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08/03/17

8 marzo le donne migrati fuga dalla disperazione e riscatto , mi licenzi riapro con una cooperartiva e riassumo parte dei colleghi , non emigro ma lottto qui e lavoro qui


8 marzo, Emma Bonino e le donne migranti: fuga e riscatto

Agitu, Princess e Habiba sul palco insieme alla leader dei Radicali italiani a raccontare la potenza delle donne migranti che riescono a emergere. L'ex ministra: "Dobbiamo cambiare la Bossi-Fini per permettere alle irregolari di regolarizzarsi"di Andrea Scutellà




Emma Bonino e le donne migranti

ROMA. Agitu è fuggita da un regime che espropriava la terra ai pastori nomadi e ora produce un formaggio di capra biologico in Trentino. Princess è stata costretta a prostituirsi dai suoi connazionali trafficanti, si è ribellata e oggi aiuta le donne come lei a sottrarsi dal giogo dei “magnaccia”. Habiba è scappata dalla guerra ed è diventata mediatrice culturale per aiutare i rifugiati.


8 marzo, Emma Bonino: "Diamo voce alle donne migranti"
La leader dei Radicali italiani a margine della conferenza stampa "Donne anche noi. Storie di fuga e riscatto": "Bisogna cambiare la Bossi-Fini e permettere alle donne irregolari di regolarizzarsi" (di Andrea Scutellà).

"Molte irregolari non possono essere qui". Questa è la potenza delle donne migranti. I Radicali italiani ne hanno portate tre davanti alle telecamere e tutte hanno ripetuto senza sosta la storia della loro vita ad ogni giornalista che gliela chiedesse. Perché erano lì per testimoniare soprattutto per le sorelle assenti. «Tra le donne che ci sono oggi mancano le irregolari - spiega Emma Bonino, organizzatrice della giornata -, che se non superiamo la legge Bossi-Fini purtroppo non riusciremo mai a regolarizzare. E evidentemente mancano anche quelle chiuse nei Cie. Abbiamo chiesto se potessero essere qui, ma loro possono uscire solo per andare in tribunale o all'ospedale. Vogliamo lanciare un messaggio anche alle donne italiane: nella società del nostro paese ci sono protagonisti diversi, altri».



8 marzo, la storia di Agitu: fuggita dall'Etiopia, oggi allevatrice in Trentino
In Trentino si sente sicura: qui produce e vende formaggio caprino nella sua azienda "La capra felice", dopo aver recuperato dei terreni abbandonati. Fuggì dall'Etiopia perché era un'attivista contro l'espropriazione delle terre dei pastori nomadi da parte del governo (di Andrea Scutellà)

Alleva capre in Trentino, fuggì dall'Etiopia. Agitu Ideo Giudeta è arrivata per la prima volta in Italia a 18 anni con una borsa di studio. Si è innamorata del Trentino, in cui ha fatto l’università. «Io sono originaria dell’Etiopia - spiega -, sapete da quelle parti ci sono gli altopiani, qui in Trentino le montagne...». Dopo gli studi è tornata in Etiopia per occuparsi di agricoltura sostenibile. Voleva riportare le sue competenze in patria. Non ha potuto proprio tacere quando il governo ha cominciato ad espropiare le terre ai pastori nomadi e agli agricoltori per svenderle alle multinazionali. Ha manifestato con i suoi amici. Il governo ha risposto con il mitra. Allora è fuggita e si è ricordata del Trentino. «Ho avviato questo progetto di terreni abbandonati e delle razze rustiche locali e ho attivato la mia azienda agricola biologica che produce formaggi caprini. Chi vuole comprare i prodotti deve venire in Trentino, ho ricevuto richieste da fuori regione ma le ho rifiutate». L'azienda si chiama "La capra felice" . 


8 marzo, la storia di Princess: "In Italia per fare la cuoca, mi costrinsero a prostituirmi"
Oggi Princess Okokon con la onlus Piam di Asti aiuta le donne migranti a uscire dall'incubo della prostituzione forzata per debiti e lotta contro la tratta di esseri umani. Ma anche lei, all'inizio, fu comprata come una schiava e costretta a scendere in strada con l'inganno (di Andrea Scutellà)

Vittima della tratta, redime le prostitute forzate. Princess Okokon fa parte di una lunga schiera di donne nigeriane imbrogliate dai loro connazionali trafficanti. Le avevano promesso un posto da cuoca in Italia e invece si è ritrovata in strada, a Torino, con un debito di 45mila dollari sulle spalle, venduta per 13mila, a prostituirsi. Ha provato a fuggire, ma è stata picchiata a sanghe e ha passato una settimana in ospedale. Con l’aiuto della Caritas e di Alberto Mussino, che poi ha sposato, è riuscita a sottrarsi al giogo. Ma invece di fuggire oggi fronteggia i trafficanti ad Asti, con la Piam onlus che gestisce insieme al marito. Riceve ancora minacce, ma è riuscita a salvare molte altre donne costrette alla prostituzione. La sua associazione offre assistenza legale, sanitaria, corsi di formazione professionale e di lingua alle vittime della tratta.  Dalla Costa d'Avorio alla cucina. Habiba Ouattara è scappata dalla guerra in Costa d’Avorio. Ha percorso 600 chilometri a piedi prima di arrivare in Ghana. Ha preso un biglietto aereo con documenti falsi da Accra a Roma. Il Centro Astalli l’ha curata, gli ha insegnato la lingua e le ha permesso di fare un master in mediazione culturale all’università “Roma tre”. Oggi insieme ad altri stranieri provenienti da mezzo mondo gestisce Makì , un progetto di cucina attivo a Roma, che fa sperimentare sapori provenienti dai quattro angoli della terra persino agli italiani: il popolo più conservatore a tavola. Un giorno cucina un afgano, un giorno un turco, un giorno un ivoriano. E gli italiani ascoltano i racconti dei rifugiati, a cui non mancano di certo gli argomenti. 

