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27/11/16

una persona povera può ritenersi LIBERA? post ispirato da una discussione facebookiana con Tina galante

L'amica  ed utente  Tina  galante  si chiede, come   dice il titolo stesso     del post ,in questi  due post ( I  II )    su  Facebook  cosa  è la libertà ?

Ecco  le  mie risposte   alle  domande    del secondo  post

Dipende  se   uno  è

  • individualista



  •    collettivo 




  a quello del primo    dipende   da come si vuole  vivere   per  capire  meglio   due  film  il  primo   deve  ancor a uscire  (   io  sono riuscito a vederlo in rete   in lingua  originale  con sottotitoli in italiano ) nel nostro paese  infatti


                                               CAPTAIN  FANTASTIC


DATA USCITA: 07 dicembre 2016
GENERE: Drammatico
ANNO: 2016
REGIA: Matt Ross
ATTORI: Viggo MortensenGeorge MacKaySamantha IslerAnnalise BassoKathryn Hahn
SCENEGGIATURA: Matt Ross
FOTOGRAFIA: Stéphane Fontaine
PRODUZIONE: Electric City Entertainment, ShivHans Pictures
DISTRIBUZIONE: Good Films
PAESE: USA
DURATA: 118 Min






Ben vive con la moglie e i sei figli, isolato dal mondo nelle foreste del Pacifico nord-occidentale. Cerca di crescere i suoi figli nel migliore dei modi, infondendo in essi una connessione primordiale con la natura. Quando una tragedia colpisce la famiglia, Ben è costretto suo malgrado a lasciare la vita che si era creato, per affrontare il mondo reale, fatto di pericoli ed emozioni che i suoi figli non conoscono.

per  chi  non è  suscettibile  di  SPOILER  cioè   non  gli  fa  ne  caldo ne  freddo se  gli  rilevano la trama    prima  che lo veda    qui   una recensione  dettagliata


  





La libertà come valore assoluto non esiste nella realtà, nella realtà questo termine ha solo un valore relativo, che può riferirsi al numero ed alla qualità delle possibilità di scelta concreta, che può avere una persona. Se ad un condannato a morte dai la "libertà" di scegliere come morire, avrà molte possibilità tra cui scegliere, ma non può scegliere di non morire. Il problema è che in situazioni meno estreme, la maggior parte della gente è così condizionata mentalmente da non riuscire neanche ad immaginarsi le scelte che di fatto non può fare :D Comunque nel mondo reale potremmo dire che maggiore è il numero delle possibilità di scelta di cui una persona dispone, maggiore è la sua "libertà". La povertà, come l'ignoranza ed altre cose sono situazioni che non ampliano di solito le alternative tra cui scegliere, d'altro canto anche la mancanza di immaginazione e la povertà critica ed ideativa riducono moltissimo le possibilità di scelta: in questi casi anche ad avere tanti soldi, più che riprodurre i modelli consumistici correnti non si riesce a fare. Bisognerebbe chiarire cosa si intende per libertà e cosa per povertà. Marx sosteneva che è necessario liberarsi dal bisogno (quello materiale presumo) per essere liberi: lui lo era forse, anche perché si faceva mantenere da Engels quindi non aveva bisogno di lavorare :D a volte a filosofia è una affascinante trappola,












21/08/15

tutto viaggia . anche un Il messaggio in bottiglia che arriva sulla spiaggia dopo un secolo in mare e riaffiora ala menoria del passato






  A  volte  le coincidenze  trovano me  .  Stavo  mettendo   in ordine la mia  bacheca  di  fb   e condividendo  tale post   con sottofondo  Message In A Bottle  -  The   Police


  ho  trovato  sull' www.unionesarda.it  Oggi alle 17:14   questa news

Il messaggio in bottiglia arriva sulla spiaggia dopo un secolo in mare 



un messaggio in bottiglia
                      Un messaggio in bottiglia

 Dopo un viaggio di oltre un secolo tra le onde, il messaggio in bottiglia arriva a destinazione. Nelle acque davanti all'isola tedesca di Amrum una pensionata, Marianne Winkler, ha recuperato la bottiglia e attraverso il vetro ha letto una parte del messaggio inserito:"Rompere la bottiglia". La donna, curiosamente un'ex postina, dopo essersi consultata con il marito Horst ha deciso di procedere. Il foglio conteneva un messaggio scritto in inglese, tedesco e olandese con la richiesta di annotare il luogo e la data del ritrovamento e spedire tutto alla Marine Biological Association di Plymouth, in
da  http://www.tgcom24.mediaset.it/
Inghilterra. Come ricompensa per l'impegno, uno scellino. I coniugi Winkler hanno seguito le indicazioni e, qualche giorno dopo, a Plymouth è arrivato un plico. "Potete immaginare la sorpresa quando l'abbiamo aperta", ha detto Guy Baker, direttore della Comunicazione della MBA al Telegraph. Il reperto è stato esaminato e la verità è venuta a galla: la bottiglia, con altre 1020 circa, era stata affidata alle acque del Mar del Nord tra il 1904 e il 1906 nell'ambito di uno studio sulle correnti. La MBA, per onorare l'accordo, ha inviato ai signori Winkler uno scellino. Ora la coppia tedesca aspetta il verdetto del Guinness World Records, che dovrà certificare se il messaggio sia il più vecchio tra quelli affidati alle onde. L'attuale primato spetta ad una bottiglia che ha navigato per 99 anni.


  che  mi  ha  riportato alla mente  una vecchissima     di  topolino  della seconda metà degli anni '80    stolria    che   ho ritrovato  grazie  a   questo  mio messaggio




 che  lasciai  sul forum  del portale  http://www.papersera.net/  e  che mi  fece   riscoprire  questa  storia  pubblicata   30 anni fa
da outducks.org

e quindi come da   , mi chiedoe mi faccio per  parafrasare  Guccini   le solite  domande  consuete  : <<  ma  le coincidenze  esistono ?   >>  per  il momento non lo so  vado a rifletterci   , e  poi  vi  saprò  dire . 

15/03/15

Why are white people expats when the rest of us are immigrants? \ Perchè i bianchi non sono definiti " migranti", mentre lo sono gli arabi, i neri, ecc.??



Una bella domanda, si suol dire. Perchè i bianchi non sono definiti " migranti", mentre lo sono gli arabi, i neri, ecc.??

