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28/03/16

chi lo dice che il vandalismo sia solo male ? Livorno In piazza della Repubblica abbattuta la spalletta, sotto c'è un tesoro di monete

non tutti i mali vengono per nuovere  infatti è stata una sorpresa per Pasqua. Le monete sono state coniate nel 1859, forse lasciate lì dai muratori che realizzarono l'opera


LIVORNO. Due fattori umani, come la stupidità e la curiosità, portano a raccontare la storia che ha colorato questa Pasqua livornese. Tutto avviene lungo i fossi che separano la Fortezza da piazza della Repubblica, dove durante la notte di venerdì qualcuno ha fatto crollare uno dei blocchi in pietra della spalletta. Un vandalo, che con la sua bravata ha danneggiato sia una delle imbarcazioni ormeggiate là sotto sia la passerella che corre a filo d’acqua. Un gesto sconsiderato che ha dato però l’occasione ad uno dei proprietari delle barche, Domenico Sicilio, di dare sfogo alla sua curiosità.

 
L’uomo è andato a vedere il buco lasciato sulla spalletta armato di cacciavite, per provare a capire come fossero riusciti a sradicare il blocco. Ma anziché delle prove, ha trovato un piccolo tesoro: alcune monete antiche coniate nel 1859, alla vigilia dell’Unità d’Italia, forse le hanno lasciate sotto al masso come segno di buon auspicio i muratori che costruirono la struttura.
A chiamare i vigili urbani, nella prima mattinata di ieri, è stato uno dei proprietari delle barche ormeggiate sotto la spalletta di piazza della Repubblica, spiegando che sia la passeggiata sia una delle imbarcazioni erano state danneggiate dal blocco caduto giù e poi sprofondato sul fondale del fosso, distruggendo tutto quello che ha trovato lungo il suo volo.
Una volta sul posto, la polizia municipale ha dapprima messo in sicurezza il tratto e poi ha dato il via ai rilievi, ipotizzando da subito che si trattasse di un atto doloso.
Una teoria che ha trovato sempre più conferme: non solo perché sul buco lasciato dal blocco nella spalletta ci sono segni simili a quelli che potrebbe lasciare un piccone, ma anche perché è pensare che sia bastato un po' di vento per far cedere un masso in pietra come quelli che costeggiano i fossi.
E mentre la polizia era impegnata a ricostruire l’accaduto cercando eventuali tracce del colpevole, Sicilio, proprietario di una delle barche ormeggiate (per sua fortuna uscita incolume dall'episodio) è andato a curiosare sul buco rimasto aperto con un cacciavite e scavando nella polvere con un cacciavite ha trovato delle monete di due secoli fa, insieme ad un vecchio crocifisso e un bottone, questo invece di età molto più moderna.
Sono da 5 e 10 centesimi, il conio porta la data del 1859 e lungo i bordi si legge “Vittorio Emanuele Re d'Italia” e “Governo Provvisorio della Toscana”: monete che risalgono ai governi provvisori che fecero da apripista all'Unità d'Italia (avvenuta nel 1861).
Ma come sono finite là sotto? Secondo i funzionari del Museo di Storia Naturale di Livorno, che si sono presi in cura le monete almeno in questo primo momento per le analisi del caso, ipotizzano che possano essere state lasciate lì alla fine del lavori della costruzione della spalletta, avvenuta più o meno in quegli anni, postuma rispetto alla realizzazione di piazza della Repubblica che invece viene datata intorno al 1830 (all'epoca chiamata dei Granduchi). In questo quadro, combacerebbero anche le date, sia della realizzazione della spalletta sia del conio di queste monete.
Al termine di una grande costruzione, infatti, gli operai lasciavano delle monete sotto le ultime pietre sia come portafortuna, sia per lasciare un segno della loro opera.
Che stesse cercando proprio queste monete la persona che ha gettato di sotto il blocco? Una sorta di tombarolo appassionato di storia che anziché bazzicare i cimiteri costeggia i fossi?
Possibile, ma sconveniente per il vandalo, dato
che il loro prezzo sul mercato dei collezionisti non è poi così sconvolgente. Ma in ogni caso, resta una traccia del passato livornese, custodito lungo lo scorrer dei fossi, che ritorna a galla.

