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28/10/13

Quaranta giorni di occupazione, la guerra dei pozzi nella miniera



unione  sarda   27\10\2013  Quaranta giorni di occupazione, la guerra dei pozzi nella miniera

Quanti sono rimasti? Antonio Piras prende a colpo sicuro una delle fotografie che ha sistemato sul tavolo di cucina in attesa dell'intervista, la prima della sua vita, probabilmente l'unica. Cinque figli, ottantotto anni, sette pacemaker, ha gli occhi appena velati e una memoria da quiz televisivo. Le mani, curatissime e legnose, sono segnate da tante piccole cicatrici. Quel che resta è la lucidità e la forza di un vecchio combattente.
«Quanti siamo rimasti?» Prende la foto di gruppo, sbiadito bianco e nero, scattata in un tempo lontano e imprecisato. Tutti giovani, camicie candide della giornata di festa e pantaloni larghi, col risvolto, come quelli che usavano i ricchi. Ridono, abbracciati come una squadra di calcio che ha appena vinto il campionato. Sono più d'una decina, tutti con lo sguardo verso l'obiettivo e il sorriso d'ordinanza. L'indice di Antonio Piras li scorre uno per uno. «Peppuccio non c'è più, Lorenzo nemmeno, Tore forse...». Fa l'appello e alla fine dovrebbero essere solo due a poter rispondere: lui e un collega che abita in un paese vicino. «Chi, come me, è nato a Buggerru, in miniera finiva per forza». I ricordi, man mano che parla, si fanno più nitidi, riaffiorano nomi e storie che non possono essere dimenticate. Come il suicidio di quel compagno di lavoro che aveva scelto un luogo singolare per farla finita: «Si era impiccato a una trave della galleria. Lo abbiamo trovato appeso, rigido». E neanche una lettera, un segnale, qualcosa che aiutasse a capire.
Piras ha cominciato a lavorare che aveva quindici anni. In miniera non lo hanno fatto scendere nei pozzi finché non ne ha compiuto diciotto. L'apprendistato («eravamo trenta manovali e venti maestri di muro») durava da otto a dieci ore al giorno, sei giorni su sette, per un salario da fame: non a caso Buggerru finirà sulle cronache nazionali dei giornali per i suoi morti, i minatori non andavano in paradiso, allora (e neppure adesso).
Anche se appartiene ad un'altra generazione, Antonio resta un sopravvissuto di sempre. Prima elementare, giusto per capire cosa significasse leggere e scrivere, destino segnato come quello dei ragazzi della sua età, ha attraversato la vita con serenità e senza invidia. Si considerava (e si considera) un privilegiato per aver potuto lavorare da subito mentre tutt'attorno vivevano assediati dalla povertà. In fondo, non ha rimpianti. Solo un lampo d'emozione quando gli si chiede di tornare al tempo dei tempi.
A che quota ha lavorato?
«Meno centocinquanta a Carbonia, settanta sotto il mare a Buggerru. Ero armatore».
Cioè?
«Il compito della mia squadra era quello di armare le gallerie, in pratica dovevamo sistemare l'intelaiatura di legno che reggeva le gallerie. Quando si apriva una nuova via bisognava stare proprio dietro quelli che perforavano per mettere tutto in sicurezza».
Rischi?
«Tanti ma non stavi lì a guardarli in faccia. Nei fornelli, che sono i buchi appena fatti, io dovevo occuparmi della pulizia, rimuovere il materiale, insomma preparare la piazza agli armatori. Che ero sempre io».
Infortuni?
«Abbastanza però li posso raccontare. Scavando scavando ti fai male alle mani, io tre volte ma niente di serio. Ti ricucivano in infermeria».
Paura?
«Quando facevano scendere il materiale nelle nuove linee c'era da stare attenti alle frane. La montagna fa scherzi: un conto è romperla di fronte, altro conto è quando scende di lato. Tutto all'improvviso succede e finisci sotto. Mi ricordo quella volta che Tore si è sentito male. Io ero a un fornello e lui gridava Tonio, Tonio aiutami».
