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14/04/17

Venerdì Santo. La Via Crucis al Colosseo con le «donne del Vangelo»

  condiviso sula nostra pagina  facebook    compagnidistrada   dall'amica  daniela  tuscano 

Venerdì Santo. La Via Crucis al Colosseo con le «donne del Vangelo»
Lungo il cammino che porta il Signore al Golgota e poi al sepolcro ci sono «gli uomini, le donne, persino i bambini violentati, umiliati, torturati, assassinati, sotto tutti i cieli»; c’è «ogni povero che è nudo, prigioniero, assetato»; c’è il «pianto delle donne» che «non manca mai in questo mondo» insieme con quello «dei bambini terrorizzati, dei feriti nei campi di battaglia che invocano una madre», il pianto «solitario dei malati e dei morenti sulla soglia dell’ignoto», quello «di smarrimento, che scorre sulla faccia di questo mondo che è stato creato, nel primo giorno, per lacrime di gioia, nella comune esultanza dell’uomo e della donna». E ci sono ancora «le menzogne che ambiscono a regnare sui nostri cuori» oppure «la follia dei torturatori e di chi li comanda». Ma ai piedi della Croce c’è anche – e soprattutto – «la dolcezza di Dio» che visita «il nostro inferno», «unico modo per liberarci dal male»; c’è «l’infinita tenerezza» del Padre «nel cuore del peccato del mondo»; ci sono i grandi «sentieri dell’umiltà» e «i gesti delle donne che onorano la fragilità dei corpi che esse circondano di dolcezza e di onore». 
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È una Via Crucis non tradizionale quella che emerge dalle meditazioni per il rito che papa Francesco presiederà la sera del Venerdì Santo al Colosseo. Testi composti dalla biblista francese Anne-Marie Pelletier, laica, madre e nonna, docente di Sacra Scrittura allo Studio della facoltà “Notre Dame” del Seminario parigino e impegnata nella diffusione dell’esortazione apostolica Amoris laetitia.Le sue riflessioni – che in alcune delle quattordici Stazioni si soffermano in particolare sulle «donne del Vangelo» – portano sotto Cristo crocifisso il «nostro mondo» con «tutte le sue cadute e i suoi dolori, i suoi appelli e le sue rivolte, tutto ciò che grida verso Dio, oggi, dalle terre di miseria o di guerra, nelle famiglie lacerate, nelle prigioni, sulle imbarcazioni sovraccariche di migranti», scrive nell’introduzione. «Tante lacrime, tanta miseria» che, aggiunge, «non vanno perdute nell’oceano del tempo, ma sono raccolte da Lui, per essere trasfigurate nel mistero di un amore in cui il male è inghiottito». Lo scherma proposto prevede la lettura di un brano biblico, la meditazione e a seguire la preghiera. Nei testi – che L’Osservatore Romano ha anticipato e che, come di consueto, saranno pubblicati dalla Libreria Editrice Vaticana – torna più volte il vocabolo “misericordia” che è «il nome» del Signore, un nome «che è follia», nota la studiosa. E fa sapere nella quinta Stazione (“Gesù porta la croce”): «Non c’è caduta che possa sottrarci alla tua misericordia; non c’è perdita, non c’è abisso tanto profondo che tu non possa ritrovare chi si è smarrito».L’attenzione al “femminile” emerge con forza in due Stazioni d’impronta mariana. Nell’undicesima (“Gesù e sua madre”) si sottolinea la grandezza della Madonna: «In piedi, lei non diserta. Stabat Mater. Nel buio, ma con certezza, sa che Dio mantiene le promesse. Nel buio, ma con certezza, sa che Gesù è la promessa e il suo compimento». Poi la docente d’Oltralpe osserva: «La lama che trafigge il fianco del Figlio trafigge anche il cuore di lei. Anche Maria s’immerge nella fiducia senza appoggio, in cui Gesù vive fino in fondo l’obbedienza al Padre». E la tredicesima Stazione (“Gesù è deposto dalla croce”) si chiude con un Canto a Maria: «O Maria, non piangere più: il tuo figlio, nostro Signore, si è addormentato nella pace. E il Padre suo, nella gloria, apre le porte della vita! O Maria, rallegrati: Gesù risorto ha vinto la morte!». Ha un marcato tratto “femminile” anche la settima Stazione (“Gesù e le figlie di Gerusalemme”) in cui Anne-Marie Pelletier descrive il «pianto che Gesù affida alle figlie di Gerusalemme come un’opera di compassione». Quindi il richiamo alle «lacrime di sangue di cui parla Caterina da Siena».Accanto al Signore, nelle sue ultime ore, la studiosa colloca anche una donna ebrea, un teologo ortodosso e un pastore protestante, offrendo alla Via Crucis uno sguardo ecumenico e interreligioso. Nella settima Stazione compare Etty Hillesum «rimasta in piedi nella tempesta della persecuzione nazista, che difese fino all’ultimo la bontà della vita», si racconta. E lei «ci suggerisce all’orecchio questo segreto che intuisce alla fine della sua strada: ci sono lacrime da consolare sul volto di Dio, quando piange sulla miseria dei suoi figli. Nell’inferno che sommerge il mondo, lei osa pregare Dio: “Cercherò di aiutarti”, gli dice. Audacia così femminile e così divina». Nell’ottava Stazione (“Gesù è spogliato delle vesti”) il riferimento al filosofo greco contemporaneo Christos Yannaras è lo spunto per spiegare che lo Spirito Santo ci insegna la «lingua di Dio». «Gesù bambino nudo nella mangiatoia – è la citazione di Yannaras –; spogliato nel fiume mentre riceve il Battesimo come un servo; sospeso all’albero della croce, nudo, come un malfattore. Attraverso tutto questo egli ha manifestato il suo amore per noi». E nella decima Stazione (“Gesù sulla croce è deriso”) si evidenzia «che “soltanto un Dio debole può salvarci”, come scriveva il pastore Dietrich Bonhoeffer pochi mesi prima di morire assassinato, quando, sperimentando sino in fondo il potere del male, poteva riassumere, in questa verità semplice e vertiginosa, la professione della fede cristiana». Altro rimando è all’assassinio dei sette trappisti sequestrati nel loro monastero in Algeria e massacrati da frange fondamentaliste islamiche nel 1996. La biblista avverte che «i monaci uccisi a Tibhirine alla preghiera “Disarmali!” aggiungevano la supplica “Disarmaci!”».Al Colosseo riecheggeranno nodi da sciogliere e vicende l’attualità. La prima Stazione è l’occasione per lanciare un monito: «Siamo peccatori e complici di morte». Nella quarta Stazione (“Gesù re della gloria”) si esorta a non cedere agli «idoli» del mondo e alle «figure menzognere del successo e della gloria». Nell’ottava Stazione si parla della «folla immensa degli uomini che subiscono la tortura, la spaventosa schiera dei corpi maltrattati, tremanti d’angoscia all’avvicinarsi dei colpi, agonizzanti in sordidi bassifondi». Certo, tiene a ribadire l’autrice, «Gesù non ha portato la croce come un trofeo» e «non somiglia in nulla agli eroi della nostra fantasia che abbattono trionfanti i loro malvagi nemici». E conclude nell’ultima riflessione: sappiamo che ogni «preghiera» e ogni «attesa» saranno «esaudite dalla Risurrezione di Cristo».
Avvenire Giacomo Gambassi lunedì 10 aprile 2017

