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18/11/13

Francese di 47 anni scopre di avere 10 fratelli in Barbagia [Da Lione a Orgosolo per conoscere i fratelli 'scoperti' sul web dopo 47 anni reprise ]

 musica  consigliata  Afterhours - Ritorno a Casa


ecco  "la   seconda  puntata  " della  storia  di cui  ho parlato    nel post  precedente  
http://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2013/11/da-lione-orgosolo-per-conoscere-i.html

Figlio di un emigrato, ritrova le sue radici grazie a internet Ieri ha abbacciato la “nuova” famiglia, ma il padre è morto 


dalla nuova  sardegna  del 18\11\2013  
di Mattia Sanna 


ORGOSOLO «Mi chiamo Louis, vivo a Lione, ho 47 anni. Mia sorella ne ha 46 crediamo di essere figli di suo marito, Luigi». All’improvviso una donna, madre di dieci figli, scopre che la buonanima (il coniuge è morto lo scorso anno) di figli ne ha messi al mondo altri due nati in Francia da una relazione (precedente il loro matrimonio) con una ragazza. Ieri Louis è arrivato a Orgosolo per conoscere l’allegra tribù che l’ha accolto come un messia. La notizia è di quelle che hanno dell’incredibile, da “C’è posta per te”, costruita per strappare le lacrime, ma è tutto vero. È il primo novembre quando arriva una telefonata a casa di Mariangela Succu, vedova settantunenne di Luigi Garippa, morto lo scorso anno a ottantaquattro anni. Quando alza la cornetta pensa che sia uno dei suoi figli. Invece è un figlio, ma del marito e di un’altra donna.





Si chiama Louis, proprio come la buonanima di Luigi. Parla male l’italiano, comunque con l’aiuto di un interprete prima dice di avere quarantasette anni e che vive a Lione, che se la passa bene, che di professione fa il coiffeur e possiede ben quattro saloni. Dopo la presentazione, con una raffica di parole dice «io e mia sorella Veronique siamo figli di tuo marito». L’anziana donna, madre di otto femmine e due maschi non si scompone eccessivamente perché trova conferma a una storia in cui non aveva mai creduto: il marito Luigi, tornato in Sardegna nel ’71, aveva parlato più volte di due bambini venuti al mondo da una precedente relazione, avuta quando era emigrato. Erano gli Anni Sessanta. Luigi si recò all’estero per lavorare in un’azienda che costruisce forni. Conosce una ragazza, e da quella relazione nascono Louis e Veronique. Ora, sebbene raccontasse questa storia, nessuno in paese credeva a tziu Carbone (così era conosciuto da tutti ad Orgosolo Luigi Garippa), celebre per il suo carattere scanzonato e la battuta sempre pronta. Pensavano si trattasse di una delle sue burle. E invece... Louis si è concretizzato e tzia Mariangela, ospitale e sempre pronta ad accogliere chiunque bussi alla sua porta, ieri l’ha abbracciato. Del resto il desiderio di voler conoscere i propri fratelli per Louis era forte. Dopo anni di ricerche lungo la penisola e tentativi andati a vuoto, la voglia di conoscere le proprie origini era irrefrenabile. Così Louis ha deciso subito di mettersi in viaggio, per arrivare in Barbagia. Veronique arriverà tra non molto. La visita nel paese dei murales è stata preceduta da numerose conversazioni su skype. Durante quei lunghi contatti Louis e Veronique hanno appreso che papà Luigi è venuto a mancare pochi mesi fa, e per loro è stato un dispiacere. Resta la consolazione di ritrovare una grande, grandissima famiglia per due persone che hanno trascorso molti anni in orfanotrofio. Ieri Louis ha fatto il suo ingresso trionfale a Orgosolo accolto da abbracci commossi e calorosi e un ricco pranzo tipico per tributargli il benvenuto. Un’ambiente di festa che, forse, mai si sarebbe potuto immaginare e che lo accompagnerà fino a domani, giorno del suo rientro in Francia. «La felicità è davvero grande – commenta Luisa Garippa, una delle figlie di tziu Carbone – la giornata è stata indimenticabile. L’arrivo improvviso di un fratello e quello imminente di una sorella, dei quali ignoravamo l’esistenza, è per noi un dono grandissimo». Louis, travolto dalla novità, frastornato per l’accoglienza, è riuscito appena a dire «Sono raggiante, ma dopo la trepidazione e le suggestioni di queste ore, ho bisogno di un po' riposo».


e  dall'unione sarda    con alcuni commenti

Orgosolo, dopo mezzo secolo  scoprono due fratelli in Francia

Ignoravano che il loro padre, 50 anni prima, avesse avuto due figli in Francia, terra in cui era emigrato nel 1961. Dieci fratelli di Orgosolo festeggiano per il pezzo di famiglia ritrovato.Il ricongiungimento è avvenuto domenica. Louis, affermato coiffeur nella sua città, ha potuto riabbracciare i suoi fratelli sardi e i parenti mai conosciuti finora. A breve lo raggiungerà anche la sorella Veronique. Il padre Luigi è morto lo scorso anno, all'eta di 84 anni.LA FESTA - Il francese, secondo la cronaca dell'Ansa, è arrivato in Sardegna sabato sera, all'aeroporto di Alghero. Ha trascorso la notte nella cittadina catalana, ospite di una sorella del padre. Ha fatto tardi, perché i racconti sono andati avanti fino alle 5 del mattino. Poche ore di sonno e la partenza per il paese, nel cuore della Barbagia. Ad accoglierlo tutta la famiglia ritrovata. E un pranzo - preparato dalle sorelle - con ravioli e maialetto arrostito. 

