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26/10/12

[halloween in cucina 2 ] halloween sardo


ecco come  promesso  il nostro  halloween  altro  che  quelle fesserie  ( per  altro non tanto  originale, salvo le  zucche  ,da quelli europei  ) il primo articolo viene dall'amica Ele  casula  sul mio https://plus.google.com

non potendo  copia e  incollarlo  ne  riporto un pezzo


Sardegna Una festa dei morti tutta particolare con pabassini e pane ‘e sapa | Mediterranews »
La ricorrenza di Ognissanti e della festa dei morti affonda le sue radici nella notte dei tempi. Ogni zona d’Italia conserva usanze e tradizioni differenti  (  contnua http://mediterranews.org/2012/10/sardegna-una-festa-dei-morti-tutta-particolare-con-pabassini-e-pane-e-sapa/ 




il secondo  invece  riesco a  copiarlo  ed incollarlo tutto   viene da questo bel  portale  ( eccetto il  2  video  )  http://www.portalesardegna.com/blog/enogastronomia-sardegna/ 













Rispecta sos mortos et time sos bios. Venera i morti e temi i vivi.”Antico detto sardo


È da qualche anno che anche qui in Sardegna, il 31 ottobre e i primi di novembre, si festeggia Halloween, ci si traveste da scheletri, zombie, mostri, streghe e si addobbano le case con grandi zucche intagliate.
Ma quando ero bambina io, negli anni ’90, i giorni dei Morti e di Tutti i Santi erano vissuti in modo completamente diverso, con dei riti appartenenti alla nostra cultura e al nostro passato, legati a leggende e a storie di anime e cibo.
Quando ero bambina io, qui in provincia di Oristano, nello specifico a Solarussa, ci si travestiva da Maria Pintaoru, in alcuni paesi chiamata Maria Puntaoru, e si andava in giro per le case del paese con indosso gli abiti delle nonne, una gonnella lunga e scura, uno scialle e su muccadori (fazzoletto) sulla testa. Bussavamo casa per casa, non a chiedere ‘dolcetto o scherzetto’ ma monete, frutta secca, castagne, mandarini e qualche dolce.
Maria Pintaoru era una figura misteriosa e paurosa. La leggenda racconta che la donna, oltre a essere particolarmente brutta, fosse anchemolto povera e che a causa di questo morì di fame, letteralmente.







Noi bambini re-interpretavamo la sua storia e chi ci apriva la porta non poteva rifiutarsi di regalarci un po’ di cibo… guai a dir di no a un’anima affamata!
Per saperne di più su Maria Pintaoru, vi rimando a questo articolo, che dà una versione un po’ diversa rispetto a ciò che i miei nonni mi hanno raccontato, ma comunque molto simile. In altri paesi, infatti, la tradizione vuole che la porta di casa si lasci sempre aperta la notte tra il trentuno ottobre e il primo di novembre.La tavola deve rigorosamente essere apparecchiata in modo che lei possa entrare e sfamarsi in tutta tranquillità. Se non trova ospitalità e accoglienza, con il suo affilato spiedo, buca la pancia dei bambini per cibarsi di ciò che loro hanno mangiato.Questo era un modo per venerare i morti.
Ma non finisce qua. La notte del primo novembre, in molte case si fa tutt’ora, si imbandiva la tavola anche per i familiari defunti. Un piatto di pasta, un cesto con noci, noccioline, mandorle, fichi secchi, uva passa, una bottiglia di vino e gli immancabili papassini, i dolci tipici di quei giorni. Sì perché, in Sardegna, ogni festa ha i suoi dolci tipici.

