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13/05/13

Preghiera sulle ceneri del Pd: non farmi morire democristiana la storia di laura Pisano

una delle mosche bianche all'interno del pd  , che  purtroppo preferiscono combattere all'interno  del partito anziché  fuoriuscirne    


unione sarda  del 12\5\2013 
cattura  schermata  da http://www.youtube.com/watch?v=7VxZLYvCRug
L'abbraccio col Popolo delle libertà, insomma il governo di larghe intese celebrato dal papa laico Napolitano I, ha avuto ripercussioni devastanti all'interno del Pd.Al momento di votare la fiducia al gabinetto Letta (come da accordo sottoscritto fra Pdl, Partito democratico e i montiani di Scelta civica), il deputato Pippo Civati s'è fatto venir voglia di fare pipì ed è uscito da Montecitorio. Qualche giorno dopo, ad operazione ormai perfezionata e battezzata, l'ex segretario Cgil, Sergio Cofferati, ha testualmente dichiarato in un'intervista: «Il Pd ha fatto carta straccia del mandato sottoscritto con gli elettori». Buttar via la tessera e andarsene? «Aspettiamo il Congresso, è l'ultima possibilità». Tanto per non allentare la tensione, il primo maggio è stato terribile per il mitico sindaco di Torino, Piero Fassino: in piazza l'hanno salutato con un bombardamento d'uova. Un po' come era successo, molti anni prima, al leader socialista Bettino Craxi all'uscita da un hotel a Roma. L'unica differenza è che a Craxi avevano lanciato monetineIl bollettino sismico segnala cinquanta sedi Pd occupate in tutto il Paese da una base infuriata e decisa a non arrendersi. Col cuore, anche se giurerebbe il contrario, sta certamente coi disobbedienti Laura Pisano, 49 anni, uno dei sette membri della segreteria regionale del Partito democratico in Sardegna. Si limita a dire: «Sono una donna di sinistra».Incontrarla a Cagliari in via Emilia, nelle disadorne stanzette di quella che la cronaca chiama la Casa Bianca del Pci, significa scoprire quali siano oggi patimenti e miserie del militante-tipo. Laura Pisano ha preso la tessera del partito appena quattro anni fa ed è in segreteria regionale dalla primavera del 2011. Non ha aree di riferimento (guai a chiamarle correnti), nel passato prossimo si è occupata di un'associazione ( L'altra cicogna) molto presente nel dibattito sulla fecondazione assistita.Niente padrini, insomma. O leader di riferimento, se preferite. Ha deciso di iscriversi non appena s'è resa conto che «per cambiare le cose, per incidere davvero, bisogna metterci la faccia. Troppo facile criticare e giudicare da lontano, a distanza di sicurezza». Quanto alla carriera-lampo, giura che l'atterraggio in segreteria regionale è stato «un fulmine a ciel sereno, non me l'aspettavo. Mi sono posta domande per arrivare a una conclusione: voglio il rinnovamento e non la rottamazione. Non si rottama, la Storia. Rinnovamento vuol dire invece lottare per cambiare metodi e riti di partito». Depressa dopo quattro anni di quasi inutili battaglie interne? «S'è fatto più di un passo avanti. Ero e resto convinta che il Pd sia una garanzia, anche se talvolta non ne ho condiviso i passi».Avvolta in una splendida collana fatta di bottoni d'ogni misura («i bottoni sono come le mamme: uniscono e non dividono. Dovrebbe succedere anche in politica»), ribadisce un obiettivo che le cronache di questi giorni fanno saltare agli occhi: «Non è più tempo di potentati».
Morale: resta nel Pd o fugge?
«Resto e faccio le mie battaglie».
Neppure sfiorata dal dubbio se fare le valigie?
«Il dubbio ti viene, certo. Ma penso che la coriandolizzazione dei partiti di sinistra ci abbia portato, alle ultime elezioni, a quella che Bersani ha chiamato non vittoria: abbiamo la maggioranza alla Camera ma non al Senato».
Dunque?
«Solo restando all'interno del Pd si può sperare di cambiare le cose».
