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17/02/16

Terra dei Fuochi, «quello che non ho potuto dire da Vespa» di Anna Spena vita il 16 febbraio 2016 e ECCO CHI ERA ROBERTO MANCINI, IL POLIZIOTTO EROE CHE SCOPRÌ LA TERRA DEI FUOCHI

da http://www.vita.it/it/article 16\2\2016



Ieri [ in realtà era avantieri ] a Porta a Porta








ospiti in studio due mamme che vivono in Campania e hanno perso i loro figli per colpa di un tumore. Eppure il conduttore durante la trasmissione non ha mai usato la parola cancro. Marzia Caccioppoli: «In trasmissione per esempio non sono riuscita a parlare del problema dell'evasione fiscale o del fatto che in Campania non esiste la terapia del dolore. In queste terre la camorra esegue quello che lo Stato colluso le comanda». L'intervista


Marzia Caccioppoli con suo figlio Antonio morto a nove anni e mezzo


Ieri in seconda serata è andata in onda una puntata di Porta a Porta dove si è parlato di Terra dei fuochi. Tra gli ospiti in studio Beppe Fiorello, protagonista della prima puntata della fiction andata in onda in prima serata, sempre su Rai1, “Io non mi arrendo” che nella mini-serie interpreta il ruolo di Roberto Mancini, il poliziotto che per primo indagò sulla questione dei rifiuti tossici in Campania, Loredana Musmeci dell’Istituto Superiore della Sanità e la moglie di Roberto Mancini Monika Dobrowolska. Poi due “mamme delle terra dei fuochi” che fanno parte dell’associazione “Noi genitori di Tutti”, Anna Magri e Marzia Caccioppoli; i loro figli sono morti a 22 mesi e nove anni e mezzo per colpa di un tumore.
Ma alle due mamme è stata davvero data la possibilità di denunciare tutto?
Vita.it intervista Marzia Caccioppoli che racconta quello che avrebbe voluto aggiungere…



Dopo la puntata di Porta a Porta si sono sollevate alcune polemiche. Prima tra tutte, il conduttore Bruno Vespa non ha mai utilizzato, neanche una volta, la parola cancro o tumore. Ha sempre parlato di malattia grave e ha sottolineato più volte che la percentuale della terra inquinata “è solo una piccolissima parte della Campania”…
Quando io e Anna Magri abbiamo accettato l’invito eravamo consapevoli che non avremmo avuto modo di ribattere molto o di raccontare la gravità dei fatti. Queste sono le regole di quel format televisivo.

Allora perché avete accettato lo stesso l’invito?
Per due ragioni. La prima è che se non fossimo andate noi avrebbero potuto invitare qualcuno dei medici negazionisti che non fa altro che peggiorare la nostra situazione. La seconda è che il nostro obiettivo è mantenere alta l’attenzione mediatica sulla tragedia che si consuma ogni giorno nella nostra terra. Saremmo volute andare in trasmissione con qualcuno dei dottori che collabora con l’associazione. Ma questo non è stato possibile.

Cosa avrebbe voluto aggiungere ieri sera?
Che quel 3% di cui tanto si parla e che si tende a banalizzare come una percentuale piccolissima non è poi così insignificante se si considera che è tutta concentrata tra i comuni a Nord tra Napoli e Caserta.
Che quello per cui ci stiamo battendo non è solo il numero di morti per tumore ma soprattutto il numero dei bambini morti per tumore. Sono due cose differenti. Ieri è stato ripetuto da Loredana Musmeci, dirigente di ricerca all’Istituto Superiore di Sanità, che ci sono altre zone d’Italia come Brescia, Gela, Taranto, nella stessa situazione della terra dei fuochi…Il problema è anche questo: la Campania non è una regione industrializzata. Qui si vive ancora di agricoltura. Com’è possibile che ci si ammali allo stesso modo? I rifiuti tossici sono stati sversati per 30 anni tutti i giorni in queste terre. La camorra ha eseguito ed esegue quello che lo Stato colluso le comanda.

Quale altra questione doveva essere approfondita?
Quella dei roghi. Che invece di diminuire aumentano. Avevano parlato di 800 militari da mandare nelle Terra dei Fuochi. Io non ne ho visto nemmeno uno. Però quello che penso io è che le forze dell’ordine devono essere rafforzate sul posto. E che quei soldi invece potrebbero essere investiti nella prevenzione della salute dei bambini.