l'altra storia  è questa  presa   http://iltirreno.gelocal.it/grosseto/cronaca/  del 06 marzo 2017




Il supermercato li "liquida" e loro aprono un discount

Castiglione della Pescaia, la proprietà di Eurospin rompe il rapporto con i gestori del negozio. I due creano una cooperativa, avviano un’altra impresa e riprendono a lavoro a otto personedi Enrico Giovannelli

06 marzo 2017




                  Foto di gruppo nel nuovo discount a Castiglione della Pescaia
CASTIGLIONE DELLA PESCAIA. 
Come un’araba fenice. In concomitanza della festa della donna, mercoledì 8 marzo, aprirà un nuovo hard discount, il Dpiù, a Castiglione.
Una nuova attività che sorge in tempi di crisi con la creazione di posti di lavoro. E una storia particolare se si pensa a quello che era successo pochi mesi fa, poco prima di Natale.
La proprietà del supermercato Eurospin aveva deciso di chiudere anzitempo il rapporto con chi gestiva il negozio da oltre dieci anni: Antonio Mazzini e Fabrizio Micheli. E non senza polemiche e discussioni, per una risoluzione che aveva spiazzato e reso increduli gli stessi gestori per le modalità e la velocità delle decisioni.
Una situazione, quella del mancato rinnovo dell’accordo per la conduzione del supermercato, che portò anche al licenziamento di molti dipendenti (alcuni sono stati confermati, altri hanno trovato altre sistemazioni), in carico alla Mazzini e Micheli, che non furono poi riassunti dalla nuova gestione subentrante dell’Eurospin che beffardamente, dopo poche ore dall’uscita di scena del vecchio gruppo, si preoccupò con un cartello affisso all’ingresso di cercare “nuovo personale” .
Proprio Antonio Mazzini dichiarò che avrebbe fatto di tutto per aiutare i “suoi ragazzi”, e la promessa è stata mantenuta in pieno. In pochi mesi è nata l’idea di riaprire un nuovo hard discount, tra l’altro dove c’era stata la prima sede dell’Eurospin, sempre gestita da Mazzini e Micheli, praticamente dalla parte opposta della strada provinciale del Padule, nei locali dove c’era il negozio di mobili della famiglia Baggiani. In linea d’aria qualche decina di metri in tutto.
Un nuovo inizio per Mazzini e Micheli, come l’araba fenice che risorge dalle ceneri. E a poche ore dall’apertura, tutti i dipendenti sono impegnatissimi nel sistemare gli scaffali e riordinare, mentre le ditte installano frigo e banconi per essere operativi per la data d’apertura.
Mazzini, a nome di tutti, racconta quello che è successo negli ultimi mesi, quasi commuovendosi: «Passata e sbollita la delusione per quel che era accaduto, ci siamo voluti subito rimettere in gioco e abbiamo trovato l’accordo con la società Dpiù, che ha la sede a Verona, nella stessa zona dove insiste l’Eurospin. Stavolta però abbiamo costituito una cooperativa con i ragazzi: l’idea è che il gruppo cresca, e che un domani possa prendere in mano il negozio direttamente. Avere più responsabilità insomma. Io e mio cognato (Fabrizio Micheli, ndc) in questa fase gestiamo la nuova apertura, poi più avanti vedremo il da farsi. Quello che però conta davvero è aver dato la possibilità a tutti i nostri ragazzi e ragazze, otto persone compresi noi due, di continuare a lavorare. Non abbiamo abbandonato nessuno, e anche chi non è con noi ha trovato un altro impiego. Credetemi, una grande soddisfazione». E l’hard discount Dpiù ricalca in pieno il classico supermercato a basso costo, dove si può trovare di tutto dal barattolo con i legumi alla lavatrice (alcune sono state addirittura vendute prima dell’apertura).
Antonio Mazzini precisa però alcuni aspetti: «Oltre ai vari prodotti in generale, sia al banco della gastronomia che per quello della frutta, l’idea è di avere un rapporto diretto con chi produce, per una vendita a chilometro zero puntando sulla qualità del nostro territorio». Nel ringraziare tanti castiglionesi che in questi mesi si sono interessati alla vicenda aspettando la nuova apertura, Mazzini confida un piccolo aneddoto sullo statuto che è stato siglato dalla nascente cooperativa: «Abbiamo voluto inserire una clausola particolare quando si creeranno le condizioni per nuove assunzioni: la priorità sarà data sempre a una persona nata, cresciuta e residente a Castiglione». Magari in ricordo del sostegno ricevuto dal paese.



