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01/04/17

care donne italiane prende esempio da queste due donne marocchine che Umiliate , picchiate e vittime di continui maltrattamenti. si sono ribnellate e hanno denunciato il loro partner

Care  donne  italiane    
che non vi ribellate  e subite  in silenzio  prende   esempio da loro 

MANTOVA

Umiliate e picchiate. Ragazze coraggio si ribellano agli ex 

Entrambe marocchine e vittime di continui maltrattamenti. Alle connazionali: «Svegliatevi e denunciate, siamo in Italia»
MANTOVA. Ghis non smette di piangere mentre Madia le sfiora la testa con una carezza. « Dai basta, non fare così. Una soluzione la troveremo, altrimenti ce ne andiamo via da Mantova ».Trentatré e trentuno anni, entrambe marocchine, in Italia da 9 e con un lavoro stabile: colf e badanti.Da alcuni mesi, però, la loro vita è diventata un inferno, per colpa dei rispettivi ex compagni, amici tra loro, alleati nel tormentare le due ragazze che hanno voluto troncare un rapporto fatto di prepotenze, botte e insulti.Ma ad un certo punto hanno detto basta. Stop con un passato che vogliono dimenticare e che le sta mettendo in enorme difficoltà anche sul lavoro, nella vita privata, nelle amicizie e nei rapporti con i vicini di casa.La settimana scorsa Ghis è finita al pronto soccorso (10 giorni di prognosi per calci e pugni) dopo che il suo ex aveva sfondato la porta di casa e l’aveva aggredita. A Madia, invece, l’ex ragazzo ha scagliato la bicicletta addosso in pieno centro e continua a tempestarla di telefonate.Due episodi deprecabili, gli ultimi di una lunga serie. La classica goccia che ha provocato la reazione.Entrambe si sono rivolte alle forze dell’ordine e ora chiederanno aiuto anche a Telefono Rosa. Hanno due figli piccoli a testa e qualcuno va già a scuola. «Temiamo anche per loro, perché i nostri due ex vanno a dire in giro cose molto spiacevoli e umilianti nei nostri confronti. Ci sentiamo osservate e giudicate solo perché abbiamo deciso di ribellarci a questa condizione inaccettabile».Una ribellione che passa attraverso una denuncia pubblica: «Ci rivolgiamo anche a tutte le nostre connazionali che vivono una brutta realtà come la nostra e che non trovano il coraggio di denunciare chi le maltratta. A loro diciamo di svegliarsi, di combattere, di lottare, perché anche noi donne marocchine abbiamo dei diritti. Siamo in Italia da 9 anni e finalmente abbiamo capito come funziona».Ghis e Madia raccontano che ormai non riescono più a lavorare con serenità, perché quando escono di casa si sentono seguite, sorvegliate e pedinate. «Ci hanno anche minacciate, perché vogliono tornare insieme a noi. Ma noi gli abbiamo spiegato che non si torna più indietro, che abbiamo commesso un errore una volta a scegliere le persone sbagliate e non vogliamo sbagliare ancora. Gli abbiamo anche detto che siamo in Italia e che non ci possono trattare come certi uomini trattano le donne marocchine nel nostro paese d’origine».Quello delle due ragazze è un appello pubblico mosso dalla disperazione: sanno che il loro gesto potrebbe anche provocare reazioni contrarie, «ma peggio di così – dicono – non può andare». E sono talmente scosse da aver già progettato di scappare da Mantova, dove tuttora vivono i loro due ex, perché la città ormai è diventata troppo piccola.Ferite fisiche e mentali. Ghis porta ancora sul corpo i segni dell’ultima aggressione di una settimana fa, Madia continua a ripetere che la sua è più che altro una sofferenza mentale, psicologica che le fa dire addirittura che forse avrebbe preferito «due sberle ed è finita lì» rispetto ad una persecuzione che dura da mesi e che le è entrata «nella testa e nell’anima».Segnalazioni alle forze dell’ordine ne avevano già fatte in passato e tra pochi giorni andranno hanno in questura per formalizzare l’ammonimento nei confronti dei due ex compagni.«Non abbiamo paura di quello che ci potrà succedere – concludono – perché ormai questa non è più vita. Ci sembra di impazzire, non è giusto, non abbiamo fatto nulla di male. Così come non hanno fatto nulla di male tutte quelle donne maltrattate e picchiate da mariti e fidanzati. Svegliatevi  Svegliatevi ragazze e ribellatevi, siamo in Italia».

ragazze e ribellatevi, siamo in Italia».

19/07/16

Le mamme coraggio tornate tra i banchi per salvare la scuola A Santa Teresa 5 donne hanno frequentato l’Alberghiero: L’istituto sarebbe stato soppresso per mancanza di iscritti





Questa è una delle tante storie di donne coraggio , alla faccia diquei misogini e nostalgici fascisti che dicono che le donne dovrebbero stare a casa a fare la calza e a sfornare marmocchi . Dimenticando che spesso nei momenti difficili sono le donne , che fanno la storia e fanno andare avanti il mondo non solo , mi si perdoni il termnine maschilistama a volte il maschilista che è in me ( come credo in ciascunoi di noi ) esce fuori , ad aprire le gambe

da la nuova sardegna del 19\7\2016

Le mamme coraggio tornate tra i banchi per salvare la scuola A Santa Teresa 5 donne hanno frequentato l’Alberghiero:«L’istituto sarebbe stato soppresso per mancanza di iscritti»




di Giacomo Mameli

 SANTA TERESA
Cinque donne coraggio «per evitare che la nostra scuola chiudesse i battenti». Tre di loro sono anche mamme “maturate” [da non confendere con il termine omonimo che si usa nel porno Nota mia ] dopo il mezzo secolo di vita, «con tanta voglia di studiare, di avere un diploma, perché per la cultura non èmaitroppo tardi».E così, con l’anagrafe under ’60, sono tornate sugli stessi banchi di scuola di figli e nipoti, lo studio è stato «matto e disperatissimo,lezioni e lavoro,interrogazioni e famiglia, ma siamo felici». Pochi giorni fa hanno ritirato il diploma all’Istituto professionale per servizi commerciali e per il turismo di Santa Teresa adesso accorpato a quello di Arzachena.Poi, come diciottenni piene di vita, hanno organizzato la loro pizzata. «Iscrivendoci al Tecnico abbiamo fatto numero,e così non abbiamo persouna scuola necessaria per il nostro paese e per il territorio»,dicono in coro. 

