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26/06/15

L'ovvio e la censura di © Daniela Tuscano

"Ama, la tua bandiera /è la più bella che ci sia/Ama, la tua bandiera/è la più cara che ci sia...". Questi i versi d'un antico brano di Edoardo Bennato che irrideva la retorica patriottarda e l'idolatria per i simboli. L'identità esasperata, l'"eccesso antropocentrico" per usare un termine caro a papa Francesco, demonizza il diverso da sé. Dopo la strage di Charleston si è ripresentato il problema dell'esposizione
della bandiera confederata, uno dei simboli più forti di tale identità esasperata, segregazionista, razzista. Oggi leggo un titolo su "Repubblica" firmato dall'illustre Vittorio Zucconi: "Se anche 'Via col Vento' è un simbolo razzista". Ho un moto di fastidio, anzi di rifiuto, al punto che sono tentata di fermarmi lì. Insomma, il virus di cui soffre la stragrande maggioranza degli internauti sta per contagiare anche me; ma lo vinco e m'inoltro nella lettura, rendendomi presto conto che del romanzo di Margaret Mitchell si accenna solo in uno scarno trafiletto. Questo: secondo il "New York Post" il "classico" della scrittrice georgiana (e premio Pulitzer) dovrebbe esser censurato "per la sua antica ma non troppo velata vena razzista".
La locandina del film "Via col vento", con Vivien Leigh e Clark Gable.


"Non troppo velata"? Non so se Zucconi ami le litoti o la reverenza per quel "classico" lo obblighi a simili felpate definizioni, ma che "Via col Vento" sia razzista, e non troppo velatamente, ma in modo conclamato, ripetuto, persino rivendicato, non dovrebbe essere un mistero. A parte i dialoghi dei "negri" coi verbi costantemente all'infinito - che poteva pure essere un tratto realistico di quegli anni - come giudicare altrimenti brani di questo tipo: "[Durante un tentativo di rapina, o di stupro] il negro le era addosso, quasi che ne sentiva il fetore, fu pervasa da un ribrezzo inimmaginabile..."; "la preghiera con i padroni bianchi era uno degli avvenimenti della giornata. Le immagini orientali scandite dalle litanie di Elena [forse il personaggio più bieco, madre della protagonista Rossella] non avevano significato per loro, ma la dolce voce della padrona gli infondeva una incomprensibile commozione..." (se ne desume che la Mitchell ignorasse del tutto l'esistenza dei gospel e della loro spiritualità liberatoria, segno che i "negri" quelle immagini le capivano benissimo e certo di più di chi strumentalizzava la religione come arma di potere); "era troppo complicato spiegare a quel bestione [nero] in lacrime cosa fosse un convento"; "zio Pietro piangeva, e lei ne provava pena. Come se qualcuno fosse stato brutale con un bimbo"; "- Ho visto negri scappar via con donne bianche. Il risultato è che avremo dei bambini gialli, e non credo che la razza migliorerà -"; "Melania [la buona e dolce Melly del romanzo, l'odiata rivale di Rossella] esclamò: - Mio figlio non andrà mai in una scuola frequentata da piccoli negri! -"; e la peggiore, forse la più odiosa: " - No... miss Rossella, non piacere questa libertà. Al Nord mi chiamavano mist' O'Hara ma mi trattare male, non come voi che sapere i miei bisogni. Io non volere questa libertà! -"? Mi si perdonerà qualche imprecisione, avendo citato a memoria, ma con molta fedeltà.
E ho volutamente tralasciato le scombiccherate "analisi" socio-politico-culturali (non mancava una frecciata maligna e invidiosissima a "La capanna dello zio Tom") peraltro non richieste a una scrittrice rosa che farebbe meglio a occuparsi di cuori infranti e sospiri vagabondi. Per giunta noiosissime, penso non le ricordi nessuno, e tutte a supporto d'un'unica tesi: meglio lo schiavismo, dato che i "negri", quando andava bene, erano per natura schiavi, bimbi semideficienti incapaci di risolvere i loro "bisogni", e meno male che i padroni bianchi li accudivano premurosi, come secoli di storia "seria" hanno ampiamente dimostrato. Non manca un'ampia giustificazione dell'allora nascente fenomeno del Ku Klux Klan, cui aderisce convinto anche l'eroe "positivo" Ashley e che tutti approvano, compresa la tenera Melly, fervente "confederata". Persino la meretrice Bella Watling è di buon cuore, nel senso che dona tutto alla causa, e la causa sarebbero i sudisti, of course.
"Non troppo velata" vena razzista? Vena? Alla faccia! Che cosa doveva scrivere ancora?

Se poi vogliamo spingerci più in là e analizzare la figura femminile, cascano le braccia. L'eroina Rossella, splendidamente interpretata nel celebre kolossal da Vivien Leigh (che infatti vinse l'Oscar), 
Hattie McDaniel mostra orgogliosa il suo Oscar.

è un'arrivista cinica e amorale, priva di solidarietà, di religione e anche d'amor patrio. Ama la sua terra, questo sì, ama Tara, d'un amore viscerale, esclusivo, sospettoso e geloso, animalesco ed egoista. Per Tara è disposta a tutto, fino a prostituirsi, sia pure secondo le regole: cambiando cioè una serie ininterrotta di mariti, i quali invero fanno un po' pena, irresoluti e ingenui come sono (tranne l'unico vero maschio, Rhett-Gable, lei se ne accorge solo alla fine, ma si sa, domani è un altro giorno). Dei figli non le importa nulla. Al tempo stesso condivide tutte le civetterie e le frivolezze delle femmine peggiori, non è solidale con le congeneri, ha un appetito sessuale non indifferente.