altre storie

La storia di Alessio


Alessio, 19 anni: "Vivo da pastore e sono felice"Alessio Marocco abita a Bozzano (una piccola frazione del Comune di Massarosa). Quando aveva 17 anni ha lasciato gli studi e ha comprato le sue prime dieci pecore. Ecco la sua storia (Video di Cesare Bonifazi Martinozzi)- L'ARTICOLO: La storia di Alessio

La storia di Lorenzo


Calzolaio per amore: Lorenzo apre una bottega a 23 anniLorenzo Lari, 23 anni di Viareggio, una volta conclusi gli studi di geometra ha deciso di scommettere sulla passione della famiglia: le scarpe, la pelle. E così ha aperto un negozio di calzolaio. Ecco la sua storia (video di Cesare Martinozzi Bonifazi) - L'ARTICOLO




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29/01/17

Un libro per combattere l’omofobia e la violenza sulle donne

"Canzoni contro l'omofobia e la violenza sulle donne" di Cristian A. Porcino Ferrara


 è un saggio ben strutturato e, come sempre, scritto bene. Inoltre c'è l'elemento della novità: nessuno ha trattato due temi così delicati e importanti attraverso l'analisi dei testi di celebri canzoni.
Porcino Ferrara, filosofo e scrittore indipendente, ha creduto fortemente nell'uscita del libro nonostante i diversi apprezzamenti ricevuti da editori non disposti, però, ad investire economicamente su di un libro che si occupa dei cosiddetti “perduti della storia” (definizione racchiusa nella prefazione di D. Tuscano). Una scelta vittoriosa, quella del nostro autore, se pensiamo che il libro ha ottenuto anche il plauso della senatrice Monica Cirinnà. L'autore ricostruisce le vicende storiche che si celano dietro la tardiva emancipazione dell'universo femminile a causa di una società maschilista e aggressiva, spalleggiata, quasi sempre, dai rappresentanti religiosi (anch'essi, ahimè, maschi!). Inoltre si affronta con competenza la radice dell'intolleranza omofobica e le relative aggressioni a chi ha un orientamento sentimentale diverso dal proprio. A conclusione del libro si trova un progetto educativo per sensibilizzare gli studenti delle scuole sulle diverse forme di affettività. Cristian insiste nel sostenere che la violenza e l’intolleranza sono manifestazioni proprie dell'ignoranza, e di conseguenza vanno combattute con la conoscenza. Un testo che, a parer mio, deve essere letto proprio per contrastare comportamenti e situazioni ancora così frequenti nella nostra società. È notizia di questi giorni di una nuova aggressione omofoba a Milano, e della legge votata in Russia che depenalizza la violenza domestica su donne e bambini. In tal senso il viaggio dentro la storia operato da Porcino Ferrara si fa ancor più illuminante per noi lettori. Dunque auspicando una rapida diffusione del volume vi esorto alla lettura di un libro così tanto sentito e ispirato.



(Federica Giuliani)



Il libro può essere ordinato presso le librerie Mondadori e Giunti oppure acquistato su Amazon al seguente link:

12/08/16

Con lo chef Bottura il Parmigiano Reggiano servito ai poveri di Rio ., Irma testa prima pugile italiana a salire sul ring delle Olimpiadi . Anna Korakaki festeggia con i rifugiati e non con la crema dello sport

Irma Testa, la prima pugile italiana a salire sul ring delle Olimpiadi - via La Città di Salerno http://bit.ly/2aRjr9J


Con lo chef Bottura il Parmigiano Reggiano servito ai poveri di Rio

Il cuoco stellato tramite “Food for Soul” e Gastromotiva ha aperto “RefettoRio”, dove serve pasti gratuiti ai più bisognosi durante le Olimpiadi e le Paralimpiadi recuperando le eccedenze prodotte dal villaggio olimpico



REGGIO EMILIA. Dopo il buon esito dell'esperienza vissuta all'Expo di Milano con il Refettorio Ambrosiano (un teatro alla periferia di Milano trasformato in mensa per i poveri), il Consorzio del Parmigiano Reggiano sosterrà il nuovo progetto solidaristico e culturale che lo chef Massimo Bottura (titolare di quell’“Osteria Francescana” definito il miglior ristorante del mondo) realizzerà a Rio in occasione delle imminenti Olimpiadi.


Grazie alla collaborazione tra “Food for Soul” (l'Associazione non-profit fondata dallo stesso Bottura per incoraggiare comunità e persone a combattere lo spreco alimentare) e Gastromotiva (organizzazione non-profit nata dallo chef David Hertz per promuovere integrazione sociale attraverso il cibo), il 9 agosto, infatti, ha aperto i battenti il “RefettoRio”, struttura nella quale saranno serviti pasti gratuiti ai più bisognosi durante l'intero periodo delle Olimpiadi e della Paralimpiadi, recuperando ed utilizzando le eccedenze prodotte dal villaggio olimpico.