10/09/16

NOI SIAMNO ONDINA di © Daniela Tuscano






Si chiamava in realtà Trebisonda e, nell'entusiasmante spettacolo allestito al Centro Asteria di Milano, deve superare otto ostacoli, oltre a quelli agonistici. A partire dal nome (e uno): prolisso, enfatico, estenuante. Ma soprattutto lento per lei, la ragazza-fulmine coi piedi per terra. "E nemmeno
Lei, Trebisonda, era uno spirito indipendente e cocciuto, d'una praticità tutta emiliana, per dirla con
Pasolini; sola femmina dopo quattro maschi, ebbe nel padre e nei fratelli i primi fans. La madre invece la ostacolò (e due), esigendo da lei quelle doti di grazia e sottomissione che la figlia non ebbe mai. A riprova che le gabbie arrivano da chi ci sta accanto, e la solidarietà fra oppressi (oppresse) è un favoleggiamento romantico.
Ma, se la mamma rompeva, la schiena doleva; prodromo di quella spondilosi vertebrale che le avrebbe ostacolato l'attività agonistica dopo Berlino (e tre), quindi vinse tutto e subito, oltre alla sua specialità: salto in alto, staffetta, nel dopoguerra persino lancio del peso e chi più ne ha più ne metta. Record imbattuti fino agli anni 2000.
Il fascismo, lo sappiamo, era un regime reazionario, illiberale, violento, razzista; ma pure machista e misogino. Tuttavia...
Quel regime da un lato teorizzava l'inferiorità delle donne, confinandole in ruoli domestici a regalare figli alla patria (almeno sette per aggiudicarsi il premio alle famiglie numerose) e negando loro i diritti politici; dall'altro ne incoraggiava, almeno in determinati ambiti, la visibilità, l'agonismo e la partecipazione pubblica.
Le italiane dovevano essere forti, sane, intelligenti per procreare figli altrettanto forti e ardimentosi. Sempre madri per cannoni, certo. Ma, in quei momenti di giovanile euforia, sullo sfondo d'un paese profondamente arretrato, contadino, povero - e la famiglia di Trebisonda/Ondina non faceva eccezione, e la tessera significava posto fisso e prestigio, ed espressioni come libertà di scelta risultavano del tutto incomprensibili -, esse apparivano e si sentivano, come tanti altri coetanei divenuti poi sinceri antifascisti (Pasolini, Scalfari, Fo, Soldati ecc.), ribelli e futuriste, uniche e smaglianti.
Ondina fu ribelle suo malgrado. Il suo entusiasmo olimpico venne sfruttato dal sistema, ma lei, per sua fortuna, restava una ragazza; la cavalla pazza della cinepresa, invece, la Leni Riefenstahl, era un genio sì, ma nazista. Nazista vera.
Valla incarnò le contraddizioni di quel sistema e, alla fine, le dominò. Anzi, le cavalcò. Letteralmente.
Ché i fascisti non erano poi soli. Il filantropo de Coubertin, quello del "non importa vincere ma partecipare", così si esprimeva a proposito della partecipazione delle donne alle Olimpiadi: "Un'Olimpiade femminile non sarebbe pratica, interessante, estetica e corretta". Già, anche l'estetica contava, perché si trattava di esibirsi a gambe nude, ed era impudico, avrebbe alimentato negli atleti maschi frizzi libidinosi... Vi ricorda qualche polemica recente?
Insomma Ondina dovette superare ostacoli non solo in patria ma fuori perché, quando si tratta di sottomettere le donne, i maschi, sia democratici sia autoritari, si trovano curiosamente d'accordo.
Il problema, l'ostacolo grosso, era sempre quello, il genere (e quattro): sì, proprio il termine che ancor oggi incute tanto terrore nei benpensanti, e nello spettacolo emerge con disarmante semplicità, con una fattività priva d'ideologismi. Il genere! Ammirando la recitazione apollinea di Lorenza Fantoni mi sono convinta che Ondina abbia affermato il suo semplicemente travalicandolo, mettendo in mostra la sua politezza d'atleta. In lei s'è vista la donna oltre la donna, in lei si sono identificate tutte. E tutti.
D'altronde, se "obstat sexus", a dare un sigillo di sacertà agli ostacoli non poteva essere che la Chiesa di Pio XI (e cinque): fu lui a premere sul regime affinché le atlete non partecipassero alle Olimpiadi di Los Angeles del '32 e Ondina dovette rinunciarvi proprio nel pieno della sua forma fisica; ma si prese la sua bella rivincita quattro anni dopo, quando fu lo stesso papa Ratti a riceverla in Vaticano, addirittura a stringerle la mano (!). Il trionfo berlinese fu anche questo. Il ruvido pastore di Desio passerà alla storia per le sue illuminazioni tardive: sulle donne, sugli ebrei, sul nazifascismo...
Ma poi, i dubbi (e sei): quel terzo posto al fotofinish sempre a Berlino, davanti a un dittatorello con baffi alla Chaplin, ma molto meno divertente, che cianciava in tedesco e di cui Ondina non capiva nulla, era davvero della sua amica/rivale Claudia Testoni? No, non era suo, Claudia era giunta quarta, e nonostante ciò avrebbe continuato a lottare, a vincere in seguito, meno di Ondina, malgrado fosse lei la favorita: una bella lezione per tanti giovani d'oggi, pronti ad appendere le scarpette al chiodo dopo la prima sconfitta...
Ed ecco l'altro ostacolo, l'occhialuta Claudia Testoni (e sette): insieme a Ondina fin da piccola, due parallele, che come si sa non s'incontrano mai, ma procedono a fianco a fianco. No, in pista vinceva la più forte, non ce n'era per nessuna, ma fuori erano sempre loro, la bionda e la nera, la lince e l'occhialona. Benché l'ostacolo più insidioso non provenga mai da fuori, ma sia in noi, anzi, ci definisca, alberghi nel nostro cuore (e otto): Ondina e la debolezza, Ondina e la paura di non farcela, Ondina e la sconfitta, Ondina e il senso di colpa...
Per tutto questo, e anche di più, Ondina siamo noi. Nell'impertinenza giovanile, negli abbagli e negli errori, nella forza dell'innocenza non ancora esausta. Nell'essere vive. L'imprendibile bolognese si sarebbe fatta impalmare relativamente tardi, a ventotto anni, dal noto fisioterapista e sportivo Giorgio De Lucchi, col quale poi avrebbe aperto una clinica per le malattie fisiche. Niente di eugenetico, anzi, l'esatto contrario del sogno, o meglio del delirio, nazifascista. Avrebbe avuto un figlio solo. Si sarebbe spenta a 90 anni, nel 2006. Sarebbe divenuta cavaliera della Repubblica. Nel '78, per la verità, le avrebbero ciulato la medaglia conquistata a Berlino: mai più ritrovata, riprodotta poi da un artigiano per ripagarla del furto vigliacco, ma sempre rimpianta. Anche questo, alla fine, un ostacolo. La perfezione non abita qui.
Era stupenda, agile, scattante, contemporanea. Quest'allegra e potente femminilità è stata magistralmente resa sul palco da Fantoni e dalla regista e amica Lisa Capaccioli (le Valla e Testoni del teatro), allietata dalla vivacità della bionda e simpaticissima figlia di Lorenza, dalla presentazione appassionata di suor Elisabetta (anch'essa ex atleta e insegnante di scienze motorie) e dal rigore empatico del prof. Bienati. Tante esistenze in un grembo di sorprendente normalità.

© Daniela Tuscano



03/08/16

SINISTRA E UTERO IN AFFITTO: RISPOSTA LAMPO A MARINA TERRAGNI di daniela tuscano

l'intervento   della Terragni
  http://marinaterragni.it/ora-la-sinistra-dica-chiarezza-cosa-pensa-dellutero-affitto/




Perché sull'utero in affitto la sinistra tace, esprime obliquamente il suo favore o farfuglia imbarazzata? Ecco un tentativo di risposta.
Perché in realtà essa è già assolutamente favorevole all'utero in affitto. Lo sappiamo bene. Solo che adesso esita a esplicitarlo, non conviene ancora politicamente. I tempi non sono maturi. In attesa di "ridere di queste resistenze medievali", per parafrasare un noto rappresentante di quella parte politica (che della c.d. gpa ha usufruito e non esclude di farlo ancora), occorre una massiccia opera di convincimento o "educazione": mettere di fronte al fatto compiuto, diffondere storie zuccherose di coppie di "padri" felici - non certo di mamme: l'utero in affitto serve ai maschi, non alle donne, nemmeno lesbiche - con la velata, ma non poi tanto, minaccia dell'accusa di omofobia per chi dissente.
Accusa speciosa e intellettualmente disonesta, dato che il problema non è, come si tenta di far credere, l'orientamento affettivo degli aspiranti genitori: infatti la maggioranza di chi si rivolge alla gestazione "surrogata" è costituita da coppie eterosessuali.

 

 Ne' e' in discussione il diritto al figlio perché tale diritto semplicemente non esiste: sembra assurdo nel clima di "democrazia emotiva" in cui versa l'Occidente, ma una società civile è tale solo se si fonda sulla relazione e l'altruismo; e gli unici a poter reclamare dei diritti sono i bambini/e, non gli adulti.
Ma tant'è: l'immagine dei "due babbi" a cui solo dei cattivoni senz'anima negherebbero la felicità è troppo ghiotta per non sfruttarla mediaticamente. Una gestante, una donatrice, una immensa madre, "perché non c'erano alternative" (eppure in Italia la "gpa" non può costituire un'"alternativa" essendo ancora penalmente perseguibile, eppure in molti paesi, dal Canada a quasi tutti gli States alla Norvegia, Spagna, Olanda ecc. l'adozione non è affatto vietata come taluni hanno affermato, ma anzi permessa)... e "il resto ce lo mette l'amore", magari anche i soldi perché ne occorrono tantini. Ma questo non sta bene dirlo, perché distruggere con la venalità quadretti così idilliaci?...
Come abbiamo letto da una sostenitrice della c.d. gpa: "Utero in affitto è un'espressione così rozza, brutale" (si badi: è rozza l'espressione, non la pratica). Nessuno racconta che dietro la retorica del dono si cela un giro d'affari di dimensioni colossali, lo sfruttamento delle donne povere, l'obbligo di abortire in determinati casi, la rinuncia definitiva al concepito ecc. ... ben più fruttifero delle adozioni, che infatti non interessano più a nessuno; e così, invece di sveltire e ampliare la possibilità di adottare anche a singoli di qualsiasi orientamento sessuale - sempre tenendo conto dell'interesse del/la minore - si preferisce incentivare quest'altro mercato. Poi non vorrete mica mettere un pupino piccolo, bell'e confezionato come lo desideriamo noi, con uno sconosciuto magari lacero, stortignaccolo e con una storia incasinata alle spalle? Restino pure negli istituti, quelli!...
E vissero tutti felici e contenti, tranne naturalmente chi non ha abbastanza denaro e le sfigate che hanno perso il treno: potevano pensarci prima, farsi furbe e soprattutto nascere ricche. Ecco, essere "progressist*" oggi significa più o meno questo. Con buona pace di Marx e Gramsci.

