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27/08/16

ritorniamo al passato o meglio integriamolo con il presente ovvero pensiare globale agire locale cioè un economia di decrescita

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 c'è qualcuno che  applica  o almeno ci prova  a  pensare locale  agire locale

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Petrini racconta: "Quella notte di 30 anni fa quando creai Slow Food"
Latouche: "L'economia ha fallito, il capitalismo è guerra" 


 da  repubblica  del 26\8\2016


Basta consumismo, riappropriamoci del tempo". Budapest festeggia la decrescita
A Budapest sono diverse le iniziative che promuovono uno stile di vita sostenibile. Come Cargonomia, punto d'incontro tra tre piccole imprese “ecocompatibili”, che si occupano di cibo e consegne. O Átalakuló Wekerle, un'associazione di quartiere impegnata  in diverse attività: dall'isolamento delle finestre al compostaggio. Non a caso, dal 30 agosto al 3 settembre, la capitale magiara ospiterà la quinta Conferenza internazionale sulla decrescita Dal 30 agosto al 3 settembre la capitale magiara ospita la quinta conferenza internazionale dedicata al movimento. Un'occasione per riflettere sulla sostenibilità del nostro stile di vita

BUDAPEST - A Cargonomia, punto d'incontro tra tre piccole imprese "ecocompatibili" attive a Budapest, è appena arrivata una cassetta di uova fresche. È stata poggiata a fianco delle particolari bici cargo a tre ruote progettate per scorrazzare in città, consegnando frutta e verdura. "Ce l'ha inviata un amico che sta implementando una cooperativa", dice Vincent Liegey, ricercatore francese ora di base in Ungheria, e uno dei coordinatori del progetto. "In cambio domani potremo offrirgli un servizio di trasporto con le nostre bici, oppure aiutarlo a fare delle riparazioni in fattoria. Difficile spiegare che cosa sia esattamente questo posto se non un'esperienza economica alternativa basata non sul profitto né sullo scambio, ma sulla reciprocità".
"Basta consumismo, riappropriamoci del tempo". Budapest festeggia la decrescita

un anarchico silenzio, all'interno della capitale magiara c'è una città decrescente che, quasi per paradosso, si allarga. Contrasta i messaggi divisivi di Viktor Orbán, attuale primo ministro del paese, ma anche quelli di molti altri leader europei. Perché promuove altri modelli di vita, costruiti sulla collaborazione. Non a caso qui, dal 30 agosto al 3 settembre, si terrà la quinta conferenza internazionale sulla decrescita. L'ultima, a Lipsia, è stata un boom: oltre tremila le persone coinvolte, provenienti da 74 paesi. "Quest'anno sarà particolarmente interessante per due ragioni", prosegue Liegey, che è anche tra gli organizzatori della manifestazione. La prima: "L'Ungheria ha vissuto il violento collasso dell'Unione Sovietica, uno stato centralizzato, implementazione dittatoriale di una buona idea. E dato che anche la decrescita nasce dalla teoria, penso che sia una buona occasione per imparare dagli errori passati e per facilitare il dialogo tra est e ovest. La seconda è che qui non c'è stato lo stesso sviluppo che ha caratterizzato l'Occidente, però ci sono ugualmente molte attività solidali ben funzionanti"





Tutte coinvolte nei due eventi paralleli in programma: in cinquecento parteciperanno alle conferenze pensate più per addetti ai lavori, mentre al festival - con workshop, discussioni aperte, esibizioni artistiche - si aspettano migliaia di curiosi. Pronti ad assaggiare cibo biologico e a imparare trucchetti utili a risparmiare nella vita domestica. L'obiettivo è indurre tutti a porsi delle domande: che cosa sono crescita e sviluppo?; è possibile avere una crescita infinita su un pianeta finito?. Gli stessi quesiti che circa quindici anni fa hanno caratterizzato gli esordi di ciò che Liegey definisce un modo di pensare "interdisciplinare e multidimensionale": "Ci sono tante strade per la decrescita quante persone 'decrescenti'", puntualizza, "infatti, non si tratta un movimento che ti dice cosa fare, bensì ti invita ad abbandonare la logica dell'ottenere sempre di più, a riappropriarti del tempo, come di una stile di vita sostenibile e pieno di significato".