21/03/16

Michael Grab, l'artista che mette le pietre in equilibrio per ritrovare la pace interiore


https://it.wikipedia.org/wiki/Pietre_in_equilibrio descrive benissimo gli artisti balancer come MIcheal Grtab
gravityglue.com. sito di Michealk Grab


Seguite il progetto Gravity Glue su Facebook e guardate il video che dimostra la straordinaria abilità di Michael Grab.



 da  http://www.greenme.it/vivere/arte-e-cultura/17318-pietre-equilibrio-michael-grab



Mettere le pietre in equilibrio per ritrovare la pace, ci avevate mai pensato? Il fotografo di origini canadesi Michael Grab ha iniziato ad esplorare l'antica arte del disporre pietre e sassi in equilibrio nell'estate del 2008 durante un'escursione presso il Boulder Creek, in Colorado.
Negli anni ha sviluppato una vera e propria passione per questa forma d'arte. In breve tempo per l'artista mettere sassi e pietre in equilibrio è diventata una forma di meditazione. Durante i suoi esercizi non era raro che una piccola folla di persone si avvicinasse incuriosita per ammirare le sue opere.
Grab è attirato soprattutto dalla precarietà delle sue creazioni. Per renderle immortali sfrutta le proprie abilità di fotografo, che gli permettono di scattare immagini spettacolari che tutto il mondo può ammirare grazie alla condivisione sul web e sui social network. L'arte di mettere le pietre in equilibrio si chiama stone balancing.
La sua ricerca dell'equilibrio nell'arte riflette il desiderio di mantenere un punto fermo nella vita nonostante le numerose sfide che tutti noi dobbiamo affrontare. Ma come fa a realizzare le sue opere che ci lasciano senza parole? Molte delle sue sculture apparentemente sfidano la gravità e sembrano quasi provenire da un altro pianeta. Si potrebbe pensare che siano stati utilizzati dei collanti o altri supporti esterni, ma è così. Grab infatti sottolinea che l'unico fattore che mantiene le sue creazioni in equilibrio è proprio la forza di gravità. Pietre e sassi si supportano l'un l'altro. La capacità dell'artista è quella di accostarli scegliendo dei punti di contatto ben precisi per garantire l'equilibrio della struttura. Ad esempio in alcune pietre sono presenti delle rientranze o dei solchi naturali molto utili da questo punto di vista.





















05/02/15

Non ha mai giocato a bowling Nonnina fa strike al primo colpo

Ha 84 anni, e non ha mai giocato a bowling. I parenti le spiegano come deve fare. Lei afferra la palla, lancia, e fa strike. Il video è diventato virale anche su siti internazionali ed è stata creata una pagina Facebook in onore della nonnina.

21/11/13

la memoria al tempo d'internet , dei tablet, ihod , smartphone Esplora il significato del termine: «Mio padre a 93 anni si è ritrovato su YouTube in un video di guerra» Un filmato anonimo del ’42 di soldati in partenza. «Vedi quegli ufficiali sorridenti? Sono quelli che ci mandavano a morire»

"(...) Memoria pensosa e rovina di ciò che è passato in anticipo, lutto e melanconia, spettro dell'istante (stigme) e dello stile il cui scatto stesso vorrebbe toccare il punto cieco di uno sguardo che si guarda negli occhi e non è lontano dallo sprofondarvisi fino a perdere la vista per eccesso di lucidità. (...) "

[Jacques Derrida, Memorie di Cieco (L'Autoritratto e altre rovine)]