© Daniela Tuscano

10/07/15

.Vino vecchio, otri logori di © Daniela Tuscano

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I media e la blogosfera sembrano essersi accorti soltanto ieri del viaggio papale in America Latina. E solo a causa di “quella” foto, il crocifisso incastonato, tutt’uno con un martello in cui s’intreccia una pesante falce, dono del presidente boliviano Morales. Un crocifisso “comunista”, come ha titolato la quasi totalità della stampa e l’ha presentato l’astuto Evo, pronto a sfruttare propagandisticamente il colpo. All’aggettivo, che molti volevano confinare fra le anticaglie della storia, lo scandalizzatissimo Socci ha aggiunto nei suoi editoriali di fuoco altri vocaboli: vergogna e coca. Mancano all’appello sesso & rock’n’roll, ma non mancheranno i pretesti e con essi l’ennesima scomunica socciana.
Eppure Francesco è lì da settimana scorsa. Ha visitato l’Ecuador, si trova in Bolivia, andrà in Paraguay. Eppure i suoi appelli, la sua voce, avrebbero dovuto destar l’attenzione non solo dei cattolici, ma anche di chi, non credente, si è però sempre proclamato a fianco dei popoli terzi, delle
periferie del mondo, ha invocato giustizia e diritto, lamentato la collusione della Chiesa coi poteri forti e le multinazionali.
Invece. I devoti, gli zelanti, i pii, i lettori assidui delle testate religiose, sono perlopiù costernati. Tralasciamo pure il summenzionato Socci, ormai collocato su posizioni lefebvriane (a proposito, nessuno sconcerto da parte sua quando il da lui rimpianto papa Ratzinger riammise senza pentimento nel seno del cattolicesimo questa setta scismatica, antisemita e filonazista). Se restiamo dalle parti del cattolico medio, ecco un florilegio di mugugni a mezza bocca, sospiri, cachinni che talvolta sfocia in aperta ribellione: “Quanto sono lontani i viaggi di Wojtyla!”, “Benedetto dove sei?”, “Con tutto il rispetto, Santità, quel dono empio avrebbe dovuto rifiutarlo...”. Quel dono empio, diciamolo subito, era la riproduzione del crocifisso di Luis Esquivel, il Romero argentino, gesuita, poeta, giornalista, cineasta torturato e ucciso dai sicari del dittatore fascista Meza per aver difeso i diritti dei minatori. Pochi l’hanno rilevato, ovviamente gli zelanti e i pii lo ignoravano totalmente e una di loro, dai social network ha così commentato: “Poeta, regista ecc., a tempo perso faceva il gesuita”.
Dal lato opposto, quello dei cosiddetti progressisti, identica distrazione/fastidio. Ne esce snudato il terzomondismo da salotto. I loro strali contro le gerarchie ecclesiastiche complici del potere non erano pertanto frutto di solidarietà ma del qualunquismo dell’occidentale sazio, che inganna il tempo a digitare bolse frasi su una tastiera. 
Lo prova il silenzio presto calato sull’enciclica “Laudato si’”, dura denuncia della finanza speculativa subito degradata a documento ecologista o manuale per vegani. 
In realtà, sia i reazionari sia i nichilisti non hanno altro interesse che per i falsi temi; in particolare il sesso, in tutte le sue varianti e variabili.
Nella (in)civiltà delle immagini, non sappiamo più discernere i messaggi. I simboli. Siamo, insomma, divenuti analfabeti anche della vista. Riteniamo blasfemo il crocifisso marxista e non la Madonna del Manganello, le benedizioni delle armi, i cappellani militari e Wojtyla al balcone con Pinochet (pur se Francesco sarebbe ferito da queste contrapposizioni, che riterrebbe speciose; ne siamo consapevoli, ma corriamo il rischio). Perché i secondi ce li aspettiamo, ci sembrano ovvi e normali. Sia per osannarla, sia per maledirla, siamo convinti che il posto naturale della Chiesa sia a fianco dell’imperatore, dimentichi che il Fondatore ci aveva ordinato l’esatto contrario. Obliosi del fatto che la prima, vera Chiesa, non è la gerarchia, non è nemmeno il tempio, ma la nostra casa; l’assemblea; noi.
Bergoglio “comunista” è l’ultima idiozia della memoria smemorata. Avendo cancellato la vicenda umana e religiosa di Murri, Mazzolari, don Milani, ma anche – perché no? – Simone Weil e Madeleine Delbrêl, per tacere di Matteo Ricci, non comprendiamo che la preoccupazione dell’attuale Pontefice, per natura un centrista – come lo definisce Massimo Faggioli – non è politica ma pastorale; evangelica, totalmente e semplicemente evangelica. Sempre che si conferisca all’avverbio il suo reale senso, quello cioè di bastante a sé stesso, risolto, totale. 
Francesco non è un teologo della liberazione. È un teologo del pueblo; proviene da lì, ne è la fisicità. È un uomo di 79 anni, conservatore e ottimista, parroco del mondo. Non europeo. Dagli occhi meridionali, asiatici. Volutamente decentrato.
Uomo di ricostruzione e macerie, scomodo ai vertici ecclesiastici costretti però a seguirlo, consapevoli della gravità del momento, fra miseria, inequità, sfruttamento, terrorismo. Dove spesso i cristiani si sono ritrovati, come alle origini, dalla parte dei perseguitati e non dei persecutori. 
Tutto quanto è incomprensibile sia ai farisei da sagrestia, sia agli odifreddini in salsa rosa. Il loro è il classico vino vecchio in otri logori. Il dio dell’indifferenza e della sazietà è morto, ma essi ancora non lo sanno. 

© Daniela Tuscano

21/02/15

Lettera a un occidentale: scegli di sostenere la società araba contro fanatismo e dittature di Shady Hamadi

In tempi in cui prevale l'odio , la guerra  o peggio a paura  del diverso e  di cui non riusciamo ad  andare oltre     ( non solo quella delle armi ) oltre al malpancismo dovutro all'ignoranza e alla paura del diverso fomentata da bufale ( vedere post precedenti ) c'è anche qualcuno come  Lo scrittore  \ blogger    Shay Hamadi che   ha indirizzato una lettera aperta “a un occidentale, in particolare italiano”  che per  il momento  non ha  trovato  nessuna risposta  e   nessun dibattito  sui media 

  / / di


Isis, lettera a un occidentale: scegli di sostenere la società araba contro fanatismo e dittature

Egitto
Mondo
Caro occidentale, in particolare caro italiano,
nel 2010 delle rivoluzioni sono scoppiate a casa mia, nel mondo arabo. Dittature dinastiche sono cadute lasciando spazio, per la prima volta nella storia araba contemporanea, alla possibilità di scelta. Di quale scelta parlo? Mi riferisco alla possibilità di decidere il proprio futuro.
La mia generazione, e quella di mio padre, è cresciuta sotto un solo presidente che, quando è morto, ha lasciato il posto al figlio.
In questi ultimi cinquant’anni il mio mondo è stato attraversato dal nazionalismo arabo, infrantosi alla morte di Nasser, e dall’incubo dei totalitarismi arabi. Ecco, l’Isis non è il primo totalitarismo con il quale mi sono scontrato; ma è la faccia più mediatizzata di un vecchio incubo con il quale ho convissuto. Le atrocità dell’Isis, che tu vedi in televisione, io le ho già vissute: ho visto i massacri nelle carceri arabe, i bombardamenti chimici, gli arresti arbitrari e ho assistito ai genocidi condotti dai nostri regimi ed è per questo che non mi stupisco della barbarie.
La vita di un arabo oggi è molto fragile e vale quanto una tanica di benzina.
Tu, invece, non ti sorprendere se la mia società si è imbruttita. Devi sapere che per cinquant’anni a scuola i bambini hanno giurato ogni mattina di difendere fino alla morte il loro “amato presidente”. Questo presidente, uomo della provvidenza, semidio, reprimeva ogni dissenso e faceva affari svendendo le nostre risorse alle potenze mondiali – proprio quelle che inneggiano ai diritti umani e che, invece, sono state capaci di barattarli per un barile di petrolio.

Le nostre società sono state colpite dall’individualismo radicale (questo a causa della mancanza di fiducia, derivante dalla paranoia che abbiamo sviluppato per la presenza capillare dei servizi di sicurezza) e ciò ha prodotto il disgregarsi del senso di comunità nazionale e il riaffiorare del confessionalismo. E’ per questo che ogni transizione politica da noi è molto difficile.
Vorrei rivolgermi a chi, con te in Occidente, oggi sentenzia che “erano meglio Gheddafi, Ben Ali e Mubarak perché erano il male minore che garantivano status quo”. Chi formula questo giudizio non ha passato un solo giorno nelle carceri di quei regimi; non porta sul corpo i segni della tortura, né ha vissuto l’esilio.
La comparsa dell’Isis ha fatto un grande favore a chi invoca la restaurazione nel mondo arabo. decapitazioni di giornalisti e operatori umanitari occidentali –, chi tifava contro la “primavera araba” ha vinto la guerra delle percezioni. Oggi sentire un arabo che chiede libertà, che invoca il diritto all’autodeterminazione, pare ridicolo. “Questi arabi non sono capaci, come noi, di autogovernarsi”, dichiarano molti e ciò ha indotto qualcuno a credere che è meglio rimettere sul trono i vecchi uomini di regime, come al Sisi.
Infatti, da quando questa organizzazione terroristica è diventata un problema anche vostro – a causa delle
Le gesta dell’Isis, caro amico occidentale, stanno delegittimando il sacrificio di centinaia di migliaia di arabi che hanno manifestato, da piazza Tahrir a Damasco, inneggiando alla libertà e ricevendo come risposta le pallottole della repressione.
Il fondamentalismo è un problema specialmente per noi. E’ un dato di fatto che l’Isis sta trucidando più musulmani che cristiani ma il tuo curarti solo del tragico destino dei secondi non farà altro che aumentare il radicalismo, perché i musulmani si sentiranno sempre vittime di serie B e questo non può far altro che infoltire le schiere degli oscurantisti. Inoltre, le gesta di questi terroristi stanno fornendo gli argomenti necessari agli imprenditori della paura per dire che “tutti i musulmani sono come i terroristi”. Infine, l’Isis sta distogliendo il tuo sguardo da quello che sta avvenendo nel mondo arabo: i bombardamenti aerei sulle città siriane da parte di Asad, le campagne di arresti ed esecuzioni contro attivisti pacifisti in Egitto, gli arresti in Arabia Saudita, Bahrein e il disastro in Yemen.
 