Anche ieri sera, durate la trasmissione, si è sottolineato più volte che non è scientificamente provato un nesso di causalità tra l’inquinamento ambientale e le morti per tumore…
Tutti continuano a ripeterlo. Invece di parlare venissero a vedere questo nesso al dipartimento di oncologia del Pausilipon o del Santo Bono di Napoli. Negano l’evidenza. Se non c’è questo nesso allora perché nel corpo della maggior parte dei campani che abitano quei comuni c’è piombo, arsenico, diossina. Dicono che la Campania è la regione più giovane d’Italia. Ma se i vecchi muoiono perché sono vecchi e i giovani ce li continuano ad ammazzare, che saremo una regione deserta? Faranno quello che vogliono con questo territorio.

Che vuol dire?
Che hanno deciso di condannarci a morte. A questo punto almeno ci dessero un giorno stabilito. È peggio svegliarsi ogni mattina con la paura di avere un cancro. Qua è diventata una roulette russa.

Qual è la verità che si tiene sempre nascosta?
Il problema principale è l’evasione fiscale. Se tu prendi e arresti uno che sta sversando rifiuti tossici, non fai altro che toccare l’ultima ruota del carro. Magari un rom o un poveretto senza lavoro che si sta guadagnando la mazzetta. Ma a chi appartengo quelle gomme? E quei pellami? Ecco noi mettiamo i microchip ai cani e non riusciamo a tracciare un camion di rifiuto tossici?

Di cosa ha bisogno questa terra?
Di fondi per tutelare i bambini che la abitano. Di controlli più seri. Di qualcuno che ci venga incontro e capisca la necessità di proteggerli. Se a mio figlio Antonio avessi fatto un esame tossicologico forse avrei potuto prevenire la sua morte. Ma l’hanno ammazzato silenziosamente e omertosamente il mio bambino. Questa è una guerra silenziosa.

Tra chi?
Tra lo Stato e noi poverini che subiamo. Lo Stato li avrebbe dovuti proteggere questi bambini. Invece ha ammazzato i figli delle madri di queste terre. Qua se vai a prenotare una visita per un nodulo sospetto c’è una lista d’attesa di cinque mesi. In cinque mesi il cancro ti uccide. Se sei povero nella Terra dei fuochi muori due volte. Quando mio figlio si è ammalato, l’ho preso e l’ho portato fuori dalla Campania. Qui non fanno neanche una terapia del dolore adeguata.

Anche questo avrebbe voluto dire…
Li fanno morire nel dolore. Un’altra delle nostre bambine l’hanno fatta morire con gli arresti cardiaci. L’altro giorno è arrivata all’ospedale Pausilipon una ragazzina di 12 anni con forti dolori alla pancia. La mamma credeva fossero i dolori mestruali. Invece era un cancro metastatico in una delle tube. Abbiamo delle bombe in corpo.

da http://www.famigliacristiana.it  mercoledì 17 febbraio 2016


ECCO CHI ERA ROBERTO MANCINI, IL POLIZIOTTO EROE CHE SCOPRÌ LA TERRA DEI FUOCHI
15/02/2016 La Rai gli dedica una fiction con Beppe Fiorello, ma Roberto Mancini ha fatto fatica a veder riconosciuto il lavoro che gli è costato la vita.
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Elisa Chiari