E già a metà ottobre, le donne si riuniscono e iniziano a impastare, infornare e decorare questi squisiti dolci fatti di farina, uova, mandorle, noci e uva passa e decorati con glassa e diavoletti colorati. In alcune zone a tutto ciò si aggiunge nell’impasto, anche la marmellata e ‘sa sapa’, composto liquido ottenuto dalla bollitura del mosto con bucce d’arancia, in altre anchemelacotogna. Insomma, come ogni cosa qui in Sardegna, ogni paese ha la sua versione.
Trovate una delle tante ricette complete in questo documento che riporta tutte le ricette dei più importanti dolci sardi.
E tutto ciò accadeva fino a 20 anni fa e ne parlo con piacere ma anche con una punta di malinconia per una tradizione che sta via via sparendo. È da tanto che a casa mia non bussano bambini vestiti da Maria Pintaoru.

                                      di Giulia Mada

02/11/11

Ingrata patria...


Nessun ricordo ufficiale per il volontario sardo-ligure che ha donato la vita per salvarne altre


Per Lui, SANDRO USAI, nessuna diretta televisiva... solo: Sul coperchio un mazzo di piccole orchidee e le lacrime della moglie Elena, che non ha abbandonato un istante la bara... è quello che capita spesso ai "veri eroi"...

(Domenico Savino)

15/02/11


"Rachele piange i suoi figli e non vuol essere consolata, perché non sono più" (Ger 31,15). La madre di Raul, Fernando, Sebastian e Patrizia, i quattro bimbi rom arsi vivi nel rogo del 6 febbraio scorso a Roma, ricorda la biblica Rachele in modo impressionante. Il sindaco Alemanno ha proclamato il lutto cittadino. Eppure, adesso, sia la donna sia la famiglia rischiano di essere imputati di “abbandono di minore”, reato previsto e punito dall’art. 591 del Codice Penale.


L'abbraccio del presidente Napolitano alla madre rom.



L’organizzazione umanitaria Gruppo EveryOne si appella al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, affinché, dopo la strazio dei bambini, le istituzioni non colpiscano ancora i genitori.

Sono periti quattro bambini. Questo dovrebbe bastare. Altro non dovremmo aggiungere. Prima delle azioni, contano i segni. I silenzi. Ma non tutti i silenzi sono uguali. Esistono silenzi che impetrano, e silenzi che racchiudono scaturigini di dolore. Silenzi muti e silenzi murati. Silenzi densi e silenzi indifferenti.

Persino la giunta milanese ha osservato un minuto di silenzio, e si è levata in piedi, per commemorare le giovani vittime. Non tutti, però:
Cesare Bossetti, consigliere leghista, è rimasto seduto.

Immaginiamo abbia taciuto anche lui. Del resto, stava leggendo, come egli stesso ha dichiarato: ed era talmente immerso nella lettura, da non essersi accorto della richiesta di osservare il minuto di silenzio. Ha taciuto. In quel modo distratto e scialbo che trasmette l'assenza. Bossetti non c'era. Al suo posto, l'involucro senz'anima del passante anonimo. Del vicino di casa perbene. Che odora di chiuso e di muffa. E che, magari, si proclama cristiano.

Bossetti cercava il momento di celebrità e l'ha ottenuto, sappiamo che gli rendiamo un servizio mostrando il suo volto impenetrabile, appena sfiorato da un segmento ghignante. Non ha neppure dovuto sforzarsi di trovare scuse credibili. Non gliene importa nulla. Oggi, manifestare il proprio razzismo, nemmeno ideologico, ma di quella sordidezza vaga, gretta, allineata e conformista come un appunto di computisteria, non scandalizza più nessuno. Anzi, riscuote approvazione. E' la riscossa del vicino perbene. Il rancore del frustrato. Silenzio. Come ombra nel buio.

