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05/12/15

Sesso, spiritualità e ironia nei libri di Cristian A. Porcino Ferrara. Intervista al filosofo catanese


Due libri in un solo anno. “Pensiero Riflesso” è un saggio divulgativo che parla di filosofia con un’attenzione particolare rivolta verso tutti. Ironia, competenza e passione sono caratteristiche che si riscontrano nella lettura di questo testo definito dalla critica “gioioso”. Mentre in “Tutta colpa del whisky” Cristian A. Porcino Ferrara si affida ai versi poetici e alla prosa per aprire, come uno scrigno, il proprio cuore e intelletto al lettore. E ci riesce con una precisione chirurgica evidenziata
dalla terminologia ben precisa e una sensibilità disarmante. Rivive in lui l’impeto di Novalis e la forza espressiva di Thoreau; il tutto sapientamente miscelato da una notevole verve linguistica. Ho incontrato l’autore per una piccola ma significativa chiacchierata su alcuni argomenti da lui sviluppati. L’appuntamento è fissato per le ore 10.00 di una freddosa mattinata novembrina. L’autore arriva con largo anticipo e di comune accordo decidiamo di conversare seduti su una panchina dell’ex monastero dei Benedettini, storica sede della facoltà di Lettere e Filosofia di Catania.

1)      Nel capitolo “Filosofia e sessualità”, incluso nel libro “Pensiero Riflesso”, lei insiste sul lato spirituale di ogni essere umano e sulla mortificazione corporea operata dalle religioni. Può spiegarci questo concetto?
«L’uomo contemporaneo è malato di sesso. Non è più in grado di amare e di sperimentare i suoi sentimenti. Ne parla tanto, legge libri porno splatter, lo guarda nei canali preposti e ne fa, però, sempre meno. L’interesse si esaurisce in pochissimo tempo e, di fatto, svilisce la sua natura. Non siamo solo un corpo. Ciò che ho inteso descrivere nel libro consiste proprio nel delineare la liberalizzazione della nostra sessualità. Ciascuno di noi ha diritto di vivere la propria sessualità senza doverne rendere conto a nessun prete, rabbino, imam, monaco buddista, guru, asceta induista o altro pettegolo di turno. Tale liberazione dal condizionamento sessuale legato, in qualche modo, ai dogmi e precetti religiosi non ci ha reso, però, davvero liberi di sperimentarsi e accertarci. Non possiamo mortificare il corpo e le sue esigenze, ma non possiamo nemmeno ignorare le continue istanze del nostro spirito. Corpo e spirito non sono due entità separate. E in tutto questo non c’entra nulla la religione. La mia è una riflessione filosofica sulla sessualità e non un manuale di sessuologia.»

2)      Lei in “Pensiero Riflesso” scrive di rifiutare il concetto di peccato. Perché?
«Io mi definisco un soggetto senza peccato perché non accetto l’idea inculcata dalle religioni di essere considerato a priori in errore. Mi sembra una banalizzazione dell’esistere. Ciò che taluni chiamano peccato io lo chiamo, invece, vivere. Si cade in errore e si impara anche da quello che abbiamo sbagliato, ma non esistono colpe che devono essere mondate da qualcuno. Soprattutto non esistono colpe commesse da personaggi mitologici e per di più  tramandabili da una generazione all’altra. Sostenere questo è un po’ come pensare che quello che ci accade è colpa di Zeus, Voldemort o la strega Bacheca. Lascio ad altri il privilegio di avvertirsi continuamente come dei “poveri peccatori” da redimere.»


3)      In “Tutta colpa del whisky” troviamo la poesia “O-DIO” . Lei sostiene che il termine italiano di odio include, in modo implicito, il lato negativo di ogni espressione religiosa. Perché?
«Esattamente. Nella parola odio è inteso lo stretto legame dell’essere umano con la divinità idealizzata. Attenzione parlo di costruzione ideologica e non del vero legame con la divinità in cui si crede. Tutte le religioni sono state create dagli esseri umani, e di conseguenza sono portatrici di conflitti e delusioni. Ovviamente tutto questo esula dalla concezione personale e individuale di Dio. Io la penso proprio come Albert Einstein. Davanti alle leggi ignote dell’intero universo tutti noi siamo proprio come quel bambino che entra in una biblioteca ricca di volumi scritti in lingue diverse. Si domanda chi ha redatto quei volumi ma non sa chi o perché. Il bambino sospetta che ci sia qualcosa o qualcuno dietro quell’ordine ma non sa decifrarlo o spiegarlo. Il mistero lo affascina e lo spinge alla continua ricerca del significato nascosto. Per quanto mi riguarda non ho ancora trovato tale traduttore universale e mi tengo strettamente privato il mio rapporto e la mia visione di Dio. »