Che c'entra la paura?
«Lasciami finire e lo capisci anche tu. Tore era per terra, aveva dolori al petto, allo stomaco. Non riusciva a stare in piedi. M'è venuta la disperazione. L'ho raccolto da terra, al diavolo il fornello, e me lo sono caricato sulle spalle. Pesante a reggerlo, mi'. Risalivo piano piano e siccome non lo sentivo più lamentarsi, avevo paura che era morto. Alla fine ce l'ho fatta a portarlo fuori. Alla luce. Mica come l'altro a Carbonia».
Perché, cos'è successo a Carbonia?
«Lì, dove ho fatto carbone per tre anni prima di venire a Buggerru a scavare zinco, uno si è sentito male. Gridava gridava, poi ha smesso. Quando lo abbiamo riportato su, non si muoveva niente. Gli hanno messo un telo sopra, mischino».
Morti da frana?
«No. Frane ne ho visto molte ma sotto non ci sono finito. Non ho nemmeno visto morire mio fratello: lavorava in miniera come me, a Montevecchio. Stava scaricando legna, gli è mancato di colpo l'ascensore, che l'avevano chiamato, e lui non poteva vederlo che non c'era perché aveva la legna addosso ed è precipitato nel pozzo: quaranta metri. E mio cognato, allora?»
Suo cognato?
«Schiacciato da una gabbia».
Cos'è la gabbia?
«Vuoi che te lo dica in dialetto? La gabbia è una gabbia come tutte le gabbie, con le sbarre: serviva per farci scendere nei pozzi».
Vi faceva compagnia la paura.
«Rischiavamo tutti: noi, i capiservizio, i sorveglianti. L'importante era non pensarci alla paura altrimenti non riuscivi a lavorare. E lavorare dovevi».
Malattie.
«A Carbonia ho preso il tifo ma non sapevano cos'era. Era tifo a tutta forza, febbre altissima e pensavano che bastava una copertina leggera. Ma neanche allora m'hanno voluto in camposanto. Poi ho fatto i calcoli renali: ventisette. Colpa dell'acqua che bevevamo giù, non era potabile potabile».
Silicosi?
«Al settanta per cento. Mio padre, che anche lui lavorava in miniera, non ha fatto in tempo ad ammalarsi: è morto prima di prendersela, la silicosi».
Si considerava fortunato ad avere un lavoro?
«Un po' di fortuna l'ho avuta: tanti incidenti e sono ancora qui a raccontarla. Il fatto è che ho stretto amicizie in miniera. E questo ti salva».
Perché?
«Se i compagni ti vogliono bene, se si tratta di amici veri, sono pronti a rischiare per salvarti, pronti a darti un aiuto se tu - com'è capitato a me - tiri fuori dalla terra una mano squarciata».
Cosa facevate nel tempo libero?
«Svaghi vuoi dire? Non ce n'erano. Quando finivo in miniera, se il mare non era cattivo andavo a pescare coi fratelli Di Giordano e Palmas. A remi. A remi fino davanti a Ingurtosu siamo arrivati, e se c'era un'altra barca tutti a gara a chi arrivava prima. Quanto pesce ho portato a casa: allora ce n'era, ma ce n'era sul serio. Poi, quando il mare non faceva, seguivo il giardino che avevamo. Anche la zappa è dura, lo sai?»
Scherzi.
«In miniera, certo. Ci fregava che eravamo giovani e tante volte non pensavamo alle conseguenze. Per esempio quando abbiamo messo uno stivale pieno d'acqua sulla porticina del piazzale. Adesso lo posso dire: lo sapevamo benissimo che il prossimo a entrare era il capomaestro dei muratori. Unu malu . Entra, quindici litri d'acqua addosso s'è beccato. Ci è costato il mese quello scherzo».
Il mese?
«Multati. Tutto il salario del mese. Ne mettevano una quantità di multe. Ma quella volta ce la siamo meritata. La parete della montagna era piena di buchi a mare. Uno, che è diventato famoso, ora vanno perfino a visitarlo i turisti. Dai buchi, in alto, aspettavamo il cambio-turno: rovesciavamo l'acqua in testa a quelli di sotto e quando alzavano la testa non vedevano nessuno. Vai e scoprilo da quale buco avevano fatto il gavettone».
Scioperi.