Emozionato lui ed emozionati tutti i parenti orgolesi, soprattutto per la straordinaria somiglianza con il papà Luigi. "E' come se avessi avuto dentro di me un vulcano acceso per tutta la vita. Oggi si è spento", ha confessato dopo l'abbraccio con i fratelli e le sorelle in terra di Sardegna.
LA CARRAMBATA - "Mi chiamo Louis, ho 47 anni e sono di Lione. Io e mia sorella Veronique, di un anno più giovane di me, crediamo di essere figli di suo marito". Questa la telefonata ricevuta ad Orgosolo, lo scorso 1 novembre, da Mariangela Succu, 71 anni, che di figli ne ha altri dieci, otto femmine e due maschi, tra i 30 e i 42 anni, vedova di Luigi Garippa. Una storia da "Carramba che sorpresa" raccontata dalla giornalista Maria Giovanna Fossati sul sito di Sardiniapost e poi ripresa dall'Ansa.Superato lo stupore iniziale, la signora Mariangela ha parlato a lungo al telefono con Louis grazie ad un interprete. Poi tutta la famiglia si è messa al lavoro per preparare una degna accoglienza. "Non vediamo l'ora - ha detto una delle sorelle sarde, Luisa alla vigilia della festa - Non ci stiamo dormendo la notte per la felicità. Ci sentiamo tutti i giorni via Skype con entrambi ed è come se ci conoscessimo da sempre".LA FAMIGLIA DIVISA - Una storia che viene da lontano. Luigi Garippa emigra in Francia nel 1961 e trova lavoro in un'impresa che costruisce forni a Lione. Conosce una ragazza e dalla loro relazione nascono Louis, oggi 47enne, e Veronique, di 46. I ragazzi crescono in un orfanotrofio e di loro si perdono le tracce. Nel mentre Luigi torna in paese, ad Orgosolo, dove nel 1971 si sposa. Nasceranno dieci figli e per mantenerli lavora nei campi. I due bambini francesi, intanto, diventano grandi e si mettono alla ricerca del padre naturale. Una zia materna svela il "mistero" e fa sapere che il loro papà è vivo e che è in Sardegna. Il resto lo fa Internet. Sulla rete Louis e Veronique trovano il numero di telefono di Orgosolo e decidono di contattare la famiglia. Il desiderio reciproco di incontrarsi e conoscersi ora diventa realtà.












 


ozierese70
18/11/2013 09:06
quante bugie!
la moglie sapeva benissimo dell'esistenza di questi due figli.....altro che Carramba!! Tutti lo sapevano,ma le favole a lieto fine sono più belle della triste storia di due figli abbandonati.......
melisfa
17/11/2013 17:51
Migranti
Queste sono notizie che riempiono il cuore di gioia perchè quando le famiglie si riuniscono sanno esprimere la felicità della gente e tutto il paese è in festa. Nonostante la lontananza da casa l'amore di Dio ha fatto ritrovare la strada alla gente perchè questa possa vivere in pace ed in armonia con il prossimo.
petrus1
17/11/2013 16:55
..Carramba..
..che sorpresa!!!!

17/11/13

Da Lione a Orgosolo per conoscere i fratelli 'scoperti' sul web dopo 47 anni

Musica  in sottofondo  La canzone del padre - De André

 da repubblica  online  17 novembre 2013

La storia di Louis e Veronique, nati dalla relazione della madre con un sardo emigrato in Francia nel 1961. Pochi anni dopo il padre era tornato in paese dove si era sposato ed aveva avuto altri dieci figli. All'incontro emozione e sorpresa per la straordinaria somiglianza con il genitore



                      Uno scorcio di Orgosolo con il Supramonte sullo sfondo (foto Rafael Brix)