«Sosteniamo questa iniziativa con una specifica donazione - sottolinea il presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano, Alessandro Bezzi - perché condividiamo i valori etici e culturali che stanno alla base del progetto e ci auguriamo che si possa ripetere la positiva esperienza vissuta in occasione di Expo con il Refettorio Ambrosiano, che è ancora attivo per 5 giorni a settimana e, grazie alla Caritas, serve pasti ai senzatetto. La forte connotazione solidaristica e la prossimità ai più bisognosi - spiega Bezzi - è la prima ragione della nostra adesione alle proposte di “Food for Soul” e al “RefettoRio” che sarà aperto in Rua da Lapa 108 a Rio, ma ad essa si unisce il valore di un’esperienza finalizzata a educare ad evitare gli sprechi, al rispetto profondo del cibo, della natura, dell'ambiente in cui si generano le risorse fondamentali per l'uomo e a mantenere sempre un rapporto
da  FAO Newsroom @FAOnews
sostenibile fra produzione e territorio».
L’esperienza va quindi ben oltre il semplice marketing, vista la finalità sociale, ritenuto un valore per i produttori del re dei formaggi.
«Un insieme di valori - aggiunge Bezzi - che connotano da oltre 900 anni il lavoro dei nostri produttori e la loro cultura, che si traduce in un prodotto straordinario che sarà sempre presente sulle tavole del “RefettoRio”. A preparare i pasti a Rio, così come era accaduto a Milano, saranno alcuni dei più grandi chef del mondo (furono 65 in occasione di Expo), coinvolti da Massimo Bottura in un progetto che promuove la dignità umana opponendosi anche allo spreco alimentare».
















da 
LEI E' LA MIA PREFERITA
Lei è la mia preferita, si chiama Anna Korakaki, ha vent'anni ed è greca.
In queste Olimpiadi ha vinto l'oro, poi ha preso un aereo ed è... tornata a casa. Anna non ha sfruttato gli ingressi gratuiti alle gare, non ha goduto del villaggio olimpico che di notte si trasforma in una festa, Anna non è andata alle feste per vip a Rio de Janeiro. Tutte cose legittime, tra l'altro, e sicuramente divertenti.
Anna ha deciso di volare in Grecia, a Drama, il paese in cui è nata, subito dopo la sua gara, per festeggiare l'oro insieme ai rifugiati della penisola.
Perché è divertente ridere fino ad avere il mal di pancia, ubriacarsi fino a decidere di ballare sul cubo, mangiare la pizza, fare l'amore e il lavoro che si ama. Però c'è anche chi sente la necessità, ma soprattutto il gusto, di sfruttare gli spazi della propria visibilità e del proprio lavoro per dare respiro agli ultimi della Terra. Raccontando le loro storie e facendosene così anche un po' carico.
Lei è la mia preferita, si chiama Anna Korakaki e ha capito che la vittoria più bella è quella condivisa.

10/01/16

Lei è Zineb El-Rhazoui Un anno fa è sopravvissuta all’attentato di Charlie Hebdo, oggi Isis la minaccia

a mente fredda   , dopo aver  lasciato sfogare  le  celebrazioni ufficiali    ed  a senso unico   ,  vi voglio parlare    e  lo faccio tramite  questo bellissimo articolo  di  quella ch'era   (  ora  è  left  )   la  rivista  http://www.left.it/