Qualcuna adesso pensa  alla laurea, come Paola Buioni vedova Quiliquini,57 anni [ vedi scansione del secondo sopra alcentro sempre dala nuova sardegna ] dallla , madre di Renato che si era diplomato lo scorso anno e che ha trovato da lavorare come magazziniere nella grande distribuzione. 







Con Paola hanno frequentato regolarmente le lezioni le sue amiche. Tutte meriterebbero un premio al valor civile. Col loro impegno - nella cosiddetta“buonascuola” italiana econ quella che in Sardegna sa usare solo cesoie tagliando autonomia didattica, aule e classi - hanno evitato di sbarrare i cancelli di una istituzione scolastica necessaria alla Gallura settentrionale. I loro nomi. Cominciamo con Adriana Riva che ha 58 anni, è dipendente del Comune di Santa Teresa,lavora all’ufficio turistico «ma col diploma potrò essere di maggior aiuto alla mia comunità ». Dice: «Il mio desiderio era frequentare l’Accademia di belle arti a Sassari ma non mi era stato possibile. Avevo iniziato a lavorare come segretaria i un ingegnere in un’impresa edile, un’esperienza utile, nel 1979 sono riuscita a entrare con un concorso al Comune dove lavoro ancora in attesa,legge Fornero permettendo,di andare in pensione».Ed ecco le altre donne-salvascuola.Erminia Poggi che ha 50 anni non ha ancora uno straccio di lavoro. Con lei Marianna Coppi di 51 anni, sposata e madre di due figli. Ha due figli anche Giovanna Cirocca di 55 anni. A questo quintetto si è unita anche una coppia di Sorso, Elena Borlotti col marito Luca Manca. Sette nuovi iscritti e scuola salvata.Adriana Riva e Paola Buioni insistono: «Abbiamo errato di casa in casa, cercando firme e soprattutto iscrizioni. Continueremo a lavorare in questa direzione consentendo la frequenza,alle scuole serali, di quindici giovani africani e di altri dieci immigrati per le scuole regolari del mattino». E tutte in coro a dire: «È davvero triste che per l’istruzione si usino le forbici dei ragionieri e non si guardi alla necessità di elevare i livelli di istruzione».Parole sacrosante in una regione- la Sardegna, governata dalla giunta col maggior numero di professori universitari mai vista da quando è sorta l’Autonomia - che vanta il record nazionale della dispersione scolastica e il più basso rapporto popolazione-laureati e popolazione-diplomati.Non è la Giunta del necessario "potenziamento"ma del cosiddetto - e avvilente - "dimensionamentoscolastico".Una scuola, quella di Santa Teresa, che era nata quindici anni fa, nel 2000 per volere dell’amministrazione comunale (sindaco era Nino Nicoli) e preside il sassarese Prospero Malavasi.Si era subito rivelata utile al territorioanche per gli sbocchi occupazionali nel turismo, sostenuta da tutti gli altri sindaci «ci rendevamo conto di avere un fiore a ll’occhiello che non dovevamo assolutamente perdere », dice l’ex sindaco Piero Bardanzellu. Poi, si sa, è giunta la politica dei tagli. Anche a quel bene primario del dirittoall’istruzione. È esemplare, da menzione d’onore, la storia scolastica e umana di Paola Buioni. Negli anni ’70 frequenta l’Istituto d’arte a Sassari, lo fa per dueanni, segue i corsi di disegno architettonico colmaestro Igino Panzino, fotografia con Riccardo Campanelli, pittura con Aldo C ontini, sculturacon Gavino Tilocca. « Mi piacevamo ltissimo quella scuola,erano ore di piacere non di fatica,di amore per l’arte, maho dovuto smettere, a malincuore». Si lega sentimentalmente ad Andrea Quiliquini, il leader dell’ecologismo in Alta Gallura,quello del no alle petroliere nelle Bocche, quello del no urlato alla base della Maddalena con i sommergibili nucleari che avevano provocato cinque casi di cranioschisi in neonati,il professore di Biologia e Scienze nelle scuole superiori di mezza provincia di Sassari.Andrea Quiliquini, alunno liceale-mito ai Salesiani di viale Fra Ignazio a Cagliari, diventa un punto di riferimento per chi crede nella valorizzazione delle risorse locali, agricoltura e artigianato in primo luogo.Adorava le capre, le portava al pascolo, mungeva , ci faceva il formaggio».La passione contagia Paolache oggi emula il marito (si erano sposati nel 2004 dopo 25 anni di convivenza). Lo emula scrivendo poesie. Ha vinto il premio Zarzelli in Corsica, un paesino vicino ad Ajaccio. « Ho fatto un’ode dal titolo La dì diSantu Gaìni 1845, per ricordarela nascita di Santa Teresa di Gallura fino ad allora agglomerato di stazzi sparsi, spesso soggiogati dai banditi. Storia in versi e in rima. Per non dimenticare l’esaltante passato di Santa Teresa, dei Savoia che offrivano lotti di terreno e monetaper aprir bottega».Il regno di Paola Buioni sono le campagne di Lu Rinagghjolu,a sei chilometri del paese,eden dominato da olivastri secolari e querce, macchioni di mirto e mirto, paradiso preferito dagli aironi cinerini, dalla garzette e dal falco pellegrino.mio marito e con l’autoproduzione:ho sedici caprette, il formaggio e lo yogurt lo faccio per me e mio figlio, d’inverno taglio la legna e ripulisco il greto dei torrenti, mi occupo di piante officinali, preparo decotti e olii di lentisco e creme per usi cosmetici, uso le erbetintorie». E con il diploma ? «Credo molto nella creazione dell’oasi marina protetta, attorno al parco dovranno nascere per forza attività legate all’ambiente marino e bucolicoe creare uno sviluppo veramente sostenibile. Il mio grande sogno è avere nella mia azienda una fattoria didattica,fare laboratori con le mamme e i loro bambini, abituare la gente alla vita sana della campagna.Credo sia il futuro di Santa Teresa e di tanti altri paesi della Sardegna, di mare o montagna poco importa». Da sola? «Faremo squadra con le amiche neodiplomate».