Vorrei concludere chiedendoti la reciprocità. Reciprocità di riconoscimento, rispetto e dialogo. Ti chiedo di considerare ogni morto di serie A. Abbiamo bisogno di comprenderci. Dobbiamo credere, insieme, che la libertà non appartiene esclusivamente a una certa civiltà ma ad ogni essere umano.
In ultimo, ti invito a scegliere e sostenere la società araba: quella che rifiuta il fanatismo e la dittatura. Solo così c’è speranza che i nuovi muri vengano abbattuti insieme al fanatismo e alle dittature.



26/10/14

non si può imprigionare il vento

Per  arricchirvi  culturalmente  non  cadere  nelle propaganda del potere vi consiglio

Ragioni senza forzaforze senza ragione. Una risposta a Oriana Fallaci è un libro di Allievi Stefano pubblicato da EMI nella collana Religioni in dialogo  http://www.ibs.it/code/9788830713741/allievi-stefano/ragioni-senza-forza.html

  dall'amica   e  compagna di  viaggio Daniela Tuscano 



In fondo, non ci sarebbe molto da commentare. I fatti sono li', lampanti. La conclusione, anche. Feroce quanto si vuole, disumana al massimo ma, purtroppo, né imprevedibile né sensazionale.
I soliti analisti riprendono la salmodia sulla comunità planetaria, che per Realpolitik si è mossa tardi e, allentata la tensione, ha abbandonato Reyhaneh al suo destino.
Sì, tutto vero. Com'è vero che il suo caso non provocherà alcuna rottura diplomatica fra Stati, e verrà presto, già di fatto lo è, archiviato. Le rituali frasi inutilmente sdegnate e si volterà pagina. Poveraccia, le è andata male, amen.


Eppure qualcosa, o meglio qualcuno, è cambiato. Quel cambiamento si chiama Reyhaneh Jabbari. Appesa a una trave, "giustiziata" come in modo osceno si continua a ripetere, adesso è più viva e presente che mai.
È stata la morte a eternarla. Cioè il martirio. La testimonianza. Perché Reyhaneh, in quella giustizia che l'ha "giustiziata", aveva creduto. Perché alla fine, dopo un processo-farsa e sei anni di detenzione, ha rifiutato di ritrattare. Non ha barattato l'esistenza fisica col piatto di lenticchie della menzogna e della viltà. Le avevano "consigliato" d'inventarsi lo stupro per aver salva la vita. Ha risposto di no. Quante di noi ne sarebbero state capaci?
Reyhaneh sapeva che quella successiva non sarebbe stata vita. Avrebbe forse scapolato l'impiccagione ma non la vergogna, la solitudine, il ripudio di parenti e amici, la vendetta. Perché una donna stuprata, o comunque sospettata di esserlo, rimane pur sempre un disonore. Non una vittima da proteggere. Disonore. Merce scaduta. È sempre lei la colpevole. Rea d'essere ancora su questa terra, senza contare più nulla.
A Reyhaneh insomma si prospettava una sola alternativa: la morte. L'avrebbero eliminata se avesse subito la violenza in silenzio, l'hanno eliminata perché ha parlato.
Ci piace pensare l'abbia fatto perché ne aveva piene le scatole. Era stanca. Come Rosa Parks cui nella lontana estate del 1955 dolevano i piedi e si sedette in prima fila sull'autobus, fottendosene della paura e dimostrando l'imbecillità, prima ancora del razzismo, delle "leggi" allora vigenti.
È quella stanchezza a vincere ogni paura. Dietro quella stanchezza c'è un percorso. La cognizione della propria dignità. La coscienza di non essere un oggetto.
Per questo hanno voluto tacitarla. Reyhaneh non aveva accettato la sua condizione di "oggetto". E poco conta se abbia ucciso o no il proprio aguzzino. Se con lui avesse o no in precedenza intrecciato una relazione.
Non era Maria Goretti ma una donna con pregi e difetti, una giovane donna amante dei libri e della vita, che a un certo punto ha detto basta a una determinata situazione, nella quale non sappiamo - e NON IMPORTA SAPERLO - come fosse finita.
Non importa, anzi, importa moltissimo, non per lei, ma per l'anima del suo aggressore - un importante membro dell'intelligence iraniana -, che quest'ultimo sia stato pugnalato "mentre pregava". Stupro e preghiera, violenza e devozione: tutto corretto, tutto normale in una società dove il maschio è onnipotente e modella Dio a propria immagine e somiglianza.
Il maschilismo questo è: bestemmia contro Dio e la sua creazione. Venerazione del Male camuffata da pietà. E questi i suoi frutti. Nelle società dov'esso ha piena cittadinanza, e dov'era toccato vivere a Reyhaneh, si manifesta nella forma più virulenta. Ma, come radice d'ogni ingiustizia, razzismo e prepotenza, alligna ovunque.
I femminicidi in Italia, ad esempio, non sono opera di pazzi isolati ma il risultato d'un atavico disprezzo verso le donne divenuto mentalità comune. Siamo un Paese dove la Cassazione decreta impossibile lo stupro se una donna porta i jeans, dove la pena, già molto tenue, per il violentatore s'abbassa ulteriormente se la vittima-accusata non è più vergine. Foss'anche una ragazzina. Cercate sui libri a quando risale il nuovo diritto di famiglia. Fin quando è rimasto in vigore lo ius corrigendi. Quali le pene riservate agli adulteri e alle adultere. In quale anno lo stupro è stato dichiarato reato contro la persona e non contro la morale. Date un'occhiata ai programmi scolastici. Verificate lo spazio riservato a scrittrici, artiste, scienziate, religiose, politiche, attiviste. Guardate un programma televisivo, e non voglio scomodare i varietà "per famiglie" dove si dimenano fanciulle seminude a fianco di compunti conduttori supercoperti, né le inchieste voyeuristiche dei tranquilli pomeriggi casalinghi. No, parlo di quei bei quiz preserali dove il presentatore perbene non manca mai, davanti alla concorrente incinta, di sciorinare con un radioso sorriso il suo "Auguri e figli maschi!". Osservate i cartelloni pubblicitari.
Senza quindi togliere responsabilità alcuna alla "cultura" dell'attuale Iran e d'altri paesi dove le donne sono crudelmente e legalmente oppresse, è fuorviante, e intellettualmente disonesto, limitarsi a condannare a parole, di volta in volta, il fondamentalismo islamico, l'inerzia della comunità internazionale, ecc. Questa è mera autoassoluzione, modo parziale, furbesco (e maschile) d'aggirare il problema, nascondendo i motivi profondi d'un odio MONDIALE e MILLENARIO.
Ma l'odio non trionferà. E se oggi piangiamo la perdita fisica di Reyhaneh, auspicando sia l'ultima - per ragioni diverse, ma eguale certezza del proprio valore di persona e di fede, rischia la stessa sorte la pachistana Asia Bibi - la sua vicenda c'infonde anche una grande speranza. La speranza che non potranno mai più sottometterci e zittirci. Se anche da luoghi in cui il maschio crudamente impera si levano echi di resistenza, significa che la trasformazione è inarrestabile, che un sistema decrepito e inumano è stato colpito al cuore e nessun cappio, lapidazione, lama sul collo ne impedirà la rovina. Non si può imprigionare il vento. Sta a tutte noi, frattanto, soffiare più forte. Unite.

© Daniela Tuscano  





21/07/14

I libri di © Daniela Tuscano LA LETTERA BLU Cristiani d’Iraq, ecumenismo, pace: che fare?