Le parole  sono importanti  oltre ad  essere un  arma   a doppio taglio  . Qui , cosi rispondo in anticipo a chi mi dirà  : <<  strano  ma non eri  libertario ed   anti politicamente scorretto  >>  ?  , che  qui  non è    questione  di politicamente o   anti  politicamente scorretto  è questione di buon senso  . Perché  le parole  son un arma  usata  ad  uso  e  consumo    del potere , di chi parla  alla pancia  ( cioè agli istinti più bassi  ) , possono a secondo del loro   uso  determinare  odio amore  ,  o  come in questo caso essere  discriminatorie 
 
da
http://www.theguardian.com/global-development-professionals-network  del 13\3\2015 

Surely any person going to work outside their country is an expatriate? But no, the word exclusively applies to white peopleWhy are white people expats when the rest of us are immigrants?



What is an expat? And who is an expat? According to Wikipedia, “an expatriate (often shortened to expat) is a person temporarily or permanently residing in a country other than that of the person’s upbringing. The word comes from the Latin terms ex (‘out of’) and patria (‘country, fatherland’)”.
Defined that way, you should expect that any person going to work outside of his or her country for a period of time would be an expat, regardless of his skin colour or country. But that is not the case in reality; expat is a term reserved exclusively for western white people going to work abroad.
Africans are immigrants. Arabs are immigrants. Asians are immigrants. However, Europeans are expats because they can’t be at the same level as other ethnicities. They are superior. Immigrants is a term set aside for ‘inferior races’.
Don’t take my word for it. The Wall Street Journal, the leading financial information magazine in the world, has a blog dedicated to the life of expats and recently they featured a story ‘Who is an expat, anyway?’. Here are the main conclusions: “Some arrivals are described as expats; others as immigrants; and some simply as migrants. It depends on social class, country of origin and economic status. It’s strange to hear some people in Hong Kong described as expats, but not others. Anyone with roots in a western country is considered an expat … Filipino domestic helpers are just guests, even if they’ve been here for decades. Mandarin-speaking mainland Chinese are rarely regarded as expats … It’s a double standard woven into official policy.”
The reality is the same in Africa and Europe. Top African professionals going to work in Europe are not considered expats. They are immigrants. Period. “I work for multinational organisations both in the private and public sectors. And being black or coloured doesn’t gain me the term “expat”. I’m a highly qualified immigrant, as they call me, to be politically correct,” says an African migrant worker.
Most white people deny that they enjoy the privileges of a racist system. And why not? But our responsibility is to point out and to deny them these privileges, directly related to an outdated supremacist ideology. If you see those “expats” in Africa, call them immigrants like everyone else. If that hurts their white superiority, they can jump in the air and stay there. The political deconstruction of this outdated worldview must continue.
Mawuna Remarque Koutonin is the editor of SiliconAfrica.com, where this blog was first published. Follow @siliconafrica on Twitter.
Join our community of development professionals and humanitarians. Follow @GuardianGDP on Twitter.

25/11/13

[ post notturno numero 2 ] chi è più sciacallo chi ruba i soldi ad un alluvionato o chi licenzia con un sms ulka domestica che s'era assentata per aver aiutato la sorella colpita dall’alluvione.










canzone consigliata chi ruba nei supermercati Francesco de Gregori 


Non riuscendo a prendere sonno , per il mal di denti , avendo finito gli antidolorifici cerco e mi sforzo di come ho scritto nel post come non pensare al dolore fisico in ospedale in attesa della morfina e dell'antidolorifico e non solo  di non pensare e di pensare ad altro . Ma non riuscendoci mi distraggo cazzeggiando \ coglionando in rete ed proprio qui che ho trovato fra le tante storie di solidarietà  che racconterò nei prossimi giorni   per i fatti dell'alluvione del 18\19 di novembre queste due storie la prima  di cinismo








Olbia, un esposto contro il vigliacco

da SARDINAPOST   il 24 novembre 2013




 Un esposto dei vicini di casa ai carabinieri e al sindaco di Olbia. L’hanno firmato Pietro Mariano e Jolanda Concas, vicini di casa di Francesco Mazzoccu, l’operaio di 35 anni morto Enrico ( foto a destra ) , un bambino di 3 anni, travolti dall’acqua che aveva invaso la strada che unisce Olbia a Telti.assieme al figlio . Per ora ancora senza nome, almeno ufficialmente. Un operaio dell’Anas che – mentre Francesco Mazzoccu chiedeva disperatamente aiuto – rimase rintanato nella sua auto, paralizzato dalla paura. E rispose con un “Ti spacco la faccia” alle insistenze di Pietro Mariano che lo implorava di dare una mano perché c’era la possibilità di salvare quell’uomo e quel bambino.
Le sequenza dell’agonia dei Mazzoccu è una delle storie più tragiche e agghiaccianti dell’alluvione che lunedì scorso ha devastato la Sardegna. Pietro Mariano, titolare di un’officina meccanica, aveva raggiunto la località Putzolu per soccorrere un’amica, Jolanda Concas, che era rimasta bloccata sulla strada assieme alla figlia, una bambina di undici mesi. Compiuta la missione, si stava dirigendo verso Raica, ma si trovò davanti a un muro d’acqua. Mentre faceva marcia indietro, sentì delle urla. Su un muretto, stretto a un palo, c’era un giovane uomo che chiedeva disperatamente aiuto. Sotto la giacca stringeva un bambino piccolo.
Pietro Mariano si avvicinò quanto più potè. Si rese conto che da solo non era in grado di fare nulla. Gridò all’uomo di stare tranquillo perché i soccorsi sarebbero arrivati. Quindi andò a cercarli. E per primo incontrò un signore anziano. Gli chiese di seguirlo perché c’erano un uomo e un bambino in pericolo nel mezzo della piena. Quell’uomo era il padre di Francesco e il nonno di Enrico.
Il livello dell’acqua cresce continuamente. Il tentativo di lanciare delle cime non riesce. E’ allora che Pietro Mariano vede l’auto dell’Anas, la raggiunge e chiede all’operaio seduto al posto di guida di intervenire. Niente da fare. Anzi, alle insistenze, quell’uomo risponde con insulti e minacce. Passa quasi un’ora. Nel frattempo si è trovato un trattore che è pronto a intervenire. Ma di colpo i lamenti di Francesco Mazzoccu e del suo bambino s’interrompono. L’acqua ha distrutto il muretto sul quale si erano rifugiati. Il corpo del padre sarà ritrovato nella tarda serata, denudato dalla violenza della corrente. Quello di Enrico la mattina dopo, a cinquanta metri di distanza, in un aranceto.
Francesco Mazzoccu era andato nel primo pomeriggio a prendere il bambino all’asilo. A bordo della sua Punto era diretto verso casa, in via Monte, a Telti, quando si era trovato improvvisamente nel mezzo del fiume di fango. Allora era sceso dall’auto, stringendo il figlio tra le braccia, ed era saltato su quel muretto che appariva sufficientemente resistente. E, in effetti, ha resistito quasi un’ora. Un tempo infinito. Che, se solo tutte le forze disponibili si fossero unite, molto probabilmente sarebbe stato sufficiente per evitare la tragedia.
Pietro Mariano ne è convinto: “Li potevo salvare – ha dichiarato a La Stampa – ci ero quasi riuscito ma nessuno mi ha aiutato. Anzi, chi poteva fare qualcosa si è rifiutato. Sembra difficile da credere ma è successo davvero in quel momento d’inferno”.



