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20/07/17

in cammino nonostante tutto

  consigliata  Modena City Ramblers - La Strada

siamo alle solite !! se qualcosa andrà storto \ male la colpa sarà solo mia e se andrà bene i meriti se li prenderanno gli altri . Ormai dovrei esserci abituato ma è difficile alle ingiustizie piccole e grandi che siano . Devo sbrigarmi ad imparare ed andare avanti 




rincominciare a viaggiare nella strada della vita

16/03/17

non sempre vale la regola La vita non è perfetta, le vite nei film sono perfette. Belle o brutte, ma perfette. Nei film non ci sono tempi morti, mai ! il caso di Starsky e Hutch e la loro l'amicizia quarantennale

  in sottofondo Musica celtica irlandese allegra bellissima moderna motivazionale positiva strumentale

Lo so  che

La vita non è perfetta, le vite nei film sono perfette. Belle o brutte, ma perfette. Nei film non ci sono tempi morti, mai ! E voi ne sapete qualcosa di tempi morti, eh?

ma  volte   succede  contemporaneamente  nelle opere  cinematografiche    ,vedi  il film


 

Un film stupendo, scorrevole dall'inizio alla fine e magistralmente interpretato.
La vita derelitta di Driss, tra carcere, ricerca di sussidi statali e un rapporto non facile con la famiglia, subisce un'impennata quando, a sorpresa, il miliardario paraplegico Philippe lo sceglie come proprio aiutante personale. Incaricato di stargli sempre accanto per spostarlo, lavarlo, aiutarlo nella fisioterapia e via dicendo, Driss non tiene a freno la sua personalità poco austera e contenuta. Diventa così l'elemento perturbatore in un ordine alto borghese fatto di regole e paletti, un portatore sano di vitalità e scurrilità che stringe un legame di sincera amicizia con il suo superiore, cambiandogli in meglio la vita.
Il campione d'incassi in patria (con cifre spaventose) è anche un campione d'integrazione tra i più classici estremi. La Francia bianca e ricca che incontra quella di prima generazione e mezza (nati all'estero ma cresciuti in Francia), povera e piena di problemi.
Il film è ispirato ad una storia vera, quella di Philippe Pozzo di Borgo, tetraplegico dal 1993, ed il suo rapporto con Yasmin Abdel Sellou, suo aiuto domestico.

 E la storia    di  
  da  unione  sarda  Oggi alle 12:15 - ultimo aggiornamento alle 13:28

Starsky e Hutch, l'amicizia quarantennale che commuove il web





Paul Michael Glaser (Starsky) spinge la carrozzella di David Soul (Hutch)



erano gli anni Settanta e la serie tv "Starsky & Hutch" entrava di diritto nell'olimpo dei polizieschi americani, con il suo rituale di sgommate, testacoda e esplosioni.
I protagonisti, Paul Michael Glaser e David Soul, erano due agenti sempre a caccia di criminali e banditi, uniti da un forte legame di amicizia.
Legame che evidentemente è proseguito anche nella vita e che è sopravvissuto a quarant'anni di distanza dal successo di quegli episodi, tuttora trasmessi in tutto il mondo.



Ai tempi di "Starsky & Hutch", serie cult degli anni 70



Lo dimostra la foto diventata virale sul web e che ha fatto commuovere tre generazioni di fan.
Lo scatto ritrae Glaser, in tv David Starsky, ancora oggi riccioluto anche se ingrigito, che spinge la carrozzella di David Soul, che del biondissimo Ken Hutch ha perso il ciuffo biondo ma conserva il giubbotto scamosciato.
I due, che oggi hanno 73 anni, si trovavano a Liverpool per presenziare il Comic Con, un ritrovo per amanti del fantasy.


 
 

15/01/17

A Torino la squadra peggiore d’Italia: “Perdiamo, ma sempre con il sorriso”

proprio le parole di quest'inno sono adatte a questa vicenda da " sfigati " storie disney di paperino e paperoga . Altro che le grandi squadre di serie che ad ogni sconfitta trovano sempre una scusa o la devono far passare per vittima, questa squadra di sicuro sarà la migliore perchè accetta le sconfitte e dalle sconfitte si diventa i migliori, al contrario di chi vince sempre, perchè chi vince sempre spesso  non sa  rialzarsi



Inoltre  le  sconfitte  insegnano  come dice  una puntata  di un famoso cartone animato 




se  nel caso non riusciste  a vederlo lo trovate  qui  su http://www.dailymotion.com/it


A Torino la squadra peggiore d’Italia: “Perdiamo, ma sempre con il sorriso”
La Crocetta ha il record di ko e gol subiti su mille squadre di Terza Categoria. Ma il tecnico scommette sul primo successo: «Ci divertiamo e non molliamo neanche sotto 12-0»


                                 La formazione della Crocetta al debutto stagionale. 