03/06/15

ed io che credevo che gli eroi della grande guerra fossero solo uomini e militari invece .. la storia di Margherita Kaiser Parodi ( 1897-1918 ) unica donna sepolta nel sacrario di re di puglia

Serena Zoli Il libro: Stefania Bartoloni, «Italiane alla guerra. L’ assistenza ai feriti 1915-1918», Marsilio, pagine 233, euro 24 Serena Zoli Il libro: Stefania Bartoloni, «Italiane alla guerra. L' assistenza ai feriti 1915-1918», Marsilio, pagine 233, euro 24 (  http://storicamente.org/suriano

La  storia   che  vi accingete  a leggere , ha  messo la  parola fine  alla  convenzione  più  volte messa in discussione ma mai   cancellata    dei  <<  ( miti eterni  della  patria  e dell'eroe  >> ( cit Gucciniana   ) provenienti  dai racconti  (  indiretti  , in quanto  i mie nonni erano piccoli rispetto ai loro fratelli  o cugini  che  combatterono nella  grande guerra  )  ,  dei nonni  sui  mie prozii,  da  loro  lettere  . Ma  soprattutto    da letture  scolastiche    e non    di  libri  di memorie (  fanterie  sarde  all'ombra  del tricolore di Alfredo Graziani il tenente  Grisoni  di un anno sull'altipiano  di Emilio Lussu   , ecc )
Ecco che   Ringrazio quindi   per la memoria  Michele  Corona .non conoscevo la storia, mi hai fatto venire i brividi...certe persone meritano di essere ricordate ! Ma  soprattutto ha  rimesso in discussione  le mie conoscenze   sula prima guerra mondiale  . Infatti   dai libri  di mio nonno  e    da  suoi racconti   credevo  che    gli atti  d'eroismo  della grande guerra  fossero solo maschili . Apprendo sempre  dallo stesso Michele Corna  che  : <<  Ad oggi, ci sono solo due donne decorate di Medaglia d'Oro al Valore Militare nel Regio Esercito: il caporale infermiera Maria Brighenti ed il Caporale infermiera Agliardi Laura>> 
Non posso nemmeno pensare a ciò che hanno dovuto vedere queste ragazze giovani. Ci vuole una forza tremenda a dovere agire in un contesto simile, soprattutto a livello psichico. Io sono un pacifista, sono solo un essere umano che pensa che nessun essere umano debba vivere esperienze simili. Sono cose disumane, non si può vedere tanta sofferenza senza impazzire.Ed  è per  questo che   E' necessario ricordare...spesso.... Fa bene al cuore e alla testa....  


Lorenza Brugo Questa è una bella storia...sconosciuta ai più ma che merita recuperare alla memoria...Grazie!



Ma ora basta   parlare io , lasciamo che  a  parlare  sia la  sua storia .

Nell'epoca della Belle Époque, le discriminazioni sessuali sono estremamente radicate nella società italiana ed europea.
Nonostante l'Inghilterra e la Francia siano sconquassate dai moti femministi, l'Italia, paese conservatore per antonomasia, è una società estremamente maschilista dove alle donne è concesso poco se non essere suore, madri o mogli.
La grande guerra cambierà le cose.
Caporale infermiere Margherita Orlando (Roma, 16 maggio 1897 – Trieste, 1º dicembre 1918).
Medaglia di Bronzo al Valore Militare.

Nell'epoca della Belle Époque, le discriminazioni sessuali sono estremamente radicate nella società italiana ed europea.
Nonostante l'Inghilterra e la Francia siano sconquassate dai moti femministi, l'Italia, paese conservatore per antonomasia, è una società estremamente maschilista dove alle donne è concesso poco se non essere suore, madri o mogli.
La grande guerra cambierà le cose.
Allo scoppio della guerra in Italia ci sono meno di 40.000 studenti di medicina e poco meno circa 70.000 medici di cui solo pochi sono militari.
La mobilitazione generale porta nel 1915 due milioni di uomini sotto le armi, e questo pone un enorme problema: chi aiuterà i medici ad accudire e curare i feriti.
Il comando inizialmente pensa di usare le suore, cosa che certamente è possibile ma l'ordinariato militare ancora non esiste (il primo ordinario fu investito solo il 29 Luglio 1915 nella figura del Tenente Generale, Monsignor Angelo Bartolomasi), quindi non esiste una autorità militare autorizzata dal Papa che possa imporre alle suore di servire negli ospedali militari.
Essendoci in circolazione meno di 10.000 infermieri, il governo autorizza il comando ad arruolare donne volontarie per servire come infermiere.
Margherita Orlando è membro di una benestante famiglia imprenditoriale romana imparentata coi tedeschi Kaiser Orlando e di forti sentimenti nazionalisti.
Allo scoppio della guerra i quattro fratelli di Margherita si arruolano volontari ma suo padre non le permette di seguirli.
Malgrado ciò, Margherita disobbedisce (e ci vuole una buona dose di coraggio per farlo all’epoca) e si arruola volontaria.
Assegnata come tirocinante all’Ospedale di Napoli dove dopo sei mesi viene assegnata col grado di Soldato Semplice al Corpo di Infermiere volontarie, le Dame Infermiere, che prestino servizio negli ospedali militari ed in quelli da campo.
Il corpo nel 1915, ha in forze circa 1500 infermiere che nel 1918 saranno più di 20.000.
Il Corpo risponde all'Intendenza generale della Sanità Militare, ed è affidato al comando del Tenente Colonnello Anselmi Emilia (Medaglia d'Oro di Benemerenza della Croce Rossa Italiana, e Medaglia d'Argento al Valore Militare).
Orlandi non ci pensa nemmeno ad andare negli ospedali militari, vuole servire negli ospedali da campo.
Un ospedale da campo è la cosa più vicina all’inferno che si possa vedere senza andare in trincea: quattro tende fatiscenti, quando ci sono, od una dolina a cento metri dalla linea del fuoco dove arrivano feriti con le piaghe aperte, mutilati in maniera orrenda, l’aria è appestatata dal fetore della cancrena, del sangue dai gemiti e dalle urla.
Li si opera alla bene meglio spesso senza anestesia, la gente muore sotto gli occhi di medici ed infermieri spesso impotenti davanti alla gravità della ferita.
Il dolore e la frustrazione per chi vi opera è tremendo, molti non ce la fanno: impazziscono o si uccidono.
Per di più a rendere il lavoro pericoloso ci sono gli austriaci.
Gli ospedali da campo sono il boccone prediletto dell’artiglieria nemica, più dei reggimenti in linea: sanno che uccidendo un infermiere dieci uomini muoiono senza assistenza.
La Convezione di Ginevra vieta di tirare sulla Croce Rossa ma tanto gli austriaci quanto gli italiani se ne fregano ed alla fine saranno oltre 6000 le infermiere uccise da fuoco nemico durante la guerra.
Ed è cosi che Margherita Orlando lavora: una donna coraggiosa, inesauribile, tanto da guadagnarsi il rispetto degli ufficiali medici che la raccomandano perché sia promossa al grado di Caporale.
Nel Maggio del 1917 si trova nell'ospedale mobile n. 2 di Pieris, alle foci del Timavo quando un ricognitore avvista l’ospedale da campo.
Tempo tre minuti e l’artiglieria nemica scatena il finimondo.
In quel momento allo scoperto ci sono una ventina di feriti, rimasti esposti al fuoco: Margherita si rifiuta di mettersi al riparo, e trascina al coperto quanti più feriti può ma non può fare molto.
Solo cinque su venti si salvano, ma cinque uomini devono la vita al valore di questa donna che non passerà inosservato: per l’azione viene insignita di Medaglia di Bronzo al Valore Militare.
Orlando resterà al fronte anche dopo Caporetto servendo dapprima a Treviso e poi a Fagarè di Piave.
Arriverà a Trieste col le truppe supplettive del XXIII Corpo d’Armata (Tenente Generale Carlo Petitti di Roreto) nel Novembre del 1918.
La guerra è finita ma non per questo si è smesso di morire: la febbre spagnola sta devastando quel gigantesco cimitero che è l’Europa.
Arrivata negli ultimi mesi del 1918 dilagò come un soffio di vento uccidendo più persone della guerra: nell’Ospedale di Trieste il sovraffollamento è enorme: ci sono più di mille persone quando potrebbe contenerne 300.
Feriti italiani, prigionieri austro ungarici anch’essi feriti.
Margherita Orlando contrarrà la febbre poco dopo essere arrivata a Trieste: continuò ad esercitare finché potè reggersi in piedi.
Quando sentì che non le restava molto, chiese di potersi sdraiare in una branda accanto a quei soldati per i quali aveva dato tutto e corso mille pericoli chiedendo di essere sepolta con loro.
Morì il 1 Dicembre. Le sue spoglie riposano per sua volontà nel Sacrario Militare di Redipuglia.
Margherita Orlando è l’unica donna ad essere sepolta nel celebre sacraio.
Tanta abnegazione impressionò il celebre poeta Gabriele d’Annunzio, che a Margherita Orlando dedicò i versi che alle Crocerossine cadute sono dedicate oggi a Redipuglia:
“A noi, tra bende, fosti di carità l’ancella;
morte tra noi ti colse, resta con noi, sorella!”.
Cent’anni dopo, Margherita Orlandi è ancora li, e con lei le 6000 Crocerossine cadute nella Grande Guerra.