NUORO - "Mi chiamo Louis, ho 47 anni e sono di Lione. Io e mia sorella Veronique, di un anno più giovane di me, crediamo di essere figli di suo marito". Questa è la sostanza della telefonata ricevuta ad Orgosolo, lo scorso primo novembre, da Mariangela Succu, 71 anni, vedova di Luigi Garippa, l'uomo con il quale ha avuto dieci figli (otto femmine e due maschi) che oggi hanno tra i 30 e i 42 anni. Una storia da "Carramba che sorpresa" raccontata dalla giornalista Maria Giovanna Fossati sul sito di Sardiniapost, diretto da Giovanni Maria Bellu.
Il ricongiungimento è avvenuto oggi, ma purtroppo non è stato al completo: Luigi Garippa, infatti, è morto l'anno scorso all'età di 84 anni. Ma Louis, affermato coiffeur a Lione, ha già potuto abbracciare i numerosi fratelli sardi, mentre nei prossimi giorni lo farà anche Veronique.
Superato lo stupore iniziale, la signora Mariangela avevano parlato a lungo al telefono con Louis grazie a un interprete. Poi tutta la famiglia si è messa al lavoro per preparare una degna accoglienza. "Non vediamo l'ora - ha detto ieri una delle sorelle, Luisa - . Non ci stiamo dormendo la notte per la felicità. Ci sentiamo tutti i giorni via Skype con entrambi ed è come se ci conoscessimo da sempre".
Una storia che viene da lontano e ha radici in quell'ondata di emigrazione che nel Dopoguerra spinse molti sardi senza lavoro a lasciare le zone interne e quelle della Gallura per cercare fortuna in Liguria, Savoia e nel sud della Francia. In quel contesto, Luigi Garippa arriva in Francia nel 1961 e trova lavoro in un'impresa che costruisce forni a Lione. Lì conosce una ragazza e dalla loro relazione nascono Louis, oggi 47enne, e Veronique, di 46. I ragazzi crescono in un orfanotrofio e di loro si perdono le tracce, mentre Luigi dopo qualche tempo torna in paese, ad Orgosolo, dove nel 1971 si sposa con Mariangela Succu. Dalla loro unione nasceranno dieci figli.
I due bambini francesi, intanto, diventano grandi e si mettono alla ricerca del padre naturale. E' una zia materna, alla fine, a metterli sulla pista giusta per svelare il "mistero": dà loro il nome del padre e un'indicazione sul paese d'origine, spiegando che il papà dovrebbe vivere in Sardegna. Il resto lo fa Internet. Sulla rete Louis e Veronique iniziano la caccia fino a rintracciare un numero di telefono di Orgosolo. A quel punto fanno la telefonata per contattare la famiglia. Oggi il desiderio reciproco di incontrarsi e conoscersi è diventato realtà con l'aggiunta, all'emozione, di una buona dose di sconcerto: Louis infatti sarebbe identico al padre.
Emozionato lui ed emozionati tutti, soprattutto per questa straordinaria somiglianza. "E' come se avessi avuto dentro di me un vulcano acceso per tutta la vita. Oggi si è spento", ha confessato dopo l'abbraccio con i fratelli e le sorelle orgolesi. Louis era arrivato in Sardegna sabato sera, ad Alghero, dove ha trascorso la notte ospite di una sorella del padre.
Ha fatto tardi, perché già i racconti della zia sono andati avanti fino alle 5 del mattino. Poche ore di sonno poi la partenza per il paese, nel cuore della Barbagia. Ad accoglierlo tutta la famiglia ritrovata. E un pranzo - preparato dalle sorelle - a base di ravioli e maialetto arrosto.

24/02/13

Giorgio Casu da artista giramondo al successo a New York


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  • http://www.deisardinelmondo.it  Dalla Sardegna/verso la Sardegna” e’ un lavoro di ricerca sui flussi migratori nell 'isola.Attraverso una documentazione fotografica, filmica e testuale,raccoglie le testimonianze di chi arriva in Sardegna e quelle di chi l’ha lasciata, creando una memoria, tracciandone i percorsi....
  • www.ciseionline.it/ Centro Internazionale Studi Emigrazione italiana (CISEI) 
  • http://www.orda.it/rizzoli/stella/home.htm siamo tutti emigranti  
  • un forum  (ovviamente  bisogna  registrarsi per   commentare  o scrivere) dove  i  sardi  emigranti nella penisola  ( una  volta  si diceva in continente  )  e nel resto  del mondo si    raccontano http://forum.unionesarda.it/forums/show/36.page