 dal corriere della  sera  del  21\11\2013  
YouTube ha 8 anni, mio padre 93. Fino a poche settimane fa non si erano mai incontrati: l’uno a inseguire il futuro tra miliardi di clic e nuovi Psy, l’altro aggrappato alla memoria per afferrare la coda della vita, sognando di allungarla all’infinito. Poi un giorno è accaduto, complice il tablet, e la memoria è diventata futuro, il presente un brivido intenso.
Mio padre si è riconosciuto, settant’anni prima, in un video anonimo girato nella caserma di Novara alla vigilia della partenza del suo reggimento per il fronte russo. Pochi secondi d’immagini sono bastati per riavvolgere il film di una vita intera. Come una nuova venuta al mondo, perché lui è uno di quegli uomini, ne rimangono pochi, che hanno vissuto due volte: prima e dopo la guerra, dentro e oltre l’orrore, quello vero, quello assoluto, alla Conrad. Un filmato di quasi due minuti, trovato per caso nell’infinità della Rete, girato da chissà chi... Ecco com’è andata.«Papà, guarda, questo è un piccolo computer». «Ma dai? - dice lui - Quella roba lì piccola e piatta un computer?». «Sì, basta scrivere il nome di quello che vuoi cercare e lui lo trova». Non l’avevo portato a caso, il tablet, da mio padre. Da qualche tempo, da quando le forze l’hanno abbandonato ed è confinato nello spazio di casa - lui ciclista da salite e pedalate Colnago -, viaggia all’indietro nel ricordo dei suoi anni, di «quegli» anni. Gli anni della guerra, dei tre fronti, della lunga prigionia in Russia.«Proviamo - m’interroga - a vedere se funziona. Scrivi “campagna di Russia”». Google sforna centinaia di siti. Ne scelgo uno che parla di reduci e di caduti. Troviamo nomi, i volti di qualche ragazzotto con la vitalità dei vent’anni ma l’inquadratura già fissa e sfumata delle epigrafi. «Capitano Toscano, cerca Toscano. E poi Olginati Pompeo, lo zio di tua madre. Aveva ventun’anni, è saltato in aria per una bomba qualche trincea più in là della mia».Ci sono tutti, con le date di nascita e di morte, luoghi lontani, ricordi che prendono vigore. «Sono l’unico a essere tornato vivo del mio paese», Bellinzago Lombardo, campagna milanese, un migliaio di anime contadine allora, qualcuna di più oggi. «Quando le mamme degli altri soldati m’incontravano per strada abbassavo gli occhi, provavo imbarazzo per essermi salvato al posto dei loro figli. A volte cambiavo strada, altre mi facevo forza e le affrontavo. Mi chiedevano: ma hai visto il mio Emilio? E il Pietro? E del Carlo, che ne è stato del Carlo? Ripetevo a tutte quello che avevo visto, quello che sapevo. Poi acceleravo il passo e filavo a casa». Si passa una mano sulla fronte, mimando il gesto che faceva quando portava l’elmetto, dopo essere scampato a un bombardamento. «Non ho mai sparato un colpo - dice in automatico, come a ribadire a se stesso l’idea che l’ha sempre sostenuto, allora come oggi - non ho mai pensato di poter uccidere un uomo».Poi rivolge lo sguardo al tablet, affascinato da quel quadretto luminescente. E insiste: «Prova con Sforzesca, la mia divisione». Clicco s-f-o-r-z-e-s-c-a e entro nel sito sforzesca.altervista.org. Ci sono tutte le notizie. Vado alla voce multimedia, trovo cinque filmati postati su YouTube. La data è 1942. «L’anno in cui sono partito per la Russia. E avevo già fatto due fronti». Clicco sul numero 4. Non so perché non seguo l’ordine normale, il cursore finisce subito sul 4. Il filmato comincia con l’inquadratura della scritta «Caserma Passalacqua».
video
P.s   se  non lo vedete lo trovate  qui 
http://www.corriere.it/cronache/13_novembre_21/mio-padre-93-anni-si-ritrovato-youtube-un-video-guerra-8b1a0abc-527f-11e3-b1ef-e7370d1a3340.shtml