 la seconda di un sopruso 


 Olbia, licenziata con un sms per aver aiutato la sorella colpita dall’alluvione. Il padrone è un costruttore




Licenziata con un Sms. E’ una storia che ha l’effetto di un pugno sullo stomaco Che proprio stona in questo scenario di straordinaria solidarietà che sta abbracciando la popolazione di Olbia da ogni parte dellaSardegna e d’Italia. La storia di Alessandra Dalu, raccontata dall’emittente regionale Cinquestelle Sardegna, sembra inventata tanto pare assurda, ma assolutamente vera. Lei, mamma di una bambina, sposata con un disoccupato, ieri ha perso il lavoro, che era l’unica fonte di sostentamento della famiglia. L’ha perso perché ha deciso di aiutare la sorella. Già, nella corsa solidale c’è qualcuno che sta a guardare e punisce chi sacrifica se stesso per gli altri. La colpa di Alessandra? Martedì mattina anziché pulire l’appartamento del padrone, spalava il fango da una

casa popolare di via Campidano.
I datori di lavoro di Alessandra fanno parte di una nota e benestante famiglia di Olbia, titolari di una grande impresa di costruzioni che ha realizzato complessi edilizi in varie zone della città. Alessandra fa le pulizie nella loro villa e nei loro uffici da due anni ma non ha mai ottenuto un regolare contratto . Lavoro nero, senza garanzie. Ieri, quando ha comunicato ai suoi datori di lavoro che sarebbe potuta tornare in servizio solo lunedì prossimo, ha avuto la glaciale risposta prima al telefono e poi via sms . “No, grazie. Non abbiamo più bisogno di te” .
E’ stata punita, Alessandra, per aver dedicato il suo impegno a una persona di famiglia che ha perso tutto. I suoi ricchi datori di lavoro, dalla loro casa confortevole e calda, le hanno detto che non serve piu'

Ora pero  lo stesso giornale  racconta  che  “dopo averla  licenziata, ora minaccia di rovinarla  .Infatti  



Non solo sciacalli. Nella giungla del post alluvione, l’altra faccia della solidarietà è nei lupi che sbranano le coscienze col cinismo.Alessandra Dalu, 38 anni, una figlia di 11, non vive di rendita. Aveva un lavoro come colf, non l’ha più perché ha chiesto al suo datore di lavoro di poter stare un giorno con sua sorella, una delle vittime dell’alluvione. Un solo giorno. Davanti a tanti angeli del fango che aiutano sconosciuti, il ricco imprenditore edile di Olbia ha visto bene di licenziarla. Con un sms: “Non ci servi più”.


Signora Dalu, per caso il suo principale ci ha ripensato? Le ha chiesto scusa?

“Neanche per idea. Ieri ha chiamato mio marito, che fa il muratore, minacciandolo che gli farà perdere il lavoro. A me ha minacciato esplicitamente, dicendo che per l’intervista rilasciata a “Cinquestelle Sardegna” mi rovinerà. Ma io non ho paura”

Ha intenzione di presentare una denuncia?

“Fortunatamente un avvocato si è offerto di darmi assistenza gratuita. Voglio denunciare il mio ex principale all’Ispettorato del Lavoro. Quello che ha fatto non ha giustificazioni. Mia sorella ha perso quasi tutto, lasua casa era sommersa in un metro e mezzo d’acqua. Anche mio padre e mio fratello hanno avuto grossi problemi. Ho chiamato il mio datore di lavoro alle sette di martedì mattina, dopo che erano morte delle persone, quando tutti sapevano di quello che era successo ad Olbia. Mi ha detto che non andava bene. Poi mi ha licenziata con un messaggino sul telefono. E’ una vergogna, l’unica cosa che mi hanno chiesto è stata quella di restituirgli le chiavi di casa”.

Da quanto tempo lavorava per loro?

“Avrei fatto tre anni a dicembre. Pulivo la loro casa dal lunedì al venerdì. Il sabato l’ufficio dell’impresa edile. Non voglio soldi, solo giustizia. I loro soldi sono maledetti e se ricevessi un risarcimento lo darei alle vittime dell’alluvione. Un sms per dire “non c’è bisogno di te” proprio mentre qui a Olbia tutti dicono “diamo una mano” Quello che non capisco è perché davanti a tanta solidarietà ci sia gente che può comportarsi in questo modo”

C’erano già stati segnali da parte di queste persone?

“Il primo anno è andato tutto bene, poi hanno cominciato a dire che c’era crisi e che lo stipendio non sarebbe stato sicuro. Mai un litigio, ma la signora, la padrona di casa, non voleva che mi assentassi. Quando mia figlia aveva la febbre, mi diceva di portarmela dietro pur di non mancare al lavoro. Io ovviamente non la ascoltavo, ma perdevo le giornate di lavoro”.

Un lavoro in nero, senza garanzie.

“Purtroppo sì, era l’unico modo per lavorare. Tanti sacrifici per che cosa? Per essere mandata via per telefono? Se anche adesso tornassero indietro, non li voglio più vedere in faccia. Sono peggio degli sciacalli”.