Si sono estinti. Come i dinosauri, no, come i moa, o i dodo. Perché i primi avevano terminato il loro ciclo su questa terra. Gli altri, invece, sono periti per mano di qualcun altro. Dell'uomo, come sempre. 
E però non sono animali, ma uomini anch'essi. E donne e bambini. Estirpati da una millenaria perennità di roccia. 
Sono i cristiani iracheni. Le loro case, le stesse di duemila anni fa, le hanno sfregiate col marchio della vergogna i jihadisti dell'Isis, nuovi padroni del paese.
Non v'è sangue sugli stipiti, non ancora. Non il segno del pesce, consegnato ai libri di storia europei (nemmeno tutti, temiamo). Vi compare una "N", una enorme "N" blu, iniziale di "nassar" (nazareni). Così li chiamano, da quelle parti. Con disprezzo e odio. I "nazareni" sono gl’"infedeli" che non vogliono convertirsi all'Islam fondamentalista, alla legge della Sharia. Sono cristiani e intendono restar tali.
Per loro, nel nuovo Iraq, non c'è più posto. Da quelle case, adesso, soffia un silenzio di vuoto. Chi le abitava è protagonista d'un nuovo Esodo, d'una moderna deportazione. Gli sguardi, inghiottiti dal deserto, si rivolgono costantemente alle rade suppellettili, ai mobili, ai segni lasciati laggiù, in quei dintorni dai nomi remoti e per noi - smarrito il vocabolario del sacro - fiabeschi: Ninive, Assiria... e che non esistono più: gli hanno bruciato l'episcopio, il monastero. I segni sono la prima cosa da abbattere quando si vuol annientare un popolo, la sua cultura, la sua religione. Mosul e Ninive sono diventate città decristianizzate, esattamente come le spiagge "ripulite" dagli ebrei al tempo del nazismo. Antico e nuovo s'intrecciano in un'agghiacciante concretezza. Nessuna concessione all’esegesi, da quelle parti. Non si tratta d’interpretare, ma di vedere. È una persecuzione vera, biblica, letterale.
                            da "Sono irachena e sono cristiana", © Famiglia Cristiana 2014

In quel piccolo, smarrito gregge tra le dune, si perde il ramo d’oro della nostra storia. Ma nessun Gilgamesh vi spende una lacrima. I jihadisti non sono invincibili, ma a nessuno importa fermarli. Molti, al contrario, li armano. I paesi fondamentalisti del Golfo, naturalmente, ma pure – come denuncia il patriarca siro-cattolico Joseph III Younan – quei “politici occidentali che hanno bisogno del loro petrolio”.
Di qui l’afasia, anzi, la vera e propria mutria d’Europa e Stati Uniti di fronte a ciò che il patriarca definisce, correttamente, “disastro umanitario” e “tragedia storica”. Le analisi storiche, economiche e sociali non servono. Il dramma, direbbe David Maria Turoldo, è Dio. Smarrito, poi occultato, poi negato, alla fine semplicemente ignorato dalla vicenda umana, Dio è stato sostituito da una pletora di pallidi surrogati, tutti destinati al fallimento.
In Occidente, questo è chiaro: l’ateismo militante, che dalla Rivoluzione francese si era spinto fino alla creazione di regimi comunisti e alla diffusione dell’ideologia marxista, è stato scalzato dalla miscredenza post-capitalista. Mentre il comunismo pretendeva d’instaurare in terra un paradiso d’eguaglianza fondato sui principi della solidarietà umana, la seconda non è fondata su nulla; né lo vuole; e la “filosofia” che lo sottende – il consumismo – è pigra; strutturalmente, ontologicamente, mentalmente pigra. Ne deriva un esasperato individualismo, che trasforma ogni singola pretesa in diritto, col risultato che la democrazia, invece di progredire, arretra, poiché, malgrado i massicci tentativi d’omologazione, il cuore umano resta un percorso d’esperienze diverse e irripetibili, di piccole e molteplici lampade che nessun moggio potrà mai oscurare del tutto.
I politici occidentali che stringono affari col nazismo jihadista sono gli stessi che in pubblico tuonano contro l’”invasione islamica” e s’accorano pei crocifissi di legno, ma non esitano a lasciar crocifiggere dai “nemici” uomini, donne e bambini in carne ed ossa, dei quali pur asseriscono di condividerne il credo. Mentre il vero oggetto del desiderio è un’altra divinità sostitutiva, il Petrolio, e in nome di quell’idolo nero, che pascerà un immanente, materialissimo benessere, tutto può e dev’esser sacrificato. Là dov’è il loro tesoro, è anche il loro cuore.
Ma – si obietterà – l’Occidente è pur sempre la culla dei diritti umani, della libertà religiosa e di coscienza. Del rispetto delle donne. Ciò nondimeno, nemmeno da questi attori s’è ancor levata una voce sdegnata, forte, unanime e chiara contro il genocidio iracheno. Come mai?
Il motivo risiede, ancora una volta, nell’eclissi di Dio e, quindi, nello smarrimento della percezione del bene e del male. I perseguitati dell’Iraq sono cristiani. E i professionisti dei diritti umani hanno nella lotta alla religione, in particolare a quella cristiana, uno dei loro capisaldi. A difendere dei cristiani, oggi, ci sì vergogna. Si teme di passare per clericali, dopo aver ripetuto per decenni che la Chiesa va abbattuta come relitto del Medioevo e insieme di precetti moralistici e patriarcali. L’obiettivo di costoro è instaurare un mondo nuovo, liberale e libertario, dove tutti avranno ogni diritto e nessun dovere. I fatti d’Iraq li lasciano indifferenti perché ancora non ne intuiscono la portata. Non è infatti previsto, nel loro habitus mentale, che la fede in Dio - e, ripetiamo, nel Dio cristiano - non coincida con arretratezza, miseria e oppressione, ma sia anzi sinonimo di speranza, resistenza, valorizzazione piena della dignità umana. Dio non riduce l’uomo, ma al contrario lo potenzia. E potenzia anche la donna: la vicenda di Meriam ha rappresentato infatti un altro fattore destabilizzante per l’industria dei diritti umani. L’odissea (il calvario, cioè) della giovane sposa sudanese ha dimostrato l’infondatezza della tesi secondo cui la religione umilia la femminilità. Per Meriam è vero il contrario e, se qualcosa si è mosso per scongiurarne la macabra sorte, il merito va ascritto solo ad alcune testate cattoliche, non certo ai gruppi femministi, che della questione, fin quando non è assurta alla ribalta mondiale, si sono semplicemente disinteressati; allo stesso modo persiste l’assordante, vergognoso silenzio su Asia Bibi. Ma se Meriam, Asia e altre donne sconosciute avessero rinnegato la loro fede, magari “postando” su qualche social network una foto a seno nudo, la propaganda Femen-ista le avrebbe subito additate a fulgidi esempi da seguire e imitare.
Il balbettio occidentale nei confronti della strage dei cristiani iracheni ha un’altra motivazione ancora: il “politically correct”, figlio degenere del senso di colpa il quale, a sua volta, rappresenta una stortura del senso di peccato. Aver coscienza del peccato, cioè della mancanza, significa riconoscere il proprio limite e confessarlo davanti a Qualcuno in grado di rimetterlo e di dar la forza di proseguire, non malgrado, ma anche con esso. Il senso di colpa è invece un giudice implacabile perché prende come unico metro di giudizio l’Io derelitto e autoreferenziale che si addossa, illimitatamente, tutte le colpe del mondo; un’altra forma di narcisismo.
Il “politically correct”, che da esso deriva, ragiona dunque così: se protesto, rischio di offendere i musulmani e la loro cultura, mentre io, che sono buono, civile e aperto, devo accettare le culture diverse (il discorso però, se ci si fa caso, non vale mai per gli ebrei – tutti indistintamente, non i governanti israeliani – , verso i quali questi fautori del retto pensiero sono spesso astiosi, truci, talvolta, come nel caso di filosofi nostalgici dei Grand Tour, apertamente e volgarmente antisemiti). Quando, poi, quest’ipocrisia diventa oggettivamente insostenibile – non si può sperar di venire a patti con lo pseudo-califfo di Bagdad – il “politically correct” si tramuta non di rado nel suo contrario e i suoi (im)pavidi sostenitori in tante isteriche Fallaci.
Opposto al “politically correct” è il rispetto; il dialogo; religiosamente, l’ecumenismo. Tutti e tre si fondano sulla cultura e la conoscenza, di sé e dell’altro. L’ecumenismo, in particolare, non elimina le differenze, è cosciente delle sue pecche, ma la sua visione dell’uomo rimane fortemente realistica. L’altro non è “buono” solo perché diverso; è uno come me, con pregi e difetti. L’Occidente deve liberarsi dai cascami dell’orientalismo per impostare, finalmente, un dialogo maturo e paritario con una controparte che oggi gli sfugge. Consapevole delle comuni radici ma anche delle rispettive differenze, non temerà più di offendere, ma saprà distinguere tra fondamentalismo e autentica fede, e in virtù di questo sceglierà i giusti interlocutori e avanzerà legittime richieste, anche con fermezza se del caso.
Ma il problema è solo l’Occidente con tanto Io e senza più Dio? No, il problema è anche l'Oriente, il Sud. Perché il fondamentalismo, in religione, è l’altro volto dell’individualismo sfrenato. Anch’esso si fonda su una lettura deviata del testo sacro e si affida a esaltati e criminali che antepongono il loro Io al vero Dio. Già diversi anni fa lo studioso algerino Khaled Fouad Allam denunciava la sclerotizzazione dell’esegesi coranica, ferma praticamente al XIII secolo, e caldeggiava la ripresa degli studi in tal senso, la storicizzazione della Scrittura, ecc. Insomma auspicava un Vaticano II anche per la religione di Mohammed. Il problema, a nostro modesto avviso, è che l'Islam, a differenza del cristianesimo cattolico e ortodosso, non ha un'autorità centrale che pronunci una parola autorevole e definitiva, di approvazione o condanna, su determinate questioni. Tutto quanto, assieme ad altri complessi motivi impossibili da sviscerare nella presente trattazione, può costituire una delle cause della diffusione del fondamentalismo jihadista in talune regioni. Si può però ipotizzare un concilio di personalità illustri, p. es. l'Università di Al Azhar in Egitto, e ad altri tavoli con rappresentanti autorevoli - e rispettati - della religione islamica, da cui non dovrebbero mancare le donne. Ma, più di tutto, conta il sentire della popolazione comune, dei tanti musulmani pacifici e anche di quelli che non lo sono; cosa non ha funzionato? Dove il dialogo ha trovato un incaglio? Si vuole davvero confrontarsi e convivere pacificamente, oppure no? La responsabilità, oggi, è più che mai nelle nostre mani. Nemmeno il Papa può farcela da solo e del resto, come abbiamo visto, se si rende necessario il pronunciamento di musulmani autorevoli, non è possibile limitarsi a questo. Solo riprendendo la grammatica del sacro ci si potrà liberare dalle pastoie della violenza e dell’incomprensione.