«Io scioperavo sempre. Sono stato dieci volte a Roma, piazza san Giovanni. Andavamo a protestare, a chiedere condizioni migliori».
E salari più alti.
«Beh, sotto sotto a quello pensavamo. Non è un diritto avere un po' di soldi e sentirti più libero? Io non ne ho bruciato uno di sciopero».
In chi sperava, il partito o Dio?
«Speravo di incontrare gente seria, gente che si rendesse conto di che vita facevano i minatori in Sardegna. Fiducia? Un po' in Dio e un po' nel partito, dipendeva dalla volta».
Donne di miniera.
«Non erano per niente escluse. Oltre mia mamma, tante altre. Avevano il compito delle pulizie e di scaricare i vagoni che arrivavano su, selezionavano il materiale buono da quello che era pietra e basta».
Crumiri.
«Quattro o cinque. Ma è una razza: c'erano e ci saranno sempre, non muoiono mai. Bisognava stare attenti, allora: se ti allontanavi dalle masse, come diceva il sindacalista Daverio Giovannetti, correvi rischi e favorivi la controparte. Io, che da giovane avevo un buon carattere, non riuscivo a sopportarli, i crumiri. Una mattina che eravamo tutti nel piazzale per scioperare ne ho visto uno entrare al lavoro. Gli ho lanciato una trave».
Colpito?
«No, per fortuna. Ma l'ho sfiorato. Se l'avessi colpito avrei perso il lavoro, mi avrebbero licenziato in tronco. È che quando sei giovane la rabbia ti chiude il cervello, fai cose che a mente fredda non faresti. Io, per esempio, odiavo i crumiri ma non mi interessava aggredirli. Bastava che sul lavoro non gli dicevo neanche ciao al cambio-turno».
Padroni.
«Vederli era difficile. Avevano una palazzina dove nessuno di noi poteva avvicinarsi. Mangiavano per conto loro. Ogni tanto scendevano giù, accompagnati dai capiservizio, qualche volta ci rivolgevano la parola, altre volte zitti. E poi scappavano perché avevano paura di perdere l'aereo. Era gente che aveva sempre fretta, quella».
Caporali.
«I nostri si chiamavano capiservizio oppure sorveglianti. Ce n'erano gentili. Altri sgarbati, ma così sgarbati che mi veniva voglia di prenderli a calci. E lo avrei fatto, era che ci perdevo il posto. Perché allora non è come adesso che prima di licenziarti ce ne vuole, e ce ne vuole molto. No, ai miei tempi bastava poco: un lavoro fatto male, una risposta maleducata, una lite tra compagni. Bisognava fare davvero attenzione».
Il ricordo più vivo?
«Quaranta giorni di occupazione. Ci portavano un po' di pane per non farci morire di fame. Dormivamo a turno un po' dove capitava. Il tempo non passava mai, c'era un giorno di ottimismo e uno di disperazione. Quaranta, sono lunghissimi: sembrava che i padroni non si arrendevano mai».
Com'è finita?
«Come dicono oggi alla televisione: tavolo di trattative. Noi abbiamo ottenuto un po' di quello che chiedevamo e loro un po' di quello che pretendevano. Non è stata una gran vittoria se penso che ci è costata quasi un salario e mezzo. Le ore non passavano, il tempo sembrava fermo. C'era una staffetta che garantiva i viveri, da casa mi mandavano qualcosa tanto per non farsi sentire lontani lontani...».
Ha mai odiato qualcuno?
«Odiato proprio no però - non posso fare il nome perché forse è vivo ancora - non ho dimenticato il caposervizio che mi ha insultato. Era insieme al dirigente Biagi e io mi ero permesso di proporre un rafforzamento della galleria. Mai l'avessi detto: ma cosa ne capisci tu, cosa ne sai, sei solo stupido. Sarò stato anche stupido ma avevo ragione perché il dirigente l'ha guardato e gli ha detto: fate come dice lui».
Incontravate i dirigenti durante la passeggiata serale?
«Mai. Nella miniera c'era anche una casa degli impiegati dove potevano entrare solo gli amministrativi, i capiservizio e i sorveglianti. Noi no, manco per le feste. È così la miniera, figli e figliastri».