Un mutamento che, secondo l'attivista, è necessario adesso più che mai. "Oggi stiamo fronteggiando il collasso della società occidentale, fondata sulla convinzione che la crescita permetta di risolvere i conflitti sociali. Un falso mito, perché le risorse fisiche sono limitate. Gli effetti sono sotto i nostri occhi: il cambiamento climatico, la perdita delle biodiversità e via discorrendo. Ma c'è anche un limite culturale. Nonostante il consumismo, non siamo più felici: c'è un alto livello di stress, un alto numero di suicidi, di violenza e sfruttamento". Per modificare il corso corrente basta poco. Qualche esempio: si può lasciare il proprio lavoro in banca e investire in una fattoria, fare la spesa in un negozio di prodotti a chilometro zero  o mangiare meno carne. Basta questo a rendere più felici? "A me sì", ribatte Liegey.





A Wekerle estate, nel XIX distretto di Budapest, sono partiti dal cibo buono. Arrivando qui dal centro, sembra di addentrarsi in un villaggio d'altri tempi. Case basse con giardino e biciclette a ogni angolo. "La zona è stata disegnata per accogliere le persone che si sono spostate in città dalla campagna. L'idea era quella teorizzata dall'inglese Ebenezer Howard: un mix proporzionato tra agricoltura, industria e abitazioni", spiega Tracey Wheatley che fa parte di Átalakuló Wekerle, un'associazione di quartiere impegnata a promuovere diverse attività









dall'isolamento delle finestre al compostaggio. "Abbiamo cominciato dal mangiare: perché il pane saporito fatto con grano coltivato senza pesticidi, per dire, è qualcosa che viene capito in fretta da tutti", racconta, "ma, in sostanza, ciò che stiamo facendo è lavorare sulla cooperazione, la tolleranza e l'auto organizzazione. In modo da spingere le persone a guardare fuori dal proprio piccolo mondo, a lavorare insieme e fidarsi degli altri".

  che sia  la  via   da  intraprendere o  per  chi l'applica  sia la  via  giusta   c'è  il fatto che sempre  da  repubblica   online  d'ieri   si legge  questa news


Le birre artigianali mettono alle strette i colossi: 5.500 tagli per AB Inbev

La società belga pianifica uno sfoltimento del 3 per cento della forza lavoro complessiva, nei tre anni successivi alle nozze con SABMiller. I gruppi del largo consumo generalista corrono ai ripari per diminuire i costi
MILANO - Troppi dipendenti nel gigante della birra Anheuser-Busch InBev, che è convolato a nozze miliardarie con la concorrente SABMiller per creare un colosso della bevanda apprezzata in tutto il mondo. La società si aspetta di tagliare il 3 per cento circa della sua forza lavoro complessiva nei tre anni successivi alla fusione, in una mossa mirata proprio a massimizzare le sinergie (più prosaicamente i risparmi) date dall'unione dei due maggiori birrifici al mondo.
Secondo le informazioni dettagliate in un documento pubblicato in merito all'acquisizione, la cura dimagrante dovrebbe esser attuata in maniera graduale, per fasi. Alla fine del processo, però, 5.500 posti di lavoro dovrebbero essere cancellati, secondo quanto ha riportato una fonte anonima a conoscenza della materia alla Bloomberg.
I tagli al personale rientrano in una strategia da 1,4 miliardi di dollari di risparmio annuo che AB InBev si aspetta di riuscire a realizzare, a valle della fusione. Tutti i birrifici che hanno in portafoglio marchi destinati al largo consumo stanno d'altra parte cercando di tagliare i costi di produzione e distribuzione, messi sotto pressione dalla crescita dei piccoli birrifici indipendenti, tanto in Europa che in Nord America. SABMiller soltanto, l'anno scorso, ha raddoppiato il suo obiettivo di risparmi a 1,05 miliardi di dollari entro il 2020.   Secondo AB InBev, che resta il maggior produttore al mondo, the world’s largest brewer, i tagli sono per altro limitati ad alcune aree e non includono ad esempio la divisione delle vendite, dove non sono stati ancora sviluppati piani

di integrazione a causa dei vincoli da parte della Autorità di regolamentazione. La compagnia ha perl specificato che il quartier generale di SABMiller verrà integrato al proprio - che si trova in Belgio, a Leuven - così come avverrà per il management office a New York.




13/10/13

«Decrescere per salvare la Terra, siamo a un passo dal baratro»

unione  sarda del 13\10\2013

«Decrescere per salvare la Terra, siamo a un passo dal baratro»

È preoccupato, il professore. Lo ha pure messo per iscritto in uno dei suoi tanti libri, stravenduti in molti Paesi. Sostiene che stiamo assistendo in diretta al crollo della nostra civiltà. Il sogno occidentale, spiega, è morto l'11 settembre 2001 con l'attentato alle Twin Towers. Ma prima c'è stata una crisi culturale con le rivolte studentesche del 1968, una crisi ecologica nel 1972 col primo rapporto del Club di Roma, una crisi sociale nel 1986 con la politica turbo-liberista di Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Segnali evidenti, tutti questi, che la festa è davvero finita.Serge Latouche, filosofo ed economista, è diventato una celebrità per la sua teoria sulla decrescita felice. In sostanza dice che abbiamo speso e consumato oltre le nostre possibilità ampliando la forbice tra i sempre più ricchi e i sempre più poveri. «Non poteva durare». La salvezza, a un millimetro dal baratro, è in una ricetta apparentemente semplice: scendiamo tutti di un gradino. Ossia: riduciamo consumi e lavoro, sprechiamo meno, rispettiamo l'ambiente. Altrimenti sarà la Fine.

