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21/02/16

in una terra di desamistade Il grande esempio: Eva Cannas perdonò chi uccise i suoi fratelli




Daniel Lumera  alias  Andrea  Pinna  scrittore sassarese  autore del libro





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La cura del perdono
Una nuova via per la felicità
di Daniel Lumera.
€ 14,02
€ 16,50 -15%
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Descrizione
«La cura del perdono nasce da una sofferta crisi personale che nel 2005 mi ha investito sconvolgendo salute, relazioni, lavoro, amicizie e ideali. Effimero e inefficace ogni tentativo di uscirne. Poi, quasi all'improvviso, ho scoperto il perdono. In genere questa parola fa pensare alla religione o alla psicoterapia. Nel libro che avete tra le mani, invece, si parla del perdono come di un valore universale dell'umanità, svincolato da qualsiasi appartenenza che non sia alla vita stessa. Il perdono fa parte di una nuova educazione alla consapevolezza e alla felicità; una strategia evolutiva che ha effetti positivi sulla salute, il benessere e la qualità della vita. Questo libro è un viaggio dentro il significato più autentico del perdono, attraverso le storie di chi la propria vita l'ha cambiata davvero, di chi ha guarito la sofferenza più profonda, ha imparato ad amare, ha ottenuto successo, ha riscoperto gli affetti. Gli approfondimenti scientifici, la formazione, la pratica possono costituire una premessa per la ricerca di una nuova via alla felicità, un invito a scoprire il senso perduto del perdono, una chiave che può aprire le porte del cuore e far ritrovare equilibri e armonie, fino a guarire relazioni, pensieri, emozioni, corpo e anima.»



ed Eva Cannas [foto a  destra  ]  non si sono mai conosciuti, ma parlano lo stesso linguaggio.
 Lei, donna di Barbagia dal nome inconsueto, ne ha elaborato i codici dopo essere sprofondata nell'esperienza umana del dolore, dell'impotenza e della rabbia. Era da poco iscritta all'Università
quando i suoi fratelli, prima Graziano e poi Antonio Serafino, entrambi di 31 anni, vennero uccisi nelle campagne di Mamoiada, già bagnate dal sangue di inestinguibili faide. Le date sono scolpite nella memoria, oltre che sulle lapidi del cimitero: 24 novembre 1971 e 13 agosto 1973.
Le sono serviti anni, il tempo necessario alla giustizia terrena per formulare la sua condanna, perché la scelta del perdono nei confronti di chi aveva vestito di lutto la sua famiglia diventasse pubblica. Annunciata in maniera laica nel corso di un convegno indetto in paese per porre fine alla lunga catena di omicidi (venti in 7 anni), la sentenza assolutoria ebbe effetto dirompente quando venne pronunciata al cospetto di papa Wojtyla, gigante di fede e di pace in visita nel capoluogo barbaricino. Era il 19 ottobre del 1985. Eva Cannas, professoressa di italiano e latino in pensione, ripercorre le emozioni di quel giorno nella sua casa di Nuoro «che è periferia di Mamoiada», sottolinea per chiarire che non è fuggita dal suo passato.
Lui [foto a sinistra ]  Ha radicato parte delle sue ricerche nel cuore della Sardegna dove la legge della vendetta, fondata su codici non scritti, ha resistito al sentimento di devozione cristiana

che ne avrebbe dovuto cancellare le fonti. Egli deve  alle donne di Oliena lo pseudonimo di Daniel Lumera con cui diffonde, da docente in corsi universitari e formatore internazionale, la cura del perdono. «Abbaida sa lumera», disse una delle intervistate per indicare la luce che si accendeva negli occhi del giovane nell'ascoltare il racconto di riti, credenze e magie di Barbagia. Non c'è riferimento a quell'esperienza nel libro che lo scrittore ha pubblicato con Mondadori. Ne "La cura del perdono. Una nuova via alla felicità" si racconta però la storia di Eva Cannas, la donna di Mamoiada che nel 1985, davanti a papa Giovanni Paolo II in visita a Nuoro, perdonò gli assassini dei suoi due fratelli. La vicenda rientra nella rassegna di storie esemplari a cui l'autore fa ricorso. Laureato in Scienze naturali, specializzato in sociologia della comunicazione e dei processi culturali tra Italia e Spagna, direttore della Fondazione My Life Design, presidente dell'International school of Forgiveness, sebbene apprezzi la forza con cui papa Francesco richiama i cristiani al giubileo della misericordia, non fa del Vangelo il testo-simbolo della sua conversione. Fondamentale, dopo una crisi personale vissuta nel 2005, l'incontro ad Assisi con Anthony Elenjimittan, uno degli ultimi discepoli diretti di Gandhi.