01/03/15

Reflections on our first week of our #MakingAStand tour \ Lettera alle ragazze che vogliono unirsi all'Isis Un'attivista musulmana ha scritto una lettera alle ragazze che pensano di lasciare il loro Paese per unirsi all'Isis






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A tutti i media e a tutti i controllori che controllano il mio blog ( ho raccontato qui la mia esperienza ) solo perchè ho fra i contatti degli islamici . Guardate le news che vengono da paesi islamici o che riguardano gli islamici a 360 ° e non solo sul pericolo e le brutture \ barbarie dell'Isis .
Eccovi un caso . riporto sia un esatratto preso da http://www.thepostinternazionale.it/ sia il testo integrale in inglese da http://www.wewillinspire.com/




Primo sito





Mondo > Europa > Regno Unito Giovedì 26 febbraio 2015

Lettera alle ragazze che vogliono unirsi all'Isis
Un'attivista musulmana ha scritto una lettera alle ragazze che pensano di lasciare il loro Paese per unirsi all'Isis




Sara Khan è un'attivista per i diritti umani musulmana e direttrice di Inspire, un'organizzazione con l'obiettivo di aumentare la consapevolezza dei diritti umani e delle tutele offerte alle donne musulmane.

Sara ha scritto una lettera alle ragazze che pensano di lasciare i loro Paesi per unirsi all'Isis, dopo che tre adolescenti sono partite da Londra per raggiungere gli estremisti.

L'attivista esorta le giovani ragazze musulmane a ignorare la propaganda diffusa dall'Isis e dei suoi sostenitori, che raggiungono le donne attraverso forum online e social media. Finora si ritiene che almeno 60 donne abbiano lasciato il Regno Unito per unirsi Isis, molte delle quali adolescenti.

La lettera è stata pubblicata sul sito di Inspire. Nella lettera, Khan spiega alle ragazze che l'Islam non prevede in realtà un obbligo religioso di fare hijra, cioé di emigrare per fare la guerra.

Khan racconta i secoli in cui cristiani e musulmani convivevano pacificamente, periodi che sono in netto contrasto con la persecuzione che l'Isis ha inflitto alle minoranze religiose che vivono in zone che si trovano sotto il suo auto-dichiarato califfato.



Ecco un estratto della lettera:

Cara sorella,

non mi conosci, ma come te sono inglese e musulmana. Alcuni dei tuoi amici potrebbero essere partiti per unirsi all'Isis e anche tu forse stai valutando di farlo.I social media sono pieni di racconti su come la vita sia meravigliosa con l'Isis; sul fatto che sarai promessa in sposa a un marito e avrai la possibilità di adempiere al tuo obbligo religioso di fare "hijra".Potresti avere perfino letto storie di donne che raccontano di aver ricevuto un alloggio gratis, assistenza e la vicinanza di donne di tutto il mondo, e che l'Isis offre sicurezza.

(...)

Scrivo questa lettera solo per dirti che ti hanno mentito nel più crudele dei modi. Solo perché chi ti mente veste abiti religiosi, usa un linguaggio religioso, e pretende di parlare in nome di Dio, ciò non cambia il semplice fatto che ti menta attraverso una clamorosa manipolazione degli insegnamenti della nostra fede.

Ti stanno mentendo prima di tutto sul tuo dovere religioso come musulmana, ma anche sulla realtà della vita sotto Isis. E il pensiero che tu distrugga la tua vita per un sacco di bugie è ciò che mi spinge a scrivere questa lettera. Perché meriti di conoscere la verità e di vivere una vita piena e felice.