Secondo lei, che differenza c'è fra Enrico Letta e Arnaldo Forlani?
«Ho rispetto per Enrico Letta come di chiunque la pensi in modo differente da me. Però proveniamo da storie diverse, io e lui».
Destra e sinistra esistono ancora?
«Certamente: la presenza nel governo del ministro Cécile Kyenge lo dimostra. Noi siamo per l'integrazione con altre culture. Fra trent'anni saremo un popolo di vecchi, abbiamo bisogno di nuove energie».
Non è proprio quello che pensa l'europarlamentare leghista Borghezio.
«Per carità, di quello non voglio nemmeno parlare. E, se posso, vorrei farvi una domanda: è obbligatorio per i giornalisti intervistare sempre le stesse persone?»
Sì, perché - fatte salve poche eccezioni - siamo maggiordomi.
«Sono molto critica nei confronti di certa stampa, credo abbia una responsabilità precisa anche in questa vicenda».
La Dc, al massimo del fulgore, aveva otto correnti. Il Pd?
«Dovrebbero esserci due grandi aree ma poi, ahinoi, abbiamo una serie di teste pensanti che ritengono di essere il vero leader del partito».
Ce l'ha un nome di riferimento?
«In un congresso la maggioranza elegge il segretario. Nel momento preciso in cui lo fa, il nuovo segretario diventa il mio leader. Chiunque sia».
D'accordo ma la domanda era un'altra.
«Sicuramente mi fa molta simpatia Pippo Civati. E tutti i rinnovatori, non i rottamatori».
Primo punto del vostro programma elettorale: mai al governo col Pdl. Salvo fare il contrario.
«È il grande dolore di questi giorni. È stato un oltraggio alla base, agli elettori e a moltissimi di noi dirigenti. Io credo che questa soluzione non piaccia a nessuno».
Neanche a Letta?
«Non mi faccia dire cose cattive».
Beh, almeno lo zio Gianni sarà stato contento.
«Sono convinta che mentre Bersani faceva strenui tentativi per mantenere l'impegno con l'elettorato, altri stavano lavorando per trovare soluzioni assai diverse».
Ma come può un militante di sinistra votare Marini per il Colle?
«Marini è stato a capo di un sindacato per moltissimi anni, ha rappresentato un aspetto importante della società. Il fatto è che il caso è stato gestito molto male: non c'è stato dibattito, discussione interna».
In che senso?
«Bersani, dopo aver annunciato d'avere una grande sorpresa per il candidato alla presidenza della Repubblica, ha tolto dal cilindro il nome di Marini. Sbagliato: doveva prima proporlo e poi sondare il terreno».
In fondo, votare Marini è come approvare la mozione Ruby nipote di Mubarak.
«Il vero scandalo è stato proporre Romano Prodi e fargli mancare i voti all'ultimo minuto».
In perfetto stile prima repubblica.
«Purtroppo sì, è esattamente così».
Scusi, ma lei non si vergogna quando parla con la base?
«No perché personalmente sono sempre stata coerente. Purtroppo ci siamo infilati in un cul-de-sac e immagino l'imbarazzo dei nostri rappresentanti parlamentari».
Non sarà che il Pd è nato male e cresciuto peggio?
«Il Pd nasce da un mescolamento di olio e acqua. Se però l'emulsionamento è fatto come si deve, viene fuori qualcosa che fa bene alla democrazia. Nel nostro caso invece è mancata proprio la miscelazione tra chi proveniva dalla Dc e chi dal Pci. Non sono stati superati vecchi steccati ideologici».
Fosse stata deputata, avrebbe obbedito e votato per Marini?
«Avrei votato contro».
E sarebbe stata espulsa dal partito.
«Pazienza. Non si può accettare un nome senza che ci sia prima un confronto e un metodo. Per chi, mi domando io, poteva essere una grande sorpresa il nome di Marini?»
Prima del voto di fiducia, lampi e tuoni, subito dopo tutti allineati.
«Chi è uscito dall'Aula, come Civati, ha compiuto un gesto di coraggio. Voleva segnalare il dissenso da una decisione presa fuori dal partito».