26/10/10

PERCHÈ CELEBRARE L'AMERiICANATADID HALLOWEN QUANDO ABBiAMO IL NOSTRO HALLOWEEN ? LA SARDEGNA

"Entrano, ansimano muti:
ognuno è tanto mai stanco!
e si fermano seduti
la notte, intorno a quel bianco.
Stanno li sino a domani
col capo tra le mani,
senza che nulla si senta
sotto la lampada spenta.

 
dalla pagna di http://www.intrage.it/ dedicata al 2 novembre trovate fra gli url soto la pagina compelta

Già da qualche giorno nelle vetrine dei negozi  (  appena  mi  restituiscono la digitale    posterò qualche foto  della  vetrina della vetrina del commercio equo e  solidale  di tempio pausania  addobata apposotamente  , SIC , oper ora accontentatevi  dele foto vclassiche prese dala rete di zucche e affini  )  , nei quotidiani e nei loro inserti \ allegati , oltre che negli spot e trasmissioni e cartoni tv , in rete s'inizia a parlare della ( salvo alcuni  coime la repubblica  che  invitano a  a  creare  un halloween italiana  o europea   ) pacchiana e americanata che  è diventata nell'ultoimo  ventennio  hallowen tanto d'essere come dimostra la  foto qua  sotto usata  come  buinees


Ora capisco che tutti\e noi fin dall'infanzia abbiamo avuto modelli culturali imposti dala tv o dall'esterno , ma mai come ora negli ultimoi 30 anni . Premetto che per gli amanti acritici e per gli apassionati ( fra cui anch'io   che nonostante presi un voto basso
nell'esame di  storia dele tradizioni popolari dela sardegna,trovai un prof fissato con l'antropologia  tanto da farmi domande solo su quello e non su gli altri libri delle  tradizioni  ) di tali tradizioni  e  usanze ormai scomparse o standardizzate o rimaste come folkore e con poca tradizione  che mi hanno sempre appassioanto e sono stimolo  per mantenermi vivo e non dimenticare  da   da  dove  veniamo e  chi eravamo come potete vedere cercvando nell'archivo soto la tag i miei post e quelli degli altri\e iscritti su halloween) .
Dedico , come  sempre  ho fatto  sui post  di halloween  ,  a gli aappassionati  e agli americanisti acritici e a  senso unico che tropvano pretesti come questi , per .... ed insultsarmi d'esere anti americano e   di non aver  rispetto per  i nostri liberatori  , ecc   americanismo , che non ho nulla contro tale festa in se' , ma che non c'appartine, almeno come la festeggiano in America  .Quindi come ho sempre fatto ricendo apprezzamenti e critiche ( alcune costruttivve ed argomentate , altre banali \ ridicole ) palerò in questo post delle tradizioni che fra Ottobre \ novembre fino a febbraio si , e testimoniano come potete notare da http://www.lucedistrega.net/documenti/feste-ognissanti.htm , zucche, queste, dolci , frutta secca e distagione , ecc e regali non sono una recente importazione statunitense per la festa di Halloween (contrazione di "All Hallows Even" - vigilia di tutti i santi), ma caratteristiche tradizionali del passato popolare delle regioni italiane specie quelle contadine . Usanze rmai scomparse o standardizzate e globalizzate ( vedere mie post precedenti sul modo contadino ) erano molto più " genuine " e più diffuse nella loro foma originaria .
Ecco quali soo quielle della mia regione , che ancora resistono anche se al "dolcetto e scherzetto" in cui ti s'offrivano castagne o caldarroste , melograni , FRUTTA SECCA poi quando nacqueo i super mercati e centri commerciali anche cioccolati , merendine , snack , ecc , si è sostituito sempre più il denaro cosa rara  un tempo  Ecco vi alcuni riti    della mia  regione  
.