Non c'è alcun obbligo religioso per fare hijra o giurare fedeltà a questo leader auto-dichiarato, che sostiene di essere il califfo. Per secoli i musulmani hanno vissuto in terre che non erano sotto il dominio musulmano.

Anche durante la vita del Profeta, egli non chiese a quei primi musulmani che inizialmente avevano fatto "hijra" in Abissinia di fare hijra a Medina, quando Medina era governata dal Profeta.

( ... )


L'Isis ritiene che le ragazze dovrebbero essere date in moglie a partire dall'età di 9 anni e che le donne dovrebbero restare "nascoste e velate dalla società" -- ma questo è in netto contrasto con la storia islamica. L'Islam ha prodotto alcune delle donne più belle, che erano tutt'altro che nascoste lontano dalla società.

( ...)

L'Isis afferma di sostenere la liberazione delle donne, ma non lasciarti ingannare -- questa non è una liberazione. Si tratta di sottomissione e abuso dell'indipendenza e autorevolezza delle donne, che Dio ha conferito loro per servire l'umanità.

La libertà è un nucleo essenziale dell'Islam; l'Isis sembra sempre e solo negarlo. Il rispetto della vita è un insegnamento sacrosanto del Corano, ma l'Isis sembra solo sminuirlo esso.

La pace è ciò che il Corano chiede ancora e ancora; tuttavia l'Isis cerca sempre e solo guerra, e spargimento di sangue.

( ...)

Cara sorella, non distruggere la tua vita e quella della tua famiglia prendendo per buona una bugia. Troverai molte altre tue sorelle musulmane che hanno rifiutato la chiamata dell'Isis poiché hanno riconosciuto l'ideologia velenosa che porta avanti.

( ... )


Tua sorella nell'Islam,

Sara.







il secondo ( il testo integrale )
Dear Sister,

You won’t know me but like you I too am British and Muslim. Some of your friends may have gone out to join ISIS and you are also considering going out too. Social media is awash with accounts of how life is wonderful under ISIS; that you will be promised a husband and the chance to fulfil your religious obligation of making hijra. You may have even read stories of women describing how they are given free homes, maintenance, and a sisterhood made up of women from across the world and that ISIS provides security. But most of all you believe that the painful journey of leaving your parents and siblings is a pain worth sacrificing for the pleasure of God.
I have no other intention of writing this letter but to tell you that you are being lied to in the wickedest of ways. Just because your liars are cloaked in religious clothing, speak in a religious language, and claim to be speaking in God’s name does not change the simple fact that you are being lied to through a gross manipulation of the teachings of our faith. You are being lied to first and foremost about your religious duty as a Muslim but also about the reality of life under ISIS. And the thought of you destroying your life, for a pack of lies is what motivates me to write this letter. Because you deserve to know the truth and to live a fulfilled and happy life.
There is no religious obligation to make hijra or to pledge allegiance to this self-declared leader who claims to be Caliph. Muslims for centuries have lived in lands that were not under Muslim rule. Even during the Prophet’s lifetime, he did not ask those early Muslims who initially made hijra to Abyssinia to make hijra to Medina, when Medina was ruled by the Prophet (pbuh).
But this self-appointed caliph Baghdadi calls on you to make hijra you say? But I ask you, what kind of a caliph is this person who in direct contrast to the teachings of the Qur’an and our blessed Prophet Muhammad pbuh, justifies killing Muslims who declare the shahaadha including convert Abdul Rahman Kassig? How does he this so-called caliph justify killing innocent people? How does he justify the killing of Muslim leaders and scholars who only call for peace and love? The taking of even one innocent life is a great crime in Islam equated to killing the whole of humanity. Yet with so little regard, this same caliph justifies killing Muslims and non-Muslims alike including humanitarian workers like Alan Henning; a man who chose to give up celebrating Christmas with his family to instead help Syrian children.
Tell me what crime did thousands of young girls in Iraq and Syria commit to justify being sold into sexual slave markets and to be raped by ISIS fighters? I am not telling you a lie; ISIS’ own publications have openly stated this to be the case.
Tell me what reason is given for the destruction of centuries old churches and the killings of other minority groups like the Yazidis when God clearly states “For had it not been for Allah’s repelling some men by means of others, cloisters and churches and oratories and mosques, wherein the name of God is oft mentioned, would assuredly have been pulled down.” — Qur’an 22:40.
ISIS omits to tell you that for centuries Christians and other minority groups lived in the Middle East in harmony with their Muslim neighbours. Because it is rather inconvenient to their poisonous narrative of Islam. As Muslim jurist Khaled Abou el Fadl writes , the Qur’an teaches that the act of destroying or spreading ruin on this earth is one of the gravest sins possible. Fasad fi al-ard, which means to corrupt the earth by destroying the beauty of creation, is considered an ultimate act of blasphemy against God.
Those who corrupt the earth by destroying lives, property, and nature are designated as mufsidun (corruptors and evil-doers) who, in effect, wage war against God by dismantling the very fabric of existence, yet this is what ISIS have committed themselves to.
Islam does not seek to impose itself over other religions. The Qur’an states that God has made people different and diverse as a test so that we may come to “know one another, not despite each other”. Human diversity is, as Fadl writes, part of the divine plan, and the test is for human beings to co-exist and interact despite our differences.
ISIS state that girls should be married from the age of 9 and that women should remain “hidden and veiled from society” – but this stands in stark contrast to Muslim history. Islam produced some of the most amazing women who were anything but hidden away from society. Muslim women contributed to all walks of life including Fatima al Fihri who in 859CE founded the first academic degree granting university in Morocco. Asma Bint Shihab al-Sulayhiyya (d480/1087) who ruled Yemen with her husband as did her daughter in law, Arwa. Both these female heads of state were so respected that the Friday sermon in mosques were proclaimed in their names. Hidden, these women were not. The ISIL narrative of women flies in the face of Muslim history, the honour that Allah has conferred on women, and insults such great Muslim women who were pioneers in all walks of life.
ISIS claim to be calling for women’s liberation but do not be fooled – this is no liberation. This is subjugation and an abuse of women’s independence and authority that God has bestowed on women to be used serving humanity. Freedom is an essential core of Islam; ISIS only ever seem to deny it. Respect for life is a sacrosanct teaching of the Qur’an, yet ISIS only seem to cheapen it. Peace is what the Qur’an calls for again and again; yet ISIS only ever seek war and bloodshed. Some of the women who call you to ISIS are the same women who glorify the deaths of Muslims and non-Muslims and who call for the bloodshed of children in our country here in the UK.
What kind of Islam is this? When at its core Islam calls for the act of peace-making. Where is this peace in ISIS’s version of Islam? I see no peace, only death, destruction and misery. And this stands in stark contrast to centuries of Islamic tradition, a tradition based on mercy, compassion, pluralism, co-existence and human dignity.
You must know however, that once you go out there the chances of coming back are slim. Young women realising the error of their ways, have tried to escape but many have failed . The ability to fulfil any dreams you may have once had will be over as you discover how your identity, agency and freedoms are all denied and suppressed. ISIS’s treatment of women as second class citizens, is not the respect and dignity Islam promises women.
Finally, one can only end on the one person whom without you would not be alive today. Your mother. Your mother who for years raised and nurtured you, to enable you to achieve great things. Your mother who would lose sleep feeding you at night, who looked after you when you were ill and who would selflessly put you first, over and beyond her own needs. The same mother who would plait your hair for school every morning, ensured your uniform was ironed and your school bag was ready. And it is for this reason, mothers hold a special position in Islam. Your mother, your mother, your mother is what the Prophet Muhammad (saw) taught us. By asking you to leave your family behind, ISIS calls on you to turn your back on your mother.
Dear sister, do not destroy your life and your families lives by buying into a lie. You will find many of your fellow Muslim sisters have also rejected the call of ISIS as they have seen through the poisonous ideology it peddles. Feel free to contact me directly if you would like to talk more. And like so many others, join our campaign #MakingAStand. We are making a stand to reclaim our faith back from these extremists who denigrate Islam’s teachings. We are making a stand for peace, mercy, compassion and respect for others.
And we are making a stand against ISIS who instead, calls for bloodshed, death, destruction and rape. I hope you join our call over theirs.
Your sister in Islam, Sara professionalism.”