«È la mia - si anima mio padre -. Quella di Novara, sono partito da lì. Riconosco il cortile, era tutto circondato da alberi». Le immagini scorrono veloci, in bianco e nero, come nelle comiche che da bambino guardavo in tv il sabato dopo la scuola; la musica che le accompagna, invece, è lenta e struggente. Si vede un plotone marciare e ufficiali conversare sorridenti nelle uniformi nere. «Eccoli lì, sono loro, quelli che ci mandavano a morire»; poi è ripreso il palco con un microfono, alcune donne sullo sfondo ad aggiustarsi il vestito della festa, prima di esibirsi per tenere alto il morale della truppa. E infine loro, i soldati, quelli che ricevono il pacco da portare al fronte per il viaggio in fondo alla notte: scatolette, tabacco, piccoli arnesi; quelli che salutano i parenti come si fa quando si parte per le vacanze; quelli che guardano fissi l’obiettivo della cinepresa o il vuoto che da lì a pochi giorni, nella steppa russa, li avrebbe inghiottiti. Ancora un primo piano su un gruppo di ufficiali, poi una carrellata sui soldati seduti in attesa dello spettacolo. Da destra a sinistra. Uno, due... «Papà, ma quello sei tu», dico sottovoce tra lo stupefatto e il timore di illuderlo. «Io? Dove?», si china in avanti. «Sì, eri tu, sei uguale a quelle foto che mi hai fatto vedere tante volte». Pausa, cursore del filmato all’indietro. Minuto 1 e 32 secondi.Mio padre mi chiede «la tavoletta», si avvicina al video, sgrana gli occhi. Play. Al minuto 1 e 35” metto in pausa e fermo l’immagine. «È vero, sono io», sussurra rialzandosi di scatto come a prendere le distanze da qualcosa che impressiona. «Fammelo rivedere». Una, due, dieci volte. E poi ancora. Alla sua destra due donne, una è crocerossina, alla sua sinistra un soldato. «Non lo riconosco, però quello dietro di me forse sì».Cinque secondi arrivati dal buco nero della storia, cinque secondi preziosi come la memoria. Guardo mio padre e mi chiedo se sia più felice o sconvolto. «Ho visto qualcosa - confessa - che non mi uscirà più dalla mente». Poi volta la testa e allontana il suo piatto dalla tavola apparecchiata. «Non ho fame, vado a stendermi un po’». Si passa la mano sugli occhi. Mia madre si avvicina e gli dice: «Sei ancora uguale ad allora». Settant’anni dopo. In mezzo la vita normale di un uomo comune: Francesco Brambilla, da sempre per tutti Mario, classe 1920, caporal maggiore del 54° Reggimento Fanteria. Un uomo normale con una storia speciale, che grazie a YouTube vivrà nel futuro. 

19/10/13

c'è amore più grande? Si sposano in chiesa dopo 80 anni di convivenza. Lui ha 103 anni, lei 99: che tenerezza .finchè morte non vi separi ?

finchè  morte non vi separi  ?  da www.oggi.it


video
se il  video non si vede    andate  qui
 http://www.oggi.it/video/curiosita/2013/10/17/si-sposano-in-chiesa-dopo-80-anni-di-convivenza-lui-ha-103-anni-lei-99-che-tenerezza/


Una storia d’amore vero e tenerezza che arriva dal Paraguay. Lui si chiama Jose Manuel Riella e ha 103 anni, lei Martina Lopez e di anni ne ha 99. E dopo ben 80 anni di convivenza (e 40 di matrimonio civile), hanno deciso di sposarsi anche con rito religioso, con tanto di abito bianco per lei. La coppia ha già otto figli e ben 50 nipoti, tutti presenti alla cerimonia a Santa Rosa. Un evento, in effetti, imperdibile (lapresse) Aggiornato al 17 ottobre 2013

09/10/12

Gandhi: puritano, misogino e sessista? oppure si tratta di una decontestualizzazione ?