4)      Ma non crede che certi ideali religiosi possono essere strumentalizzati da interessi politici?
«Spesso religione e politica si sono rivelati due lati perfetti della stessa medaglia e questo lo aveva ben capito Baruch Spinoza. Però rimango affascinato da tutte le religioni perché in ciascuna confessione esiste il concetto di fondo di anelare al Bene supremo. Ben altro discorso è come lo si raggiunge  e, per l’appunto, con quali mezzi. Da filosofo mi astengo dai giudizi di valore. Li lascio ai populisti che popolano i palinsesti televisivi. Mi preme sottolineare che le religioni, e i propri fedeli, dovrebbero frequentarsi di più e concentrarsi maggiormente su quello che li unisce e non solo su quello che li differenzia. Il Dalai Lama, ad esempio, ne ha sposato la causa.»

5)      Su quest’ultimo punto mi ha fatto venire in mente il caso Oriana Fallaci da lei trattato in “Tutta colpa del whisky”. Sa che in questo periodo la Fallaci è stata citata nuovamente a sostegno delle tesi anti islamiche? Cosa ne pensa?
«Recentemente Marco Travaglio ha detto che Oriana Fallaci era una grande scrittrice ma una pessima giornalista perché aveva un rapporto soggettivo con la verità. Va bene, tuttavia Fallaci non è mica l’unica  a trovarsi in queste condizioni. Almeno lei aveva un talento indiscutibile da narratrice, laddove in tv e nelle redazioni dei giornali  si vedono, invece, molti pennivendoli di dubbio talento. Chi cita  Oriana Fallaci quasi sicuramente non ha letto le opere della scrittrice fiorentina e ha distorto, volutamente, il pensiero. Dietro certe sue affermazioni non c’è solamente rabbia ma soprattutto scarsa conoscenza della materia trattata. Affermare che ogni musulmano è un terrorista è come dire che ogni cattolico è un pedofilo perché certi preti e cardinali si sono macchiati di tale abominio. Inutile tirare fuori dal cassetto il versetto coranico detto della spada. Anche nella Bibbia troviamo frasi durissime e fraintendibili. Si veda Esodo 21:24-27 oppure  Levitico 24:19-20. Chi uccide in nome di Dio è un criminale, punto. Non importa la confessione religiosa dell’assassino o degli assassini. Restano criminali a prescindere dal loro credo. Come ci ricorda costantemente papa Francesco non si può uccidere per conto di Dio. Chi crede in una divinità deve essere testimone di pace. Fortunamente il cattolicesimo ha in Bergoglio non solo un punto di riferimento solido, bensì un vero pellegrino di Pace e di Speranza che si spende quotidianamente per la fratellanza universale. Come vede questo papa è riuscito a conquistare anche un laico come me.»
(A.   Milazzo)




28/09/14

" la solitudine non va mai in vacanza "ne parlo con Cristian porcino



.di solito intervisto gli autori sulle ultime opere . Ma le domande su "Un'Altra vita" ( qui una rassegna stampa ) che volevo fargli sono già state fatte da un altro ( vedere miei post precedenti) e quindi l'intervista \ chiacchierata con l'autore , Cristian Porcino ( foto a destra  presa   dal suo account  di facebook )  , sarà a 360° sulle   riedizioni  di   La solitudine non va mai in vacanza" 




e   di "Sulla pena di morte. Da Beccaria ad oggi " 






come mai ha voluto ristampare a distanza di 4 anni questi tuoi due libri . Hai qualcosa di nuovo da dire ?


«Per quanto riguarda “Sulla pena di morte. Da Beccaria ad oggi” non ero soddisfatto dell’edizione che la casa editrice mandò in stampa quattro anni fa e così, dopo la scadenza del contratto, mi sono riappropriato di un testo che sentivo molto vicino e l’ho rinnovato aggiungendo nuove sezioni e considerazioni, curando anche la veste grafica del libro. Il problema della pena di morte non è stato ancora risolto, anzi. Proprio per tale motivo ritengo ancor più valide le mie riflessioni contenute nella nuova edizione. Mentre “La solitudine non va mai in vacanza” esce a tre anni dalla sua prima edizione. Anche in questo caso i problemi legati alla casa editrice non mi hanno permesso di divulgarlo nella maniera più giusta. Diciamo che era giunto il momento di vederli vivere in una prospettiva più consona ai temi trattati.»


lo so che sei un tipo poliedrico e quindi estraneo ogni inquadramento e catalogazione . Ma te lo chiedo lo stesso . In che genere metti il tuo libro la solitudine non va mai in vacanza . In quello del teatrale , la tragedia principalmente o in quella del racconto psico - noir ?


« “La solitudine non va mai in vacanza” è una raccolta di racconti. I temi trattati sono diversi e nessuno di questi è simile all’altro. Troviamo il racconto d’amore, quello storico, quello mitologico, quello gotico, etc. Forse il mio libro, nel suo insieme, racchiude tutti i generi da te citati»


ateo , laico , credente ?