da  la  nuova  sardegna  online del 24\2\2013  
«Sino ad un paio di anni fa avevo una gatta, Ashley. Me l'hanno portato via e ora vive a Los Angeles. Con lei parlavo in sardo: abi sesi andendi, itta ses fadendi, itta oisi pappai? Giorgio Casu   (  foto a  sinistra  tratta  dal video sotto  )  vive a New York dal 2007. E' nato nel 1975 a San Gavino Monreale. Oggi è un artista di successo, dipinge, realizza oggetti di design, organizza mostre ed eventi artistici.Gli studi. «Mi sono laureato a Cagliari in Scienze dell'educazione, poi ho lavorato per un paio d'anni come educatore a Guspini, collaborando con un centro di igiene mentale e un centro sociale. Insegnavo animazione grafico pittorica, avevamo un laboratorio enorme, si lavorava tanto e bene. Facevamo attività per adolescenti e anziani. E' stata un'esperienza formativa importante, forse la più importante della mia vita, con un flusso educativo che andava in entrambe le direzioni. Imparavamo ad imparare».L’Inghilterra. A 27 anni Giorgio parte per l'Inghilterra, va a stare a Leeds, nello Yorkshire. L'intenzione è apprendere la lingua. «L'idea era: vado in Inghilterra, studio l'inglese, poi parto in giro per il mondo, così do un senso diverso alla mia vita e magari mi diverto un po'». A Leeds si ferma 2 anni, studia, fa dei lavori saltuari, comincia a dipingere su tela. «Non lo avevo mai fatto prima, anche se ho sempre disegnato, sin da bambino. In Sardegna, per i laboratori, dipingevo su stoffa o su vetro, disegnavo fumetti sulla carta, decoravo oggetti. A un certo punto, per caso, avevo cominciato a decorare gusci di noce di cocco. Un amico mi aveva chiesto di farne uno da utilizzare come posacenere per la macchina, un'automobile che aveva personalizzato. Ho fatto il primo ed è piaciuto, me ne hanno chiesto degli altri. Li decoravo con i colori di automobili o di squadre di calcio. Sono diventati una mania, alla fine pagavo una persona per levigarli, c'era tanta richiesta. Io mi limitavo a dipingerli. Quando sono andato in Inghilterra me ne sono portato dietro un paio e ne ho realizzato alcuni in loco. Ne ho fatto uno anche per l'allenatore del Leeds United».L’incontro. A Leeds incontra Enrico, un sassarese che aveva appena comprato casa e gli propone di realizzare per lui un dipinto su tela. «Ho fatto un grande quadro con quattro fiori giganteschi e l'ho venduto per 13 sterline. Una cifra voluta, perché in Inghilterra il 13 porta sfortuna. Così ho iniziato e dopo 4 o 5 mesi esponevo e vendevo a 5-600 sterline». Imparato l'inglese a sufficienza Giorgio parte per l'Oriente. Due mesi in Thailandia e poi l'Australia, dove si ferma per 2 anni. Quindi decide di spostarsi ancora, vuole andare a stare in una grande metropoli ed è indeciso tra Tokyo e New York, sceglie quest'ultima in virtù della lingua.Gli Usa. «Non avevo voglia di studiare il giapponese e son venuto qui. Non me ne sono mai pentito».
catturata dal video  sopra  
Arriva a New York nel novembre del 2007, va a stare a Brooklyn e si mette a dipingere. Fa freddo, dopo 2 anni trascorsi a seguire l'estate, il primo inverno newyorchese non è piacevole. Ma fa delle mostre che vanno bene, arrivano le prime commissioni di lavori pittorici, dopo qualche tempo chiede e ottiene un visto da artista. Poi la svolta, partecipa ad una mostra alla Casa Bianca,(  con questo ritratto  che trovate  a destra   )   fa degli eventi per il New York Times: la ruota gira.La creatività. «Sono convinto che una persona, se lo vuole e ha un po’ di capacità, puo costruire il suo destino, cambiare le cose. Che per me è anche un poco il senso ampio del dipingere. Credo nella creatività, nella formazione permanente e non ho una meta precisa. Per me il senso di ciò che faccio è rappresentato dal viaggio, dal nomadismo, dalla ricerca. Mi piace fare cose interessanti, che mi stupiscono e mi emozionano». 

video

E poi c'è la Sardegna «che su di me ha un potere rigenerativo che non ho trovato in nessun altro posto al mondo: il silenzio, la tranquillità, il mare. Rituali e luoghi vissuti da quando ne ho memoria, fanno parte di me e mi ricaricano fisicamente per tutto ciò che ha da venire».I carciofi. Per Giorgio l'isola è il posto dei carciofi, quelli di zio Mondino. «Mi basta mangiare il primo che non capisco più niente e mi rendo conto che ho ingoiato schifezze per mesi. Non è il paradiso terrestre, ci sono tante cose che non vanno, ma la qualità della vita è altissima e cerco di venirci il più spesso possibile». Proprio per questo, dice, non vuole incastrarsi in situazioni che lo possano legare, anche a una città bellissima come New York, per lui tra le più belle al mondo, che è insieme un’esperienza e una metafora. «La metafora del mondo che si riunisce in un posto e coabita. Dove l’arabo rimane arabo ma diventa altro e così l’italiano. Dopo una generazione tutti diventano parte di questa cultura “sporca”, io la chiamo così, ma non è un'accezione negativa. E' un luogo che ti succhia l’anima, che propone delle sfide quotidiane, dove c’è da fare ogni giorno, dove bisogna fare ogni giorno. Una città variopinta, in cui incontri persone interessanti, talentuose, una città dai tanti paradossi: in ogni piccolo quartiere c’è una vita diversa, persone diverse, gente che la pensa diversamente».L’infanzia. Giorgio racconta dell'infanzia a San Gavino, felicissima. «Sono cresciuto in una casa enorme, piena d'animali: avevamo galline, tartarughe, cigni e pavoni. C'era un maiale e abbiamo avuto anche un cavallo, quasi una fattoria in mezzo al paese, come una fiaba. E poi d'estate per 3 mesi al mare. Finite le scuole si partiva per Arborea, dove c'era il casotto. Tante famiglie, a San Gavino e nei dintorni, avevano queste piccole abitazioni abusive sul mare. Si formava una comunità: è andata avanti sino a quando avevo 13 anni. Poi li hanno buttati giù. Andavamo con la barca a pescare polpi che poi vendevamo alle signore in spiaggia. Era semplicemente fantastico».