19/03/13

Nuoro, padre naturale uccise la mamma Il papà di Vanessa è ora lo zio che l'ha amata


INella mia Sardegna  , specie  in certe zone  , conosciute     ai media e alla  mentalità  di certa gente   [ sic  ] nonostante le belezze naturalistiche , solo per le desamistade ( "inimicizia" e, per estensione, faida, lotta. Il brano racconta appunto la faida tra due famiglie probabilmente per motivi d'onore e promesse non mantenute ed è uno spaccato delle classiche "guerre" e inimicizie tra famiglie che spesso si potevano vivere soprattutto in molte zone della sardegna fino a qualche decennio fa, dovute soprattutto ad un fortissimo senso dell'onore e dell'orgoglio. )





 e   banditi  ,  succedono anche fatti come  questi   che dimiostrano che   la  cultura  sarda  è fatta   anche   di pace  e  di non violenza   oltre  che  da  volgia  d'uscire  da  questi   stereotipi  ed  uscire   dalla catena dell'odio e del rancore . é la storia  di  Vanessa  . 




dall'unione  sarda  del  19\3\2013


FESTA DEL PAPÀ. La lezione d'amore di una famiglia sopravvissuta alla tragedia
«Vanessa mi chiama babbo»
Agostino Mele: così ho lenito le sue ferite di bambina
Vanessa arrivò in casa dello zio materno tre giorni dopo la morte della mamma. Annamaria Mele era stata uccisa dal marito Pierpaolo Cardia.
Dal nostro inviato
Piera Serusi