«Io mi definisco sempre un uomo alla ricerca della verità. Non appartengo a nessuna religione preposta al culto e in quanto filosofo ritengo l’immobilismo ideologico così come quello spirituale un danno per la nostra evoluzione interiore. Il fanatismo religioso mi spaventa così come chi professa solide certezze; da questa convinzione è scaturita l’idea del racconto “Il regno di Nichil” e il romanzo “Un’altra vita”. Troppo spesso crediamo in delle verità che potrebbero rivelarsi delle chimere o peggio ancora fantasie mal riposte. Essere ricettivi e guardare costantemente attorno allarga la prospettiva della nostra esistenza terrena. Poi il tema della religione è un fattore molto complesso. Come ho già detto in altre occasioni tutti noi siamo in qualche modo influenzati dalla religione che abbiamo respirato sin da piccoli. Per tale motivo non amo definirmi in nessun modo in ambito religioso, proprio per non essere facilmente frainteso oppure omologato in determinate schieramenti.»





Quando affermi : << l’uomo è votato per sua natura alla solitudine, e il suo compito è quello di emanciparsi dall'incubo della sua morte civile riuscendo a fare di se stesso branco, massa. Più si distaccherà dal gruppo e dalle sue leggi convenzionali non scritte, e più sarà a sua volta allontanato. Ogni tentativo di essere “folle e affamato” lo porterà a percorrere una strada lunga e tortuosa verso la totale emarginazione. L’intellettuale, vale a dire colui che pensa con la propria testa, sarà considerato alla stregua dei ratti, dei surmolotti insediati in città, ma costretti a far ritorno nelle fogne >>. desumo che vedi la solitudine come un qualcosa di positivo e quindi inviti all'anacoretismo oppure vedi la solitudine come un qualcosa che non si può rimuovere \ cancellare ma solo trasformare in opera d'arte ? o un rapimento e sensuale come la canzone sotto citata 







«Nel mio libro “I cantautori e la filosofia da Battiato a Zero” pubblicato dalle Edizioni Libreria Croce nel 2008 ho trattato la canzone “E ti vengo a cercare” che tu citi. In quel testo Franco Battiato parla della costante ricerca di Dio nella nostra esistenza. Il tentativo di isolarsi per estraniarsi dai marasmi della quotidianità ci portano ad investigare e trovare quell’immagine divina che è già dentro di noi. La solitudine non è né un bene né un male, semplicemente fa parte dell’essere umano. Abbiamo paura della solitudine perché temiamo di rimanere soli con noi stessi e con la voce della nostra coscienza. Dobbiamo invece imparare ad ascoltarci. Santi, asceti, mistici hanno sperimentato su di sé l’esperienza della solitudine ma hanno trovato nella loro fede e nel loro Dio quell’oasi di benessere che spesso non avvertivano nel mondo degli uomini. Ciò che auspico nella nota conclusiva de “La solitudine non va mai in vacanza” è il coraggio di riappropriarsi della propria coscienza di esseri pensanti e di non temere l’emarginazione sociale. Essere uomini liberi è un prezzo faticoso da pagare, ma ne vale davvero la pena. Altrimenti, se si temono le conseguenze, c’è sempre il branco che aspetta con impazienza di annoverare nel suo club un altro soggetto non pensante.»




cuore o mente ? 


«Il cuore è un organo come tanti altri e francamente ho sempre detestato coloro i quali dicono di scrivere con il cuore. Si scrive con la tecnica, la passione ed il talento. Non capisco perché nessuno cita mai il fegato o la milza. Siamo forse classisti anche con gli organi interni? Quando scrivo impiego ogni centimetro del mio corpo, pensiamo alla postura della schiena, alle mani, agli occhi, etc. Per quanto mi riguarda preferisco seguire la mente e in qualche modo faccio tesoro del consiglio che mi diede il filosofo Manlio Sgalambro, cioè seguire sempre i dettami della ragione. E poi il cuore mente spesso!»




Nel libro Sulla pena di morte. Da Beccaria ad oggi hai dimenticato l'opera il miglio verde . Perchè ? si tratta di una svista ?


«No Giuseppe, non è stata una dimenticanza o svista. Semplicemente ho citato i libri che attingevano alla realtà e non alla fantasia. Lo splendido libro di Stephen King, che per altro adoro, era poco pertinente con l’impostazione del mio testo in cui ho riportato la testimonianza di scrittori che in qualche modo hanno toccato e sperimentato da vicino il problema della pena di morte.»


Come mai hai scelto la forma del saggio e non quella come fa di solito del romanzo \ racconto ?