21/04/11

Il Re muto

Quand'ero bambina, e ascoltavo il racconto biblico della Pasqua ebraica (quest'anno festeggiata poco prima di quella cristiana, il 19 aprile), ricordo che i miei occhi si riempivano d'emozione. Tifavo per i "nostri eroi": il popolo d'Israele perseguitato in Egitto che, presto, sarebbe stato riscattato dalla mano potente del suo Signore. C'era quel particolare degli agnelli sgozzati,



A lato: l'interno della sinagoga di Trieste, sede di una delle più importanti comunità israelitiche in Italia.

Questo Re, lo vedevo avvolto nella nube. Aveva vaghi ma classici connotati: anziano, con la lunga barba fluente. Lo stesso che poi reincontravo nella cappellina barocca del collegio dove studiavo: in mezzo all'altare riccamente adornato trionfava un Cristo sanguinante, morto; ma con le dita spalancate a "V", nel segno della vittoria. Era un'estasi, già lo presentivo in seguito, trionfante sull'arcobaleno. Il Re e l'uomo di Nazareth erano consustanziali e intercambiabili. Invincibili, certo, ma accompagnati da un lungo strascico di dolore, entrambi. Il Re aveva scelto un popolo disprezzato, il Nazareno ne faceva addirittura parte ed era segnato da una storia atroce.Oggi certa teologia cattolica tende a rimarcare le differenze, un tempo persino le contrapposizioni, tra quell'antico Re e l'emblema misericordioso di Gesù. Ma ai miei occhi, in virtù di quanto esposto poc'anzi, non poteva essere così. Mi sono sempre sentita più gesuana che cristiana. Senza, peraltro, che una cosa escludesse l'altra. L'umanità di Gesù era quella di un uomo ebreo vissuto duemila anni fa. Compenetrato della sua cultura e così riccamente variegato e culturale da trascenderne. Il Gesù della cappellina barocca appariva come un martoriato e il volto trasudava espressività. Ma i muscoli erano tesi, forti, il corpo ancor vigoroso, giovane. Lo sguardo chiuso, il volto bello e gravato da una corona di spine che risultava pesante, pregna di tutto il male dell'universo. Taceva, ma il suo sangue stillante e vermiglio urlava.Il Gesù deposto di Lorenzo Lotto ( sotto a destra), che avrei ammirato molti anni più tardi, era invece un Messia muto. Un corpo ormai slogato, inerme, stremato ed estenuato.Un'altra faccia dell'umanità. La perdita, la sconfitta. Gli astanti si domandano, anch'essi muti, il perché di tanto strazio. E non trovano alcuna risposta. E' il quadro del nulla.La Madonna è un'icona araba completamente velata, perché esiste un pudore nella sofferenza troppo gridata, incomprensibile. Persino il viso dell'angelo è interrogativo, quasi a domandare il senso di tutto questo.
La Madonna è un'icona araba completamente velata, perché esiste un pudore nella sofferenza troppo gridata, incomprensibile. Persino il viso dell'angelo è interrogativo, quasi a domandare il senso di tutto questo.Da da bambina non incontravo difficoltà a coniugare il Gesù dei Vangeli al JHWH dell'Antico Testamento, ma della loro pronta risposta, del loro accorrere solerte e misericordioso mai avrei dubitato; in seguito dovetti sperimentare, al contrario, quel mutismo, quell'ostinazione abissale nel buio, nella dissoluzione, nel grigio bituminoso dei nostri inferni quotidiani. Era, è per noi, in tutto il viaggio terreno, il tempo della deposizione, il tempo sospeso.Oggi i nuovi deposti sono i testimoni di pace anonimi o dimenticati. Hanno il volto di Shahbaz Bhatti, Ministro pachistano per le minoranze, difensore di Asia Bibi e di molti altri perseguitati, di ogni religione e cultura, del suo Paese; o quello di Bruno Hussar, fondatore di Nevé Shalom, il primo kibbutz israelo-palestinese all'interno del quale si trova la Casa del Silenzio, edificio sgombro e circolare, privo di immagini sacre, enigmatico e definitivo, dove ognuno può riunirsi per pregare il proprio Re, Cristo, Allah o semplicemente ritrovare un amico, fare un vuoto, riappropriarsi della propria essenza profonda. I deposti, poi, sono tutti quegli occhi fermi e senza nome, o quelle storie comuni e spezzate, come i migranti annullati dal mare, o donne sgozzate e martoriate (ad Ascoli Piceno, la ventinovenne Carmela Rea è stata accoltellata e la sua schiena incisa con una svastica), o tutti i... fame e sete di giustizia .Io non so cosa avvenga "dopo". Forse, adesso, mi rassicura di più pensare che anche quel mutismo ostinato in fondo era scritto e contemplato. "Non lasciare fuori niente della creazione", probabilmente significa questo. Ma mi piace pensare che, alla fine, in un pertugio lontano e sfolgorante, torni quel Re, meno ingenuo e più creaturale, innocente per aver provato il male, quindi riedificato. E non inesperto, dopo aver veduto.

