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13/04/16

ALT: ORA CHIEDIAMO… DI RENATO! - Nuovo libro e nuovo disco

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Comprendere lo Zero di oggi alla luce delle sue radici: questo sembra essere l’intento di Daniela Tuscano e Cristian A. Porcino Ferrara che col nuovo libro "Chiedi di lui 2.0" [si acquista online su Lulu e Amazon ndr] non si limitano a ripercorrere – con una puntualità finora sconosciuta e sorprendente – le tappe della carriera artistica e umana del cantautore romano, ma a narrare come lo hanno vissuto e cosa ha rappresentato per la storia e l’immaginario italiano. I nostri autori partono dalle radici e arrivano fino ai giorni nostri colmando un vuoto. Infatti la maggior parte del pubblico tende a cogliere solo alcune parti della sua personalità sfaccettata mentre certe sue scelte, nel bene e nel male, si capiscono solo conoscendo tutto il suo cammino.

- Con un libro come il vostro non occorrerebbe sviscerare "Alt" canzone per canzone. Ma proviamoci lo stesso. Si ha come l’impressione che tutto sia stato detto e oggi si cerchino punti fermi, serenità….

Cristian: «"Alt" è un album di qualità, in grado di stimolare una riflessione sul mondo circostante. Sicuramente non un capolavoro ma ugualmente interessante. A mio avviso è un disco profondamente cattolico. La terminologia usata da Zero appartiene alla tradizione culturale giudaico-cattolica. Cito solo alcuni esempi: per ben due volte si chiamano in causa le schiere angeliche e non solamente nel brano che s’intitola, per l’appunto, "Il cielo è degli angeli" ma anche in "Gesù" (ognuno ha le sue credenze riguardo l’esistenza delle creature celesti, ma consiglierei la lettura illuminante del libro apposito del teologo Helmut Fischer). Si parla di assoluzione in "Vi assolverete mai" e di farisei,
mentre ne "Il tuo sorriso" si fa riferimento ai trenta denari, cifra pagata a Giuda per il suo tradimento. Poi dopo "Padre nostro" (1981), "Ave Maria" (1993), "La pace sia con te" (1998), "Non si fa giorno mai" (2003), "Immi Ruah" (2005), "La vita è un dono" (2005), "Il sole che non vedi" (2009) era, forse, l’ora di "Gesù". Sette brani, molto ma molto diversi fra loro, che potrebbero formare una messa laica già annunciata diversi anni fa dal re dei sorcini. In "Gesù" ci sono tutti gli elementi del cattolicesimo: i già citati angeli, l’Arca (di Noè o dell’Allenza?), il verso “La natura hai i suoi limiti!” piacerà molto alla CEI e poi il perdono. Infine il brano "Vi assolverete mai" ha un finale quasi liturgico. In "Chiedi" Renato augura di trovare un “Dio nel quale credi” e si citano i “dieci comandamenti”. Dall’ascolto di "Alt" si evince il legame di Zero con la fede di appartenenza».

Daniela: «Concordo con Cristian, sia io sia lui abbiamo dedicato molto spazio al cattolicesimo nelle canzoni di Renato. A questo proposito mi vengono in mente certe amare considerazioni di Ron, altro autore dichiaratamente (ma, a mio parere, più discretamente e intimamente) cattolico: in Usa o in Inghilterra nessuno si scandalizza se qualcuno termina un suo concerto invocando la benedizione di Dio sul suo pubblico; qui succederebbe un disastro. D’altro lato è vero che i Paesi anglosassoni, di tradizione protestante, hanno un background profondamente secolarizzato. Nella nostra storia c’è invece l’influenza del Papato che molti avvertono come zavorra. Per questo comporre brani esplicitamente “religiosi” è un rischio che in pochi hanno voluto correre. A questo aggiungiamo la perdita delle nostre radici, di quello che Testori chiamava “il nostro latino”, per cui oggi aver fama d’intelligente significa necessariamente essere antireligiosi e più segnatamente anticattolici. Tutto quanto non ci ha del resto resi più tolleranti e aperti intellettualmente, ma solo più cinici e insensibili: basti pensare alla scarsa sensibilità verso il dramma dei profughi e dei cristiani del Medio Oriente.
Zero in questo senso è andato controcorrente, almeno nella prima parte della carriera. E ha fatto bene a “rivendicarlo”. In seguito ha accentuato, in positivo e in negativo, il carattere italiano e, direi, romano della sua religiosità. Certo, il tono declamatorio non manca, benché meno accentuato che nel recente passato, però…».