da  http://blog.donnamoderna.com/sessoeluna/


114349563_844e692d48.jpgSono consapevole del fatto che, in un mondo così privo di valori come quello in cui viviamo, parlare male di Gandhi sia un po’ come sparare sulla Croce Rossa….
Però, sono altrettanto convinta di almeno due cose: 1) che la storia debba sempre prevalere sul mito 2) che gli Eroi umani non siano mai totalmente deificabili, in quanto sono fatti di materia molto fragile, come del resto tutti noi.
E allora, anche il grandissimo Ghandi può (e deve) essere guardato non solo come un mito o come un Eroe, ma anche come un uomo del suo tempo, che pensava, diceva e faceva cose che, con il passare degli anni, non appaiono più condivisibili.
Se la revisione storica colpisce tutti i personaggi, compreso Gesù Cristo, figuriamoci se non poteva colpire anche Gandhi, l’uomo che liberò l’India e distrusse il potente impero britannico senza mai alzare la voce, solo con il suo movimento non violento.
Un articolo pubblicato qualche giorno fa sul giornale progressista britannico The Guardian e firmato da Michael Connellan, uno scrittore che vive a Nuova Delhi, descrive un Gandhi molto diverso da quello che tutti noi conosciamo e celebriamo, soprattutto quando si parla di diritti umani.
Il leader spirituale indiano viene presentato in questo articolo come un uomo non particolarmente attento e sensibile verso il genere femminile: un personaggio che oggi potrebbe essere definito in modo spregiativo un “puritano“, oltre che sessista emisogino. Ecco allora la sintesi dell’articolo:
Il Mahatma (che significa “Grande Anima”) ha fortemente contribuito a rendere l’India una delle nazioni più represse, dal punto di vista sessuale, che esistono al mondo, ed un luogo veramente terribile per le donne.
Gandhi disprezzava infatti i propri desideri sessuali, e disprezzava il sesso in qualsiasi contesto, tranne che per la procreazione.  Riteneva che il sesso fosse dannoso per la salute di un individuo, e che la libertà sessuale avrebbe portato la popolazione indiana al fallimento. Per questo dunque, racconta Connellan, consegnò il suo Paese a quello cheMartin Lutero chiamava, già ai suoi tempi “l’inferno del celibato”. Il Mahatma stesso fece del resto voto di castità (senza peraltro consultare la moglie).
Nei discorsi di Gandhi, così come nelle ricostruzioni storiche dei suoi agiografi, si sostiene che le donne dovevano essere considerate pari agli uomini e che il loro inserimento a pieno titolo nella società sarebbe stato fondamentale nella lotta per l’indipendenza dell’India. Niente dunque avrebbe potuto lasciar supporre un pregiudizio così forte di Gandhi verso le donne, anche perché la stessa forma di protesta da lui adottata, quella “non violenta”, viene da sempre considerata come un metodo di lotta “femminile”, capace di neutralizzare con la non violenza la brutalità “maschile” del dominio britannico.
Sembra però, da molti fatti e fattarelli, che Gandhi sulle questioni di genere la pensasse in modo decisamente ostile alle donne. Ad esempio, quando il leader spirituale indiano era ancora un dissidente in Sud Africa e scoprì che un uomo aveva molesto due ragazze, sue seguaci, Gandhi rispose a questa violenza tagliando personalmente i capelli delle due giovani, al fine di “neutralizzare l’occhio del peccatore “, che veniva così “sterilizzato”. Gandhi stesso parlò di questo episodio nei suoi scritti, lasciando trasparire un messaggio durissimo verso il genere femminile: le donne hanno la responsabilità delle aggressioni a sfondo sessuale che subiscono.
Una tale eredità culturale sembra che permanga ancora, nell’India moderna. Nell’estate del 2009 ad esempio, in alcuni Colleges dell’India del nord vi furono casi di molestie sessuali sulle studentesse. La reazione delle autorità fu quella di vietare alle donne di indossare i jeans, poiché il vestire all’occidentale veniva percepita, già di per sé, come una “provocazione” femminile da parte dei maschi del campus.
Gandhi pensava che le donne violentate perdessero il loro valore in quanto esseri umani. Sosteneva inoltre che i padri potevano essere giustificati nell’uccidere le figlie che avevano subito una violenza, per il bene della famiglia e l’onore della comunità.
Gandhi, stranamente, vista la povertà della nazione, condusse anche una guerra contro icontraccettivi, definendo apertamente le donne indiane che li usavano come “prostitute”.
Altra stranezza: per mettere alla prova il suo voto di castità, Gandhi cominciò a dormire accanto a giovani donne nude o svestite, compresa sua nipote, causando sconcerto fra i suoi discepoli.
Verso la fine della sua vita, la Grande Anima moderò moltissimo le sue idee, ma ormai, sempre secondo l’autore dell’articolo, il danno era fatto, e questa eredità culturale la si può osservare ancor oggi in ogni articolo di giornale, quando si racconta che la vittima di uno stupro si è suicidata, a causa della “vergogna“.
Per un’altra generazione dunque, dopo quella di Gandhi, sarebbe sopravvissuto l’atteggiamento gandhiano verso le donne, che possono essere tutt’oggi considerate, a seconda del loro comportamento, fonte di orgoglio o di vergogna, per gli uomini che le “possiedono”.Secondo lo scrittore indiano Singh Khushwant, citato nell’articolo, “i nove decimi della violenza e della infelicità di questo Paese deriva dalla repressione sessuale”. L’India di oggi, secondo il World Economic Forum, è, tra l’altro, uno tra i Paesi del mondo in cui la parità uomo-donna è meno realizzata.
I riformatori indiani si battono duramente contro le consuetudini del patriarcato, della dote, dei delitti d’onore, così come contro l’Aids, il feticidio femminile o l’abbandono delle bambine appena nate, ma hanno difficoltà a superare questi antichi costumi e pregiudizi indiani che non solo non sono stati combattuti da Gandhi, ma che anzi sarebbero stati da questi avvalorati.
Se la genialità di Gandhi fu dunque quella di realizzare una grandissima rivoluzione politica non-violenta, ricorda Connellan, la violenza dei suoi pensieri nei confronti delle donne ha contribuito ad incentivare innumerevoli delitti d’onore e ad una grande sofferenza fra la popolazione femminile dell’India.
Potremmo concludere con questa incisiva citazione di George Orwell, che ho letto nell’articolo: “i santi dovrebbero essere considerati colpevoli fino a che non vi è la prova che essi sono innocenti” (Reflections on Gandhi, 1949). Bella citazione, certo, che ci riporta al discorso iniziale, ovvero che la santità non è di questo mondo.
Permettetemi però di lasciarvi sempre con Orwell, ma con un’altra sua brillante citazione: “Se la libertà significa qualcosa, allora significa il diritto di dire alla gente anche le cose che non vuole sentire”…. Questo significa non solo raccontare questi fatti poco gratificanti sul massimo leader spirituale indiano, ma anche poter dire agli inglesi tutti, conservatori e progressisti, che scrivano sul Guardian, così come sul Times, che non possiamo far finta di non capire che per loro la perdita del sub-continente indiano, ad opera di Gandhi, è ancora una ferita molto difficile da rimarginare.
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Immagine: DbKing