Mi chiameranno sovversivo.
E io dirò loro: lo sono.
Per il mio popolo in lotta, vivo.
Con il mio popolo in marcia, vado.
                                                 Ho fede di guerrigliero 
                                 ed amore di rivoluzione.E tra Vangelo e canzone

soffro e dico quello che voglio

.

Se scandalizzo, in primo luogo

bruciai il mio cuore

al fuoco di questa Passione,

croce del Suo stesso Legno.
Incito alla sovversione

contro il Potere ed il Denaro.

Voglio sovvertire la Leggeche perverte il Popolo in gregge

ed il Governo in macellaio.

(Il mio pastore si fece Agnello,

Servitore si fece il mio Re).
Credo nell’Internazionale

delle fronti alzate,

della voce di uguale ad uguale

e le mani allacciate…
E chiamo l’Ordine del male,

ed il Progresso di bugia.

Ho meno Pace che ira.

Ho più amore che pace.
Credo nella falce ed il fascio

di queste spighe cadute:

una Morte e tante vite!

Credo in questa falce che avanza

- sotto questo sole senza travestimento

e nella comune Speranza -

tanto incurvata e tenace!
(P. Casaldàliga)

30/03/11

L'alieno


...e di nuovo arriva il buio, lo sgomento, il tedio di giornate sfatte, ceree, anguste. Giornate irrisolte, così pesantemente vuote, in cui ci si sente inani, come un orologio sbilenco.

Giornate in cui constati che non può migliorar nulla. Giornate disgustate, dove ti lasci travolgere dall'ubbia. Perché ingiustizia e prepotenza ti assediano oltre ogni tollerabilità.

Poi ti càpita di sfogliare un giornale e d'incrociare lo sguardo di lui: un musetto rincagnato, una curiosità inespressiva d'uccello, spumeggiato dai primordi della terra. E d'incerte acque.

Nato su una zattera della disperazione, tra Italia e Africa, tra Eritrea ed Etiopia, fuggite a loro volta dalla Libia dilaniata e dilaniante verso gli ospiti neri. L'hanno chiamato Yeabsera, dono di Dio. Internazionale, di tutti, come di tutti è il dolore, ma anche la gioia. Ci spiazza, quel bambino, perché davanti ai suoi occhi si crea un immediato vuoto; non lo spleen, ma un calore sospeso, un fiato, un silenzio d'ovatta.

E sappiamo tutto. Non viviamo in tiepide case. Intorno querimonie, lagnanze, dolore e, ancora, voci naturali di giustizia. Su cui menti rapaci sono pronte a speculare. Ma un bambino è sempre un miracolo imprevisto. Un atto contro natura (Ungaretti) nel momento in cui pretende, prim'ancora del pensiero, il suo diritto al mondo. Al resto, attorno, per un istante almeno, non vogliamo pensare. Lasciateci ancora di fronte a quel fiat. A quell'"io sono" così disarmante e severo nella sua totale, sgombra innocenza.

Morning has broken di Cat Stevens (Youssef Islam)





16/02/11

il significato per noi sardi dell'unità d'italia la strage dei Sardi di Itri 1911