- Concordate con chi considera "Alt" il disco più impegnato di Zero?
Cristian/Daniela: «Diremmo che occorre uscire dall’equivoco di fondo a cui Renato, suo malgrado, ha preso parte durante la presentazione del disco. La stampa nazionale dipinge "Alt" come l’album più impegnato di Zero, quando da 50 anni i suoi dischi raccontano la vita in tutte le sue sfaccettature. Chi sostiene questo non conosce bene il percorso artistico di Zero e lo invitiamo a leggere il nostro libro per rendersene conto!».

- Quali sono i pezzi più riusciti secondo voi?

Cristian: «Le canzoni che secondo me rappresentano meglio l’album sono: "In questo misero show", "La voce che ti do" e "Rivoluzione". Il testo della seconda traccia dell’album è un bel ritratto sulla condizione dell’Arte in un paese che non valorizza le sue eccellenze. "La voce che ti do" è un piccolo capolavoro di testo e musica. Mentre "Rivoluzione" è più incisiva di "Chiedi". È con "Rivoluzione" che Zero stimola i suoi ascoltatori a scendere in piazza a protestare. Nel singolo di lancio scelto, invece, manca il referente principale a cui l’individuo deve chiedere qualcosa e sembra, più che altro, una sequela di luoghi comuni».


Daniela: «Come è accaduto in varie occasioni i singoli di lancio non si sono rivelati i migliori dell’album (a mo’ di esempio ricordo "A braccia aperte", che non si poteva certo considerare il brano più incisivo d’un disco potente come "Cattura"). Io pure ho apprezzato "In questo misero show" fin dal primo ascolto. Senza dubbio quella più elaborata e impegnativa resta "La voce che ti do" e, visto che si è accennato alle assoluzioni, non disprezzo nemmeno "Gesù" almeno a livello d’intuizione: l’idea suggerita da Renato, di questo Cristo che in fondo rappresenta il nostro anelito a una maggiore umanità, non sarà originalissima ma in questo periodo è utile. Ma, almeno finora, in cima alla mia personale classifica si trova "La lista", e non tanto per le spiegazioni fornite da lui; ma perché è vicina alle sue corde e perché da essa emerge un Renato “vecchio”. Sotto certi aspetti potrebbe essere un "Tragico samba" quarant’anni dopo. Ho l’impressione che soprattutto un brano simile rispecchi una realtà da lui conosciuta pienamente. E mi piace sia “vecchio” – non invecchiato – perché questo è il suo mondo oggi. Renato ha cantato la terza età quando ancora vi era ben lontano; adesso, in epoca di giovanilismi a tutti i costi (mentre, fra l’altro, la popolazione incanutisce sempre più) è salutare mostrarsi coi propri acciacchi e rughe, senza vergognarsene».

- Come giudicate suoni e tematiche?


Cristian: «I suoni sono in linea con un disco che ha il compito di far riflettere l’ascoltatore. Suoni delicati e per certi aspetti meditativi. Le tematiche come accennavo prima sono in prevalenza di derivazione spirituale e predomina l’indignazione per una contemporaneità sempre più edonista e indifferente ai mali del mondo».

Daniela: «Io ho sempre preferito l’essenzialità e i suoni crudi, quindi l’eccesso d’ariosità e d’archi era molto lontano dal mio sentire. Renato era potenzialmente un Frank Zappa ma ha optato molto presto per il pop, e un certo pop. In questo disco però si avverte la necessità di “asciugarsi”, la miscellanea di più stili non è ridondante e ciò è senza dubbio positivo».