Giandomenico Mele



tale storie mi fanno considerare meno sciacalli  ,almeno loro è comprensibile vista  la situazione   ma non giustificabile  questi altri due  fatti 

 dall'unione sarda del 24\11\2013
Olbia, anche gli sciacalli tra le macerie  Anziano derubato degli ultimi risparmi

Il volto della solidarietà è quello più bello ed evidente. Nei luoghi dell'alluvione sono però anche entrati in
unione sarda 
azione gli sciacalli e le truffe corrono on line.Aveva poggiato 1500 euro ad asciugare sul letto e qualcuno li ha rubati. Così un anziano malato di Olbia, vittima dell'alluvione, ha denunciato il furto degli unici risparmi rimasti.
I carabinieri hanno anche ricevuto segnalazioni di furti d'auto e di oggetti. Le forze dell'ordine invitano anche a ignorare i gruppi on line non riconoscibili che chiedono soldi. La truffa corre anche sul web.  
 concludo sempre  con un articolo di sardiniapost 

Tema del ritorno a scuola: servi e padroni a Olbia

Articolo pubblicato il 24 novembre 2013

Gli insegnanti delle scuole che finalmente riaprono a Olbia hanno una montagna di cose da discutere con gli studenti. La loro città ha vissuto un’enorme tragedia e, da una settimana, è al centro delle cronache nazionali. Non se ne parla, al contrario di tante volte del passato anche recente, come di una sorta di popolosa frazione della Costa Smeralda. No, Olbia per l’Italia e per il Mondo, è una città “vera”, fierezza e sull‘orgoglio dei sardi che accompagna purtroppo molte delle cronache – è un vezzo nazionale quello di esaltare i luoghi comuni regionali dopo la catastrofi – Olbia è diventata un “argine di realtà”. I fatti si snodano uno dopo l’altro – spietati e crudi – senza lasciare scampo. Quelli collettivi, come le diciassette sanatorie di insediamenti abusivi, e quelli individuali: le vicende dei singoli uomini.Questo è l’ambito che più si presta a una riflessione da sottoporre ai ragazzi. Un’ insperata opportunità educativa. Perché non è frequente, nell’Occidente del benessere, assistere in prima persona a tragedie che chiamano in causa i valori fondamentali svelando, come solo le situazioni estreme possono, la complessità della natura umana. Queste situazioni estreme, infatti, riguardano sempre “gli altri”. Altri Paesi, altri popoli, gente lontanissima da noi. E ci appaiono così lontane che facciamo fatica a vederle anche quando quella gente, per esempio sbarcando sulle nostre coste, ci porta il suo dolore a domicilio.Sono le situazioni dove l’alternativa è tra la vita e la morte, il cibo e la fame, un riparo per la notte e il gelo. Quando gli uomini si trovano a verificare la solidità di quanto hanno imparato dalla scuola, dalla famiglia, dall’insegnante di filosofia o di catechismo: il rispetto per il prossimo, il dovere di aiutarlo se è in difficoltà. Quando, in definitiva, siamo costretti dalle circostanze ad affacciarci nell’abisso della nostra fragile natura. E dobbiamo rapidamente decidere se aprire la casa e il portafoglio, o chiuderli entrambi, chiudendo contemporaneamente anche gli occhi, perché non sopportiamo più la vista del dolore. Perché il dolore degli altri turba i nostri sonni e i nostri pranzi. Perché siamo cresciuti nell’idea folle che il benessere e il progresso non possano avere fine.A Olbia c’è stato un imprenditore – uomo facoltoso e rispettato –che ha licenziato con un sms la sua colf perché era andata a spalare il fango dalla casa della sorella anziché recarsi nella casa del medesimo imprenditore, dove lavorava in nero da anni, per levare la polvere dai mobili e dai soprammobili.
Che immaginiamo opulenti e inutilmente costosi, piccole cose di pessimo gusto messe là per certificare uno status. Senza grazia e senza amore.Ecco, fuori dalla retorica delle fierezza e dell’orgoglio, un bel tema su cui ragionare con i giovani: il rispetto verso il prossimo non è innato. Si impara con lo studio, non basta l’esempio degli adulti. E se esistono adulti così, c’è un motivo in più per studiare. Come insegnava don Lorenzo Milani, studiare serve ad acquisire le parole che consentono di chiamare le cose col loro nome vero. Non con quello edulcorato dal politicamente corretto. L’alluvione, così come trasforma l’acqua in fango, può trasformare certi datori di lavoro in padroni. Ma ancora non riesce a trasformare i loro dipendenti in servi.con i suoi problemi, i suoi eroismi, le sue meschinità.Nelle stucchevole retorica sulla 

07/10/13

All'inseguimento di un sogno: la chitarra è meglio di una laurea .o un cantante conta più d' un laureato ? la storia di roberto Palamas


le  coincidenze  della  vita  .  Avevo appena  finito  di  copiare  l'articolo che  trovate  sotto     , che nel  in canna  nello stereo  , inizia   l'avvelenata  di  Guccini  .  E  proprio  ascoltando   e  canticchiando questi  versi  :

(....)  Mio padre in fondo aveva anche ragione a dir che la pensione è davvero importante, 
mia madre non aveva poi sbagliato a dir che un laureato conta più d' un cantante: (...) 

continua  su angolotesti.it :

mi  è venuta  la  domanda  elucubratoria  :  visto   che  secondo  Palmas   la chitarra è meglio di una laurea non  è  che  rispetto  a Guccini  un laureato conta più d' un cantante, i tempi stando  cambiando  adesso sono  gli artisti  più importanti dei laureati  ?   a  voi  la  risposta  

l'unione  sarda  Edizione di domenica 06 ottobre 2013 - Cronaca Regionale (Pagina 11)