18/01/13

cosa non si fa e si dice per farsi vedere Belen contro le donne che approfittano della gravidanza per stare a casa "Se stanno bene devono lavorare".

cosa  non si  fa  pur  di  far parlare di  se
 da  www.virgilio.it  del  18\1\2013
Belen Rodriguez  attacca le donne che approfittano della gravidanza per non andare a lavorare e rimanersene a casa. L'argentina si sta preparando a diventare mamma e ha svelato i suoi progetti futuri per i primi mesi dopo il parto alle sfilate di Pitti Bimbo a Firenze, dove è stata ospite speciale. La conduttrice di Italia's got talent, al lavoro in tv con il pancione, si è detta contraria "alle donne che lavorano e approfittano della gravidanza perstare a casa ed essere pagate mensilmente". Ma non è sempre così, ha precisato: "Quando la gravidanza è a rischio sono contenta che la persona stia a casa, è giusto, ma se le donne stanno bene... una volta si zappava la terra, con la pancia".
Belen ha rivelato che dopo la nascita del suo primo figlio con Stefano De Martino si prenderà una pausa dal mondo dello spettacolo. "Per cinque mesi mi ritirerò dalle danze per stare col mio bimbo, e poi comunque lo porterò con me dove potrò". In veste di madrina di Bimbus, l'argentina ha spiegato di essere "contentissima" del sesso del nascituro: "Volevo proprio un maschio. Mia madre mi ha detto che preferiva la bambina perché c'erano un sacco di cose che voleva comprare, quindi è molto delusa".   "Lo vestiro molto easy non tutto addobbato  - ha continuato Belen - mi piacciono i tessuti di cotone, ho comprato un sacco di tutine,anche quella da ginnastica".
Belen si vede benissimo nella veste di mamma e non ha intenzione di fermarsi al primo figlio: "Speriamo arrivi la femmina - ha aggiunto - perché se arriva un altro maschio mi inc...!".
 E'vero che   ci possono essere donne che  s'approfittano  di questo diritto  cioè quello  alla maternità e quindi al riposo   cosi duramente  guadagnato  con le lotte  sociali   avvenute  negli ultimi due secoli  .  ccome  testimoniano  questi due  video  di  Mondine  (  donne che raccoglievano il riso nelle  risaie   fino a  gli anni  '60  )










Ma  la sudetta   signora  ignora   che  spesso   le donne  oltre ad avere  gravidanze  difficili fanno sia  i doppi  lavori  e  spesso  (  anche    se non è più  il tempo , ma  se  continua  con questa  .... di  crisi    non ci vorrà molto  )    lavori faticosi  come quelli degli uomini    se non peggio  .
Esempio   la moglie  di un mio collega   che lavora  con in una cooperativa  che  s'occupa  d'assistenza  agli anziani non autosufficenti    è al  3  mese  e  visto il lavoro difficile   ha  ottenuto  l'aspettativa  .
Tu ( permetti  di  darti del tu  )  Bele
mia  cattura  schermata  del video  linkato sotto di  http://www.youtube.com/user/Kiows di youtube 
n  parli  per  dar fiato alle trombe  e   far  si  che i media  , ma  anche   chi  ancora  s'indegna  ( come  il sottoscritto  )   parlino  di  te  e    e  dele tue  ...... . Se proprio voleviusare  \  applicare  il  metodo  , molto in voga  nel gossip  e  adesso  [  sic  ]    nela politika ( da  non confondere con politica  )  ,  basti che  si parli di  me  bene o male  purchè  si parli oppure  come diciamo  dalle mie parti   se  non ci  socu  metteticimi  , basta  che pagassi un fotografo   o un cameran  tanto i gli  € non vi mancano a  vip e  ti facevi   vedere  zappare  .
Quindi  un Bel   sonoro  Vfncl  non te lo toglie  nessuno  alla  tua prossima trovata  pubblicitaria e mi raccomando  escogitane   qualcuna di  nuova  ed  originale