Engy Arlotta
AlzoZero aprile 2016

05/11/15

“Chiedi di lui", un romanzo verità su Renato Zero


Un romanzo-verità su Renato Zero, che si fa apprezzare per la fluidità della scrittura e la ricchezza dei contenuti. “Chiedi di lui, viaggio nell'universo musicale di Renato Zero” è un libro originale e completo, diviso in tre parti, che abbracciano l’intera carriera del cantante romano. È un libro “per tutti” che soddisfa tutte le esigenze perché vi si ritrova il Renato degli esordi beat e pasoliniani (finalmente in modo appropriato, senza accostamenti fuori luogo ma con documentata puntualità) e quello del successo, prima scandaloso poi accettato, il periodo buio, la rinascita e la consacrazione
degli ultimi anni. E sullo sfondo le vicende storiche, sociali, politiche, sessuali e di costume di 40 anni di quest’Italia che ci fanno capire come Renato abbia rappresentato benissimo uno spaccato del nostro vissuto. Daniela Tuscano e Cristian Porcino, gli autori del volume, sono da lungo tempo attenti osservatori dell'artista. Si sono basati su testimonianze dirette e personali e sulla loro capacità critica, senza farsi condizionare dal gossip o dalla loro stessa passione. Sono infatti convinto che un libro “vero” su Renato può essere scritto solo da chi lo apprezza sinceramente, ma anche questo è un rischio perché si può sconfinare nella glorificazione o finire per “modellarlo” secondo i propri gusti, dimenticando la sua realtà. Questo rischio nel libro di Daniela e Cristian è stato evitato perché si conserva la giusta capacità di analisi senza perdere l'ammirazione. Un piccolo classico, insomma, che resisterà alle mode e al passare del tempo.

Renato Porcelli






Per acquistare il libro:

25/02/15

SUL LAGO SI PARLA DI... RENATO ZERO

Sabato 28 febbraio 2015 sarò a Colico a presentare il mio ultimo libro scritto in coppia con Cristian Porcino. Letture, buffet e musica dal vivo. Vi aspetto !
                               Daniela Tuscano





27/06/14

ALLA SCOPERTA DI ZERO... Non sono un "sorcino" o "zerofolle", mi definirei piuttosto un "curioso". mia intervista

Amo la musica d'ogni tipo, purché non esageratamente commerciale. Il fenomeno Zero mi ha affiancato (mi è passato accanto, se vogliamo adattare il titolo di un bel libro su di lui scritto da Massimo Del Papa)
da sempre, ma non mi ero mai soffermato sulla sua musica per varie ragioni. Alcuni amici mi hanno spinto a farlo. Tra questi, Daniela Tuscano e Cristian Porcino, autori di "Chiedi di lui" (ed. Lulu http://www.lulu.com/shop/daniela-tuscano-and-cristian-porcino/chiedi-di-lui-viaggio-nelluniverso-musicale-di-renato-zero/paperback/product-21430369.html ),



diario appassionante e documentato che si legge come un romanzo e abbraccia tutta la carriera del cantante romano, dagli esordi agli ultimi tempi, ricco di  testimonianze dirette di amici e fans.


 - Cara Daniela, cominciamo proprio da questi ultimi. Dalle tue righe sembra emergere una differenza tra sorcini e zerofolli, zeromatti ecc., quasi fossero entità distinte. Come mai?

 «Non è esattamente così. Un tempo, lo confesso, ero molto più draconiana. Nel libro ho voluto segnare uno spartiacque tra gli estimatori della prima fase, più eterogenei, e quelli arrivati dopo il 1980, quando appunto nacque il nomignolo tuttora in uso. In genere non amo le etichette e quindi nemmeno esordi».
questa, che tende ad "appiattire" tutto in una sorta di pensiero unico. Non si tratta di snobismo, ma voglio poi sentirmi  libera di esprimere le mie sensazioni, positive o negative che siano, senza essere considerata "traditrice della causa". Ma, ripeto, adesso è solo una puntualizzazione".

- Hai insistito molto sull'ultimo scorcio dei '70, sottolineandone il lato ludico e non soltanto drammatico...

 «I '70 furono effettivamente anni travagliati, sfregiati direi: terrorismo, strategia della tensione, droga, servizi deviati... Una slavina che aveva subito una violenta accelerazione dopo l'assassinio di Pasolini. Ma io li ricordo pure felici. Non solo per la giovane età, ma per quella ventata di novità portata proprio da Zero: una piccola "rivoluzione" dei costumi, colorata, pacifica, ma significativa e senza ritorno. Renato, col trucco provocatorio e le canzoni esplicite, mise definitivamente in crisi i ruoli ingessati della coppia e della famiglia (e la famiglia, non dimentichiamolo, è lo specchio della società), ancora fortemente arcaici, che il Sessantotto non era riuscito a scalzare, soprattutto dal sentimento comune. Rese, a suo modo, pubblico il privato. Non portò la fantasia al potere, ma in alcune case forse sì. E fu un periodo di audaci sperimentazioni in campo artistico. Ecco, di questo le cronache non raccontano nulla. La considero una mancanza piuttosto grave».