All'inseguimento di un sogno: la chitarra è meglio di una laurea

di GIORGIO PISANO
Da  http://robertopalmas.bandcamp.com/
I have a dream. Ora, non è che Roberto Palmas l'abbia pensata proprio così, proprio proprio con queste parole. Ma un sogno, grande e irraggiungibile, l'aveva pure lui. Credeva, o forse sperava, che con l'andare degli anni lo avrebbe lasciato in pace, che insomma sarebbe finito in un cassetto dove - come tutti sanno - dorme sotto un filo di polvere l'archivio dei sogni perduti.Il guaio è che non ce l'ha fatta. Ed è felice di poterlo raccontare. A un certo punto della vita (moglie e figlio inclusi), mentre era ormai sulla rotta di un futuro programmato e programmabile, ha buttato alle ortiche la laurea e il lavoro. Addio stipendio, e ancora di più, addio dottore. S'è liberato del macchinone che uno come lui doveva necessariamente avere e ha fatto un salto lungo, lunghissimo, infinito.È diventato chitarrista. A tempo pieno. «Era quello che volevo». Cinquantasei anni, cagliaritano, figlio di un medico condotto che per hobby pizzicava il mandolino, ha iniziato da ragazzino o quasi. A essere precisi, bisogna dire che giocava in casa: familiari a parte, suonavano molti suoi parenti, quindi è cresciuto in un'atmosfera dove il virus della musica era endemico. Ammalarsi è stato un attimo.Ha fatto parte di gruppi storici della scena musicale alla fine degli anni Settanta per proseguire poi la carriera da solista e affinare qualità che aspettavano soltanto di venire allo scoperto. Tour nei circuiti importanti e, a seguire, la decisione di non fare più anticamera, come tanti suoi colleghi. «Non riesco a stare dentro certi meccanismi di potere». Sta cercando di dire che gli artigli della politica sono calati da tempo sul mondo musicale e tutto questo, se stai cercando invece «rispetto, dignità, condivisione» fa venire l'orticaria. Con le conseguenze del caso.Ha un senso lanciarsi nel buio per inseguire un sogno? Roberto Palmas lo ha fatto in scienza e coscienza (come pontificherebbe un avvocato), immaginando a cosa sarebbe andato incontro, considerando probabili difficoltà e imprevisti. A distanza di tempo può affermare con orgoglio d'aver vinto la sua battaglia, quella che gli fa dire durante l'intervista che non voleva morire pedagogo. Non riusciva a vestire i panni di uno dei tanti operatori socio-assistenziali, vivere un lavoro che non sentiva suo, governare un'esistenza che gli sembrava quella di un altro.Oggi è pronto a certificare che i sogni «possono anche non avverarsi, l'importante è non imprigionarli. Anche perché, se sono sogni veri, non ti danno tregua». E alla fine scoppiano, ti esplodono dentro come una bomba. Un attimo prima che la miccia a lenta combustione finisse, lui è riuscito a gridare basta.

Primo approccio con la chitarra.
«Autodidatta. Avevo sedici anni. Mio cugino, che aveva una certa esperienza, mi ha insegnato a scoprirla sugli accordi di Fabrizio De André e Bob Dylan, che per lui era una fede più che un poeta in carne e ossa».
L'esordio di fronte al pubblico?
«Sempre da giovanissimo. Sono tra i fondatori di un gruppo che si chiamava Suonofficina. Con loro ho fatto cose importanti, per esempio un disco alla Fonit-Cetra. Era il 1976. L'esordio vero e proprio è legato all'Arci, braccio culturale del Partito comunista, che mi ha invitato a prendere parte ad un concerto. Tengo molto a dire che, nonostante le richieste, non ho mai voluto aderire a niente: io ho un nome, cognome e codice fiscale. E qui mi fermo».
Sta parlando delle Feste dell'Unità?
«Esatto. Non avevo neppure vent'anni. Mi manca un ricordo nitido. Di sicuro non ero emozionato».
E neppure autoreferenziale.
«Non mi piace parlarmi addosso. Il mio album della memoria è simile a tanti altri fino a quando non ci si è messo di mezzo il lavoro, cioè una di quelle sterzate che - piaccia o no - ti fanno cambiare vita».
Cosa significa suonare?
«Per me è un ansiolitico. Mi basta sfiorare la chitarra, qui in casa mia, per sentirmi più sereno. Sarà anche banale, ma per me suonare significa trasmettere agli altri qualcosa che ho dentro. Non potrei fare a meno della chitarra».
Che lavori ha fatto prima dello strappo?
«Ho insegnato per un po': tutti promossi... poi ho iniziato con la Pedagogia e quindi ho attraversato, una dopo l'altra, le strutture socio-sanitarie della Sardegna. Fino all'Aias, che credo sia piuttosto nota. Per ragioni rimaste misteriose fino a quando lavoravo sottopagato ero semplicemente signor Palmas. Dottori erano i miei colleghi, pedagoghi come me ma stabilizzati. Per gli altri sono diventato dottore anch'io soltanto più tardi. Dottore, s'intende poi, per modo di dire».
Perché per modo di dire?
«Perché non eravamo medici, che sono considerati dottori veri. Diciamo che noi eravamo la serie B. In compenso mi affidavano corsi di chitarra acustica che gestivo molto volentieri».
Tra queste esperienze qual è stata la più frustrante?
«Quella da pedagogo. Avevo chiesto di poter lavorare con la musica. Non quella che viene oggi chiamata musicoterapia, mi riferivo alla musica in generale. Mi è stato risposto no, senza uno straccio di spiegazione. Ne ho sofferto, soprattutto per questo: ero e resto convinto che avrei potuto recuperare qualche paziente. I Down in particolare, che spesso sono estremamente sensibili nei confronti della musica».
Così matura l'idea della fuga. Quanto ci ha pensato?
«Prima di mollare tutto credo d'aver valutato pro e contro. Ancora oggi però, quando mi capita di parlarne con gli amici, resto appeso a due aggettivi: incosciente e coraggioso. Sul serio, non ho ancora deciso se sono stato l'uno o l'altro o tutt'e due contemporaneamente».
D'accordo ma quanto ci ha pensato prima di rompere?
«Non moltissimo. A spingermi era qualcosa che non riuscivo ad accantonare: una passione segreta a fronte di un lavoro che non mi trascinava, non mi dava neppure tanti soldi e che, in ogni caso, consapevolmente o inconsapevolmente, desideravo rimuovere. Di una cosa ero sicuro: non volevo morire pedagogo. Devo dire anzi che all'Aias mi sono trattenuto molto, molto più del necessario».
Come mai?
«Ci promettevano, non soltanto a me ovviamente, soldi in più. Ci parlavano di stipendi futuribili, prodigiosi o quasi. E questo, ognuno ha le sue debolezze, mi ha fermato ogni volta che volevo spiccare il volo verso altri lidi».
Prima di dire basta, ha sondato gli umori in famiglia e tra gli amici?
«Naturalmente. Mio figlio era troppo piccolo per poter partecipare al dibattito. Gli altri, a cominciare da mia moglie, finivano per darmi ragione. Un secondo prima della fuga, ho lavorato anche al centro-giovani di Elmas da dove mi sono licenziato per incompatibilità col pedagogo-capo: avevamo visioni diametralmente opposte sul significato di assistenza».
Nessuno le ha detto che era matto?
«Che ero matto me lo dicevano più o meno tutti. Magari non in modo esplicito, però certi sguardi spiegano meglio delle parole. Ma poi devo confessare che i miei erano sondaggi un po' ipocriti: mentre chiedevo consigli agli amici, stavo già registrando il mio primo cd da solista. Questo vuol dire che, opinioni degli altri a parte, avevo preso da tempo la decisione finale».
Esiste una depressione da musica?
«Senz'altro. Mi imbarazza definirmi compositore, compositore per me è Mozart, tuttavia debbo dire che ci sono fasi in cui manca l'ispirazione. Non parlerei comunque di depressione vera e propria, anche perché è in quei momenti che qualche volta nasce un disco eccezionale. Da un po' preferisco in ogni caso suonare in pubblico e basta. Ho scelto di stare in un circuito molto speciale».
Ovvero?
«L'ambiente musicale è fatto di niente e di moltissimo. Io ho deciso di stare in una sorta di sottobosco, di piazza parallela a quella dei grandi circuiti. Ne sono felice perché mi ha permesso di conoscere un mondo pieno di dignità, rispetto e condivisione».
Per chi e come?
«Difficile da dire. Giorgio Gaber, riferendosi a certe idee, cantava che le aveva in testa ma non ancora nella pelle. Per dire che tutto questo fa parte del cammino iniziato molto tempo fa. Ho scelto un altro modo di vivere, tutto qui. E in quel solco mi muovo».
Com'è cambiata la sua vita?
«Mi sento più normale rispetto a me stesso. E non è poco. Prima dovevo stare a certe regole, ora non più. Per un certo periodo ho fatto anche il mercenario. Che, nel mondo musicale, significa saltare da una band all'altra: libero professionista, pagamento in contanti».
Poco dignitoso?
«No, però non facevo parte di nessun gruppo. È stato durante quella stagione che ho prodotto tre dischi. Uno è arrivato alla terza ristampa, ne sono molto soddisfatto. Nel 2010 dal Piemonte mi hanno invitato ad un festival internazionale per chitarra acustica. M'hanno scritto loro, non mi sono proposto».
Cambia qualcosa?
«Sì, molto. Vuol dire che non stai sgomitando, non stai cercando santi in paradiso per fare il prezzemolo più o meno dappertutto. Di quella splendida occasione ricordo uno strano particolare, qualcosa che nella mia Sardegna non sarebbe mai potuto accadere».
Che è successo?
«Tanto per cominciare mi hanno offerto aereo, albergo e altre spese. Dopodiché mi hanno pagato in anticipo pure il concerto. Ma a colpirmi è stato il fatto che nessuno mi ha chiesto cd in omaggio. Li hanno venduti tutti. E pure quelli m'hanno pagato».
Dove sta l'eccezionalità?
«In Sardegna è un atto dovuto regalare i tuoi cd agli assessori che hanno organizzato il concerto. Manco te lo chiedono, devi essere tu a fargliene dono subito dopo le presentazioni e dire pure che ti senti onorato».
Vendere a casa propria è facile?
«Per niente se non sei legato a un carro. Ma sono contento così. D'altra parte ho potuto togliermi grandi soddisfazioni: per esempio, fare l'artista di strada. Mi incuriosiva. L'ho fatto a Parigi (e ne ho ricavato un bel po' di quattrini), l'ho fatto a Pula (e stavo a testa bassa per timore che qualcuno potesse riconoscermi)».
Non è capitato?
«Sì, proprio a Pula. Un amico. Ma anziché regalarmi un po' di pietà a buon mercato, ha preferito farmi i complimenti. E quando gli ho detto che sotto sotto mi vergognavo... e di cosa?, mi ha chiesto: stai spiegando ai sardi che anche questa è cultura».
Di musica si vive?
«Direi di sì. Certo, ci sono alti e bassi, momenti più o meno felici. Ma questo è un problema secondario, comunque ci sto provando. Resistere non è poi una gran fatica: ho un'auto di seconda mano che tento di tenere in vita, abolita la tivù e altre cosucce assolutamente inutili. Nel frattempo tiro avanti come voglio io: sono il cittadino Roberto Palmas e nient'altro, appartengo solo a me. Felice d'una malattia adolescenziale che mi perseguita ancora adesso: sono e resto un fan. Sindrome di Peter Pan, si dice?»
Dica la verità, tornerebbe all'Aias.
«Neppure per un minuto. Vivere con la musica e per la musica mi rende felice. Sa cos'è la felicità? Io l'ho incrociata tante volte. Dura un istante ma è indimenticabile. Ricordo un concerto magico, una serata che - vai a scoprire perché - tutto ha girato a meraviglia. Alla fine, siamo scesi dal palco ad abbracciare il pubblico. Meraviglioso».
Ha ragione Edoardo Bennato a dire che senza padrini non si suona?
«Purtroppo sì. È il senso della politica per la musica».
pisano@unionesarda.it