Aveva un nome famosissimo Roberto Mancini, ma era la fama di un altro, colpa di un’omonimia che portava altrove alla zazzera al vento dell’allenatore dell’Inter e poi del Manchester City e poi di nuovo dell’Inter. La beffa di un destino sgarbato.
Il Roberto Mancini, di cui parliamo, invece, non lo conosceva nessuno e capelli non ne aveva più, portati via dalle cure per il linfoma non Hodgkin con cui aveva combattuto per anni, dopo averne combattuto la causa: i rifiuti tossici, che oggi tutti ricollegano alla Terra dei fuochi, e che Roberto Mancini, da poliziotto, aveva scoperto prima degli altri, rendendone conto in una informativa che risale al 1996.
Quelle carte però restarono in un limbo (che fece dire a un Mancini demoralizzato: “Se fosse stata presa in considerazione forse non avremmo avuto Gomorra”), finché il Pm Alessandro Milita della Dda di Napoli, anni dopo, non la trovò. Chiamò Roberto Mancini e chiese la trascrizione delle registrazioni contenute in quell’informativa vecchia di parecchi anni, servivano per portare a giudizio una trentina di imputati per reati che vanno dall’associazione mafiosa al disastro ambientale, processo tuttora in corso davanti alla Corte d’Assise di Napoli.
Roberto Mancini a quell’epoca è poliziotto da un pezzo, entrato all’inizio degli anni Ottanta, passando per vari uffici, tra cui la Criminalpol e la Catturandi, con indagini su camorra infiltrazioni dei clan nel Basso Lazio, tra il 1997 e il 2001 Mancini collabora con la Commissione rifiuti della Camera, fa tra missioni e sopralluoghi in Italia e all’estero, si espone ai rifiuti tossici e alle loro esalazioni, e nel 2002 si ammala di linfoma. Nel 2010 Comitato di verifica del Ministero delle Finanze mette nero su bianco che la sua malattia viene da una “causa di servizio”, l’indennizzo, 5.000 euro, è poca cosa.
La richiesta di risarcimento danni che Mancini avanza alla Camera per “malattia professionale” si scontra con la burocrazia: l'attività svolta non ha determinato un rapporto di lavoro con la Camera. La risposta che arriva nel luglio del 2013 non è quella sperata, gli si dice che nel periodo della Commissione Mancini, pur collaborando con la Camera, ha continuato a fare il poliziotto, inquadrato nell’Ispettorato di Polizia presso la Camera, e che sarebbe toccato alla Polizia informare Mancini dei rischi diversi da quelli “tipici e propri delle sue mansioni professionali” e cioè dalla pallottola o dall’esito nefasto di una colluttazione più prevedibili nella vita quotidiana di un agente di Polizia.
Mancini non si arrende e non si arrendono neppure i suoi amici: nel novembre 2013 Fiore Santimone, amico di lunga data di Roberto Mancini, lancia una petizione su Change.org, la raccolta di firme schizza, il 6 marzo del 2014 Roberta Lombardi, con un’interrogazione parlamentare, porta il caso all’attenzione del Ministero dell’Interno. E in aprile il caso diventa una manifestazione pubblica in piazza Montecitorio. Roberto Mancini muore il 30 aprile 2014, le firme raccolte intanto sono 75.000, i promotori della petizione le consegnano alla Camera, che poco dopo invia al Ministero dell'Interno tutta la documentazione relativa alle indagini di Roberto Mancini sui rifiuti tossici.
La Presidente della Camera dà mandato perché parta l’istruttoria sulla vicenda. Nel settembre 2014 a Roberto Mancini viene riconosciuto lo status di “vittima del dovere” che non solo certifica la connessione tra la malattia e il servizio prestato ma riconosce alla sua famiglia il diritto al sostegno previsto dalla legge. Roberto ha infatti lasciato una moglie Monika e una figlia, Alessia, che oggi ha 15 anni. Come ha scritto Monika nel messaggio di ringraziamento alle persone che hanno messo quelle 75.000 firme non ci sono medaglia d’oro al valor civile né risarcimento che possano restituire l’affetto perduto ma: “Il suo importantissimo lavoro sul traffico di rifiuti tossici è servito a molte cose e adesso questo è ufficialmente riconosciuto. E’ giusto che chi ha dato la propria vita per il bene di tutti, venga almeno omaggiato dalle Istituzioni”.

16/12/13

Un decimo dei cellulari e dei pc Una discarica di rifiuti elettronici a cielo aperto.he buttiamo sono gestiti dalle ecomafie. Che li smaltiscono illegalmente in Africa.


Rifiuti elettronici, l'Italia ne produce 1 milione di tonnellate l'anno
Un decimo dei cellulari e dei pc che buttiamo sono gestiti dalle ecomafie. Che li smaltiscono illegalmente in Africa.
di Marco Mostallino

Un cellulare, un tablet, un computer. Strumenti di lavoro e regali di Natale. Che però, alla fine, diventano carcasse inquinanti da smaltire. Insomma, semplici rifiuti. E per di più pericolosi, non solo per il gran numero di metalli pesanti e sostanze chimiche che contengono, ma anche perché rappresentano carichi preziosi per le ecomafie che si fanno carico di prelevarli e smaltirli in Paesi poveri dove succede un po' di tutto. E dove quel che resta ancora di valore viene recuperato e reimmesso nel mercato mondiale, spesso con passaggi illeciti e inquinanti, dannosi per l'ambiente e la salute.
LA VALANGA DI TECNO-SPAZZATURA. L'Italia (secondo il rapporto delle Nazioni Unite Solving the E-Waste Problem Initiative) ha prodotto nel 2012 circa 1,1 milioni di tonnellate di tecno-spazzatura, frutto della circolazione di 1,4 milioni di tonnellate di apparecchi elettronici immessi nel nostro mercato, con una media di 17,8 chili di rifiuti informatici per abitante.