Settantatré anni, tre figli e cinque nipotini (che racconta con affettuoso sorriso), ha insegnato all'università di Parigi. Ha una laurea in Economia, un dottorato in Filosofia e una specializzazione in Scienze politiche: questo cocktail gli occorre per illustrare con solide argomentazioni l'analisi sul futuro che ci aspetta. I denigratori dicono che è l'apostolo d'una sorta di pauperismo planetario, uno che vorrebbe mettere la Terra in saldi ma nessuno riesce tuttavia a collocarlo politicamente in maniera precisa. «Sto dalla parte degli esclusi del mondo», precisa lui mostrando indifferenza alla valanga di etichette che gli hanno appiccicato addosso.
Abita a Parigi quattro mesi l'anno, per altri quattro va in giro a tenere conferenze e lezioni e infine si divide tra una casa vicina ai Pirenei e l'appartamento di un'amica ad Arzachena. Cappello da marinaio bretone (che sarebbe piaciuto a Lenin), cammina aiutato da un bastone. È alto, asciutto, informale nel comportamento e nel modo di vestire. Il contrario di un super-accademico, insomma. Ad ascoltarlo, mentre raschia meticolosamente la schiuma di un cappuccino in un bar di Marrubiu (nell'Oristanese), c'è da restare stupiti per la chiarezza e la sorprendente capacità di esprimere con parole semplici concetti decisamente complessi. Si definisce obiettore di crescita per far capire quale sia la sua visione della realtà. E qui comincia una pacata e lucida requisitoria contro il capitalismo, lo sfruttamento selvaggio delle risorse, l'indifferenza verso tutti quelli che non hanno un posto a tavola. Se non ci mettiamo rimedio, e subito, sarà Apocalisse.
Perché decrescere?
«Perché non si può crescere all'infinito. L'ossessione per lo sviluppo ci ha fatto perdere il senso della misura. Bisogna ritrovarlo. Viviamo in un mondo che è stato dominato dalla illimitatezza. Una crescita infinita è incompatibile in un Pianeta che è invece limitato, finito».
Dove inizia la decrescita?
«Si deve rinunciare alla logica del sempre-di-più. Il nostro sistema è basato sul principio della illimitatezza: illimitatezza della produzione, che comporta la distruzione delle risorse rinnovabili e non rinnovabili; illimitatezza dei consumi, che significa creare continuamente bisogni artificiali; illimitatezza dell'inquinamento dell'aria e dell'acqua. Il problema è che noi viviamo nel capitalismo e il capitalismo, alle sue radici, ci impone di avere sempre di più».
A proposito di capitalismo: lei è amato dall'estrema destra e dalla sinistra. Da che parte sta?
«Storicamente vengo dalla sinistra. C'è tuttavia un punto in comune tra gli estremi: difatti finiscono per congiungersi. Il capitalismo oggi si chiama modernità. Ecco, io critico la modernità, vorrei fuggirne prima possibile. Nello stesso tempo capisco la nostalgia di chi rimpiange il passato e propone uno sviluppo sostenibile. Ma veramente sostenibile».
Brutalizzando: sbagliato definirla conservatore illuminato?
«Lo scrittore George Orwell, autore della celebre Fattoria degli animali, invocava un presente non deviato, civile, onesto, possibile. La mia linea è esattamente questa. Poi, chiamatela come vi pare».
Lo sviluppo economico è una via senza uscita?
«Lo sviluppo economico, almeno come l'abbiamo interpretato e messo in atto, è una strada sbagliata. Non si può crescere all'infinito. Lo sviluppo materiale, tenuto conto che la materia è limitata, non può gonfiarsi senza fine».
Crescita, dal suo punto di vista, significa morte certificata dello sviluppo.
«Dello sviluppo come abbiamo voluto intenderlo noi, certamente sì. È la nostra storia a dimostrarlo».
Ha detto: liberiamoci dalla logica economicista. Vuol dire no alla globalizzazione?
«Noi francesi la chiamiamo mondializzazione ma, in fondo, le due parole sono identiche. La mondializzazione del mercato cos'è? Lo aveva detto Karl Marx molto prima di me: la Terra è mondializzata almeno dal 1492, ossia dalla scoperta dell'America. Allora, cosa c'è di nuovo? C'è che siamo arrivati all'omologazione totale, alla cancellazione delle culture locali, delle identità. Tutto questo ha un solo obiettivo: accrescere i consumi senza fermarsi mai».
Dunque dobbiamo smettere di sognare, sperare di diventare sempre più ricchi.
«Siamo costantemente ingombrati da, come dire?, la civiltà dei gadget. È il caso di abbandonarla: ci offre un arricchimento davvero modesto e solo apparente».
La decrescita è l'esatto opposto dello spirito del capitalismo?
«Da un certo punto di vista, sicuramente sì. Stiamo parlando del capitalismo che conosciamo, quello con cui facciamo i conti tutti i giorni, quello analizzato con precisione dal sociologo Max Weber. La finalità del capitalismo è il profitto. Profitto a qualunque costo».
Lei però critica anche chi parla di sviluppo sostenibile.