I riti de Is Fraccheras

da  http://www.contusu.it/it/luoghi-e-tradizioni-mainmenu-28/


Campane a morto, corone di pervinca e steli di asfodelo.
Il signor Secci Raffaele ci ha descritto come si svolgevano i festeggiamenti, nei giorni del 1° e del 2 novembre.A mezzogiorno cominciavano a suonare ininterrottamente le campane a morto (I'agonia) per 24 ore finché non si concludeva la Messa a mezzogiorno.
Non era compito facile, e proprio per questo i campanari si alternavano, in genere il gruppo era formato da circa 10 persone, giovani e adulti, i quali restavano svegli e attivi, e nei tempi di attesa cuocevano castagne arrosto e bevevano del buon vino nero.
La mattina del 2 novembre, per commemorare i defunti, veniva celebrata la Santa Messa in cimitero, alla quale partecipava l'intera comunità. Dopo la Messa, il parroco si soffermava su ogni tomba, per dare 'Is assoluziones' che consistevano in una serie di preghiere, e questo in cambio di un'offerta fatta dai familiari. La stessa mattina si era soliti mettere sulla croce delle tombe, una corona di pervinca 'proinca'.La corona veniva realizzata intrecciando la pervinca e abbellendola con fiori di carta colorata ( poiché la pervinca in novembrenon fiorisce).Nel pomeriggio, il sacerdote, accompagnato dai campanari, andava di casa in casa a chiedere le offerte, che consistevano in denaro o in prodotti (castagne, noci, nocciole, patate, dolci dolci etc.) da destinare alle anime 'pro sas animas', si usava dire. La sera del 2 novembre si svolgeva un'altra manifestazione detta 'Is Fraccheras'.
Due o tre giorni prima del 2 novembre, i Gadonesi, uomini e donne, si recavano nei terreni vicino al paese che costituivano 'Su a pardu' a raccogliere l'asfodelo S'iscraria per preparare 'Is Fraccheras'. Gli steli di asfodelo venivano legati sistematicamente attorno alla ferula 'Sa feurra', facendo dei lunghi fasci di circa 2 o 3 metri, in alcuni casi anche 4.
All'interno del fascio si inserivano steli di "Canna pudescia" che è molto infiammabile, si continuava così fino a far raggiungere al fascio il diametro di 30/40 centimetri e a volte anche 50. Il tutto veniva legato con 'Si sterzu' e raramente con spago, perché il fuoco lo bruciava e poteva disfare 'Sa Fracchera' (nell'antichità classica, l'asfodelo era considerato il fiore tipico del regno dei morti).
Il compito di sorreggerla era affidato ai giovani, che la portavano per le vie del paese. All'imbrunire, veniva dato fuoco all'estremità anteriore della 'Fracchera' e i partecipanti dovevano correre senza spegnerla per le vie del paese. La stessa notte del 2 novembre si era soliti fare 'Sa conca e mortu', realizzata con una zucca, la quale veniva svuotata dalle parti molli e venivano scavati dei fori a forma di occhi, naso e bocca. A rendere macabro il rito era una candela sistemata all'interno della zucca. Veniva posata sui vecchi muri, in genere bui, o sui davanzali delle finestre. I passanti, vedendola erano soliti spaventarsi.
Ricerca degli alunni della classe 2°Scuola media Gadoni