Perfino Rosi Bindi, che detesta Letta, lo ha poi votato da buona diccì.
«Ha fatto un discorso molto critico, ha ribadito la differenza tra noi e il centrodestra».
Però poi lo ha votato.
«Diciamocela tutta: io credo che questo non sia un governo nell'interesse del Pd. Per quanto ne facciamo parte, per quanto saremo leali, abbiamo scelto di seguire l'interesse generale».
E chi lo dice che questo è l'interesse generale?
«Il risultato delle elezioni. Dalle urne è venuta fuori un'Italia divisa in tre tronconi. Impossibile, a meno di un'alleanza, riuscire a formare un governo».
Morale: il nemico B. non solo è al governo ma tiene sotto schiaffo la maggioranza.
«Non capisco».
La faccia la mette Letta, l'agenda politica la scrive Berlusconi.
«Su alcuni temi purtroppo sì».
Bersani è stato umiliato e triturato.
«La vittoria ha tante madri, la sconfitta ha sempre un solo responsabile. Bersani ha cercato, con disperazione e coerenza, di chiudere un accordo col Movimento 5 Stelle. Non ci è riuscito. Il resto sono effetti collaterali».
Ha mai sentito Enrico Letta dire qualcosa di sinistra?
«Tempo fa. Aveva dichiarato che un governo insieme a Berlusconi per il Pd non era neanche lontanamente ipotizzabile».
La nomina di un ministro nero non è stato effetto speciale, cortina fumogena?
«Nient'affatto. Penso invece che, affidando alla Kyenge l'Integrazione, il governo abbia voluto dare un segnale forte e chiaro. Anche se poi l'orientamento di Letta sembra lontanissimo da quello del neo-ministro».
Grillo ha responsabilità nella nascita di questo governo?
«Tantissima. Se avesse avuto il coraggio di dire vi do la fiducia e ve la tolgo ogni volta che mi pare, se avesse accettato di condividere un discorso programmatico (che tra l'altro aveva molti punti in comune col suo), non sarebbe accaduto nulla di quello che abbiamo visto. Ha mancato proprio di coraggio, e lo sa».
Tenuto conto dello stato di salute del Pd, non sarebbe meglio scappare verso Sel?
«Per un militante di sinistra? Guardi, proprio il fatto che il Pd abbia in Italia cinquanta sedi occupate, che il confronto sul governo Letta sia così aspro, significa che la base del partito gode di buona salute. Non accetta a capo chino e si fa sentire».
Peccato che il vertice sia sordo.
«Questo è un discorso ampio e complicato da affrontare. Sono comunque del parere che bisogna tornare alla politica di un tempo, a un rapporto stretto e costante con la base».
Altrimenti meglio Sel?
«Sel, movimento di cui ho grande stima, non fa rete. E come tale ha un peso contrattuale, politicamente parlando, molto ridotto. Può disturbare, essere coscienza critica ma non ha la forza per incidere nel corpo vivo delle grandi scelte».
Curiosità: quanto conta il Pd sardo a Roma?
«Sono tra quelli che auspicano la nascita del partito democratico sardo, federato con quello nazionale».
La domanda, però, era un'altra: quanto contate a Roma?
«Poco. Ce ne siamo accorti nel corso della formazione delle liste elettorali per le Politiche: abbiamo dovuto subire candidati totalmente estranei al nostro territorio».
Non è molto diverso da quello che accade nel partito-azienda di B.
«Abbiamo fatto grandi primarie ma poi ce le siamo giocate al momento di definire le liste. Non si può chiamare a raccolta una massa enorme di elettori e poi muoversi secondo una logica che penalizza alcuni e ne premia altri. È questione di coerenza e di rispetto dei militanti di centrosinistra».
Dunque non c'è speranza: moriremo democristiani.
«Alla luce di quanto sta avvenendo in questi giorni, debbo confessare che questa paura ce l'ho anch'io. Ma siccome sono un'ottimista, mi rifiuto di pensare negativo. Non andrà sempre peggio, anzi».
                               pisano@unionesarda.it

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