«Lo sviluppo sostenibile è il più bell'ossimoro inventato finora. Se si chiama sviluppo non può essere, per definizione, sostenibile. È l'invenzione di un vero criminale, recentemente condannato dal Tribunale di Torino a diciotto anni di carcere. Per capirci, il signore dell'amianto. Governa la più imponente lobby del cosiddetto sviluppo sostenibile ovvero il World business Council of sustainable development. Assieme ad un miliardario svizzero e un altro canadese (che si occupa di petrolio) hanno realizzato una società di marketing proprio per imporre lo sviluppo sostenibile».
Una grande ipocrisia, secondo lei.
«Qualcosa di peggio. Però si chiama semplicemente business. Affari e nient'altro. Gli affari non hanno odore: sono o non sono».
Il sole dell'occidentalismo è al tramonto?
«Penso di sì. Il filosofo Oswald Spengler parlava di declino dell'Occidente già tanto tempo fa. È un declino che pare non finire mai. O quasi: secondo qualcuno siamo a dieci anni dalla Grande Catastrofe».
Al sodo: il Pil (prodotto interno lordo) non può crescere all'infinito.
«Mi sembra una verità sotto gli occhi di tutti. Solo con le statistiche si può programmare e ipotizzare una crescita all'infinito. Crescita che abbiamo conosciuto in quello che si chiama trentennio d'oro, ovvero il boom del dopoguerra e dello sfruttamento del petrolio. Bene, quel tempo non tornerà mai più».
E allora?
«Gli economisti hanno però trovato il modo di farci credere che le cose possano continuare ad andare bene, ci hanno abituato-educato-convinto a una crescita fittizia, virtuale grazie alla magìa di una gigantesca bolla di speculazione finanziaria e immobiliare. Carte truccate che però sono servite a farci credere che in fondo non stava cambiando nulla».
Invece?
«Ora che s'è sgonfiata la bolla speculativa, debbono riconoscere che la crescita si è fermata. Parlano di un +0,5 o di un -0,5. Cioè inezie, briciole di sviluppo».
Quindi mentono i nostri governanti quando dicono di cogliere segnali di una ripresina?
«Naturalmente. È una truffa. A meno che non intendano per ripresina l'ipotesi che gli Usa non vogliano buttare sul mercato internazionale una parte della loro gigantesca montagna di dollari e allungare così l'agonia del sistema».
Tutti colpevoli, politici, imprenditori e sindacati?
«Certo, ognuno per la parte che gli compete. È quella che io chiamo la Santa Alleanza. Vanno tutt'e tre nella stessa direzione».
Con qualche eccezione: Enrico Berlinguer parlava di austerità già nel 1977.
«È stato di sicuro preveggente. Aveva capito con grande anticipo. L'austerità a cui si riferiva non è la parola d'ordine dei governi borghesi di oggi. Si richiamava alla necessità di stringere la cinghia, anzi di dividere la torta in modo più equo, per poter ipotizzare una prospettiva futura».
Federal Reserve, Banca Europea e Commissione Europea: è la troika che decide i nostri destini?
«Dietro di loro c'è un'oligarchia mondiale. Più o meno, sono quelli che si riuniscono ogni anno a Davos. Di tanto in tanto si incontrano come club di Bilderberg e, insieme, programmano e indirizzano il futuro di tutti. Sono loro che gestiscono il mercato finanziario mondiale».
Al succo della sua teoria: lavorare meno lavorare tutti?
«Direi meglio: lavorare meno per guadagnare di più. Ci aiuterebbe a ritrovare il senso della vita, che non sta affatto nel lavoro».
Ma lavorando meno, e dunque guadagnando meno, chi lo paga poi il mutuo della casa?
«Ci sono milioni e milioni di disoccupati che non hanno il problema del mutuo della casa. Hanno semplicemente diritto al lavoro come qualunque altro cittadino. Questa è proprio l'assurdità del nostro sistema: le aziende che chiedono ai dipendenti di lavorare sempre più e, sull'altro fronte, un oceano di persone che lavoro non ne ha. Bisogna imparare a condividere. Condividere significa giocoforza orientare verso il basso il livello collettivo di vita».
La sua ricetta per i disoccupati: rilocalizzazione sistematica delle attività utili. Che significa?
«Bisogna fermare l'emorragia di imprese che chiudono, interrogarsi sui piccoli imprenditori del Veneto che, strangolati dalle banche, si tolgono la vita. Una volta fermata l'emorragia, bisogna riavviare soprattutto la rete delle piccole imprese».
Un sospetto: non è che per lei le banche siano associazioni a delinquere legalizzate?
«Non necessariamente. Ma, con la trasformazione del capitalismo, che è diventato capitalismo finanziario, si occupano più di speculazione che non di aiuto all'attività produttiva. Stanno tradendo la loro missione».
Ammetterà che la decrescita è molto più facile da annunciare che non da realizzare.
«Inevitabile: siamo tossicodipendenti di questo sistema. Difficile rinunciare alla droga».
Lei applica la decrescita anche in casa sua?
«Faccio il possibile. Non ho il cellulare, mi sono liberato dell'apparecchio tivù, prendo l'aereo il minimo possibile e solo quando è strettamente necessario, vado in bici, sono diventato passeggero abituale dei treni notturni. Che, a differenza degli aerei, oggi sono molto modernizzati, puntuali e a buon prezzo. Rispettano più seriamente il mio tempo, insomma».