«Il problema della pena di morte è un tema talmente serio e vasto che non potevo trattarlo attraverso un racconto. Mi premeva delineare l’evoluzione o involuzione del pensiero moderno proprio a partire dall’opera di Cesare Beccaria fino ad arrivare ai nostri giorni. Il saggio ti permette di raccontare gli eventi seguendo una linea cronologica fatta da diversi fattori come le opere di studiosi e autori che si sono spesi nella loro vita per documentare e far conoscere al mondo l’orrore che si cela dietro la pena capitale. Ritengo quindi più giusta la forma saggistica rispetto al romanzo-racconto»


Non c'è il rischio che un giovane lettore , poco avulso ( ovviamente generalizzando ) a tali forme s'annoi o peggio lo rifiuti aprioristicamente ?


«Ma sai Giuseppe, i giovani nella maggior parte dei casi sono poco interessati alla lettura. Sono molto presi dai social network, dagli smartphon, playstation, etc. Questo è un fenomeno comune in molti stati europei ma in Italia tocca apici che fanno davvero rabbrividire. In America, ad esempio, gli acquisti mensili di libri da parte di ragazzi è molto più alta di quelli di un giovane italiano. C’è tutta un’altra mentalità. La scuola e la società indirizzano e incoraggiano alla lettura sin da piccoli. Proprio per questo mi sento onorato dell’uscita del mio primo libro in lingua inglese con editore americano dal titolo “Born Too Late to a World Too Old”. In Usa la letteratura è presa in gran considerazione mentre nel nostro paese purtroppo no! Ma per ritornare alla tua domanda non credo quindi che si lasceranno influenzare dalla categoria da me scelta. Se i giovani desiderano leggere qualcosa sulla pena di morte si accosteranno alla mia opera senza alcun tipo di preconcetto»


leggendo l'introduzione e il primo capitolo mi viene in mente la domanda ( la stessa che fanno a paperino in La filosofia di paperino n 3054 di topolino foto sotto al centro  e  a  sinistra     ) noi siamo padroni del nostro destino ... oppure la sorte a governarci ?  


«Siamo noi i padroni del nostro destino, almeno nella misura in cui non ci facciamo abbindolare da squallidi imbonitori che ci vendono felicità illusorie agli angoli della strada. Decidiamo il percorso da seguire anche se il nostro destino ha sempre in salvo per noi delle sorprese. Dovremmo imparare a cogliere i segnali che ci vengono inviati continuamente, ma siamo totalmente incapaci di decriptare questi messaggi. In verità è molto difficile stabilire con certezza se siamo noi a governare la sorte o viceversa. Nel dubbio cerchiamo almeno di rispettare tutto ciò che circonda. Ogni offesa gratuita che rivolgiamo a qualcuno prima poi ci verrà restituita indietro. Ogni nostro gesto ha una sua conseguenza nell’universo, e fino a quando continueremo ad ignorare che siamo parte del tutto e non il perno su cui ruota il mondo, i nostri occhi saranno bendati e la verità sulla nostra vera essenza non ci sarà mai svelata.»


visto che le masse ( ovviamente non tutti\e ) appena sentono parlare di reati infami e turpi come la pedofilia e stragi o infanticidi chiedono la pena di morte , tu cosa proporresti come pene alternative


«Anche se non sono un giurista e non posso dare delle indicazioni tecniche per cambiare realmente la situazione, nel libro ho indicato alcune soluzioni. Sicuramente una seria applicazione della legge, con pene certe e non aleatorie possono calmare l’animo giustamente irato e indignato dei cittadini. Bisogna ricordare che l’ergastolo, ad esempio, è già di per sé una morte civile per il reo. Non per forza quindi bisogna procedere con l’assassinio di Stato per tamponare la criminalità umana. In questi anni in Italia si sono aperti molti dibattiti sul ripristino della pena di morte a causa di un delinquere sempre più in aumento. Mi rendo conto che vedere in libertà gli assassini e i malfattori genera nelle persone un senso di smarrimento, ma come affrontato nel libro, la pena capitale non arresta e non reprime gli istinti omicidi degli individui. Bisogna punire i colpevoli di reati gravissimi con una severa reclusione carceraria e non dare la possibilità di uscire senza aver scontato il massimo della pena stabilita. Penso ad esempio ai pirati della strada che investono le loro vittime e non tentano nemmeno di soccorrerle. In America esistono sentenze di condanne che stabiliscono criteri ben precisi; ovvero la negazione al reo di poter accedere a pene alternative. Dal mio punto di vista è totalmente inutile mettere in semilibertà un soggetto mentalmente e sessualmente disturbato come un pedofilo. Senza cure adeguate non può essere messo in condizione di nuocere ad altri innocenti. Una legge severa ma giusta può aiutare gli uomini dall’ evocare a gran voce metodi barbari come la pena di morte.»

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