionale della ASL 8; e la Maxillo-facciale, dove, oltre alle infinite traumatologie, si fanno anche gli interventi sui bambini affetti da labbro leporini; o come la Dermatologia, uno dei quattro Centri di riferimento nazionale per il Morbo di Hansen, l’unico in Sardegna; o il servizio di Cardiologia, dove è stato effettuato uno dei primi interventi di ablazione transcatetere, mediante radiofrequenza per una grave aritmia cardiaca, senza l’ausilio di raggi X, in una giovane donna alla 27° settimana di gravidanza… e adesso è “capofila” nella campagna regionale “Questioni di cuore”, per le malattie cardiovascolari. E non dimentichiamoci di Geriatria, con il Centro di coordinamento regionale delle Unità Valutative Alzheimer per il progetto Cronos. Si potrebbe continuare, ma si sa, le buone notizie non fanno “notizia”, non più di tanto.
Così come non fa notizia il fatto che medici, infermieri, tecnici e operatori sanitari, lavorino spesso in condizioni estreme: il personale infermieristico, nello specifico, è “al limite”… sempre per la storia dei tagli, pare che da anni quelli che vanno in pensione non vengano “rimpiazzati”, e si fatica anche semplicemente a fare i turni, con conseguenze facilmente immaginabili: sovraccarico di lavoro, limiti nell’assistenza…per fermarci qui. Eppure in questo ospedale ci sono delle ottime équipe di medici e chirurghi: se ci fosse un numero adeguato di anestesisti e infermieri, si potrebbe fare un numero decisamente più elevato di interventi e al massimo livello. E poi, la questione cruciale della sicurezza: il SS. Trinità è un ospedale “aperto”, in tutti i sensi, con molteplici ingressi, alla struttura, ai padiglioni, ai reparti, e il Pronto Soccorso, aperto, ovviamente 24h su 24h. Difficile garantire il controllo, in condizioni normali, doppiamente difficile, se anche i servizi di guardiania sono stati ridotti, già da tempo, sempre per la questione dei tagli. Adesso, alla luce dei fatti incresciosi degli ultimi giorni, Prefettura e Direzione sanitaria annunciano interventi appropriati, per garantire la sicurezza: ma non si poteva intervenire prima, visto che la storia si ripete da tempo? Sempre per la cronaca, il signore ultrasettantenne, e se la cosa interessa, sta bene, dopo tre giorni di ricovero è tornato a casa, grato ai medici del pronto soccorso e di Medicina. “Miracolato” per la seconda volta: 5 anni fa gli hanno salvato la vita, asportandogli un micidiale carcinoma dal collo, con un intervento di alta chirurgia nel reparto di otorinoaringoiatria, ad opera del dr. Giorgio Tore, il responsabile della struttura, senza dover andare “in pellegrinaggio” in altre strutture ospedaliere del “continente” più titolate, come purtroppo spesso capita a molti “isolani”.
Ma si sa, le buone notizie non fanno notizia  o  hanno  vita breve rispetto ad altre magari  meno importanti  e\o significative 
 

26/05/14

Usa: Il coraggio di Barbie, atleta di bodybuilding senza le braccia


questo post  ( dedicato  a  Carla veglia )  nasce    da questa  discussione  su facebook



Una storia commuove l'America. E' quella di Barbie Thomas, 37enne di Phoenix, Arizona, atleta che ha stupito il pubblico statunitense salendo sul palco del campionati nazionali di bodybuilding svoltisi in questi giorni in South Carolina. 

 Da anni, a causa di un terribile incidente, convive con una menomazione che avrebbe distrutto la vita di chiunque: ha perso entrambe le braccia. Ma Barbie non ha ceduto .
 E, nonostante tutto, è riuscita a trovare la forza di andare avanti, imparando ad essere autosufficiente e continuando a coltivare la sua passione per il fitness. Tanto da arrivare, appunto, ai campionati Usa, dove ha ottenuto la standing ovation del pubblico. Senza braccia, la 37enne fa tutto con gambe e piedi: solleva i pesi, manda messaggi con il cellulare( foto a destra )
fa le faccende di casa, cura la sua igiene personale e, persino, guida l'automobile. "I medici mi avevano avvertito: la tua vita non sarà più la stessa dopo Dio, nvece, aveva per me un altro l'amputazione. progetto. E io non avevo nessuna intenzione di essere ridotta a un vegetale". Oggi Barbie può dire di aver vinto la sua battaglia.


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