30/05/13

come sopravvivere ala crisi puntata 6-7 lavoro[ Scrivania in comune così fanno fronte i precari ] e farela spesa [ Il boom dei gruppi di acquisto solidale sette milioni fanno la spesa insieme ]

Questa puntata   di repubblica  mette in evidenza  un modo  per resistere  \ sopravvivere  senza  dover  fuggire  o almeno provarci   e vincere  le proprie indecisioni .  se emigrare  \  andare all'estero  e  lasciare  l'italia in  certi scemi   o resistere   vedere vignetta sotto     di Bobo di Staino  


Scrivania, fax, internet in comune  così fanno fronte precari e partite Iva



Tanto per cambiare la cosa è iniziata in California, si chiama coworking, lavorare insieme e sta crescendo anche in Italia. Per offrire più servizi e risparmiare sulle speseLe nuove idee, e il cambiamento, sorgono spesso senza fare troppo rumore. È il caso del coworking, il lavorare insieme. Nato a San Francisco, dalla Silicon Valley californiana è andato crescendo in tutto il mondo. In Italia si può spendere per una scrivania, internet, fax, sala riunioni ed altro dai 25 euro per il day by day, ai 250/350 euro al mese, sino a 700 euro per 12 mesi. A seconda del modo in cui si collabora, in alcuni cowork sono attive anche forme di baratto ovvero: metto a disposizione la mia professionalità e in cambio ottengo un'altra cosa. Una scelta che coinvolge antichi mestieri come nuove professioni.
"È un modo diverso per essere autonomi sul lavoro, condividendo servizi, come un ufficio completo un atelier o anche un teatro. È un modo di essere inseriti all'interno di una rete nazionale, usufruendo di un database, che metta ogni professionalità in connessione con altre, anche in tutto il mondo", racconta Roberto Ciccarelli, giornalista freelance e scrittore, che sta realizzando un viaggio lungo la penisola, insieme a Felipe Goyocoolea, videomaker cileno, per rendere visibile attraverso un documentario quello che sta cominciando a rappresentare una nuova realtà sociale ed economica.
"Il Cowork è una risposta verso un mercato del lavoro, sempre più insabbiato, che non si rigenera, né da prospettive e che ci rende vulnerabili", sostengono Cristina Alga e Filippo Pistoia di Clac (Centro laboratorio arti visive), che sono riusciti insieme ad altri a unire le forze e a creare all'interno di un unico palazzo, al civico 23 di via Re Federico a Palermo, un sistema di multi Cowork, in cui ogni appartamento ha una sua peculiarità: sala di produzione e montaggio video, una casa-atelier per l'arte contemporanea.
"I professionisti della comunicazione che si collocano sul mercato in forma individuale e non strutturata possono, affittando una postazione di lavoro, entrare a far parte di un sistema che si promuove con un brand comune", spiega Niccolò Pecorini, socio fondatore di Multiverso impresa collettiva di Firenze che associa più di trenta freelance, "noi siamo una creative-agency di comunicazione e vendiamo servizi che coprono più ambiti: marketing, pubblicità, architettura, design, creazione di eventi multimediali. Inoltre socializzando costi e professionalità riusciamo a crescere e ad essere concorrenziali". Un punto questo certo non indifferente se si pensa che in Italia c'è un esercito di lavoratori indipendenti (sono circa un milione e mezzo quelli che si pagano da soli i contributi Inps, in vista di un'improbabile pensione, come spiegano a La Furia dei cervelli, un gruppo di precari e partite iva da cui è nata anche l'associazione Quinto Stato). Molti di loro non sono iscritti neppure a un sindacato, ordine, collegio. Il Cowork intercetta proprio questa fascia variegata di professionalità, che si presenta estremamente frammentaria e debole.