Un anno fa è sopravvissuta all’attentato di Charlie Hebdo, oggi Isis la minaccia
Vi riproponiamo l’intervista apparsa su Left n. 11 a Zineb El Rhazoui a tre mesi dalla strage nella redazione parigina di Charlie Hebdo. In un dialogo con Left la scrittrice e giornalista della rivista satirica, ancora oggi minacciata da Daesh, si racconta: «Dal 7 gennaio la mia vita è letteralmente esplosa» e ci fa capire il senso della nuova copertina del numero speciale del settimanale che verrà pubblicato il prossimo 6 gennaio, esattamente un anno dopo quel giorno che «cambiò tutto».
Arriva un quarto d’ora prima all’appuntamento. È scortata da alcuni agenti. Niente perquisizioni o formalità. Ma per tutto il tempo dell’intervista le guardie del corpo restano con noi nel luogo in cui la incontro, non lontano dalla redazione di Charlie Hebdo dove è avvenuta la strage. Lei è Zineb El-Rhazoui, la giornalista e sociologa delle religioni franco-marocchina scampata all’attentato del 7 gennaio scorso solo perché quel giorno si trovava a Casablanca. Da allora vive sotto scorta e ogni due o tre giorni è costretta a dormire in un posto diverso. Una vita di spostamenti continui da quando è stata colpita da una fatwa che ordina di ucciderla.
Zineb a diciotto anni è arrivata a Parigi per fare l’università, poi la specializzazione in sociologia delle religioni. A ventitré, all’università, quella del Cairo, ci insegna. A venticinque torna in Marocco. È lì che pensa di dover “fare la sua battaglia”. Scrive su Le journal hebdomadaire e insieme a un gruppo di amici fonda Mali (Mouvement alternatif pour les libértes individuelles). Viene arrestata più volte, non molla. Anzi: partecipa alla primavera araba e nel 2011 diventa portavoce del Movimento del 20 febbraio. Ma quando la repressione si fa troppo dura, Zineb è costretta a fuggire in Slovenia, dove rientra nel programma International cyties of Refuge network che dà rifugio a scrittori e giornalisti perseguitati. È qui che la sua vita incrocia quella di Charlie Hebdo, settimanale satirico, ateo e anarchico. Comincia a scrivere per loro articoli sul mondo arabo e sulla «decostruzione dell’ideologia integralista». Poi un giorno la chiama Charb, il direttore, e le dice: «E se raccontassimo la vita di Maometto?». Lui disegna, lei scrive. Era il 2013. Ora è tutto cambiato.
Tutte le foto sono di Francesca Fago
Tutte le foto sono di Francesca Fago
«Quanto tempo abbiamo? Venti minuti»? «Non c’è fretta, ho tutto il tempo che le serve, viene da cosìlontano…»risponde sorridendo. Davanti a una tazza di caffè, cominciamo a parlare. L’eleganza distaccata della giovane intellettuale, nata a Casablanca e che ha girato il mondo, lascia presto il posto al tono appassionato e indignato. La voce a tratti si rompe dall’emozione. «Dal 7 gennaio è cambiato tutto. La mia vita è letteralmente esplosa.
je suis zineb left
La copertina del n. 11 di Left dedicata a Zineb
Io sto cercando una mia stabilità da così tanti anni…», accenna. «Ho trovato rifugio in Slovenia. E poi nella redazione di Charlie», racconta. «Prima come collaboratrice esterna, poi dal 2013 sono entrata a far parte del team». Tre settimane prima dell’attacco dei fratelli Kouachi, aveva deciso di tornare a vivere in Marocco. «Lo scorso ottobre mi sono sposata, volevo tornare a casa. L’ultima volta che ho pranzato con Charb, gli avevo detto che ero stanca. Eravamo d’accordo che avrei mandato i miei articoli da Casablanca e sarei tornata a Parigi di tanto in tanto. Così sono partita, ma non ho avuto neanche il tempo di aprire le valigie». Vivere in Marocco è diventato impossibile per Zineb, l’Isis la minaccia di continuo: «Scritto in un arabo altisonante e antico, con alcuni versetti del Corano il messaggio diceva“Sei scampata al glorioso attacco di Parigi dove i tuoi compagni di ateismo di Charlie Hebdo sono morti. Ma noi non chiuderemo occhio fin quando non ti avremo tagliato la testa». Lo stesso giorno, il 18 gennaio, un anonimo gruppo di giovani musulmani ha pubblicato un video su youtube: «Una voce meccanica diceva che la Sharia è chiara: chi ha offeso Maometto deve morire». Poi una terza minaccia, la più violenta, che intimava «l’obbligo di uccidere Zineb El-Rhazoui perché ha offeso il profeta» descrivendo macabri modi di esecuzione (schiacciarle la testa con sassi, sgozzarla o darle fuoco). «Hanno individuato e reso pubblico l’indirizzo del mio compagno e hanno diffuso una mappa di Parigi cerchiando i posti dove sono stata. Devono aver inter- cettato mie telefonate. Inevitabilmente, tutto questo cambia la vita. Devi schedare tutto, devi cambiare tutte le abitudini, non puoi an- dare a comprare il pane, non puoi incontrare chi vuoi. Non sono le condizioni migliori per lavorare, specie per chi, come noi, deve anche tentare di ricostruire il giornale». Non è difficile immaginare che tutto sia cambiato.
Nessun ripensamento da quando con Charb decise di pubblicare la vita di Maometto? 
No, assolutamente. Sarebbe inutile. Lo avremmo fatto prima. Chi di noi è sopravvis- suto lo deve al caso, ora abbiamo un dovere. Charlie deve sopravvivere. I valori per cui ci battiamo non consentono compromessi. Sia- mo in guerra con persone che non vogliono uccidere solo noi, ma anche quello che rap- presentiamo. Se molliamo, cosa resta? Oggi uccidono giornalisti a Parigi perché disegna- no Maometto, domani potrebbero eliminare chi non ha pregato cinque volte al giorno, o in qualche altra parte del mondo, chi beve una birra o una donna che mostra i suoi capelli.
Come hanno reagito i media di fronte a ciò che è accaduto? Sono stati solidali?
Sì, gran parte dei media europei ha ripubblicato le vignette. Molto deludenti invece gli Stati Uniti, per esempio mi ha colpito la scelta del New York Times: nonostante rivendichi la sua libertà di parola, ha evitato di prendere posizione ed era un’occasione storica.
Qualcuno ha detto che Charlie Hebdo se l’è cercata, che siete andati oltre.
Va bene, diciamo pure che i redattori se la sono meritata… ma persone come Frédéric Boisseau che era al suo primo giorno di lavoro come portiere di una ditta che si trova nello stesso palazzo della redazione, che colpa aveva? I fondamentalisti troverebbero comunque un pretesto per uccidere. Questi criminali si definiscono musulmani e ci hanno condannato giudicandoci non musulmani. Applicano i dettami della Sharia.
Ci spieghi?
La giurisprudenza sunnita ha quattro “scuole”, in Francia prevale la dottrina Maliki, perché è la più diffusa in Paesi africani come Senegal, Mali, Algeria, Marocco e Tunisia. Gli ulema (gli uomini di legge coranica) di tutte e quattro le scuole, in effetti, dicono la stessa cosa: chi ha insultato il profeta deve essere ucciso senza dare la possibilità di redimersi, pur sapendo che l’espressione “insultare il profeta” non è chiara. Faccio solo degli esempi, per capirci: se io dico che la sua faccia ha la pelle nera, è un insulto e devo essere uccisa. Se dici che i suoi vestiti sono sporchi, idem. Certamente nell’Islam ci sono insegnamenti che incoraggiano a essere positivi e generosi. Vale per tutte le religioni, ma ci sono anche passaggi che spingono ad uccidere. È impossibile non vedere tutto questo. Come il fatto che questa ideologia criminale è finanziata dai potenti dell’Arabia Saudita e del Qatar.