                                                    © Daniela Tuscano

22/06/14

CORPUS DOMINAE di © Daniela Tuscano

musica  in sottofondo  Nothing man-Pearl Jam

Secondo lo psicoterapeuta Alberto Pellai ("Famiglia Cristiana", 19 giugno 2014) ad armare la mano assassina di Carlo Lissi è stata "la cultura dell'onnipotenza narcisista". 

da   Pagina di I libri di Daniela Tuscano

Quella per cui "io posso tutto e l'altro non vale niente, quello che sento io ha valore e quello che sentono gli altri non vale niente". Ma "onnipotenza narcisista" è un ossimoro. Il narciso è per sua natura un impotente, un incompiuto, uno che ha bisogno dell'altro pena la cancellazione della propria identità/umanità. E una società individualista, costituita da tanti Io che non diventano Noi, perde i connotati di societas per corrompersi in massa di singoli incapaci di comunicare fra loro. I desideri scadono a pretese, le volontà a velleità. Tutto diventa liquido: privo cioè di forma, centro, passato e futuro. Esiste solo un indeterminato presente, o meglio una contingenza, per la quale consumare le energie del momento; quella e null'altro. A Dio s'è sostituito l'Io: ne sono scaturiti miriadi di mondi acefali, aferesi di comunità mosse solo da un istintivo bisogno. Logico pertanto che il mancato soddisfacimento di tale bisogno porti molto spesso a reazioni distruttive, primordiali come la broda in cui bene e male si mescolano e confondono, sono anzi concetti senza senso nel magma pre- o subumano che tutto macina e inghiotte.
Tratto distintivo dei nostri tempi, si suole ripetere. Ma è del tutto vero? Non v'è nulla d'ancestrale, nulla del biblico serpente antico in questi epifenomeni?
Nella precedente riflessione abbiamo cercato di smentirlo. Carlo Lissi ha squartato la moglie e i bambini divenuti insopportabili pesi non perché pazzo, non perché capriccioso Peter Pan, non perché sadico assassino ma perché degno frutto d'una mentalità radicata nella notte dei tempi. Una perversione intellettuale talmente diffusa, persino in chi ne è vittima, che le discriminazioni, le violenze, persino i crimini commessi in suo nome non ci sembrano tali, ma li accettiamo come fenomeni di "natura": è "naturale" la donna sia debole, "naturale" le spettino minori diritti nel mondo della scuola e del lavoro, "naturale" sia meno tutelata dal punto di vista legislativo; "naturale" non possa (non debba) esser sacerdote, dirigere la preghiera, salire ai vertici della scala sociale; "naturale" sia considerata di fragile intelligenza, più dedita alla sensualità, complementare all'uomo (ma non viceversa). "Naturale" sia madre (e anatema a chi non manifesta questa sacrosanta propensione): perciò l'indegno ex-prefetto di Perugia invita cortesemente al suicidio le MADRI inette a gestire un figlio drogato, ma non fa motto alcuno sulle responsabilità dei PADRI, i quali pure, nella sua mentalità, sono i "capifamiglia".

Al disperato "perché?" urlato da Cristina Omes [nella foto con i genitori] mentre riceveva i fendenti del suo aguzzino tale mentalità non prevede risposta. La donna non può che esser muta, accettando in silenzio anche la propria eliminazione fisica. Non può, non deve capire. È una domanda, quella di Cristina, imprevista, atta solo a scatenare la furia di chi non la considera persona. E, con le coltellate, le replica nel solito, assurdo modo dei dittatori: "Perché sì!!!".
Il maschilismo è dunque fenomeno remoto; forse, addirittura, l'origine d'ogni violenza successiva. 
Tutto si spiega? Andiamoci piano.
La strage di Carlo Lissi ci pone di fronte ad altri inquietanti interrogativi e responsabilità. Lissi non è, come speravano leghisti e razzisti, un extracomunitario, magari "negro", non un talebano o musulmano (per i soggetti suindicati, i termini sono sinonimi), non un deviato sessuale ne' tantomeno una "mela da scarto" alla Stefano Cucchi, su cui poter riversare odio feroce ammantato da modi flautati. 
Carlo Lissi non era nulla di tutto ciò, bensì il figlio modello sognato dalle famiglie perbene, e anche da quelle per male: bianco, piacente, diplomato, salutista, col villino in Brianza (ah, la cara e vecchia siepe del campetto, umile e pia!), tutto casa e chiesa. Eccoci arrivati a un altro aspetto della questione: la chiesa.
Perché Lissi, fra gl'innumerevoli pregi della sua vita tutta in discesa, vantava quello di giovane devoto: oratorio, assistenza regolare alla Messa, altro che edonista perso nei suoi tatuaggi. Oddio, i tatuaggi li aveva pure lui, le sopracciglia non dimenticava di ritoccarle, l'abbronzatura alla moda non gli mancava mai, ma quella sua fede, i sani insegnamenti ricevuti, quelli l'avranno preservato dalle nefaste influenze dell'"air du temps", no?
Ebbene... no. Allora spingiamoci più in là: ferme restando le responsabilità personali, quale Vangelo è stato trasmesso a quest'anima smarrita? Interrogativo mai sollevato - e "pour cause" - da alcun giornale, osservatore più o meno accreditato, laico o cattolico che fosse.
Quale Bibbia, quale Vangelo ascoltiamo e assimiliamo la domenica? Il Vangelo delle brave persone? Il Vangelo della siepe? O quello dell'accoglienza del diverso, dell'estraneo, del perseguitato? Il Vangelo dei bianchi? Quello che si confonde con la tutela dell'ordine costituito? Quello devozionale dell'immobilismo? Che promuove non la famiglia ma il familismo, caricatura borghese contro cui lo stesso Cristo lancerebbe strali infuocati, e nasconde dietro vapori d'incenso l'ipocrisia dei rapporti interpersonali?
Quale Bibbia, quale Vangelo trasmettono i nostri pastori? Quello letterale e fondamentalista di certa gerarchia ecclesiastica, che pare talora dare avallo alla perversione intellettuale del sessismo? Quello per cui Dio è maschio? O una Bibbia e un Vangelo d'un Dio fatto carne, carne declinata nei due sessi, carne viva e benedetta e non materia da rinnegare?
È la Bibbia e il Vangelo della tradizione semitica o dell'astratto dualismo platonico? È, infine, la Bibbia e il Vangelo della differenza, dello Spirito che, lungi dall'annullare, arricchisce il corpo? Un corpo, anzi un corpus, non solo "domini", ma anche "dominae"?
"L'uomo non È Cristo e non ha il potere di distribuire i doni. [...] È una creatura con alcuni doni e molti difetti. Sarà sua somma saggezza cercare il rimedio ai propri difetti in quel membro [la donna] che lo completa", scrive Edith Stein - a lei, e non ad altre/i, si deve la prima formulazione sistematica del pensiero della differenza -. 
Amare e rispettare la donna (e, di conseguenza, ogni diversità) come corpo divino, è il cuore del Dio trinitario e relazionale, l'esatto contrario dell'onnipotenza narcisista fondata sull'idolatria dell'Io. Questo Vangelo scomodo e sovversivo, sappiamo ascoltarlo, comprenderlo, metterlo in pratica?
Se non rispondiamo a tali domande, continueremo a occuparci di questioni secondarie, a privilegiare l'ontico all'ontologico, a immergerci in rivoli di parole, perdendo di vista la Parola-carne. Ne abbiamo forse vergogna. Forse, ce ne scandalizziamo.

© Daniela Tuscano

08/06/14

UN TEMPO di © Daniela Tuscano





Vi fu un tempo
in cui fummo amici.
Vi fu un tempo
in cui viver felici.
Tempo caldo
di rose al sole,
tempo d'austro
e senza dolore.
Sfogliavano giorni
di beata incertezza,
pareti d'aria
in gaia sperdutezza.
Ora è remoto
quel tempo senza tempo,
landa di mano
oblio di vento.

02/06/14

L'AMORE INCOMPIUTO di daniela tuscano







Scorro il silenzio delle vecchie immagini, al Museo del Risorgimento, dedicate a "La Nebbiosa", il film mai girato di Pier Paolo Pasolini su Milano. E, come tanti, mi chiedo: perché non c'è riuscito? Non l'amava? È un luogo comune duro a morire, avverte la guida. Eppure, di quella sceneggiatura, sono rimaste solo pagine sparse. Pagine belle: alcune, magnifiche. Ciò che maggiormente colpisce è il riferimento ossessivo alla luce.
Forse, l'aspetto di Milano più caratteristico. Ma - attenzione - si tratta pur sempre della luce d'una Nebbiosa. Luce avvolta, soffocata, che si fa largo, ed esplode, in violenti bagliori. C'è ghiaccio in quella luce, o forse nemmeno: non vi si trova natura, né umanità. Roma è sempre ritratta d'estate, Milano accoglie il poeta coi suoi inverni, stagioni oggi scomparse, come la nebbia dileguatasi al largo, ostaggio di rade periferie o signora, incontrastata, delle campagne. Eppure, il sole esiste anche a Milano, impigrito e canagliesco, e sa essere duro, umido e repulsivo. È un sole sensuale, di macchia, ma a PPP si nega; infatti, egli vi preferisce la notte. Una notte di cui crede di svelare i segreti. Ma la notte di Milano non è uniforme. Milano è una totalità frastagliata. Non si risolve in una rapina o in uno stupro, non nella marginalità dei teddy boys, non nei fianchi delle magnifiche borghesi cotonate da vezzi di perle (così lontane dal generone romano!), non negli sterri diMetanopoli né nelle coppie attempate del centro, lei dai capelli a fil di ferro, lui prossimo all'infarto. Milano: è tutto questo, ma anche di più. Forse - caso più unico che raro - può essere descritta solo da chi ci vive e la vive. Perché Milano, anche quando coinvolge, sa mantenere le distanze. È ancor nebbiosa, non climaticamente, ma nel cuore. Perciò appare, lei - o lui, in dialetto è maschile - la città più europea d'Italia, e anche la più araba: cosmopolita e velata. Attuffata. Non si concede facilmente nemmeno a un occhio dolce e indagatore. La Milano marginale e periferica aveva già il suo cantore, Giovanni Testori da Novate. E già il suo cattolicesimo: pur'esso, impossibile da ritrarre. Ampio. Roma era il barocco, il Concilio di Trento: quello e null'altro. Ma Milano... Milano era la fabbrica del Duomo, un gotico fiammeggiante e operoso.