Prendo  da  http://destramente.myblog.it   l'argomento dei post  d'oggi . << Voglio raccontare  una brutta vecchia storia di  oramai quasi cent’anni orsono, voglio farlo non per spirito revanscista o polemico, o per razzismo, ma perche è un  fatto che deve essere ricordato affinché  sia di insegnamento e monito a tutti, che buoni e cattivi, giusti e sbagliati non sono fattori geografici, e neppure antropologici e non sempre politici, ma  sono tante cose, tutte sepolte in ognuno di noi,  e il confine tra ciò che è giusto o sbagliato, tra il buono e il cattivo  attraversa tutte le categorie dell’umano. >> Ma  soprattutto  perchè l'unità d'italia  è stato anche questo  e  nele celebrazioni del 150  anni   siano celbrati in modo  obbiettivo    raccontando anche  questi fatto , e non nascondendoli sotto il tappetto  ,  parlando ed  esaltando  soolo quelli eroici e positivi  .
 [----]  
Siamo ad Itri, in provincia di latina ma allora provincia di Caserta, è il 1911, anno di grandi progressi e di sviluppo tecnologico, simboleggiato forse dalla strada ferrata, la ferrovia, ed è in costruzione proprio la tratta Roma - Napoli,  nei suoi cantieri lavorano centinaia si emigrati sardi, chiamati  sia perche per sfuggire alla miseria si accontentavano di un salario inferiore, sia perche la scarsa dolcezza di clima e suolo li avevano forgiati al lavoro e alla fatica.
Ad Itri sono acquartierati circa 400 di essi, il rapporto con la popolazione locale é inizialmente buono, ma sono gli anni in cui la stampa nazionale, anche per giustificare il banditismo tratta molto poco gentilmente i sardi, cercando conferme nell’antropologia e nella genetica, distanti ancora i tempi in cui i sardi saranno definiti  dai bollettini della prima guerra mondiale come la “razza bellicosa e guerriera” che ha salvato l’Italia, dopo aver innaffiato di sangue il carso e il grappa.
Razza, che brutta parola,
Torniamo ad Itri, si comincia a speculare, sugli alloggi, su ogni genere alimentare, in quanto necessario, e poi arriva la camorra, pretende che ogni operaio paghi il pizzo..  Ma ad essa si contrapponeva il netto rifiuto, per l’innata fierezza della cultura «De s’omine», dell’uomo,  sia per la matura coscienza dei diritti loro spettanti, conquistata nelle prime lotte operaie nelle miniere del Sulcis, con ancora vivo il ricordo delle repressioni e della strage di Buggerru, nessuno paga, i camorristi reagiscono con le minacce ma davanti a loro hanno persone altrettanto pericolose, e cosi si fomenta abilmente la popolazione, adducendo il furto del lavoro, il carattere dei sardi, le retoriche dei giornali, e si prepara la trappola.
Il 12 luglio un  carretto urta per strada un sardo, alle proteste di esso comincia la caccia, urla, insulti e spintoni e poi le armi, stranamente già pronte, ed in quantità, comincia una caccia all’uomo, all’animale sardo, con una ferocia  ed una brutalità che si vedranno solo trenta anni dopo nei nazisti, lo stesso sindaco, e alcuni carabinieri furono visti sparare, molti caddero,  morti o feriti, e i supersiti scapparono nelle campagne, tornarono l’indomani, per reclamare i caduti, e la caccia ricomincia, da ogni parte, urla lame spari, non arrivò nessun soccorso, il telegrafo fu chiuso…
Libera caccia.
Il terzo giorno furono recuperati otto morti ed una sessantina di feriti, e di essi molti moriranno dopo, molti invece non furono più ritrovati, fatti sparire, morti o moribondi per eliminare le prove.
Militi ignoti in patria, prototipi di lupara bianca.
Tacquero alcuni giornali,  altri minimizzarono ed altri parlarono di aggressione sarda agli itriani, ad essere arrestati furono solo alcuni sardi, nessun itriano scontò nessuna pena, i  sardi  supersiti andarono via.
Ma  la camorra non vide un centesimo
Perche lo racconto? Ripeto, perche deve essere ricordato, ma soprattutto perche penso che davanti alla storia in Italia siamo tutti colpevoli, ognuno porta i suoi scheletri, le sue menzogne e le sue vergogne, ciò che può essere riparato lo deve essere, ma dopo un secolo non ci sono più colpevoli, neanche  ad itri, o nelle fabbriche del nord o nelle foibe, ma non si deve dimenticare, la memoria e storia, e la storia è il passato, ma soprattutto il futuro, essa insegna, fa da esempio, da stimolo, la storia è tante cose…
Ma soprattutto la storia non è un alibi .
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infatti esso è un episodio che appartiene alla "storia dimenticata" e che dimostra quanto siano antichi i mali che affliggono il nostro paese. Ed è  anche se  a  distanza  di un secolo   sconcertante e incredibilmente attuale, (anche se adesso le vittime di turno non sono più i sardi ma quelli che noi chiamiamo clandestini ).


La canzone "Sas tres mamas" è la versione in lingua sarda di " Tre madri " di Fabrizio De Andrè ed è cantata da Elena Ledda
Ho trovato solo tre foto d'epoca; per raccontare la storia ho scelto i dipinti di Pavel Filonov.
Le foto della Grande Guerra sono del film "Uomini contro" di Francesco Rosi, soggetto tratto da "Un anno sull'altopiano" di Emilio Lussu, un grande scrittore sardo.
Concludo  con questo commento   lasciato  al post  sul blog  dell'autore  dell'articoo citato prima