Pensa che questa violenza sia intrinseca ai monoteismi?
Penso che tutte le religioni, anche i monoteismi, e molte ideologie, siano fonte di violenza. Come il nazismo, il comunismo sotto Stalin o Pol Pot. Per quel che riguarda l’Islam il problema non è il Corano che è semplicemente un libro scritto molti secoli fa e in un certo con- testo storico. Il problema è se un movimento politico come i Fratelli musulmani, divenuto partito che siede nel Parlamento egiziano, sostituisce la Costituzione con l’Islam. Gli integralisti non credono nella democrazia, pensano che si debbano applicare non le leggi degli uomini ma quelle di Dio. Un mio collega diceva che anche un libro di cucina, se preso alla lettera, può diventare micidiale: ti uccido se metti due cucchiai di zucchero invece di tre come è scritto! Il Corano contiene i pensieri di un beduino di quindici secoli fa. Possiamo leggerlo come opera letteraria, ma è un guaio se viene usato per il governo di una nazione. Lo stesso si può dire della Bibbia.
Più dei musulmani, sono stati i cattolici a querelare Charlie Hebdo per intimidirvi? 
Spesso si dice che Charlie è contro l’Islam ma è falso. In più di trent’anni di vita, la rivista ha dedicato tre o quattro copertine alla religione musulmana. Siamo stati portati davanti alla Corte solo una volta, da un’associazione musulmana francese, nel 2006 quando il giornale prese la decisione di pubblicare le vignette danesi su Maometto. Conosco bene quella storia anche se non c’ero ancora, fu un gesto simbolico a favore della libertà di vignettisti e giornalisti di rappresentare e raccontare chiunque. Un modo per dire: non lascere- mo mai che i terroristi stabiliscano le regole. Quando ripubblicammo quelle vignette satiriche con la copertina di Cabu, partì la denuncia. Vincemmo il processo, perché in Francia non esiste il reato di blasfemia. Va detto, invece, che la Chiesa cattolica ci ha querelato e trascinato in tribunale undici volte, per delle vignette sul papa, su Gesù, su Dio. Ma abbiamo vinto tutte le cause.
Dopo la strage, i partiti di destra hanno soffiato sul fuoco, speculando sulla paura e ali- mentando il razzismo.
Ci sono punte di estremismo da entrambi i lati degli schieramenti, come se si specchias- sero gli uni negli altri. La destra sfrutta il terrore e alza la tensione, ma l’estrema sinistra filoislamista non sembra rendersi conto che nei Paesi arabi i fondamentalisti sono l’estrema destra conservatrice. Quando c’è stata la protesta in Francia contro i diritti degli omosessuali, in piazza c’erano estremisti musulmani e cattolici. Andavano mano nella mano. Quando si tratta di coartare le donne, il Vaticano va perfettamente d’accordo con l’Islam estremista.
Il Marocco ha una lunga tradizione pre-islamica, i libri di Fatema Mernissi ci hanno fatto conoscere l’antica cultura berbera in cui le donne godevano di una libertà impensabile nell’Islam.
Quei libri sono stati fondamentali per la mia formazione di giovane marocchina in lotta per i diritti delle donne. L’ho incontrata molte volte, è una donna meravigliosa. Ma sono cambiate tante cose da quando Mernissi scriveva. Il Marocco conserva l’immagine di Paese tollerante, grazie alla corrente Sufi, raffinata e poetica. Negli anni 70 però la politica di Hassan II contrastò apertamente la sinistra, il nemico dei musulmani era proprio il comunismo. Lo Stato incoraggiò e sostenne la nascita di scuole e associazioni musulmane che si opponevano ai progressisti, in particolare dentro le università. Così è cresciuto un mostro. Oggi abbiamo un governo musulmano, eletto il 25 novembre del 2011, dopo una veloce revisione costituzionale, che nei fatti non ha rinnovato nulla, perché molte leggi non vengono applicate: ciò che conta è la decisione del re. Ci ritroviamo un governo islamico che è contro la differenza culturale portata dai vari gruppi etnici, che è contro l’amazighes, la lingua berbera, che è contro le donne. Abbiamo un ministro che accusa le donne che lavorano di creare disoccupazione, prendendo il posto degli uomini. Abbiamo anche un ministro delle Donne, della famiglia e dello sviluppo sociale, Bassima Hakkaoui, che va in giro velata sostenendo che una ragazzina di 14 anni può sposarsi se è già ben formata.
In Marocco c’è ancora una parte laica della società…
Certo, che discute di diritti delle donne, di aborto e altro. Abbiamo ancora i bar e andiamo in spiaggia non coperte da capo a piedi, ma quando parliamo di secolarizzazione della società i primi a contrastarla sono proprio la polizia, il governo, lo Stato. Oggi la monarchia marocchina si autodescrive come argine contro il fondamentalismo musulmano, ma il re governa il Paese con una legittimazione religiosa molto forte, quindi non si può criticare né lui né l’Islam. Possiamo discutere se sia moderato o meno, ma non cambia molto.
Alcuni intellettuali davanti al vuoto della politica, sostengono che le religioni debbano entrare nel dibattito pubblico. E accusano di razzismo chi critica le religioni. Lei cosa ne pensa?
Questo mi porta a parlare di Islamofobia. Il termine fu usato da un mullah iraniano ed è rimbalzato nella dialettica democratica occidentale. Serve per chiudere la bocca a chi critica l’Islam. D’altro canto, se islamofobia significa temere l’Islam radicale, penso sia legittimo. Boko Haram in Nigeria ha fatto stragi, ucciso bambini. Mi pare normale averne paura. Ma questo non significa essere razzisti verso i musulmani. Anch’io sono cresciuta nella cultura musulmana, ma il mio modo di pensare è completamente diverso e per molti aspetti opposto. Io sono atea. Nelle teocrazie musulmane, anche negli stati più moderati come l’Egitto e l’Algeria dove l’Islam è al governo, hanno strumenti legali (e non) per metterti a tacere, ti mettono in prigione, ti ammazzano. Nei Paesi secolarizzati non hanno strumenti legali, perciò usano l’unico che hanno a disposizione, ovvero accusarti di islamofobia. Lo fa anche certa sinistra, ma è un’impostura intellettuale. Dire alle persone che criticare dogmi religiosi scritti secoli fa nel deserto del Sahara vuol dire essere razzisti, è inaccettabile.
Bisogna saper criticare senza attaccare la persona?
Certo. Faccio un esempio: io sono contraria al velo, penso sia una prigione per le donne ma non significa che critichi chi lo indossa. Una cosa è criticare un dogma o decostruire una credenza, altra cosa è attaccare la persona. Quando critico anche aspramente l’Islam non voglio colpire le persone che si definiscono musulmane. Per me razzismo è quello di certi scrittori di sinistra che per non essere accusati di razzismo, accettano per gli altri quello che non vorrebbero per se stessi. Razzismo è pensare che siccome quelle persone appartengono ad un’altra cultura non sono in grado di condividere i valori universali di libertà e di uguaglianza.
Foto in apertura di Francesca Fago