Tutto da buttare, anzi da censurare, quindi? Ma no. "Via col vento" è un romanzone ben scritto, dalla trama avvincente, ricco di colpi di scena, che ha fatto sognare milioni di lettori e soprattutto di lettrici. Persino mia madre, notoriamente poco incline al sentimentalismo, si era immedesimata in Rossella, distante da lei anni luce. Questa donna aggressiva e petulante qualche carica sovversiva la trasmetteva; lavorava, irrideva la tronfia sicumera maschile cui opponeva una spregiudicata praticità; e, alla fine del romanzo, giungeva a elaborare una sia pur primitiva complicità fra donne, proprio con quella Melania da sempre detestata. E poi, chi non s'è persa dietro il sogno irraggiungibile del principe azzurro? Quel lato infantile, anche capriccioso, di Rossella, non era forse il desiderio di prolungare un po' il nostro tempo migliore, il tempo del gioco, che presto, troppo presto, alle donne viene negato? 
Non è certo una femminista Rossella, non so cosa fosse Margaret Mitchell, ma questo dialogo fra i tanti è illuminante (e anche qui mi scuso in anticipo, se mi faglia la memoria):
"Rhett disse: - Il lutto imposto alle vedove mi sembra ancora peggiore del sutti indiano. -Il sutti? - In India, quando il marito muore, la vedova sale sulla sua pira e brucia con lui. - Che cosa orribile! E il governo non lo vieta? - No davvero. Mia cara, qui siete costrette a fare le morte viventi, a negarvi ogni gioia e divertimento per non perdere la reputazione, e allora il sutti mi sembra un metodo molto più misericordioso dell'ipocrisia cui vi obbligano da queste parti -". E segue una tirata sugli abiti severi cui deve attenersi la vedova perbene, la quale non può sorridere se non mestamente, e sempre ricordando il caro estinto, piangere perdutamente, languire. Naturalmente Rossella si ribella a tutto ciò, creando enorme scandalo nell'ipocrita e perbenista società del tempo, tranne in Melania che le sta sempre vicina. Se vi par poco...
Non fosse che per queste contraddizioni patenti (e irrisolte) fra emancipazione e tradizione, il romanzo meriterebbe la lettura. Per tacer delle vicende rocambolesche seguite alla realizzazione del film: dalla tragica scomparsa in guerra di Ashley-Leslie Howard al premio Oscar assegnato per la prima volta a un'attrice di colore (primo paradosso), l'indimenticata Mamy-Hattie McDaniel che però venne fatta sedere a parte durante la cerimonia (secondo paradosso), e a cui non si volle negare il riconoscimento pur essendo non solo "negra" ma anche omosessuale (terzo paradosso). 
E l'innegabile razzismo? Un tempo, fin dalle elementari, ci insegnavano a storicizzare e a contestualizzare un'opera. A individuarne gli aspetti di modernità e quelli ormai inaccettabili o incomprensibili. A distinguere tra valori eterni e altri tramontati. Non è censurando un libro, a maggior ragione un romanzo, che si prevengono guai peggiori. Non è mai un libro a esser "galeotto", ma solo l'impreparazione culturale e intellettuale di chi lo affronta; è di questi giorni la notizia della censura, ben più grave di quella della Mitchell, delle "Metamorfosi" di Ovidio alla Columbia University. Secondo l'illuminato parere dei turiferari del politicamente corretto, il volume sconvolgerebbe le menti delle povere studentesse a causa delle immagini di stupro (ma non ci risulta la fiorentissima industria della pornografia e, ahinoi, della pedofilia sia mai stata colpita da provvedimenti tanto severi). Di questo passo, non mi sorprenderebbe la scure su Dante - che qualcuno in verità ha già proposto - per la condanna dei sodomiti o del profeta Maometto, la repressione del Decameron o degli stessi testi sacri (Bibbia, Corano...). E invero è questo il fine ultimo dell'imperante nichilismo: non il rispetto delle singole identità ma la scarnificazione dell'umanità profonda, il vuoto dell'eterna immanenza. Individui senza baricentro né relazioni, chiusi nell'incomunicabilità: tali ci vogliono. Si è veramente persone se si sviluppa la capacità d'empatia, la comprensione che è anche compassione: patire-con, entrare nell'altro, pur quando non ci piace; solo conoscendo le sue dinamiche psicologiche si evita la coazione a ripeterle. Un libro non è mai pericoloso, argomentava Pasolini; ma noi aggiungiamo che può esserlo molto, per la sua capacità di scardinare il castello di carta delle labili certezze. Insomma, la morbida Inquisizione delle società liquide giunge a essere molto più spietata di quelle, evidenti, dei regimi totalitari. 
E non occorrerebbero litoti. La verità tornerebbe a esser proclamata sui tetti. "Via col vento" è razzista? Sì, lo è! Ma noi non lo temiamo, noi lo studiamo. Possiamo detestarlo, non ignorarlo; nell'Eden non si rientra; la realtà va affrontata, non fuggita; è il solo mezzo per superarla e trascenderla.


                                               © Daniela Tuscano

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