13/07/13

luoghi comuni sulla sardegna e sul sud

proprie  mentre  ascoltavo   queste  due    canzoni (  mi scusino  i vecchi   lettori\trici   se  li rivedono  ma l'amicizia come l'amore   è offrirsi ad ascoltare lo stesso racconto  )














e mi ha fatto venire in mente questo sfogo , scritto mentre si stava passando dalla 2 alla 3 , messo sulla mia  bacheca    facebook


perchè .....  considerate la sardegna come centro quando invece conserva anche se ormai standardizzati i caratteri del sud http://www.youtube.com/watch?v=gxL4_k_Am0M che s'incontrano \scontrano come è avvenuto nella sua storia , subendone le influenze con l'africa ( punici e cartaginesi e poi l'islam ) , le repubbliche marinare ( pisa e genova ) , spagnoli ( aragonesi e spagna ) e poi , l'italia

da  cui  è nata , almeno   per  il momento   (  v'informerò   se si evolverà  )   una interessantissima discussione



Antonio Deiana La Sardegna non è centro, né sud né nord, categorie che si adattano al resto d'Italia: Nord Savoia / Asburgo, Centro regno della Chiesa, Sud Borboni semplificando e a voler tagliare con l'accetta).La Sardegna è altro: ha il proprio nord/centro/sud.Al limite, in un ottica italiana risorgimentale, è il pezzo più a sud del nord…







06/05/13

Eutanasia e la libertà di scelta [ ma perchè ... elucubro e mi faccio le domande quando ho già la risposta ? ]