Suo padre ha ucciso sua mamma. E lei ha cambiato cognome. Di quell'uomo non voleva serbare memoria nemmeno all'anagrafe. Suo papà è lo zio materno ( foto  a destra  ) che l'ha cresciuta e protetta quando il mondo l'aveva spinta nell'abisso di un dolore inaccettabile.
Vanessa (  foto sotto a sinistra  )  oggi ha 21 anni e studia criminologia. La sua storia, da Nuoro, ha conquistato l'Italia. Ha combattuto e vinto una battaglia per cambiare la legge che consentiva agli uxoricidi di godere della pensione di reversibilità della vittima. Ha rifiutato anche il cognome del padre naturale, Pierpaolo Cardia. "Ha ucciso mia mamma", scrisse nel modulo della Prefettura. Oggi, festa del papà, sull'Unione Sarda in edicola l'intervista allo zio materno Agostino Mele, 51 anni che ha accolto in casa la nipotina testimone della tragedia. Era il 3 dicembre del 1998. La bambina aveva 6 anni.
"Un giorno Vanessa - racconta all'inviato Piera Serusi - mi ha guardato negli occhi e ha pronunciato la parola papà. E' stato come se in quel momento lei, così piccola, mi avesse dato un'investitura. Ho provato una gioia talmente grande che ho pianto".«Sì. È stato qualche anno dopo il suo arrivo. Mi aveva sempre chiamato zio, e Federico, il mio primo figlio maschio, faceva lo stesso. Un giorno mi si è parata davanti, mi ha guardato negli occhi e ha pronunciato la parola papà. È stato come se in quel momento lei, così piccola, mi avesse dato un'investitura. Ero diventato suo padre. Ho provato una gioia talmente grande che ho pianto» La prima volta. Se la ricorda ?                                                                      Agostino Mele è l'uomo che ha partorito sua figlia. Cinquantuno anni, operaio forestale, sposato con Lina Mastinu - è lo zio materno, il nuovo papà di Vanessala bambina nata due volte.
La ragazza che ha cambiato cognome rifiutando quello del padre naturale («Ha ucciso mia mamma», scrisse nel modulo presentato in Prefettura) e che due anni fa, grazie alla sua battaglia, ha fatto cambiare la legge che consentiva agli uxoricidi di godere della pensione di reversibilità della vittima. C'è una prima vita inghiottita dal passato e una nuova esistenza scelta e voluta fortemente, in questa storia che racconta di come, in fondo, essere genitori e diventare figli non è una banale questione di sangue. È questione di affetto. Un affare d'amore. E la giornata di oggi, festa del papà dedicata a san Giuseppe, non è forse la celebrazione di questa verità ? LA STORIA Nell'appartamento al primo piano della palazzina di famiglia a Mamoiada, il sorriso di Vanessa Mele è dentro i ritratti alle pareti e sulla mensola vicino al camino. Con gli zii-genitori Agostino e Lina, bambina coi nonni, adolescente coi fratellini Federico e Edoardo. Lei, che oggi ha 21 anni, è in Galles, dove studia Criminologia all'Università. «Il prossimo anno si laurea», dice il babbo con una punta d'orgoglio. Sul ripiano c'è anche la foto di Annamaria, la sorella più grande di Agostino, uccisa la sera del 3 dicembre 1998 dal marito Pierpaolo Cardia, guardia forestale. Accadde nella loro casa di piazza Veneto a Nuoro. Un colpo di pistola alla tempia, Annamaria - che da tempo lottava con un tumore al seno - cadde riversa sul letto. La piccola Vanessa, che aveva solo sei anni, guardava i cartoni animati in soggiorno. Lui prese la piccola, la portò dalla nonna e andò dai carabinieri per costituirsi. «Stavamo litigando, il colpo è partito accidentalmente», raccontò. Poi venne fuori che aveva un'amante e che la moglie voleva la separazione. Fu condannato con rito abbreviato a quattordici anni e otto mesi. È tornato in libertà qualche anno fa. Ha scritto un paio di mail a Vanessa, diceva che voleva conoscerla e nel frattempo era riuscito a portarle via la pensione della madre, i soldi della donna che lui aveva ucciso. Come ha reagito Vanessa lo sa tutto il mondo. Vanessa ha ricacciato l'orco nel pozzo nero del passato.PULCINO IMPAURITO Agostino Mele non nomina mai l'uomo che nell'altra vita è stato suo cognato. «È uno che si è giocato l'occasione di essere padre. Poteva separarsi e tutto sarebbe finito lì. Invece no, ha ucciso la moglie». La piccola Vanessa arrivò in casa degli zii tre giorni dopo la morte della mamma. «Era un pulcino impaurito. Silenzio e pianto, la notte si svegliava con gli incubi. Quanto dolore dentro il cuoricino di una bambina così piccola. Cos'altro potevo fare se non coccolarla e tenerla stretta a me? Poi ce l'ha chiesto: dove sono papà e mamma? Lina, mia moglie, la prese sulle ginocchia. “Mamma è in cielo”, le disse, “babbo è partito per un lungo viaggio”». Per molto tempo non ha nominato più i suoi genitori. E intanto cominciava e finiva il processo che ha portato alla condanna di Pierpaolo Cardia. Intanto, l'affidamento della piccola agli zii Agostino e Lina si è tramutato in adozione legale. «Noi e la bambina siamo stati aiutati dagli psicologi. E io, che non potevo neanche piangere la morte di mia sorella perché volevo essere forte per Vanessa, sono stato sostenuto tanto da mia moglie». Perché, in definitiva, era il suo il fardello più pesante. Ad Agostino è toccato riportare al mondo la nipotina, lenirne le ferite di bimba aiutandola a crescere, a diventare una donna serena.IL DONO «Mi emoziono sempre quando ci dice “vi voglio bene”. La guardo e penso: è mia figlia, che grande dono ho avuto». Il papà che ha partorito la sua bambina dice che no, non è il sangue che conta. «È l'affetto, il tempo che si dedica a un piccino. È da questa corrente d'amore che nasce un padre e nasce un figlio. Mi arrabbio quando penso che gli orfanotrofi sono pieni di bambini che non hanno bisogno di nient'altro se non d'amore». L'amore di genitori che non devono essere necessariamente un babbo-maschio e una mamma-femmina. Possiamo, nel giorno consacrato alla festa del papà, accennare alle famiglie omogenitoriali? «Credo che non ci sia alcuna differenza. Se un bambino vive in una famiglia serena, con dei genitori che si vogliono bene, che importanza volete che abbia tutto il resto?».