 Con quel suo rito mezzo bizantino, Milano era - ed è - Ambrogio, i Borromeo, il Martini innamorato di Gerusalemme. Non Alessandro Farnese. Come la città, come le sue guglie, sale. E si distende. Il cattolicesimo ambrosiano è locale ma non territoriale. Ha vocazione planetaria. Manzoni l'ha rivelato. Solo qui percorri un nastro d'asfalto, fra dirupi di grattacieli senza cielo, e all'angolo vedi una sagoma umana, rattrappita, e sei in Occidente e in Palestina. Anche la miseria è così universale. Quel cattolicesimo invena lo spirito del cittadino, non ne vellica la pagana, mediterranea rassegnazione. La teppa milanese non è la plebe. Milano è la borghesia, l'unica esistente in Italia. Pier Paolo, che la odiava, non poteva prescinderne; la ritrovava ovunque. A bloccargli sguardo e cuore. Milano, a differenza di Roma, non era mai stata un grosso mercato. Nelle sere morbide, galleggianti, che pure qui hanno un fascino strano, imprendibile e vellutato, nessuna donna in scialle nero stendeva i polpacci congestionati su qualche sedia di paglia, fuori del cortiletto. Restava, semmai, dietro le tende, piegata su una vecchia Singer. Il suo sguardo celava una letizia soave. Rintracciarla però era impresa disperata. La non-immediatezza di Milano disarmò Pier Paolo? Egli vi trovò, o intuì tutto e doveva solo contemplarlo. Lasciare la città al suo segreto, ai mezzitoni che lui non poteva usare. Gli rimaneva solo la desolazione, quella desolazione che talvolta ti prende nel percorrere, la notte, il cavalcavia Renato Serra: "Di nuovo nessuno gli risponde: e, fuori, quel paesaggio ossessivo di immagini tristi di case, di viali, senza speranza".





31/05/14

IL NOME DI MARIA di Daniela Tuscano - [ Meriam, la donna cristiana condannata a morte ]



Meriam, Mariam, Myriam. Ormai questo nome è diventato familiare alle cronache, ma chissà quanti occidentali ne conoscono ancora l'origine. Meriam, cioè Maria. Maria è la donna del maggio al tramonto. È la donna della Visitazione che ha affrontato un lungo cammino, disprezzando i pericoli, incinta (anch'essa!), per recarsi da un'altra donna e proclamare un mondo nuovo, di eguaglianza, pace, liberazione dagli oppressori. Una donna di giustizia prima che di carità. O meglio, d'una carità nella giustizia. Quel nome oggi vive in Sudan, in carcere e in catene. Come la sua omonima, incinta. Anzi, quel figlio della pace e della liberazione l'ha già dato alla luce: ed è naturalmente femmina, ed è nata prigioniera, perché per lei non v'è posto nell'albergo, ma solo dietro le umide sbarre d'un carcere. Prigioniera e fuggitiva, il sole visto dietro un riquadro di pietra - così la immaginiamo -, è stata accolta dal padre come un doppio dono: chissà se sarebbe stato lo stesso, fosse nata in condizioni normali. Maya, figlia di Meriam la cristiana, è nata in galera perché la madre non ha abiurato la propria fede. Meriam è figlia d'una cristiana e d'un musulmano, e per legge considerata islamica, anche se quel genitore non l'ha mai visto, pur se quel padre ha abbandonato la famiglia quando lei aveva pochi mesi. Come se una fede si potesse imporre. Sposatasi con un cristiano, Meriam è stata così dichiarata "adultera", il matrimonio considerato nullo, il primogenito - sbattuto in cella con lei, a
venti mesi - un "bastardo". E lei, condannata all'impiccagione. E poi, quella saccenteria cavillosa: ha un nome musulmano. Falsità. Menzogne. Meriam Yahia Ibrahim sono nomi anche cristiani. Sono nomi. Hanno radici bibliche, indicano unità, prosecuzione, crescita. Sono espansioni, mentre la grettezza integralista separa, sgretola, fustiga e uccide, specialmente se si tratta d'una donna. Meriam ha resistito, resiste. Grazie all'intervento dei media cattolici il suo caso è rimbalzato in tutto il mondo (ma un'altra donna, Faiza Abdalla, rischia la medesima condanna). Fonti governative hanno appena annunciato la sua prossima liberazione. Ma libera, Meriam lo è già. Lo è "dentro", anche "da dentro". Una vicenda, questa, talmente ricca di simboli, anzi, di allegorie, che risulta difficile, se non impossibile, non vedere in essa un appello alle coscienze morte, al lassismo del nostro cristianesimo fumigante. Una vicenda capace di stordire, ammettiamolo. Anche, direi soprattutto, certi/e difensori d'ufficio dei diritti umani, in particolare femminili, che per Meriam e le donne come lei (la pachistana Asia Bibi ha trascorso il suo quarto Natale in cella e da quell'antro sperduto ha indirizzato al Papa una lettera colma d'amore e gratitudine verso Dio), non hanno trovato parole adeguate né si sono mossi con la consueta tempestività. Cosa li ha bloccati? L'autocensura del politicamente corretto? L'ostinazione nel non voler riconoscere che i cristiani, in Africa e in Asia - quest'ultima, loro naturale culla - stanno subendo una violenta persecuzione? Senza dubbio. Ma non basta. Meriam e le sue compagne incarnano la sorpresa e lo scandalo. Non solo per gli integralisti. Ma per il relativismo idiota e torpido delle nostre menti. Meriam e le altre hanno infatti mandato in frantumi le tesi care ai legulei dell'umanitarismo salottiero, secondo cui l'emancipazione delle donne si manifesta nelle finte urla nude delle Femen. Meriam e le altre sono perseguitate non per aver cercato d'occidentalizzarsi, né per aver rinunciato alla propria cultura o credo; anzi, proprio in quest'ultimo esse trovano la forza e il significato del loro esser donne. Stanno dimostrando, a costo della vita, che esiste un altro modo di testimoniare la propria dignità di persone: sì, nella fede "patriarcale, misogina, oppressiva" che il conformismo progressista vorrebbe estirpare. In tal senso, poco importa Meriam sia cristiana. Potrebbe appartenere benissimo a quell'Islam in nome del quale essa è stata condannata, o all'induismo... a tutto. Le religioni sono costruzioni di uomini; di uomini maschi. La religione (religare) è maschile, la fede femminile. La religione fissa limiti, detta regole, impone riti. E pretende sacerdoti, e quei sacerdoti, d'una religione simile, non possono essere che maschi, poiché sono la parzialità fattasi totalità, la deificazione d'una creatura misera e presuntuosa. La religione dei maschi è, al massimo, il rudimento della fede, la sua lallazione, ma la maturità è un cielo mistico e appartiene alla donna. "Iddio ha creato l'uomo maschio e femmina, l'uno e l'altro a propria immagine - scrive Edith Stein. - Solo quando le rispettive caratteristiche maschili



E femminili sono pienamente sviluppate, si raggiunge la massima somiglianza possibile col divino, e solo allora la comune vita terrena viene tutta potentemente compenetrata dalla vita divina". Fino ai giorni nostri, questo sviluppo non s'è attuato, perché sotto diverse forme ha dominato soltanto un individuo sull'altro. Origine d'ogni violenza, falsità, perversione. Dittatura, anche. Così, i maschi-piccoli iddii che legiferano sul credo femminile, che stuprano e impiccano ragazzine minorenni in India e crocifiggono misere sventurate in Italia (con la giustificazione, rispettivamente dell'avvocato e dello stesso assassino, "sono ragazzi, possono sbagliare" e "ho fatto una bischerata"), attestano la persistenza della struttura di peccato e della natura decaduta. Come ho scritto altrove è questo l'unico, vero, peccato originale. P. S.: Il nostro pensiero si rivolge, naturalmente, anche alle studentesse nigeriane (per la maggior parte, ma non solo, cristiane) rapite dai sanguinari terroristi di Boko Haram. Colpevoli di andare a scuola, di non sottomettersi a una parodia di religione a immagine maschile, semplicemente del fatto di esistere come donne. Ma la cieca violenza non prevarrà.