Musica  di sottofondo  




  come da  titolo   ho un bruto vizio   quello delle  seghe  mentali  elucubrazioni  . Infatti  non   cerco sempre  conferma  \  facendomi  domande  quando  ho  già  le  risposte  .
In questo  caso la risposta  al  dubbio   che ho  sul'eutanasia  (  vedere  post precedente  )  già presente in me   nel mio bagaglio di viaggio è in questo articolo  di 

  tratto  da  La Repubblica 5 maggio 2013  e preso  dal  suo  sito  ufficiale  www.vitomancuso.it 

Fine vita, perché dico sì alla libertà di scegliere

Alleviare la sofferenza sempre, in ogni caso laddove sia possibile. Rispettare la libera autodeterminazione della coscienza sempre, con senso di solidarietà e di vicinanza umana. È questo il duplice punto di vista a partire dal quale a mio avviso occorre disporre la mente di fronte al grave e urgente problema dell’eutanasia o suicidio assistito. Alleviare la sofferenza è la forma più misericordiosa di rispetto per la vita. Io non ho dubbi (e penso che in nessuna persona responsabile ve ne siano) sul fatto che la vita vada rispettata sempre e che la vita sia qualcosa di sacro. È la stessa conoscenza scientifica ad attestarci mediante i suoi dati che la vita è un fenomeno stupefacente, emerso lungo i miliardi di anni percorsi da questo Universo a partire dai gas primordiali scaturiti dalla Grande Esplosione iniziale, e tutto ciò non può non generare in chi ne prende coscienza un sentimento di sacralità…. Basta applicare la mente al lunghissimo viaggio della vita apparsa sul nostro pianeta per sentire che ogni forma di vita merita di essere considerata sacra, anche la vita delle piante e degli animali, anche la vita dei mari e delle montagne, tutto ciò che vive è sacro e va trattato con rispetto dal concepimento fino alla fine. La vita umana non fa eccezione: anch’essa è sacra e va trattata con rispetto dal concepimento fino alla fine. Ancora più stupefacente però è il fatto che il fenomeno vita emerso dalla materia (se per caso o per spinta intrinseca della materia nessuno lo sa, anche gli scienziati si dividono al riguardo) si evolva secondo diverse forme vitali, già individuate dal pensiero filosofico greco mediante i seguenti termini: vita-bios, cioè vita biologica; vita-zoé, cioè vita zoologica o animale; vita-psyché, cioè vita psichica; vita-logos, cioè logica, calcolo, ragione; vita-nous, cioè vita spirituale o della libertà. Quando diciamo “vita” esprimiamo con una parola sola tutto questo complesso processo evolutivo, filogenetico e ontogenetico al contempo, in cui ciascuno di noi consiste. E quando diciamo “rispetto per la vita” dobbiamo estendere tale rispetto in modo da abbracciare tutte le forme vitali, dalla vita biologica alla vita della mente. Normalmente si dà armonia tra le diverse forme vitali. Normalmente rispettare la vita di un essere umano significa rispettarne la vita biologica che si esprime nel corpo e rispettarne la vita spirituale che si esprime nella libertà. Si danno però situazioni nelle quali l’armonia tra le diverse forme vitali viene interrotta e il processo virtuoso in cui fino a poco prima consisteva la vita si trasforma in un lacerante conflitto, fisico, psichico e spirituale. Sto parlando ovviamente della malattia e della disarmonia che essa introduce tra le varie fasi del processo vitale, tra la vita fisica (bios + zoé), la vita psichica (psyché) e la vita spirituale (logos + nous). La malattia cronica e inguaribile segna il conflitto irreversibile tra le diverse forme vitali nel cui intreccio ciascuno di noi consiste: a partire da essa la vita fisica, la vita psichica e la vita spirituale non sono più in armonia. Che cosa significa in questo caso rispettare la vita? Io penso che il rispetto della vita di un essere umano debba consistere alla fine nel rispetto della sua vita spirituale, della sua coscienza o libertà. Di fronte ai casi estremi di malattia, quando la disarmonia tra le forme vitali diviene lacerante, vi sono esseri umani che intendono mantenere l’armonia tra corpo, psiche e spirito e quindi scelgono di piegare la psiche e lo spirito alle condizioni del corpo, accettandone la sofferenza. Per loro, tale sofferenza è una forma di partecipazione responsabile alle sofferenze del mondo e di tutto ciò che vive, emblematicamente compendiato per i cristiani nella passione di Cristo. Questi esseri umani intendono mantenere fino in fondo l’armonia tra corpo, psiche e spirito, sentono di avere le risorse interiori per farlo, e io ritengo che vadano rispettati nel loro prezioso proposito. Personalmente mi piacerebbe, quando toccherà a me, esserne parte, anche se non so se ne avrò la forza e il coraggio, penso che molto dipenderà dalla malattia con la quale avrò a che fare. Ci sono però altri esseri umani che non riescono, o non vogliono, mantenere l’armonia tra la loro vita biologica, la loro vita psichica e la loro vita spirituale. Per loro la vita-bios diviene un tale carico di ansia, paure e sofferenze da risultare devastante per la salute psichica e spirituale. Che cosa significa in questo caso rispettare la loro vita? In che senso qui si deve applicare l’etica del rispetto della sacralità della vita? E che cosa è più sacro: la vita biologica oppure la vita spirituale? A mio avviso rispettare la vita di un essere umano significa in ultima analisi rispettare la sua libera coscienza che si esprime nella libera autodeterminazione. E se un essere umano ha liberamente scelto di mettere fine alla sua vita-bios perché per lui o per lei l’esistenza è diventata una prigione e una tortura, chi veramente vuole il “suo” bene, chi veramente si dispone con vicinanza solidale alla sua situazione, lo deve rispettare. Questo sentimento di rispetto, se è veramente tale, deve tradursi in concreta azione politica, nell'impegno a far sì che lo Stato dia a ciascuno la possibilità di “vivere” la propria morte nel modo più conforme a come ha vissuto la propria vita, in modo tale che si possa scrivere l’ultima pagina del libro della propria vita con responsabilità e dignità. Il diritto alla vita è inalienabile, ma non si può tramutare in un dovere. Nessun essere umano può essere costretto a continuare a vivere. Un’ultima parola a livello teologico. Ha dichiarato Jorge Mario Bergoglio dialogando con il rabbino di Buenos Aires: “Occorre assicurare la qualità della vita”. Io penso che non vi sia al riguardo assicurazione migliore della consapevolezza che le nostre volontà siano rispettate da tutti, Stato e Chiesa compresi.