16/07/15

vinciamo i pregiudizi e li stereotipi . Anche il velo ( non quello integrale, non il burka ma quello simile alle nostre donne e del sud d'italia ) riguarda la libertà di scelta individuale. la storia di la studentessa londinese musulmana Hanna Yusuf.

Come dal titolo questa è la risposta a chi dice che il velo da intendersi quello classico ovvero il << hijab il normale foulard che copre i capelli e il collo della donna, lasciando scoperto il viso [...] >> da https://it.wikipedia.org/wiki/Tipi_di_velo_islamico e non il burka e gli altri da intendersi ( io lo intendo cosi ) una interpretazione fondamentalista e capziosa del corano in quanto  sempre  secondo wikipedia  e ad  altri studi   sull'islam   
nel Corano la parola venga utilizzata in maniera generica, oggi è diffusa per indicare la copertura minima prevista dalla shari'a per l'uomo e soprattutto per la donna musulmana. Questa copertura prevede non solo che la donna veli il proprio capo (nascondendo fronte, orecchie, nuca e capelli), ma anche che indossi un vestito lungo e largo, in modo da celare le forme del corpo.
esso  può essere  una scelta    femminista   e non tutte le donne che indossano il velo sono costrette a farlo  come  , dice la studentessa londinese musulmana Hanna Yusuf.

in  questo  video  tratto  dal  http://www.theguardian.com/





 Per  chi volesse  i sottotitoli  (    downloadhelper  mel lo dava  in un formato   non visualizzabile  con excplorer  )   lo trova    su   http://www.internazionale.it/video   più precisamente  qui


Ha  ragione l'amica   Daniela  Tuscano   che in una discussione ( la  trovate  qui  )  sul gruppo cattolici progressiti     di facebook  afferma