12/02/14

chiedi di renato

Daniela Tuscano, insegnante, blogger e scrittrice milanese, classe 1964. Cristian Porcino, filosofo, romanziere e autore di diversi saggi, di Catania, 33 anni. Cosa li accomuna? La passione per Renato Zero, naturalmente. Che li ha spinti a scrivere un libro («Chiedi di lui», ed. Lulu,foto a  sinistra  acquistabile  qui )

- Un libro su Renato Zero è sempre una novità, malgrado ne siano stati scritti tanti. Come mai, secondo voi?

«Si, è vero, negli anni sono usciti diversi libri su Renato Zero ma l’intento degli autori molto spesso è stato forse quello di dare più risalto al personaggio dimenticandosi o tralasciando la forza prorompente della sua produzione musicale. Ciò che
contraddistingue il nostro libro consiste proprio in una rilettura personale dell’opera del cantautore romano. Non ci siamo occupati di gossip o di dare rilievo ad argomentazioni becere, bensì abbiamo analizzato più di 40 anni di carriera discografica di Zero. Quindi non ci stupisce l’entusiasmo che ancora oggi desta negli spettatori il carisma e il talento del re dei sorcini ».
- Ho notato che si struttura in tre parti…
«Abbiamo preferito questa opzione per spiegare in modo più lineare ed esaustivo il percorso storico-artistico di Zero. Nella prima parte Daniela si è occupata degli esordi di Renato fino alla fine degli 80, mentre nella seconda parte Cristian ha raccontato dagli anni Novanta fino ad oggi. Alla fine delle due sezioni abbiamo incluso alcune testimonianze di fan di quasi tutte le età per completare un ritratto a 360 gradi di Renato Zero».
«Quando ho proposto a Daniela di scrivere un libro su Renato Zero – interviene Cristian – le ho detto che il testo doveva raccontare le nostre emozioni e il nostro vissuto per poter meglio descrivere la sua musica. Nel libro ci siamo appunto noi, però non noi in quanto semplici ammiratori di Renato ma Cristian e Daniela; 
due soggetti della storia che sono cresciuti e si sono evoluti anche grazie alle canzoni di Zero. Non volevamo redigere una sequela di nozioni biografiche, ma partire proprio dalla nostra vita, dai momenti importanti che coincidevano quasi sempre con le svolte artistiche di Renato. Il nostro obiettivo principale era proprio quello di descrivere uno dei più grandi cantautori italiani partendo proprio da noi stessi. Anche se con età ed esperienze diverse, Daniela ed io siamo stati in grado di raccontare un mito transgenerazionale che non smette mai di entusiasmare le folle… e anche noi».
Il libro ha la prefazione di Maria Giovanna Farina. Grazie agli autori e buona lettura… a fans e non.
Silvia Calzolari, poetessa e scrittrice  


27/08/13

LA VITA È UN DONO


IL  post  d'oggi  è   uno dei casi  il cui il pensiero  di  Daniela  Tuscano   corrisponde  al mio  . 
Infatti , per esperienza personale, La violenza è la ragione di chi ha torto . Infatti : << La violenza è l'ultimo rifugio degli incapaci. (I. Asimov)  >>  ringrazio il o amco   Daniele Jommi per  questo commento su fb .



© Daniela Tuscano


                                  LA VITA È UN DONO
"Carolina va e viene dalla vita". Questo l'efficace incipit del servizio d'una testata online sulla tragedia di Avellino. E questi, in breve, i fatti: Domenico Aschettino, ex guardia giurata quarantenne attualmente disoccupata, ha ucciso il vicino di casa, Vincenzo Sepe, che odiava da tempo, e ferito quattro parenti, fra cui appunto Carolina, 25 anni, figlia di Sepe e incinta di tre o cinque mesi (il dato è impreciso). 

Carolina è rimasta colpita alla testa e versa in stato di morte cerebrale. Ma manca ancora la dichiarazione scritta che apponga una sigla di "ufficialità" a questa morte. Carolina respira, lotta, non sappiamo se senta ancora qualcosa, ma qualcosa, anzi, qualcuno si aggrappa tenace a lei: il bambino in grembo. Lui sì, è vivo e soltanto vivo. Non si trova nella zona grigia dell'incertezza, ma sta attraversando un tunnel che non è più il caldo letto del primigenio sonno ma un budello improvvisamente gelido, impervio, minaccioso. Ma lui è li', non saprebbe dove altro andare. Manda segnali che non ricevono più risposta. Rimane però, come sfida, speranza, martirio. Cioè testimonianza. Una mano criminale ha spento la sua unica donna, il suo futuro e la sua casa. È nudo nel mondo; ma chiede senza poter parlare, con la sua semplice esistenza. Quest'arrancare nelle periferie germinali di un essere umano - non soltanto d'un feto - ci ricorda che la vita va custodita ed esaltata; spegnerla è facile e cieco. Bestiale. Ma ricostruirla comporta un'altra vita, decine di vite, cammini evolutivi, irripetibilità. Altri incontri, abbracci, costruzioni di amori. La vita è un accumulo di mattoni e fatica. Una singola parte di noi non è mai esclusa dalla comunità, coinvolge tutti gli esseri per sempre, e per una sola volta, durante il passaggio su questa terra. 
Il figlio di Carolina è forte e grida nel momento in cui dipende totalmente da noi. Ormai è figlio di ognuno e di ognuna. Salvarlo è un dovere assoluto. Richiama la scienza al suo reale dovere, che è quello di rendere l'umano più umano.
La vita deriva da noi, ma non ci appartiene. In questo senso, pertanto, è un dono.
Carolina e suo figlio stanno sperimentando su di se' le conseguenze della superbia. D'un essere umano che si è creduto padrone e non custode, sovvertendo tutti i valori morali senza cui l'umanità non sarebbe degna di tale nome. Rappresentano tutti gli Abele del mondo. Con tutte le sue conquiste, la scienza riuscirà a restituire alla luce quell'esistenza così brutalmente interrotta e l'altra, tanto più giovane, che ancora deve, e assolutamente deve, erompere nel suo giorno? E se non riuscirà, sarà quest'ennesimo sacrificio a richiamarla al suo originario compito di aiuto e solidarietà?
Chi crede, preghi. Chi non crede, rifletta. Ognuno, per un istante, taccia di fronte alla fralezza solenne. Questa è la vita, tutta in una mano. 
Carolina è rimasta colpita alla testa e versa in stato di morte cerebrale. Ma manca ancora la dichiarazione scritta che apponga una sigla di "ufficialità" a questa morte. Carolina respira, lotta, non sappiamo se senta ancora qualcosa, ma qualcosa, anzi, qualcuno si aggrappa tenace a lei: il bambino in grembo. Lui sì, è vivo e soltanto vivo. Non si trova nella zona grigia dell'incertezza, ma sta attraversando un tunnel che non è più il caldo letto del primigenio sonno ma un budello improvvisamente gelido, impervio, minaccioso. Ma lui è li', non saprebbe dove altro andare. Manda segnali che non ricevono più risposta. Rimane però, come sfida, speranza, martirio. Cioè testimonianza. Una mano criminale ha spento la sua unica donna, il suo futuro e la sua casa. È nudo nel mondo; ma chiede senza poter parlare, con la sua semplice esistenza. Quest'arrancare nelle periferie germinali di un essere umano - non soltanto d'un feto - ci ricorda che la vita va custodita ed esaltata; spegnerla è facile e cieco. Bestiale. Ma ricostruirla comporta un'altra vita, decine di vite, cammini evolutivi, irripetibilità. Altri incontri, abbracci, costruzioni di amori. La vita è un accumulo di mattoni e fatica. Una singola parte di noi non è mai esclusa dalla comunità, coinvolge tutti gli esseri per sempre, e per una sola volta, durante il passaggio su questa terra. 
Il figlio di Carolina è forte e grida nel momento in cui dipende totalmente da noi. Ormai è figlio di ognuno e di ognuna. Salvarlo è un dovere assoluto. Richiama la scienza al suo reale dovere, che è quello di rendere l'umano più umano.
La vita deriva da noi, ma non ci appartiene. In questo senso, pertanto, è un dono.
Carolina e suo figlio stanno sperimentando su di se' le conseguenze della superbia. D'un essere umano che si è creduto padrone e non custode, sovvertendo tutti i valori morali senza cui l'umanità non sarebbe degna di tale nome. Rappresentano tutti gli Abele del mondo. Con tutte le sue conquiste, la scienza riuscirà a restituire alla luce quell'esistenza così brutalmente interrotta e l'altra, tanto più giovane, che ancora deve, e assolutamente deve, erompere nel suo giorno? E se non riuscirà, sarà quest'ennesimo sacrificio a richiamarla al suo originario compito di aiuto e solidarietà?
Chi crede, preghi. Chi non crede, rifletta. Ognuno, per un istante, taccia di fronte alla fralezza solenne. Questa è la vita, tutta in una mano. 

e  proprio mentre  finivo di leggere  questo post   ne  ho letto un 'altro   sempre  di una mia cpompagna  di viaggio  stavolta  facebookiana 
  1. Buona serata a tutti amici miei♥♥Voi mi dite: “La vita è pesante da portare”. Ma perché mai avreste la mattina il vostro orgoglio e la sera la vostra rassegnazione? La vita è pesante da portare: ma, per favore, non fate troppo i delicati! Noi siamo tutti quanti graziosi e robusti asini e asine. Che cosa abbiamo in comune col bocciolo di rosa, che trema per il peso di una goccia di rugiada? [Friedrich Nietzsche [ Così parlò Zarathustra ]

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