19/10/14

Il potere che protegge la pornografia infantile. Lydia Cacho, I demoni dell'Eden.



"Se vivo sotto scorta, e sono costantemente minacciata, non è per ciò che scrivo ma per quello che voi potreste leggere".
Lydia Cacho, I demoni dell'Eden.




Questa non è la storia di un uomo che scopre quanto gli piaccia avere rapporti sessuali con bambine anche di soli cinque anni. Questa è la storia di una rete criminale che protegge e sponsorizza la pedopornografia infantile. È la storia di Jean Succar Kuri (distinto proprietario di alberghi), il capo di questa rete, che intesse relazioni con importanti uomini politici e influenti imprenditori messicani ai quali procura bambine e bambini per il loro piacere. Scrivere o leggere un libro sugli abusi sessuali infantili e sul traffico di minori non è un compito facile né un passatempo gradevole. Su questo
fenomeno, tuttavia, è più pericoloso mantenere il silenz io. Con la tacita connivenza della società e dello Stato, migliaia di bambine e bambini diventano vittime di trafficanti che li trasformano in oggetti sessuali a beneficio di milioni di uomini, che dalla pedopornografia e dall’abuso sessuale sui minori traggono un godimento personale esente da interrogativi etici. Benché gli episodi raccontati dalle vittime siano profondamente dolorosi, il coraggio dei testimoni e la chiarezza degli esperti ci consentono di scorgere la luce in fondo al tunnel e approfondire le conseguenze dell’inazione di fronte alla violenza e allo sfruttamento sessuale. Questo è un libro di Lydia Cacho, la giornalista più temuta e ricercata del Messico. Il primo libro di Lydia Cacho. Per questa inchiesta la giornalista è stata arrestata illegalmente, torturata e minacciata di morte numerose volte.
“Lydia Cacho è un modello per chiunque voglia fare giornalismo. È una donna di grande coraggio che ha sopportato la prigione e la tortura per difendere una minoranza che nessuno ascolta, per attirare l’attenzione sugli abusi che bambine e donne devono subire in Messico e nelle parti più povere del mondo. Ha raccolto informazioni mai venute alla luce prima, ha rischiato in prima persona facendo i nomi di politici e imprenditori.” Roberto Saviano
“Le mafie mi vogliono morta non per quello che so, ma per quello che voi e le vostre figlie saprete leggendo i miei libri.”

se la puntata della presentazione de libro alla trasmissione pane quotidiano rai3 del 16\10\2014 non si dovesse vedere  o avete  difficoltà  con il video  lo




 la trovate  qui  (  http://goo.gl/xIg733 )

13/08/14

Donne di cui la Boldrini non parla e forse non parlerà le storie di Deniz Firat e delle YJA—Star

Lo  so  che   Qelsi.it è  al  99.99 % un sito fogna  , ma  ogni tanto anche nelle fogne  ci sono  delle perle  visto  che   di solito  la  gente  scarica  di  tutto   , ma  stavolta    ha ragione

Deniz Firat, nella foto, era una giornalista. E’ morta due giorni fa a Maxmur, città irachena fra Erbil e Kirkuk, abitata in gran parte da cristiani e sede di un campo profughi composto dalle minoranze religiose della zona. E’ stata ferita al cuore da una scheggia proveniente da un proiettile di mortaio lanciato dai miliziani dell’IS, I Jahidisti che attualmente tormentano l’Iraq.Laura Boldrini, presidente della Camera sempre così attenta alle donne, non la citerà mai, come si dimenticherà
delle donne dello YJA—Star, gruppo di guerrigliere che ora sta combattendo gli estremisti nella stessa area, permettendo la fuga dei cristiani. Non ne parlerà nonostante le origini di questo gruppo siano nell’estrema sinistra del PKK.
Allo stesso modo non parlerà mai delle donne e degli uomini dell’YPG, le forze curde di difesa del Kurdistan Siriano, che sono entrati in Iraq via terra per assistere le decine di migliaia di profughi Yaziditi in fuga da Sinjar, caduta in mano dell’IS, permettendone l’approdo verso le zone sicure del Kurdistan siriano.Tutte queste donne non posso disturbare I femministi pensieri della Boldrini, che giustamente si gode le proprie sicure e lussuose vacanze.