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Globalizzazione e lavoro
Si è parlato molto, spesso a sproposito, negli ultimi anni di globalizzazione; e parecchi anche tra quanti praticano la politica, fuori o dentro dai quadri istituzionali, sono stati spesso mediocri, superciali e deleterei, questo per non dire falsi. Da destra, pur vedendo la globalizzazione quale invasione culturale, ci si è accodati in nome di un invisibile vantaggio economico; la sinistra in nome di quel garantismo che probabilmente non sa neppure cosa è, ha accettato la libera circolazione di merci e persone, senza limiti, senza porsi il problema della mutazione genetica del rapporto tra il lavoro ed i lavoratori, tra i datori di lavoro ed il costo stesso del lavoro, situazione che di fatto ha delegittimato i risultati delle lotte sociali conquistati negli anni vicini al 2000, distruggendo di fatto ogni conquista, pagata anche col sangue, ottenuta a partire dall'inizio del novecento. Nessuno dei nostrani politici si è reso conto ( uso questi termini per semplice fiducia concessa, ma non lo credo ) che da noi sosteniamo il welfare soprattutto grazie alle tasse sul lavoro; che in altri paesi del welfare non esiste neppure l' ombra. Nessuno dei nostrani politici si è reso conto che se permettiamo alle nostre industrie di fingere la chiusura, per poi riaprire le stesse attività in paesi del terzo mondo, producendo quindi ( sfruttando il più basso costo della manodopera ) a costi inferiori, permettendogli poi di reimportare quegli stessi prodotti sul nostro mercato privi di dazio d'entrata, pianifichiamo la perdita del lavoro futuro dei nostri operai e, l'annientamento di tutti quei diritti sociali tanto duramente conquistati dalla fine del '800 fino ai giorni nostri. Un serio aiuto al terzo mondo non ha come significato l'impiantare quintali di fabbriche sul loro territorio, atte poi in verità solo a sfruttarli, ma tramite uno studio logico, una seria programmazione, finanziare attività produttive atte a migliorare il loro tenore di vita e il loro PIL. Se quanto viene prodotto in un territorio non circola nel mercato interno ma viene dirottato sul mercato occidentale vi si legge un solo risultato: sfruttamento del popolo locale e regressione nostra nel campo dei diritti di Stato Sociale acquisiti. Vedo come deterrente l'applicazione di dazi di entrata a tutti quei prodotti che senza difficoltà potrebbero essere prodotti qui in occidente, questo a salvaguardia dei nostri lavoratori. Non dobbiamo permettere ai nostri industriali di trasferire la parte manuale per sfruttare la manodopera di quei paesi eludendo così ,di fatto, tutte le conquiste sindacali; una globalizzazione giusta e severa non può che prescindere da una regola certa e sicura: se in un mercato vuoi vendere in quel mercato devi produrre.Si potrebbe anche affermare:”se preferisci produrre fuori (per aggirare i costi dello "stato sociale" che le nostre leggi ti impongono) dovrai pagare delle tasse di entrata pari a quegli oneri sociali che hai tentato di eludere, ma ciò non tutelerebbe ne moralmente ne, tuttosommato, economicamente i nostri lavoratori dipendenti. La globalizzazione non può e non deve essere uno scambio di merci e persone senza un serio condizionamento, uno squallido sfruttamento di popoli e mercati così come chi, economicamente parlando, domina ha voluto, ma un incrocio economico-culturale che si richiama ai diritti umani.Con la globalizzazione attuale si vedono solo grossi guadagni per i soliti noti e discriminazione per le popolazioni. Da tempo ormai lì Europa ha “chiamato all' invasione” extra-comunitari provenienti dai paesi del terzo mondo in cerca di lavoro e di una vita migliore. Senza ombra di dubbio questa migrazione è comprensibile ed accettabile da parte di chi vede il mondo utilizzando il lato umano, ma sostanzialmente, però, bisogna impegnarsi affinchè i soliti ( e anche qualche cittadino, diciamo distratto ) non credano di poter vedere in loro dei moderni schiavi fatti giungere qui nell' intesa di poter abbassare il costo del lavoro, cosa che oggi alcune nuove leggi sul lavoro permettono di fatto, una meschinità studiata dai poteri forti ed avvallata, ignobilmente, da molti cittadini convinti che i diritti civili siano qualcosa di esclusivo. Questo genere di globalizzazione avvallata da contratti differenti tra loro ( in cui incappano anche i cittadini italiani e comunitari, non dimentichiamolo ) sfrutta le nuove leggi sul lavoro, perchè così si potrà dare loro una paga inferiore e si potranno versare meno contributi per lo "Stato Sociale". I nostri politicanti che negli anni hanno creato questo stato di cose hanno ignorato lo "Statuto dei Lavoratori" stipulato nel 1970 che parla di lavoratori e non fà distinzioni tra lavoratori nazionali ( tra loro ) e lavoratori extracomunitari. Continuando con distinzioni di questo tenore noi continueremo perpetuamente ad essere la causa e l'origine dell'embrione del razzismo, è ovvio ed inopinabile che ogni datore di lavoro, a condizioni tali, preferirà quel lavoratore che gli garantisce il più basso costo, con questo creando di fatto delle iniquità sociali. Oggi qualcuno distribuisce gratis frasi del tipo: " sono lavori che gli italiani non vogliono più fare".. , certi lavori, grazie a leggi ad hoc, gli italiani non possono più reggerli, sottopagati con un costo della vita ormai alle stelle, certi lavori retribuiti con paghe allo sfruttamento, non consentono di tirare avanti una famiglia ! Succede questo perchè ( e sono gentile a dirla così, in realtà penso di peggio ) delle classi politiche inette non hanno visto bene la situazione prestandosi così, di fatto, ad un gioco speculativo che ha donato all' Italia ed a parte dell' occidente un solo risultato: una guerra tra poveri, il nuovo razzismo da sopravvivenza, non da mentalità! Forse noi in qualche modo, con un pò di buona sorte riusciremo a districarci in questa situazione, ma il futuro dei nostri figli ormai è drammaticamente segnato!

Giorgio Bargna.
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