A Torino l'aumento di lavoratori con partite Iva ha spinto per esempio Aurelio Balestra, oggi manager di Toolbox Coworking, a scommettere insieme ad altri sulla riconversione di un'ex area industriale di circa 10.000 mq, che si è trasformata in una vera e propria impresa: "Toolbox", racconta Balestra, "in collaborazione con le Officine Arduino finanzia il FabLab per la realizzazione di una piccola scheda elettronica open source che viene venduta in centinaia di migliaia di esemplari a pochi euro e che consente a tutti di rendere intelligente qualunque cosa, perché svolge il ruolo di un computer".
Un altro aspetto interessante è rappresentato dalla mobilità, nel senso che attraverso il sistema di Cowork chiunque può muoversi e lavorare in qualsiasi parte della penisola e del mondo, se la sua necessità è quella. "Il coworking non significa solo fornire un ufficio low cost ai liberi professionisti, ma vuol dire soprattutto istituire una grande community, coltivare gli stessi valori, lavorare con persone di talento, abbattere ruoli gerarchici", sostiene Massimo Carraro che da Milano è riuscito a creare una rete "Cowo" che oggi può contare su una settantina di affiliati in tutta Italia, dimostrando che il Cowork, possa essere un investimento vincente rendendo, secondo quanto dichiara Carraro, circa 400mila euro all'anno.
"Noi di Multiverso", spiega ancora Pecorini, "ci poniamo come obiettivo per il 2012 di raggiungere un ricavato pari a 200mila euro e allo stesso tempo di riuscire ad incrementare un mercato collettivo, tra i nostri associati, pari circa a 200-400mila euro". Insomma si potrebbe considerare un nuovo business? "No, è troppo prematuro", afferma Mico Rao, rappresentante Legale di Lab121, organizzazione no-profit che reinveste tutte le risorse economiche provenienti dalle proprie attività in servizi. "Il mondo del Cowork italiano si presenta come un movimento slegato, caratterizzato da interessi diversi, formule giuridiche differenti, attività separate e non condivise" , prosegue Rao, noi proponiamo la creazione di linee guida per la stesura di un bilancio sociale per i coworking". Il bilancio sociale è quello strumento che serve a legittimare il ruolo di un soggetto economico, sia in termini strutturali, che soprattutto morali, qualora migliori la qualità della vita dei membri della società in cui è inserito. Ma è possibile che si diventi solidali solo nei momenti di crisi? "Siamo un paese cinico" dice Ciccarelli, "che però nei momenti più difficili, riesce a tirar fuori la parte migliore di sé".



Il boom dei gruppi di acquisto solidale sette milioni fanno la spesa insieme



Condomini, colleghi o semplicemente parenti decidono di andare al supermercato insieme per strappare condizioni economiche più vantaggiose. Secondo un'analisi di Coldiretti e Censis il 18 per cento degli italiani sceglie questo metodo per riempire le proprie dispense. E c'è anche chi per combattere la crisi ha scelto di tornare all'antico: all'autoproduzione, agli orti urbani
C'è chi fa incetta di buoni sconto, chi rovista tra

24/03/13

tempio pausania 22 23 marzo Economia, le lezioni di don Milani Due giorni di dibattito sulla crisi con uno degli allievi del prete di Barbiana

  