20/09/12

la burocrazia che umilia il cittadino [ E' guarita da un tumore, il giudice: "paghi la cura Di Bella alla Asl"oppure «Io, disabile e umiliato. Uno spreco targato Trenitalia» ]

la  prima news  viene  da  nocensura del  mercoledì 19 settembre 2012  di Valerio Baroncini
Barbara Bartorelli, l'imprenditrice guarita e condannata a pagare
Barbara Bartorelli (  foto  a   sinistra  ) ha sconfitto un tumore e ora è stata condannata in appello a rimborsare la sanità pubblica.
SETTE anni dopo, la giustizia ha il sapore di una tortura. E della beffa.Barbara Bartorelli, una piccola imprenditrice di 40 anni di Castel San Pietro Terme, è guarita da un tumore grazie alla terapia Di Bella, ma i giudici la costringono a pagare le cure all’Ausl di Bologna.
MOTIVO: una sperimentazione ministeriale «stabilì che quella terapia era inefficace» e che «nel 1998 non venne testato il suo linfoma, ma un altro, il non Hodgkin». Eppure la Bartorelli, piccola imprenditrice, è completamente guarita dal linfoma di Hodgkin, quindi la terapia funzionò eccome. Quasi non crede alla sentenza del tribunale d’appello che, a sorpresa, ha ribaltato quanto deciso nel 2006 dai giudici di primo grado. «La gioia per essere guarita è devastata dall’amarezza per il nostro sistema burocratico e giudiziario. Mi sono ammalata nel 2003 e mi sottoposi a quattro cicli di chemioterapia — racconta la donna —. Fu tutto inutile, e non volevo rischiare con un trapianto. Così optai per la cura Di Bella».
Lì la rivoluzione: in pochi mesi Barbara inizia a stare meglio e, nel giro di poco tempo, il linfoma di Hodgkin è solo un lontano ricordo. Per pagarsi le cure deve andare da amici e parenti, c’è anche chi organizza tornei di beneficenza: un carico troppo gravoso, tanto che, grazie agli avvocati Lorenzo Tomassini e Luca Labanti, fa causa all’Ausl. Nel 2004 ottiene un decreto d’urgenza e nel 2006 la conferma nel merito: l’Ausl deve pagare, anche perché Barbara, all’epoca, non aveva il reddito per sostenere quelle spese. Ci sono anche le perizie di un gruppo di oncologici a rinsaldare la decisione dei giudici, ma l’Ausl impugna la sentenza e, pochi giorni fa, ottiene il ribaltone in Appello. Comportamento, a dir la verità, tenuto da quasi tutte le Ausl.
Ma Barbara Bartorelli non si fermerà e, oltre a un sicuro ricorso in Cassazione, si rivolgerà alla Corte europea dei diritti dell’uomo: «E’ ingiusto questo sistema che ti obbliga a pagare se guarisci: ho la colpa di essere guarita? Non è uno Stato quello che ti impedisce di curarti», s’interroga. Paradosso: e se Barbara non si fosse curata con la terapia Di Bella? «Non so dove sarei ora», dice lei. «Tra l’altro l’Ausl avrebbe pagato molto di più per le cure tradizionali», è indignata. «Ma non sono i giorni della spending review?».