05/03/14

Questo è l'8 marzo , non rinchiudersi in una pizzeria o spogliarelli maschili (Il treno delle mosche e le donne della speranza )

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Canzoni consigliate  .
Fra le  tante  canzoni sui treni  , che  vanno   oltre  le  ovvie   e  scontate  in un post  simile   (ma non per questo belle  ed  intense)  ,  La locomotiva  di Guccini  e  treni  a  vapore -cielo   d'irlanda  di   Fiorella  Mannoia        ho trovate queste  :





Come specificato nellle primissime righe del mio post precedente ( trovate come sempre l'url sopra all'inizio del post ) su come vedo l'8 marzo ecco cosa intendo per storie di donne . 
Mentre incomincio  a  fare  cut&paste   dell'articolo  di    http://www.eticamente.net/ (   da  qui più  precisamente   )  mi ritorna  in mente   queste due    canzoni  la  prima  è di  un famoso  caffè è  lo spot  del  1981  


la  seconda   trovata  per  caso   anni   fa  mentre  cercavo   , non ricordo  per  quale motivo   ,  qualcosa   sul   rapporto tra    tra  la beat  generation  con   :  il   vagabondaggio  e treni .   E  riscoperta  mentre cercavo   qualche  canzone  adatta  per  questo post



Ma  ora  basta  . parlare io  , lasciamo  la parola  all'articolo

Sono le donne chiamate “Las Patronas“ che danno un filo di speranza, ogni giorno, alle 400mila persone che ogni anno attraversano il confine che divide il Messico dall’America, 8000 km tra boschi, rocce e deserto, fino al Rio Grande.Sono nicaraguensi, salvadoreñi, guatemaltechi, hondureñi che ogni giorno corrono affianco ad un treno, salgono in corsa, si sporgono, rischiano di rimanere amputati, fulminati o peggio: rischiano di morire.Ma quando passano per Veracruz hanno un pasto gratis, senza poterlo scegliere, senza poter decidere cosa mangiare ma ringraziando queste donne che ogni giorno sfidano “il treno della morte”, “il treno delle mosche”, “la bestia”, “il divoramigranti” che passa a 40 km orari e loro sono li, vicine, a volte troppo vicine… 


E non si aspettano niente in cambio, non vengono pagate, non vengono ringraziate ma sanno di essere l’unica speranza per questi migranti.I passeggeri soffrono la fame e le madrine del treno sono le uniche che danno loro un briciolo di speranza.Braccia alzate cibo che passa di mano, senza un errore, mai nulla avanza… E il giorno dopo si ricomincia.


Un tratto di strada dove le mani si incrociano velocemente in segno di speranza, dove gli sguardi si sfiorano velocemente in un grazie silenzioso nel frastuono del treno che inesorabile avanza veloce senza rallentare.
Nel video documentario di Nieves Prieto Tassier e Fernando López Castillo intitolato‘El tren de las moscas’

video



 (Il treno delle mosche) si vede questo passaggio di “testimone”, si vede il lavoro delle madrine, si vede la sofferenza dietro la speranza.Un cortometraggio che ha vinto il premio per il miglior corto politico al Film Festival Round

[Fonte dati www.repubblica.it ]


P.s
il video  è stato  salvato    tramite  donwloadhelper  (  estensione di mozzilla firex  fox  )   senza  nessun fine  di lucro  Ma  solo per  conservare la  memoria  di  tali  storie  che andranno perdute se nel caso  il canale  youtube  di Helios Cordero  (  https://www.youtube.com/user/caindenod   ) dovesse  essere  chiuso  o  i video rimosso  . I diritti sono  quindi  del quotidiano elpais.

28/12/13

Rifiutò il cognome del padre uxoricida Mamoiada, a Vanessa Mele il premio S'Istima

ne  ho già parlato tempo fa   su queste pagine  , ma    con piacere ne  riparlo  , perchè  è un piacere raccontare  storie  , anche  se  tristi e  dolorose  , si  gente   che  è riuscita   a lasciarsi alle spalle  il suo passato   e  le ferite   provocate   , senza  ricorrere  all'odio e  alla vendetta

 Vanessa Mele (foto Massimo Locci)


Quando era solo una bambina, suo padre uccise sua madre nella cucina di casa. Oggi la giovane porta il cognome materno.

Oggi Vanessa Mele, ha 21 anni, sono passati 15 anni da quel giorno in cui suo padre, Pierpaolo Cardia, uccise sua madre Annamaria Mele nel soggiorno della loro casa di Nuoro.
Da allora per Vanessa non fu più lo stesso: rifiutò il cognome paterno ed ingaggiò una battaglia legale per impedire che l'uomo che si era macchiato di quel delitto usufruisse della pensione materna.
Oggi Vanessa vive in Galles dove studia Criminologia. Stasera, a Mamoiada, riceverà il premio S'Istima, pensato dal pastore Mario Dessolis e dedicato alle donne che si sono particolarmente distinte.

N.b  mi scuso se  l'articolo dell'unione sarda del 28\12\2013   fosse  cosi piccolo , ma  la versione free  dell'edizione  giornaliera presentava un errore   e non  faceva visualizzare l'articolo visualizzato  . Ed  ho dovuto prenderlo   tramite  (  di più  non si poteva ingrandire  in quanto    lo zoom  è destinato agli abbonati )  il png \ il classico cattura immagine   da sfoglia  gratis  , il tempo  di alcuni secondi  prima del  blocco , del quotidiano  .







28/07/13

LA LETTERA La mia vita prigioniera in fuga dall'amore violento

da  repubblica  online 

Sono chiusa qua dentro senza la possibilità di uscire né di ricevere visite, tutto questo per la mia sicurezza. Questa è la mia storia. Tutto ha avuto inizio circa un anno fa, quando, nel bel mezzo della mia ex spericolata vita è apparso lui: Mario. Come tanti ragazzi della nostra età ci siamo innamorati e abbiamo dato inizio alla nostra storia d'amore. Almeno così la vedevo io, noi ci amavamo anche se lui era molto geloso. Sotto la sua crescente pressione ho cancellato tutte le mie foto perché se no lui si incazzava, così pure i numeri di telefono degli amici maschi. E ancora non bastava per lui. Ho dovuto cambiare numero di cellulare per evitare che i miei amici mi chiamassero, non parlare più di uomini nemmeno con le mie amiche. Tutto mi sembrava sopportabile pur di essere felici insieme e far andare bene la nostra relazione.