21/07/12

Bagnanti-spazzini per ripulire la spiaggia Porto Torres, riempiti diversi sacchi di spazzatura lasciata sull’arenile

la  nuova  sardegna online di Gavino Masia
PORTO TORRES. Cittadini e turisti si sono improvvisati spazzini ieri mattina nella spiaggia di Balai, per ripulirla da rifiuti di ogni tipo provenienti dai continui bivacchi notturni che invadono il litorale turritano. «Abbiamo raccolto due buste grandi di mondezza _ hanno detto i bagnanti ecologisti _, perché già dalle 8 del mattino l’arenile si presentava in condizioni pessime e indecorose. Non è certo bello venire in spiaggia è vedere bottiglie, ombrelloni rotti e altri rifiuti che mal si coniugano con la bellezza che offrono il mare e la baia di Balai». Hanno protestato in tanti per lo sconcio mattutino lasciato dagli idioti nemici della raccolta differenziata, e soprattutto per la mancanza di controlli che permettono di rovinare seppur parzialmente la spiaggia durante le ore notturne. «Se dovesse accadere ancora una volta di vedere rifiuti in spiaggia dalle prime ore del mattino _ ha promesso un bagnante _, mi attiverò nuovamente come operatore ecologico per raccogliere i rifiuti e poi porterò le buste della spazzatura davanti all’ingresso del Comune». Una situazione che sta diventando antipatica, insomma, e che merita una attenzione particolare affinché non degeneri dal punto di vista igienico e sanitario. La speranza è che venga attivato il servizio di salvamento, da quest’anno a carico della Provincia di Sassari, pure nella spiaggia di Balai: essendo già arrivata l’autorizzazione dell’Autorità portuale, come annunciato dall’amministrazione comunale, seppur in ritardo non sarebbe male vedere all’opera una èquipe di bagnini che si occupano di sorvegliare in lungo e largo l’arenile di Balai. Da troppo tempo il litorale portotorrese sembra preso di mira da vandali, vedi la zampa rotta alla statua che raffigura la tartaruga marina, e i “resti” degli accampamenti notturni che vengono lasciati regolarmente sul muretto e sulla spiaggia come segno tangibile di maleducazione e inciviltà. Balai è affollata quotidianamente da bagnanti, molti provenienti anche da località vicine dove si paga il parcheggio, che possono godere dei parchi vicini per prendere il sole o fare una passeggiata salutare lungo la pista ciclabile. Una risorsa importante per tutto il territorio dell’area vasta, dunque, che ha necessità di essere preservata con il contributo di tutti.