Daniela Tuscano Il velo non è che un pezzo di stoffa. La paura degli occidentali verso questo indumento è direttamente proporzionale alla smania di denudare le donne. È sempre un punto di vista maschile che guarda la donna unicamente dal lato sessuale.
Tempo fa postai (e poi mostrai a scuola) alcune immagini di donne velate: le prime erano musulmane, le seconde erano donne del Sud Italia in abiti tradizionali e nessuno capì le differenze.
Sempre a scuola ho avuto alunne velate che non erano per niente sottomesse. Alcune poi erano molto eleganti.
Ha solo un valore simbolico, per noi qui sulla Terra. Basterebbe ricordare cosa disse Piccarda Donati (che al mondo fu "vergine sorella", cioè suora, poi però rapita dai fratelli e costretta a un matrimonio con un uomo violento per cui morì di crepacuore: un caso di femminicidio, e non l'unico, in verità, nella Commedia) in proposito.
È nato come imposizione maschile per distinguere le donne "perbene" dalle prostitute ma poi si è tramutato in simbolo anche di rivalsa femminile e, perché no, femminista.
Di certo non è più umiliante del nudo commercializzato e di quello chiassoso e colonialista delle Femen, che fortunatamente per tutti/e non si sentono da un po'.
Quando ci occuperemo degli indumenti maschili, o meglio ancora quando non ci occuperemo più di queste storie sarà meglio per tutti. Adesso, se una ragazza vuol velarsi (e molte lo fanno di loro sponte) senza per questo che il suo gesto simboleggi un disprezzo dei valori democratici lo faccia pure.
Preferisco di gran lunga loro a certe studentesse col sedere mezzo fuori che mi capita di vedere nelle aule.
Ad ogni modo, suggerisco un gruppo, anche se in inglese: Muslim Women Against Femen. Sono tutte femministe, musulmane e velate. Ma non schiave.


Aggiungo  solo al  già  chiaro ed  efficace  post  di Daniela   anche all'ignoranza  della propaganda   dei  malpancisti  seminatori  d'odio (   e di conseguenza    di coloro  che ci  credono prendendo per  oro  colato   quello che dicono   )  che   mettono sullo stesso piano




Aggiungo  solo al  già  chiaro ed  efficace  post  di Daniela   anche all'ignoranza  della propaganda   dei  malpancisti  seminatori  d'odio (   e di conseguenza    di coloro  che ci  credono prendendo per  oro  colato   quello che dicono   )  che   mettono sullo stesso piano  :

  • Niqab: erroneamente confuso con il burqa, il niqab è il velo che copre il volto della donna e che può (nella maggior parte dei casi) lasciare scoperti gli occhi. Ne esistono di due tipi: quello saudita e quello yemenita. Il primo è un copricapo composto da uno, due o tre veli, con una fascia che, passando dalla fronte, viene legata dietro la nuca. Il secondo è composto da due pezzi: un fazzoletto triangolare a coprire la fronte (come una bandana) e un altro rettangolare che copre il viso da sotto gli occhi a sotto il mento.
  • Abaya (Golfo Persico), lungo dalla testa ai piedi, leggero ma coprente, lascia completamente scoperto il volto.
  • Chador (Iran): generalmente nero, indica sia un velo sulla testa, sia un mantello su tutto il corpo.
Cincludo rispondendo a chi   sicuramente mi dirà : <<  ma  ti piace  se vengono qui  e  t'impongono  il velo (  io più estremisti )   o di coprirti i capelli ( i  più moderati  ) . 

  con  
  • Burqa: per lo più azzurro, con una griglia all'altezza degli occhi, copre interamente il corpo della donna. Tecnicamente, assolve le funzioni del niqab e del khimar.







Concludo rispondendo a chi   sicuramente mi dirà : <<  ma  ti piace  se vengono qui  e  t'impongono  il velo (  io più estremisti )   o di coprirti i capelli ( i  più moderati  ) .  >>  che   a me  i  vari tipi di velo  , eccetto il Nijab  saudita  e  il Burqua   che coprono il viso  che mi sembrano  troppo esagerati  ed  una interpretazioni fondamentalista  e   radicale    o fanatica della religione islamica     non  danno  se  usati   liberamente   e senza  costrizione \  obbligo   fastidio .  IL loro uso  , se   spontaneo  e  facoltativo  , non  mi turba  e  per    un certo verso  indifferente   perchè  :  nel sud  d'italia  ed parlo n  particolare la mia regione si portava  ed  ora   l'uso  islamico  mediato dai cattolici orientali   \ bizantini   e   dagli  Aragonesi \  Spagnoli che riprendono un influenza   della  dominaziona araba dell'Andalusia   (  ho spiegato   qui  sul blog  perchè la sardegna  dev'essere considerato sud   e  non italia  centrale  ) per  conoscenza  diretta ( uso del fazzoletto  e  dell'abito nero  del lutto   da parte di mia nonna materna  e il vedere  passare  le anziane del paesi  con i fazzoletti in testa e  con il vestito  nero del lutto   abito simile   al  Abaya  e al  chador   )  e ed  indiretta  (  racconti  dei mie  genitori  )    

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