e sempre dallo stesso sito

 VECCHIE  USANZE  FUNEBRI  E  RITI DI MORTE IN SARDEGNA





Quando qualcuno moriva, di vecchiaia di malattia, nei villaggi dell’Interno della Sardegna si seguiva un certo cerimoniale, basato su antiche tradizioni. Specie nei villaggi ad economia pastorale i parenti si preparavano a questo evento. Il moribondo veniva steso su una stuoia, accanto al fuoco e attendeva la morte assistito dai parenti e le donne che solitamente lo accudivano.Quando il triste evento si verificava i parenti si lamentavano ad alta voce, strillavano, si battevano il petto e si strappavano i capelli. Questa sorta di lamento era detto: tèyu  o teu. La parente più stretta accendeva una candela benedetta e con questa faceva il segno della croce di fronte al morto e gli chiudeva le labbra, ciò affinché non gli sfuggissero i segreti di famiglia.
Il cadavere veniva lavato, vestito e composto accanto al focolare, su un tavolo o su delle assi montate  come un catafalco coperto da un lenzuolo, detto: bànca de mortos . Secondo un’antica usanza romana, i piedi del morto dovevano essere rivolti verso la porta, sul petto gli ponevano il crocifisso. Una volta che il feretro era composto iniziavano, da parte dei vicini e parenti, le visite di condoglianze. Questa parte del cerimoniale era detto su Krùmpiu o sa bisita.Le parenti si sedevano o si accoccolavano ai lati del morto o attorno al focolare spento, cioè come si dice nel nuorese; fakere sa riga o ria. La parente più vecchia prendeva il primo posto della fila. Gli uomini indossavano il lungo gabbànu nero e si raggruppavano in fondo o in una stanza attigua.Coloro che entravano per dare le condoglianze erano vestiti con gli abiti di lutto, baciavano il crocifisso, quello sul petto del morto, e recitavano in modo sommesso un “requiem”, poi le donne facevano gruppo tra di loro e gli uomini altrettanto. In segno di lutto le donne si coprivano la parte inferiore del viso sino al naso con un lembo del loro fazzoletto da testa nero,  il gesto è detto attuppare da tuppone, il lembo dello scialle. In Sardegna si dice; tuppa de arbures una macchia  inaccessibile.
In alcuni villaggi dell’interno s’intonavano di fronte al morto lamenti funebri in rima detti attitidos che spesso erano recitati drammaticamente dalle  lamentatrici  prezzolate (attitadoras). S’ attitidu non era come si potrebbe pensare, solo un lamento funebre ma anche un’ incitamento alla vendetta, quando il morto era stato ucciso; in questo caso i lamenti erano selvaggi e terrificanti e un’ indumento del morto macchiato di sangue veniva appeso alla parete (su pindzu).Il giorno del decesso le famiglie del vicinato avevano il dovere di mandare alla famiglia del morto, il pranzo. Questo era un pranzo di lutto detto: s’ akkunòrtu. La notte che precedeva il funerale alcuni dei parenti dovevano vegliare il morto (billai, billadrozu) e secondo l’usanza prendevano parte al pranzo funebre, seguendo le antiche regole in cui non dovevano mai mancare il pane e il miele e si apparecchiava anche per il morto. Il pasto si consumava accanto al focolare, le porte della casa dovevano rimanere aperte tutta la notte, un lume ardeva sulla soglia.
La sera dopo il seppellimento, i parenti si riunivano per un altro banchetto funebre, in questa occasione in certe zone dell’ Isola, erano d’obbligo le fave e le uova, antico piatto funebre di ispirazione greca, poi sostituito con sa “maccarronada” (maccheroni). Al settimo e nono giorno dalla morte, i familiari distribuivano ai vicini , agli amici e ai poveri; carne, pane, pasta (maccheroni). I pani che si distribuivano erano fatti con una farina particolare e detti “paneddas” o, in altre zone, “kokkas”.
A Bitti, questa distribuzione era detta “imborvita” (involgere) perché i cibi inviati erano coperti con un panno bianco. Il giorno della distribuzione era detto “sa die de s’ imborvita”. In altre zone la terminologia è diversa. Era d’uso fare anche delle elemosine per procacciare la salvezza dell’anima del defunto.La sera, del nono giorno la famiglia del defunto si riuniva per un altro pasto; i romani la chiamavano”cena novendialis”. Nelle zone pastorali, la vedova quando non si risposava, doveva portare il lutto per tutta la vita. I parenti più prossimi, specie nei casi di morte violenta, trascuravano il loro aspetto esteriore, faccendosi crescere i capelli, le unghie, la barba, sino a che l’omicidio non fosse vendicato. Ogni sera si intonava una nenia funebre, ma più spesso un canto di vendetta. Quando c’era un omicidio sul luogo del luttuoso fatto si erigeva un cippo primitivo, facendo un mucchio di pietre.

 chiuque   festeggi  haloween sia  alla maniera   Americana   che nostrrana  e perchè no anche   religiosa  sotto  troverà altriUrl buon halloween o  meglio buon Molti e Molti (   morti e morti  )  come diciamo qui in Gallura

 
  1. http://www.lucedistrega.net/.../feste-ognissanti.htm
  2. http://www.partecipiamo.it/halloween/morti.htm
  3. http://www.intrage.it/rubriche/festivita_ricorrenze/morti_ognissanti/2_novembre_italia/index.shtml
  4. http://www.halloween.it/italia/index.htm

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