03/03/13

leggende urbane , morte , ed altre sciochezze


da   facebook Albero piegato dal vento, Yosemite National Park, California, c. 1940
Fotografia di Ansel Easton Adams (1902-1984)

Molti di voi  mi fanno i complimenti (  chi sinceri chi ruffiani )    e mi  vantano  per  le  storie  e  gli argomenti  che tratto nel blog o di conseguenza   , dove  ho configurato il mio  ( ma  anche  vostro    che mi leggetre  e che  ci scrivete  ) su  : 1)  facebook , twitter ,linkedin . 
Soggetto e sceneggiatura: Giovanni Di Gregorio
Disegni: Ugolino Cossu 
Copertina: Angelo Stano
Ma   a volte  la vita  è assurda  che spesso <<  le  spiegazioni  più assurde  sono anche le  più probabili  . D'altronde  è cosi   difficile   capire >> come giustamente  dice   Dylan Dog  in leggende  Urbane (  copertina  a destra  )   << cosa  esista  e cosa  no ... . >> A  vote  non mi ci raccapezzo , leggendo  storie  che  qui riporto  ,  neppure  io  che  possa succedere  cose  del genere  . Il fatto   che  certe cose  esistano o meno   non significa   che  possiamo  fare  come se  non esistessero . Noi  tutti   non siamo altro che lo specchio delle paure    e delle necessità  più  profonde  dell'uomo moderno  << Cosi come   >>   sempre  Dylan Dog  << in miti  antiche , le  favole , le tradizioni contemporanee  lo erano per i loro contemporanei . Viviamo  sulle vostre bocche  e nelle vostre orecchie   , nei libri  e  tra i canali televisivi [...] >>.L'umanità  ha  bisogno di racconti, e  farne  a meno  non  è semplice ed  quasi  utopistico,ecco perchè bufale  e catene  ( alcune simpatiche  , alcune noiose  e cattive perchè  come   nella  storia  di  Dylan  Dog    SPOILER   illudono i parenti  di un morto   SPOILER   ) , proprio come ha  bisogno di cibo e sentimenti .
Infatti  proprio mentre  scrivo questo  post  , mi è arrivata  una  email , vado  ad  aprirla  e  cosa  vi  trovo  la solita  catena  di  una vedeva  che  ha   ricevuto dal marito  una  reredità ,ma   lei  non ha  bisogno di tutti quei soldi e  vuole regalarteli  , ma  però per  poterli avere devi pagare  le spesse  bancarie   del conto  .Bah storia assurda    come se  non  fosse  sufficiente  la  dura  realtà  a rendere fole  questa  vita . Ma  << in fondo   la  vita  non è  altro   che una storia  senza  ne  capo  ne  coda   il cui finale  è  sempre   quello ed uguale per  tutti  
 Aveva  ragione Luigi Pirandello(1867-1936) le  assurdità della vita non hanno  bisogno di parer  verosimili  è perchè  sono vere  . 
Concludo  e  cosi rispondo  ad  un amico  che parafrasando una famosa  canzone   dei  Nomadi \ Guccini  si chiede  per la morte   di  un suo parente  : << vorrei sapere a che cosa è servito vivere,amare soffrire,spendere tutti i tuoi giorni passati se cosi presto sei dovuto partire (...)  >>


Caro   ***** . la  risposta  è  :1)   nel resto  nella  canzone in particolare   in questo verso  :<< voglio pero' ricortati com'eri  (....)  >>E poi tutti  presto o  tardi  dobbiamo purtroppo speriamo il più tardi possibile, morire  è destino  . Ma  solo le  storie  (  e  il ricordo delle  persone  care  e degli amici   o   dei nemici  )  non muoiono mai    quelle  vere , a volte   storie   speciali  per  gente  normale    storie normali per  gente  speciale per  parafrasare  un'altra  canzone   famosa    stavolta  De Andreiana  



 a volte    quelle finte  , assurde  e verosimili , quelle  tristi , allegre  ( come quella  che  ho riportato qui in un precedente post  )  non cesseranno d'essere  raccontate  o ( nel caso delle catene  e\o leggende  urbane-metropolitane  )  raccontante  nel  web e  tramite il vecchio metodo del passaparola  .  Le   ritroveremo  ancora  , leggermente  cambiate  o sempre  uguale  a se stesse  pronte , chi sa  a raccontarci nuove  emozioni  o incazzature   arrabbiature  e magari  ad  essere    messe  o  in musica  o  raccontate  come  ha  fatto  La  storia  di  Dylan Dog   citata  in questo  post  .  

11/08/12

finito o infinito , confini o non confini ?


ogni tanto capita  d'essere davanti ad  una scelta  e non saper decidere  o fermarsi   a  farlo   ed  è quello che  sto affrontando  in questo periodo    specie dopo questo post preso  dal blog  dell'attrice   valentina nappi    riportato   qualche tempo fa  anche  da noi 







09/04/12

richiesta d'aiuto contro le elucubrazioni \ seghe mentali continue

lo so che sono un lamento  continuo  , specie  con le  mie  elucubrazioni , un parolaio secondo altri\e  . Ma  certe  domande  , chiamatele elucubrazioni \  seghe mentali  non mi riesce  proprio a non farmele  Ecco al più recente  , avvenuta  dopo una vignetta  pubblicata   sopra  all'inizio del post    da  un mio utente  di  facebook  sulla mia bacheca .
E come spesso  mi accade  , non  so  spiegarmi  come faccio  so  solo che mi vine  spontaneo   trovo collegamenti   fra le cose  . Ecco quello che  ho trovato    nelle curve  della mia memoria. In particolare dal  5.55 al 6.40



Qualcuno\a  ha  qualche  suggerimento  come evitarle   che non sia  solo questo libro


Dietro a questo titolo provocatorio si nasconde un manuale "prêt-à-porter" che i nevrotici, o aspiranti tali, dovrebbero tenere in tasca. Esso utilizza tecniche yoga, buddhiste e zen, praticate da secoli dagli orientali (evidentemente anche loro nevrotici) ma esportabili anche a noi poveri uomini e donne dell'occidente. La nevrosi ci sommerge di ansie e di paure che ci impediscono di gioire della vita e dei rapporti con gli altri. Eliminando il pensiero nevrotico (le seghe mentali) e ritornando a quella realtà da cui esso ci allontana, possiamo imparare a godere delle vita e delle cose che ci stanno intorno. L'autore insegna Fondamenti delle discipline psicologiche orientali all'Università di Genova.


magari le vostre esperienze   personali di come  ci siete   riusciti\e  a  risolvere  questo  problema

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