 - Aggiungi che hai amato pure il Renato anni '90, quelli della rinascita...

«...e dell'umiltà. Probabilmente pochi si accorsero che dietro quella nuova corsa verso il sole c'era un uomo mutato nel profondo, ammaccato, maturato ma inevitabilmente diverso pur nell'apparente continuità dei temi affrontati. La produzione si fece più barocca e tecnicamente impeccabile e al contempo, in particolare nella prima metà del decennio, segnata dai graffi e dalle mestizie degli anni precedenti. Ebbi l'impressione che Zero, ogni tanto, si voltasse indietro, con qualche sgomento, rammentando il recente passato. Questo me lo restituiva ancora molto umano, propositivo».

- Sembra infatti di capire tu preferisca questo suo lato umano, magari incompiuto, a quello di star inarrivabile e incontestabile.

 «Senza dubbio. Per me il ruolo dell'artista è quello di sentinella, di accompagnatore se vuoi. Deve cioè aiutarti a esprimere i tuoi personali talenti. Ma questi, li hai o non li hai; non te li possono infondere né lui né nessun altro. Se qualcuno, o anche se stesso, attribuisce all'artista un ruolo simile, si attua una sorta di strabismo psicologico che altera la realtà».

- Cristian, tu ti occupi della seconda parte della carriera di Zero. Come ti appaiono, oggi, quegli anni che anagraficamente non hai vissuto? 

«Gli anni che per ovvi motivi anagrafici non ho vissuto direttamente sono quelli più importanti per capire e amare la sua musica. Anni splendidi e carichi di significato. Anni in cui l’estetica del suo linguaggio prendeva corpo e si dipanava in tutto il suo splendore. Un periodo davvero irripetibile e unico. Però grazie ai suoi album e alle numerose testimonianze video, sono riuscito a recuperare quasi tutto e posso ancora oggi godermi quell’età zeriana ormai sparita».

- Fra Amo I e Amo II quale preferisci e perché? 

« Nel libro ho specificato che in un primo momento non mi aveva entusiasmato molto Amo capito I. Un disco senza alcun dubbio di qualità ma senza quell’anima zeriana che invece si riscontra, nel bene e nel male, nel II°capitolo. Il suo ultimo lavoro va inteso nel suo insieme e quindi direi di apprezzare alcune canzoni del I° e altre del II° Amo»

- E, in genere, quale preferisci dell'ultima produzione e quale ti sembra meno convincente. Spiegane le ragioni. 

« Dell’ultima produzione di Renato preferisco "Cattura". Album in cui Zero si rivela e fa intravedere la sua anima. Attraverso le sue 13 tracce sonore Renato scrive in un pentagramma la sua biografia. Mentre l’album che non mi ha convinto del tutto è "Il dono". Quest’ultimo è un lavoro troppo frettoloso e poco in linea con gli standard qualitativi della sua carriera. A parte alcuni brani direi che è un disco da dimenticare».

- Quanta "spiritualità" c'è ancora nei testi di Renato e quanto si è invece perso? 

« La spiritualità nei testi di Zero è stata sempre presente. Però adesso la sua fede si manifesta in un cattolicesimo fin troppo ostentato. Prima i suoi accorati appelli etici erano criticabili ma veri fino al midollo, mentre adesso in lui vedo tratti un po’ troppo conformisti nell’uniformarsi continuamente ai dogmi della Chiesa di Roma. Si sente la mancanza di quel Renato Zero smaliziato e talvolta ingenuo degli esordi».

questa, che tende ad "appiattire" tutto in una sorta di pensiero unico. Non si tratta di snobismo, ma voglio poi sentirmi libera di esprimere le mie sensazioni, positive o negative che siano, senza essere considerata "traditrice della causa". Ma, ripeto, adesso è solo una puntualizzazione».

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