29/04/12

All’ombra del Supramonte l’orrore della disamistade Un testo tra storia orale e testimonianza antropologica scritto da Teresa Mele

 proprio mentre leggo l'articolo che intendo proporvi  mi ritorna in mente questa  canzone
video

All’ombra del Supramonte l’orrore della disamistade

Un testo tra storia orale e testimonianza antropologica scritto da Teresa Mele
    di Giacomo Mameli
    di Giacomo Mameli
    Se anche Pietro Clemente, uno dei più autorevoli antropologi italiani con dna sardissimo (nato a Nuoro, un tempo cuore della società del malessere) dice che «è un testo difficile per ragioni che possono apparire bizzarre», c'è da rifletterci. E non poco. Perché – quando si parla di devianze sociali – vanno messi in campo tutti gli strumenti del ragionamento, senza frasi fatte né luoghi comuni, senza condanne né assoluzioni frettolose davanti a uno dei fenomeni - quello del banditismo sanguinario del primo dopoguerra - che ha segnato la Storia, facendo rimbalzare il nome della Sardegna e della Barbagia Oltretirreno e Oltralpe. La prima delle bizzarrie: il libro propone, in positivo, «un eccesso di offerta di temi antropologici». Ci pensa poi un'altra studiosa, Giannetta Murru Corriga, a tratteggiare un quadro altrettanto bizzarro dal quale emergono «contraddittori rapporti comunitari in cui profonda amicizia e feroce inimicizia sono ugualmente possibili». Sembra così - in quel teatro totalizzante che si chiama Orgosolo - di trovarsi davanti all'ordito di una tragedia greca. Scandita da silenzi, dal fragore di una bomba, «da finestre crivellate dai proiettili", da urla e pianti perché - anche senza far accenno ai fatti criminali più recenti e devastanti - tziu Boelle è stato assassinato nel modo peggiore». Con molte frasi in sardo che hanno l'imprimatur del linguista Giulio Paulis.
    Storia e storie di ieri. Raccontate con un linguaggio verità che non è quello, per certi versi assolutorio a prescindere, di figure-mito di prima grandezza come Franco Cagnetta o Vittorio De Seta. E questo è uno degli aspetti più interessanti di questo libro, perché qui emergono semmai Peppino Fiori della “Società del malessere” e Gigi Ghirotti di "Mitra e Sardegna". Ma con una conoscenza che arriva da dentro, “dae sas intragnas”, “imo cordis” e che offre un'interpretazione vissuta, ma non per questo meno coinvolgente e veritiera. Con pagine di amore vero verso Orgosolo, le sue donne, tzia Luisa e tzia Juvanna, i riti di Sa Candelarìa, “su harvone”, con una separazione netta dalla tragedia familiare. Teresa Mele non generalizza. E sono gli stessi orgolesi che «fanno una colletta in tutto il paese, bussano a tutte le porte e tutte le porte si aprono». È la Orgosolo civile dei giorni dopo le tempeste, che esiste al di là di tutto.
    Storia scritta, con un linguaggio che più schietto e perfino coraggioso non si può, da una donna di Mamoiada, partita dal paese dov'era nata da quando aveva sedici anni e trasferita in Piemonte. Qui è diventata mamma, qui vive e qui ha fatto per decenni l'infermiera professionista dopo una breve esperienza mistica "in una comunità di religiose laiche" dalla quale va via per non peccare di "servilismo". Nel turbine di "tormenti interiori" nasce - pur sentendo "un disagio forte che ti rode dentro" - l'idea di questo voluminoso libro-confessione di 740 pagine, "Addio a Orgosolo", sottotitolo "Memorie di una barbaricina" pubblicato dal Cisu di Roma nella collana diretta da Clemente "Finzioni vere, storia di vita per l'antropologia".