fonte: www.ilrestodelcarlino.it/bologna

la  seconda   viene  dal  nuovo  quotidiano di Luca  Telese  pubblicogiornale«Io, disabile e umiliato. Uno spreco targato Trenitalia»
Riceviamo e pubblichiamo questa lettera-denuncia, la storia di Francesco Canale che si sente «umiliato» da uno «spreco» che porta l’etichetta Trenitalia.
—————————-
Mi chiamo Francesco Canale, e sono un artista “diversamente abile””(www.animablu.eu). Quella che desidero raccontarvi è l’ennesima, la più grave, disavventura capitatami con Trenitalia (viaggio spesso per lavoro, abitualmente con il treno). Quanto mi è accaduto pochi giorni fa, oltre che essere un fatto lesivo della mia dignità di persona e di cittadino, è sopratutto l’emblema dell’ennesimo “spreco all’italiana”. Ma andiamo con ordine.Martedì 4 settembre mi trovavo nella stazione di Piacenza (premetto che, attualmente, vivo a Lecce). Attendevo la coincidenza con il treno 9826 delle ore 19.41, che da Piacenza mi avrebbe portato ad Alessandria. Circa mezz’ora prima della partenza vengo a conoscenza del fatto che il treno in questione portava circa 150 minuti di ritardo, causa occupazione dei binari da parte di alcuni operai.Il ritardo è destinato ad aumentare con il passare delle ore (infatti, alla fine della sua corsa, il treno ha accumulato oltre 180 minuti di ritardo)… Inizio seriamente a preoccuparmi.Così cerco informazioni. Per circa un’ora continuo a chiamare ininterrottamente la Sala Blu di Bologna (le Sale Blu sono gli uffici che coordinano il trasporto dei disabili sui treni. La stazione di Piacenza è sotto la “giurisdizione” della Sala Blu di Bologna), senza avere alcuna risposta. A quel punto avviso anche altre Sale Blu.Il silenzio più totale. Alle ore 20.00 circa arriva sul primo binario il treno 20378, un regionale che 50 minuti dopo dovrebbe partire proprio alla volta di Alessandria. Avvicinandomi ai convogli mi accorgo che il treno era perfettamente attrezzato per disabili, con tanto di “simbolino” gigantesco e aggancio per carrozzine (ho scattato foto per testimoniare quanto affermo).I signori addetti a portarmi sul treno, appartenenti ad una cooperativa locale, affermano che su quel treno non mi caricherebbero MAI caricato senza l’autorizzazione di Sala Blu Bologna (scherzando anche sul fatto che, senza autorizzazione, rischiano di finire in galera il giorno successivo). Inizio ad innervosirmi: ho davanti a me un treno perfettamente attrezzato, che andava proprio nella direzione giusta, e rischiavo di perderlo senza alcun motivo !? Il macchinista e il capotreno (due splendide persone, che Dio li benedica!), fin da subito, mi rassicurano sul fatto che io avrei preso quel treno… A tutti i costi, e con tutti i mezzi. I signori della cooperativa, nonostante il parere favorevole del capotreno continuano a rifiutarsi Sala Blu Torino (sotto la cui giurisdizione dipende la stazione di Alessandria), dopo aver parlato con il capotreno, dà senza problemi il suo assenso a svolgere l’operazione. Sala Blu Bologna, no. Continua a negare fino all’ultimo. Partiamo, senza avere avuto l’autorizzazione di Sala Blu Bologna. Si, perchè alla fine su quel treno ci sono salito… Grazie alla caparbietà e alla spina dorsale del capotreno e del suo macchinista.Pretendo, innanzitutto, le scuse di Trenitalia per quanto mi è accaduto. Inoltre, chiedo che Trenitalia risponda sulla questione da me sollevata, e che trovi una modalità per risolverla.C’è in ballo, sopratutto, la nostra amata Costituzione che, all’articolo 3, recita così: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale [cfr. XIV] e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso [cfr. artt. 29 c. 2, 37 c. 1, 48 c. 1, 51 c. 1], di razza, di lingua [cfr. art. 6], di religione [cfr. artt. 8, 19], di opinioni politiche [cfr. art. 22]

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