Poi sono iniziate le botte. Potevano scattare per gelosia così come per paranoie che lui si ficcava in testa (come che lo tradissi, che parlassi male alle sue spalle, che gli nascondessi qualcosa) o perché ero egoista e tirchia, come diceva lui, perché non gli sistemavo i vestiti o non usavo la mia paga per soddisfare i suoi desideri.
Anche un'uscita se non avveniva sotto sua autorizzazione comportava pugni, tirate di capelli, sputi e una miriade di insulti e minacce (anche di morte). Tutto è accaduto molto gradualmente e Mario è stato un maestro nel dosare con me dolcezza e attenzioni a momenti di prevaricazione e violenza.

Così a ogni nuova umiliazione io mi ritrovavo sempre più legata a lui, inizialmente per amore e perché, scioccamente, ero convinta di poterlo cambiare e poi, con il tempo, per la paura che le sue continue minacce e le botte avevano incastonato in me. Per sapere tutto ciò che ho vissuto e sopportato ogni giorno della mia vita da un anno a questa parte (sto parlando di violenza fisica, psichica, economica e sessuale) basterebbe leggere il verbale della mia denuncia, che contiene gran parte degli episodi di violenza da me subiti.

Sì, perché io ho denunciato il mio ragazzo, la persona che credevo a me più vicina, e l'ho fatto per salvarmi la vita, per non essere una di quelle tante ragazze uccise dai propri compagni le cui storie occupano due minuti nei notiziari o vengono raccontate ad "Amore criminale" mentre le loro famiglie, impotenti, sono straziate di dolore.

Ma non sto scrivendo per commuovere o perché cerchi commiserazione. Sto scrivendo perché sono incazzata e indignata. 

Pensate di farvi una gita allo zoo. Pagate il biglietto, entrate e vi mettono in una gabbia come si deve, dotata di sbarre, serratura e lucchetto e vi sbattono in mezzo a un luogo popolato di leoni che vi gironzolano attorno affamati.

Assurdo, si dirà. È il predatore che deve stare in gabbia per non nuocere alla gente e non le persone che si devono segregare mentre il leone se ne gira beato per la città mietendo vittime. Beh, è quello che è stato fatto a me. Io ho chiesto aiuto alle persone a me più vicine (essendo limitata in tutto), e per fortuna loro hanno parlato con la polizia e i servizi sociali. Risultato? Un giorno sono uscita dalla casa in cui vivevo con Mario per far visitare il mio cane dal veterinario e, una volta scappata, ho finto la mia scomparsa. Lo stesso giorno due educatrici mi hanno presa, con solo quello che portavo addosso, e portata qui in gran segreto. Oggi non sto scrivendo perché un'altra storia possa essere raccontata per intrattenere la gente. Sto scrivendo perché questo è l'unico modo per far sentire la mia forza, la mia voglia di ribellarmi contro questa situazione che mi è capitata ma che capita ogni istante a migliaia di donne come me.

Sto alzando la mia voce perché anche altre persone abbiano il coraggio di scappare e denunciare i loro aguzzini ma ancora di più perché spero che le forze dell'ordine accolgano queste richieste di aiuto e non rimandino le vittime nelle mani dei loro torturatori. 

Ma questo non è possibile se lo Stato non si mette dalla nostra parte e non fa finalmente una legge (già presente negli altri paesi dell'Ue) che punisca i veri colpevoli e non noi vittime. E se non saranno i ministri a farlo dobbiamo essere noi a farci sentire per avere diritto ad una vita da esseri umani e non da prigionieri.
La mia vita è cambiata per sempre. Spero che, grazie a questa mia testimonianza, possa cambiare in meglio la vita di tante donne come me.

Per motivi di sicurezza abbiamo concordato con l'autrice di omettere il suo vero nome

04/03/13

La battaglia per la vita del caporalmaggiore Letteria Tripodo

Premetto    che  non ho    amato ad  incominciare  dagli ultimi  14\15  anni   (  riferendomi  alla  scelta   e  all'istituzione  non alle persone   perchè  se  uno  fa  una  scelta  sbagliata   può  e dev'essere   criticato  e  condannato  qual'ora  essa  ti portare  a  compiere  azioni  abberranti  ma prioma di  fare  ciò   bisogna  comprendere   e  non giudicare  )  le  stellette   e   tutto  l'ambiente  che  c'è attorno  nonostante  (   vedere  archivio blog  )   abbia  avuto  prozii materni  militari  nella 1  guerra mondiale  .
Allora  vi   chiederete perchè  racconti questa  storia  ? 
1) perchè è  coraggiosa 
2) per i  suo attaccamento  alla  vita  e    a quello in cui crede  
3)  perchè   non ho  niente  da rtaccontare  per  l'8 marzo 

A  voi la storia  della   dura battaglia per la vita del caporalmaggiore Letteria Tripodo contro l'uranio impoverito incontrato nei Balcani. Un tumore, ma nonostante tutto il coraggio di mettere al mondo un figlio.

video

fonte  https://www.facebook.com/groups/vladcteq/

18/02/13

non si è mai vecchi per certe cose Judo, super-cintura nera a 98 anni: Keiko ottiene ''il decimo dan''

  tale  news    riportata   sia nei due video sia  nei dettagli    conferma il  mio post  precedente ovvero  spesso la    vecchiaia  è  anche  felicità 


video  originale   qui   sotto  trovato tramite il motore  di ricerca interno  di  donwloadhelper ( opzione  per  scaricare  video   da  youtube  e   non sdolo di mozilla  firex  fox  )






quello ridotto  e  sintetico di  repubblica .it     da  cui  hopreso anche  la didascalia













A 98 anni Keiko Fukuda, un'anziana signora originaria di Tokyo e residente ormai da anni a San Francisco, è diventata la prima donna ad aver raggiunto il più alto riconoscimento nel Judo: il decimo dan. Ci sono soltanto altre tre persone, al mondo, che possono indossare la sua stessa cintura nera. E sono tutti uomini. Molto tempo fa Keiko, ultima allieva vivente di Kano Jigoro, fondatore del judo, ha abbandonato il Giappone - mandando all'aria anche il suo matrimonio - perché nel suo paese gli uomini, anche se tecnicamente inferiori alle donne, avevano accesso alle cinture più alte in tempi molto più rapidi. Una forma di discriminazione che ha spinto la donna a volare in America, dove tuttora insegna judo, a San Francisco, presso il Soko Joshi Women’s Judo & Self Defense Club. Le immagini che state vedendo sono estratte da un documentario  sulla sua storia - in lavorazione, previsto per il 2012 - dal titolo "Sii forte, Sii gentile, Sii bellissima". Tre insegnamenti che l'anziana Keiko è solita dare alle sue allieve.

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