    Libro verità della figlia di Chiccu Mele piccolo impresario-boscaiolo e di Peppanna Cadinu. La famiglia da Mamoiada si trasferisce a Orgosolo dove – sottolinea Pietro Clemente con riferimento ai sociologi George Simmel e René Girard – il padre impresario viene subito considerato un invasore, anzi “uno straniero interno” perché "lo straniero", anche se arriva ad Orgosolo da Mamoiada, "mette in crisi le comunità tradizionali, non è il viandante che passa ma colui oggi viene domani rimane". E dà fastidio.
    Eppure Teresa si sente a casa, come se fosse al suo paese: «Da quando ho memoria di me stessa, parlavo mamoiadino con i mamoiadini e orgolese con gli orgolesi, così che mi sentivo mamoiadina e orgolese allo stesso tempo e amavo i miei due paesi». Prima casa nel rione Mazzai, "in su palathu". Poi a Punzitta. Tempi bui, disamistade, morti ammazzati, agguati, taglie. Barbagia Far West. Nel novembre del 1954 «dopo aver seminato per anni il terrore in tutto il Nuorese, quando quel terrore ha cominciato a minacciare e falcidiare gli orgolesi, è stato ucciso il famoso bandito Bascale Tandeddu». È il 1960. «Cose orrende accaddero quell'anno con l'uccisione e il sequestro di Pietrinu Crasta». Estorsioni continuate, imboscate, assalti in armi alle corriere, carabinieri uccisi, lettere minatorie con due segni croce. Una va anche a casa Mele, per l'impresario, l'industriale, il manager venuto non "da lontano" ma comunque "da fuori". Testuale, tutto in minuscolo: "guarda bene signor chiccu mele cuesta è l'ultima lettera se no porta i soldi a pinzellu il 19 di giugno, se no devi ismigrare da orgosolo setu la lettera la porti in caserma per noi ellostesso niente pensati bene». Non una ma tante lettere.
    Stare sotto il Supramonte? No. «Ai primi del febbraio del 1961 la nostra famiglia lascia Orgosolo e ricomincia a vivere a Mamoiada nella più cruda incertezza e precarietà. Seguirà il pignoramento dei mobili, la malattia di mia madre, una vera catastrofe». Ed ecco perché la radiografia di Teresa Mele non è compiacente. A dirlo senza eufemismi è proprio Giannetta Murru perché l'autrice «respinge la visione del banditismo orgolese e dei suoi eroi enfatizzata dai mass-media acriticamente accolta anche dal regista De Seta in Banditi a Orgosolo». Per la Murru Corriga, Teresa «compie una lettura critica di testimonianze, delinea una interpretazione del banditismo che in qualche modo sembra evocare l'idea forse non nuova di accumulazione capitalistica primitiva». E la Mele contesta un parroco, don Giovanni Sanna che «ha totalmente e vergognosamente rimosso, cancellato la nostra storia. Frutto, a mio avviso, di una cattiva coscienza».
    Libro da leggere. Libro da capire. Parla dei murales dove non compare «il dolore atroce delle madri orgolesi che hanno pianto la vita dei giovani figli spezzata dalle vendette e dalle lunghe faide fratricide». Il libro propone analisi controcorrente. "Quei murales non ci raccontano niente di quelle tragedie. Non ci raccontano di don Michele Cadoni che ha dovuto lasciare Orgosolo perché un altro uomo innocente è stato ucciso al suo posto. Parlano solo, e bene, di Ho Chi Min e di Che Guevara, di Antonio Gramsci e di Emilio Lussu. Ma c'è il silenzio sulle cose di casa. Sulle vedove e sugli orfani dei mitra. «Non parlano della tragedia del pacifico commerciante Pietrinu Crasta. I murales in cui si grida Zustissia Cherimus non hanno spinto Orgosolo a esigere giustizia per l'assassinio di don Francesco Muntoni sacerdote innocente e di Adolfo Senes». Conclude Pietro Clemente: «In questo libro nessuna croce manca. Le storie di vita sono un dono al valore sempre nuovo e plurale della vita». Una vita che riporta Teresa a vedere i luoghi dove aveva vissuto bambina. «E mi sento rappacificata con Orgosolo, la mia seconda patria».

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