29/04/12

chi ha detto che in ristorante si debba solo mangiare ? Cagliari Un ristorante diventa occasione di riscatto La locanda dei Buoni e Cattivi è stata premiata come migliore progetto di impresa sociale in Italia



Ecco  un esempio di come un ristorante   sia anche  cultura  e valorizzazione delle diversità  . Nel loro sito   in particolare qui    trovate maggiori dettagli   e il file  audio    di cui si  parla   nell'articolo  sotto preso dalla  nuova  sardegna  online   . Un oasi di pace  in pieno centro : << La Locanda dei Buoni e Cattivi è un posto particolare. E' un bellissimo bed & breakfast con un ottimo ristorante. Un'elegante villa nel cuore di Cagliari, a due passi dal centro storico ed a pochi chilometri dal mare più bello.La Locanda è un ambiente riservato e silenzioso, circondato da un ampio giardino dove puoi essere disturbato solo dalle nostre due rumorosissime tartarughe (Buona e Cattiva). Ma la Locanda non è solo questo. La Locanda dei Buoni e Cattivi si trova a poche centinaia di metri dalla stazione e dal porto, a 10 minuti dall'aeroporto di Elmas. A piedi di raggiunge il Palazzo della Regione, le principali facoltà dell'Università di Cagliari, il Teatro Massimo, il centro della città. >>(  dalla loro home  )
ecco  l'articolo della  nuova 
CAGLIARI. La «Locanda dei Buoni e Cattivi» è stata premiata come migliore progetto di impresa sociale in Italia e ora la onlus «Domus de luna» affiancherà alla gestione delle quattro comunità alloggio e cura, destinate alla tutela di minori e madri in difficoltà, un nuovo modello di ristorazione e ospitalità   La «Locanda dei Buoni e Cattivi» ha presentato venerdì sera una nuova proposta che, come ha spiegato il presidente Ugo Bressanello, «vuole far emergere l'orgoglio e la voglia di riscatto dei ragazzi e delle mamme che vivono nella comunità». Non solo assistenza, ma offerta di un servizio di alta qualità: un ristorante serale. Venerdì sera ai fornelli della locanda di via Veneto, durante l'ora dell'aperitivo, lo chef Paolo Ghiani e la giornalista radiofonica Valeria Benatti hanno preparato stuzzichini e manicaretti tratti dall'ultimo libro culinario, “Kitchen in love”, della conduttrice dell'omonimo programma trasmesso su FoxLife e su Rtl 102.5. Gli ospiti hanno potuto apprezzare il risultato della sperimentazione culinaria, “sardizzata per l'occasione”, inaugurando l'apertura serale della «Locanda dei Buoni e Cattivi», voluta dalla fondazione “Domus de Luna” per celebrare il premio nazionale come miglior progetto di impresa sociale. Il ristorante, aperto a pranzo già da due mesi, orà ospiterà i clienti anche il venerdì sera. Nell’allestimento della nuova iniziativa, che ha un obiettivo ben preciso: dare una possibilità di riscatto a chi lo merita, è stata riservata un'attenzione particolare agli arredi, ma naturalmente un grande risalto sarà sempre dato alla preparazione delle pietanze. Le giovani e le madri della fondazione continueranno a gestire attivamente il bed & breakfast, mentre il ristorante sarà mandato avanti dai figli e dai ragazzi in carico alla Fondazione con l’obiettivo di restituirli alla società con una professionalità acquisita nel percorso di recupero.Il supporto dello chef Roberto Petza, con l’Accademia Casa Puddu, ha permesso ai ragazzi di intraprendere un percorso di crescita professionale che combinerà qualità, semplicità e genuinità. L'utilizzo di materie prime di qualità e il rispetto per l'ambiente sono scelte di gusto e di etica: i prodotti, arriveranno dall’orto della Locanda, coltivati dalle mamme di Domus de Luna, frutta e verdura biologiche saranno forniti dalla cooperativa PocoPoco. L’olio proviene dalla comunità La Collina, mentre riso e legumi sono coltivati dall’associazione Libera nei terreni confiscati alle mafie.«Domus de luna onlus» è nata nel 2005 a sostegno di bambini, ragazzi e mamme in situazione di estremo disagio. Opera anche con i ragazzi del carcere minorile ed è attiva nelle scuole e nei centri sociali della Sardegna, a Palermo e all’Aquila, con progetti che si servono della musica e dell'arte come mezzo per facilitare la comunicazione con i giovani.

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