Veleni spacciati per aiuti umanitari


Una discarica di rifiuti elettronici a cielo aperto.
Una quantità importante, stimata attorno alle 100 mila tonnellate di questi rifiuti (un decimo del totale), viene gestita illegalmente. Quel che resta di pc e telefonini finisce il più delle volte in Nigeria, dove esistono 'laboratori' più o meno clandestini che si fanno carico di trattare e rivendere i materiali ancora utili per nuove produzioni. Sul fronte delle indagini è spesso il Corpo forestale a intervenire, con i suoi agenti specializzati in questo tipo di inchieste.
DA GENOVA ALLA NIGERIA VIA MARE. Nel 2010 una delle operazioni più importanti su questo fronte ha rivelato proprio il passaggio dall'Italia alla Nigeria dei residui informatici: il porto di partenza dei vecchi pc e computer era Genova, dove i container giungevano soprattutto dal Piemonte e venivano imbarcati illegalmente con la dicitura «masserizie».
L'ESCAMOTAGE DELLA «BENEFICENZA». Ma, più spesso, nei carichi tossici diretti in Africa viene apposta la bolla di trasporto «beneficenza»: un crimine che aggiunge il sapore della beffa ai traffici di materiali tossici e allo sfruttamento schiavistico delle popolazioni locali.
Per ricostruire questi passaggi, alcune organizzazioni ambientaliste britanniche hanno inserito di nascosto alcuni dispositivi Gps all'interno dei container sospetti, riuscendo così a seguire passo dopo passo il percorso criminale dei computer dismessi.
UNA 'SOLUZIONE' LOW COST. Dal 1997 l'Italia, grazie al decreto dell'allora ministro dell'Ambiente Edo Ronchi, si è dotata di norme sempre più stringenti per lo smaltimento degli apparecchi elettronici.
Ma consegnare pc, telefonini e frigoriferi (il traffico riguarda anche questi elettrodomestici) negli appositi centri costa, e costa caro.
Così, come in altri settori, produttori e raccoglitori talvolta preferiscono vendere questi scarti tossici a organizzazioni criminali che poi portano tutto in Africa, Asia e in genere in Paesi del Terzo Mondo.

Roghi per estrarre i metalli preziosi dagli apparecchi

  • Nei telefoni cellulari sono presenti dosi significative di metalli preziosi.
Oro, rame, mercurio, bario e altri metalli hanno un valore importante di riciclo.
In Nigeria per recuperarli dai cadaveri di pc e telefonini basta semplicemente bruciare i rifiuti. La plastica si scioglie ed è possibile così estrarre i metalli preziosi per rivenderli agli stessi produttori che a loro volta li utilizzano per fabbricare nuovi apparecchi.
Ma le sostanze tossiche restano là, sul terreno, a inquinare terre e fiumi e ad avvelenare chi lavora per quattro soldi in queste attività ad altissimo rischio.


UN PC SU 10 FINISCE NEL GIRO CRIMINALE. La stima degli investigatori è che circa un pc o telefonino su 10 dall'Italia prende la via dei Paesi poveri, dove la criminalità locale utilizza le persone più povere e disperate in questa nuova forma di schiavitù, assai lucrosa per chi gestisce l'affare ma spesso mortale per chi è costretto a mettere le mani ogni giorno in questa sorta di Terra dei Fuochi africana.
I RISCHI PER LA SALUTE. Se le forze di polizia italiane stimano in circa il 10% la quantità di tecno-rifiuti spediti in Africa, Greenpeace parla invece di tre quarti la quantità di apparecchi informatici e telefonini 'morti' di cui i governi europei non conoscono la sorte.
E la crisi economica in corso favorisce questi traffici verso l'Africa. Perché per i produttori è assai più conveniente riacquistare dalle mafie internazionali i residui preziosi recuperati a mano dagli schiavi, spesso bambini, che estraggono a mano i metalli, dopo aver respirato i fumi dei roghi necessari alla separazioni dei resti utili da quelli inutili.
RIFIUTI BRUCIATI ALL'ARIA APERTA. Sempre secondo il rapporto delle Nazioni Unite, da un pc o un cellulare si può recuperare solo un quarto del peso, mentre i restanti tre quarti finiscono nelle discariche abusive, vengono bruciati all'aria aperta o gettati, come rifiuti liquidi, nei fiumi senza alcun controllo.
Sempre Greenpeace stima in oltre 6 mila i container che, gestiti dalla criminalità organizzata internazionale, arrivano ogni anno nella sola Nigeria. 

Lunedì, 16 Dicembre 2013

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