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20/04/12

quando lo sport è indifferente se non complice di violazioni di diritti umani BAHRAIN E IL GRAN PREMIO DI FORMULA 1:

fonte   Doriana Goracci  dal gruppo  di facebok Information Guerrilla, ZabrinskyPoint .....  


Proteste e torture non fermano il Circo di Ecclestone Il Gran Premio di Formula Uno del Bahrain si farà. Lo dice Bernie Ecclestone, lo dice la FIA. E se anche qualche team tentenna per paura delle proteste antigovernative o di possibili attentati, Ecclestone non molla: il GP s'ha da fare. Intanto la rivoluzione bahrenina continua, nonostante le torture, gli arresti, gli assassinii, la repressione, la censura. Nonostante la F1.
Era stata preannunciata dagli attivisti che in Bahrein chiedono alla monarchia il rispetto degli ideali di libertà: la protesta è iniziata contro il gran premio di Formula 1 che si correrà domenica prossima.
La famiglia reale del Bahrain è azionista, attraverso un fondo d’investimento, della McLaren, team che in precedenza aveva manifestato interesse a non disputare la gara. In molti si chiedono se l’evento motoristico rappresenti una effettiva risorsa per il paese oppure sia solo un’occasione voluta dal potere per sviare l’attenzione sul crescente dissenso che agita il paese con proteste invocanti maggiore libertà. Formula 1 alleata del potere ? Nelle ultime ore viene registrato un aumento della tensione, con interventi della polizia che ha fatto uso di gas lacrimogeni contro i dimostranti dopo una forte esplosione avvenuta in una zona elegante della città. Si teme che da domani, venerdì, la protesta si sposti verso Sakhir, dove ha sede il circuito che ospita la Formula 1.
VIDEO F1: proteste in Bahrein contro la gara



p.s. quasi un anno fa ho scritto sul Bahrein...Donne rivolta poesia stupri e morte ammazzate Ayat al-Ghermezi

Gran parte del mondo conosce lo stato del Bahrain esclusivamente per la tappa del Gran Premio di Formula 1 che – fin dal 2004 – si disputa all'interno del Bahrain International Circuit. I più attenti, forse, ricorderanno che tale tappa fu già soppressa lo scorso anno a causa delle accese proteste che i bahreini avevano avviato contro la dinastia Al Khalifa (minoranza sunnita che, tra alti e bassi, è al potere da quasi due secoli e gode dell'appoggio politico dell'Arabia Saudita). Il colpevole silenzio mediatico che ha circondato e circonda gli accadimenti che da oltre un anno vanno in scena nel piccolo paradiso fiscale del Bahrain – nazione che conta poco più di un milione e duecentomila abitanti, ma che è ricca di giacimenti petroliferi e pietre preziose – non aiuta la comprensione riguardo il perché, anche quest'anno, siano in molti a chiedere che il Gran Premio di Formula 1 non sia disputato. Lo chiede Amnesty International, lo chiedono molti osservatori e artisti internazionali, lo chiede la popolazione. La ragione del boicottaggio è molto semplice: in questo momento in Bahrain i diritti civili vengono quotidianamente calpestati, la violazione dei diritti umani è frequente e diffusa e, per molti, non è possibile fingere per un paio di giorni che tutto ciò non esista, consentendo alla Formula 1 di mettere in scena il suo gran circo mediatico.
Stando a quanto affermato da Bernie Ecclestone, incontrastato padrone del semisconosciuto impero economico-finanziario soggiacente la Formula Uno, e dal presidente della FIA (Fédération Internationale de l'Automobile) Jean Todt, non c'è ragione di sospendere la tappa mediorientale perché non sussistono comprovate ragioni di rischio per la sicurezza dello show. Le automobili, il pubblico, i campioni, i team, i giornalisti, gli sponsor e tutti le fantasmagoriche comparse del mirabolante circo della F1 sono completamente al sicuro e libere dal rischio di attentati terroristici o invasioni del circuito. Tutto regolare. Tutto nella norma. Perciò, il prossimo 22 aprile, nessuno potrà impedire agli appassionati di Formula 1 di pasteggiare, ridere, emozionarsi, stappare champagne e brindare alla vita. E a chi importa se, a pochi metri di distanza e con il beneplacito del re seduto in prima fila accanto ad Ecclestone, uomini innocenti muoiono per la fame o per le botte? Evidentemente, il fatto di danzare sulla miseria di un popolo in lotta come se i problemi di cui chiede la risoluzione non esistessero, come se il tiranno di cui invocano la caduta fosse il legittimo governante, per Ecclestone & Co non è eticamente riprovevole. In fondo: the show must go on.
La tappa in Bahrainm, quindi, si disputerà. Questo Ecclestone ripete da giorni e ora anche la FIA gli fa eco. Solo i team non sono granché convinti della decisione, ma il buon Bernie ha già fatto loro sapere che “se alcuni team non vogliono correre sono liberi di farlo, non posso obbligarli, però devono accettare anche le conseguenze economiche di questa decisione”. Il punto, ovviamente, è di natura squisitamente economica. La tappa in Bahrain è una delle più redditizie per Ecclestone – il piccolo stato sborsa ben 45 milioni di dollari per ospitare il Gran Premio – e se lo scorso anno la monarchia versò il gettone nonostante il sopraggiunto annullamento della gara, quest'anno non lo farà. Ecco perché Bernie non tentenna nemmeno un istante nell'affermare di essere “sicuro al 200 percento” che la gara verrà disputata. E del resto non c'è di che stupirsi se si considera che, in una celebre intervista rilasciata al Times, Ecclestone dichiarò candidamente (salvo poi pentirsi di aver espresso le proprie idee in modo “così maldestro”) che nutriva grande ammirazione per Hitler e che, in generale, preferiva i regimi totalitari a quelli democratici. Nessuno stupore, quindi, davanti al fermo rifiuto di Bernie di annullare la tappa in Bahrain, ma la verità è che – considerata la situazione – una tale, cinica noncuranza potrebbe risultare generatrice di rabbia violenta, scatenando proteste dall'esito incerto e potenzialmente tragico. Per capire quanto il rischio sia concreto, però, occorre realizzare un breve excursus storico.La primavera araba in Bahrain
Per il popolo bahrenino, la rivoluzione del 14 febbraio 2011 è molto più di un istantaneo focolaio di protesta. Al centro della rivendicazione non c'è solo una reazione alla prepotenza che la minoranza sunnita al potere usa per imporsi sulla maggioranza sciita; quello che i bahrenini chiedono ha a che fare con la medesima spinta democratica che ha animato e anima l'intera regione. Il cuore della protesta – infatti – ruota intorno alle richieste di libertà politica, di eguaglianza sociale e religiosa, di riforme costituzionali e di rispetto dei diritti civili. Il 14 febbraio 2011, il popolo del Bahrain è sceso in piazza per ottenere tutto questo ma, ben presto, di fronte alla reazione violentemente repressiva del potere, i bahrenini hanno cominciato a chiedere soprattutto la fine della monarchia di re Hamad. Infatti, a solo quattro giorni dall'inizio della protesta, il 17 febbraio 2011, re Hamad autorizza un inqualificabile, barbaro massacro che viene ricordato dagli attivisti con l'espressione: Bloody Thursday, il Giovedì di Sangue.

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