Il 22   incontro pubblico  e  il 23  con la  cittadinanza  si  è tenuta organizzata dall’Associazione Nord-Sud/La Bottega del Mondo (  commercio  equo e solidale   qui il nostro sito   )   la conferenza  “Fuori dalla crisi, oltre la crescita” .  In esse  si  è parlato  di crisi, sviluppo e stili di vita alternativi, e    << ad accoglierlo e ad ascoltarne le parole troverà ancora una volta un pubblico numeroso e interessato. Francesco Gesualdi (foto  la  nuova sardegna    cronaca  di olbia    del 20\3\2013  ), uno degli allievi più giovani di don Lorenzo Milani >>  ( dalla nuova  sardegna  edizione di Olbia\  Galura  del 20\3\2013   )   . 
Il primo giorno è ststo dedicato   ad un incontro aperto alla cittadinanza , il secondo  giorno  parteciperà a un convegno riservato agli studenti delle scuole superiori cittadine, per il progetto "Semi di pace", In entrambi gli appuntamenti, Gesualdi (generalmente conosciuto come “Francuccio”) toccherà i temi che più gli sono cari e ai quali ha dedicato un’intera vita. Temi quanto mai attuali a causa della crisi che attraversa il Vecchio continente, non risparmiando l’Italia e coinvolgendo in prima persona proprio le generazioni più giovani. La  manifestazione  è stata  << Organizzata dall’Associazione Nord-Sud/La Bottega del Mondo, la due giorni gallurese di Francuccio Gesualdi richiamerà immancabilmente il pubblico delle grandi occasioni. C’è chi vorrà conoscere uno degli allievi di don Milani, il parroco di Barbiana nei cui insegnamenti Gesualdi si è coerentemente formato, e ci sarà anche chi vorrà approfittare dell’occasione per sentir parlare di economia e sviluppo secondo una prospettiva che va oltre i tanti luoghi comuni sull’incorreggibilità delle dinamiche del mercato.  >>




  sempre  dalla  nuova  sardegna  del 20\3\2013  <<  Gesualdi è, d’altronde, uno che non si è mai rassegnato a quel fatalismo che talvolta caratterizza anche le più acute riflessioni economiche. Per lui, una via alternativa, un modo migliore per vivere e pianificare il futuro, non solo va cercata e sperimentata, ma esiste ed è possibile. >> 




Questa direzione è indicata oltre che dal titoloscelto per gli incontri tempiesi,   dall'associazione  “Fuori dalla crisi, oltre la crescita”, titolo che richiama l’ultimo saggio di Gesualdi  (  foro a  destra  )  scrittore prolifico e saggista che non disdegna nemmeno il romanzo. Fondatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Gesualdi, che è già stato a Tempio grazie sempre all’associazione Nord-Sud, è particolarmente attivo nella produzione di guide e materiali concepiti con lo scopo di informare i consumatori sul comportamento delle imprese. È promotore e sostenitore di molte campagne come quella per il congelamento del debito, basata sul principio della sovranità popolare e su una visione critica dell’operato delle autorità monetarie europee. Nonviolenza, consumo critico e una grande sensibilità per le problematiche ambientali costituiscono la sua personale ed attraente ricetta per un mondo migliore.
L'incontro  è  stato ,anche  se  io  conoscevo  già l'argomento, avendo letto  sia l'ultimo  che  i precedenti libri  e  avendolo già sentito  qualche anno fa  per  un incontro organizzato sempre   da noi  dell'associazione  , interessante  ( anche  se  visto  da metà )    causa  concomitanza   con gli  orari di lavoro  . Ma  comunque  ciò  non mi ha impedito  di fare  foto  a sinoistra la migliore  è  un video  che pur   nella  sua  breve  durata  sintetizza  il tema  della conferenza  non solo  anche  la  filosofia   \  lo  stile di vita   della decrescita    di  cui trovate, oltre queli  del post  , sopra degli url  per  chi volesse approfondire  l'argomento 

14/01/12

come affrontare la crisi ed essere felici

Gli europei (  ed   tutti i paesi  del Nord   del  mondo  ) avevano perso  salvo alcune comunita  di persone   considerate matte   e\o stravanganti  come : 
                                                 il matto di  Francesco  Guccini 

                                                             un matto di de  andrè
                                                                       i matti di de gregori


il senso dell'essenziale  (  proprio come   questa  l'altra  canzone  de Modena  city Ramblers  )



, ma la crisi ce lo farà riscoprire. Peccato che ci sia bisogno di questo per ritrovare il gusto della semplicità ecco come  fanno  a vivere  conn 1000 € al mese

  da  http://www.presseurop.eu/it/

tendenze e costume  Spagna

Viva la vita low cost

9 gennaio 2012 El País Madrid



Un supermercato Dia a Valencia.
                                         Un supermercato Dia a Valencia.Polycart via Flickr CC
 
In tempi di crisi, quando si è costretti a sbarcare il lunario con 1.000 euro lordi al mese e non si vuole rinunciare del tutto al proprio stile di vita, ridurre le spese è una scelta obbligata. Una tendenza che sta stravolgendo le abitudini dei consumatori.  
Secondo le cifre del Sindicato de Técnicos del Ministerio de Hacienda (Gestha), in Spagna 17,1 milioni di persone guadagnano appena mille euro lordi al mese. Parliamo del 63 per cento della popolazione attiva. Con questa cifra arrivare alla fine del mese è una fatica degna di Ercole, e fare la spesa diventa un'avventura complessa. Oggi, per migliaia di spagnoli, acquistare un prodotto è un atto di rinuncia.
In questo scenario di sofferenze e privazioni, il fenomeno del low cost è in grande crescita e con ogni probabilità nell'immediato futuro è destinato a svilupparsi ulteriormente, occupando uno spazio sempre più rilevante nel tessuto sociale ed economico.
Ristoranti, viaggi, automobili, assicurazioni, elettronica, immobili, tempo libero, abbigliamento, alimentari: nulla sembra sfuggire al fascino del basso costo. Resta da capire se il fenomeno sopravviverà una volta superata la crisi. Si tratta di una strategia strutturale o congiunturale? In che modo cambierà l'atteggiamento del consumatore dopo la fine della crisi? Sarà più razionale e meno impulsivo? La ricerca del prezzo più basso è ormai diventata un nuovo stile di vita?
"Spendere molto denaro in maniera compulsiva è una patologia che incontriamo spesso, mentre al contrario il risparmio estremo non ha un'accezione clinica", spiega Guillermo Fouce, psicologo e professore dell'Università Carlos III di Madrid. Secondo Fouce, insomma, non esistono "malati di risparmio". Non è una precisazione irrilevante, perché se portati all'estremo tutti i comportamenti legati all'acquisto possono creare complicazioni.
Non c'è dubbio che il consumatore del dopo-crisi sarà molto diverso da quello attuale. Innanzitutto avrà imparato da questi tempi difficili. "Il consumatore sta scoprendo grazie al low cost che può acquistare prodotti simili a quelli a cui è abituato a prezzi di gran lunga inferiori", sottolinea Javier Vello, responsabile del settore distribuzione e consumo della società di consulenza PriceWaterhouseCoopers. In secondo luogo "dopo la crisi, il cliente farà più attenzione alle spese, e sarà più cosciente delle alternative a ciascun articolo".
L'attuale periodo di estrema difficoltà economica lascerà strascichi profondi, e con il tempo sarà sempre più difficile tracciare un profilo del consumatore. Questo aspetto influenzerà non poco le strategie commerciali delle aziende, e di conseguenza il concetto di occasioni di consumo diventerà dominante. Per esempio è probabile che individui con un certo potere d'acquisto sceglieranno il low cost per alcuni prodotti e privilegeranno le marche più costose per altri. Ma in ogni caso tutto ciò riguarda il futuro, e oggi il concetto di low cost spadroneggia nei settori più disparati.
"Il consumatore è passato da quella che chiamo una 'funzionalità superiore' a una 'funzionalità sufficiente', che è la più economica. In altre parole, perché acquistare un'automobile dotata di tutti gli optional quando in realtà non ne ho bisogno?", spiega Javier Rovira, professore della business school Esic.
Juan Carlos Esteban, un giovane disegnatore sposato con figli, è l'esempio di come lo stile di vita low cost si sia insinuato in gran parte del tessuto sociale spagnolo. La sua "strategia del risparmio" ha cominciato a prendere forma nel 2007, "quando le spese hanno iniziato a mangiarsi lo stipendio". Il piano di Esteban abbraccia le telecomunicazioni ("in poco tempo ho cambiato tre volte operatore di telefonia mobile, e oggi anziché 50 euro al mese ne spendo 18"), le assicurazioni ("per il mio monovolume ho stipulato una polizza con un franchising globale che mi permette di risparmiare 350 euro rispetto alla precedente") e l'alimentazione ("compro soprattutto prodotti sottomarca". In totale, oggi Esteban spende il 25 per cento in meno rispetto a prima.  
"L'essenza del low cost non si limita all'abbassamento dei prezzi in sé, ma comprende il taglio dei costi superflui per ottenere un prezzo inferiore", sottolinea Jorge Riopérez, responsabile de settore consumo e industria di Kpmg. "Oggi si fa molta confusione tra [prodotti] low cost  e low price. Naturalmente anche il low cost mira a ridurre i prezzi, ma in altri casi la concorrenza può portare a un taglio basato non sulla riduzione dei costi ma su un minore margine di profitto".

L'unione fa il risparmio

Il fenomeno del low cost testimonia una situazione di emergenza, ma paradossalmente anche la volontà di non rinunciare al proprio tenore di vita e di continuare a godere di prodotti accessori o addirittura di lusso. "Le famiglie sono

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