Girarci attorno è inutile: «Siete la squadra peggiore d’Italia». Ma la notizia non sorprende lo spogliatoio. I calciatori della Crocetta, quartiere chic di Torino, fanno spallucce. «Davvero? Allora siamo i primi degli ultimi», sorride il presidente Stefano Armitano. La squadra, al primo anno in Terza Categoria, è in fondo alla classifica a zero punti. I numeri: 11 sconfitte, 82 gol subiti e 7 fatti (il capocannoniere del campionato, da solo, ne ha segnati il doppio). Nei 148 gironi dell’ultima serie dilettantistica - oltre mille squadre in tutta Italia - nessuno ha numeri simili. In realtà chi ha fatto peggio c’è: l’African Sport United, in provincia di Catania, è a -2, ma solo a causa di una penalità.
“Presto la prima vittoria”
Malgrado la classifica la Crocetta tira dritto con un entusiasmo ingiustificato dalla valanga di gol subiti. Ma chi ve lo fa fare? «Sembra strano, ma noi ci divertiamo, la nostra è una passionaccia. E presto arriveranno i primi punti», scommette il presidente, che ha fondato la società tre anni fa. La
a squadra è il trionfo della passione sconfinata per uno sport, il calcio, ormai ostaggio del business. Sudore e fatica in campetti di provincia, lontani anni luce dai miliardari cinesi che stanno razziando i campionati europei. Il volto sano di chi perde con il sorriso. «Noi ci autofinanziamo. In pratica paghiamo per prendere tutti quei gol», scherza il presidente. Ma non chiamateli Armata Brancaleone. «Partiamo sempre per vincere. Non molliamo mai, anche se siamo sotto 12-0», spiega il tecnico Sheptim Tereziu, con un passato da numero 10 nella serie A albanese. Il tecnico con un passato in A
Lo spogliatoio della Crocetta è un crocevia di storie incredibili. Trovi fianco a fianco uno studente 18enne e un imprenditore vicino ai 50. L’allenatore, classe ‘73, ha giocato nel campionato del suo Paese d’origine contro Bogdani e Tare, vecchie conoscenze del nostro campionato. Poi è arrivato a Torino per lavoro. Un giorno, al parco, il presidente del Crocetta lo vede palleggiare: «La palla non gli cadeva mai: gli ho subito proposto di unirsi a noi». Poi c’è Giovanni Bertolotto, difensore di 26 anni. Fino a tre anni fa era protagonista nella serie A di hockey su ghiaccio. Dopo alcuni screzi ha deciso di lasciare. «Mi mancava l’agonismo e la Crocetta mi ha dato una chance per ripartire».
150 Anni in tre
Saverio Fedele, 56 anni, è invece un dirigente-giocatore. Quarant’anni fa, quando ne aveva 16, doveva firmare per la Reggina. L’affare saltò e scelse di studiare: ora fa l’avvocato. Alla prima di campionato mancava il portiere ed è stato costretto a giocare in porta. Con lui altri due ultraquarantenni, tra cui il presidente-giocatore Armitano. «In difesa avevamo 150 anni in tre - racconta ridendo -. Probabilmente un record Guinness!». Lentamente la squadra è migliorata - ha perso l’ultima per 3-2 dopo essere stata in vantaggio - e grazie agli innesti del mercato invernale («Siete proprio sicuri di cosa state facendo?» ha domandato loro il tecnico) va a caccia della prima vittoria.
La vendetta dai “Pulcini” 
E poi la Crocetta punta sulle giovanili. I pulcini hanno vinto tutte le partite, un record in Piemonte. «Saranno loro, in un futuro non lontano, a vendicarci», scommette il presidente. 


«Saranno loro, in un futuro non lontano, a vendicarci», scommette il presidente.

06/01/15

anche un piccolo gesto può valere più dell'oro

Ti sveglierai e ti addormenterai migliaia di volte nella vita. Andrai a lavoro, riderai con gli amici e piangerai solo nella tua stanza o abbracciato a qualcuno cui vuoi bene. Affronterai mille situazioni e farai innumerevoli errori, ma nel momento in cui aiuterai qualcuno che ne ha davvero bisogno facendo qualcosa che a te costa davvero qualcosa ti renderai conto che quello e solo quello è il momento in cui sei vissuto davvero.  Non ricoIrdo la fonte


 
Infatti  in questo news   presa da  http://www.panecirco.com  

vengono raccontate 4 storie, 4 spaccati della vita quotidiana che ognuno di noi ha vissuto e vive tutt’ora. I protagonisti sono persone comuni che, trovandosi di fronte a persone bisognose e in difficoltà, hanno fatto una scelta. Ecco quale



Questo video dimostra quanto può essere grande il cuore delle persone. Nonostante la paura, la solitudine, l’odio e tanti altri sentimenti negativi sembrano essere gli assoluti protagonisti di questa nostra società…forse una piccola e flebile luce di speranza ancora c’è! E quella luce sta proprio dentro il cuore di ognuno di noi, una luce che si alimenta della bontà e generosità dei nostri piccoli gesti.
Non serve chissà quale supereroe, grande politico o coraggioso rivoluzionario per cambiare in meglio questo mondo, siamo noi ad avere il potere e l’opportunità di poterlo cambiare. Come?
Alimentando quella luce interna, facendo si che diventi sempre più forte e luminosa. Così come i protagonisti di questo video, trova nella tua quotidianità l’occasione per essere d’aiuto a chi ne ha bisogno, anche con il più piccolo e insignificante gesto…magari per chi lo riceve può significare davvero tutto.
In questo video vengono raccontate 4 storie, 4 spaccati della vita quotidiana che ognuno di noi ha vissuto e vive tutt’ora. I protagonisti sono persone comuni che, trovandosi di fronte a persone bisognose e in difficoltà, hanno fatto una scelta. Ecco quale…

18/05/14

i Dottori le Dicevano che non Avrebbe Mai Camminato ma Lei Diventa CAMPIONESSA OLIMPICA Grazie alla Madre!

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<< che  io possa  vincere   ma se  non ci  riuscissi   , che  io possa  tentare  con tutte  le mie forze  . >>Giuramento   dell'atleta   Special olympics.


mai perdere la speranza  . Non esiste  la  previsione assoluta .  e  questo caso lo dimostra.


video


Tutti le dicevano che non avrebbe mai camminato né parlato eppure la Madre ha sempre creduto in sua figlia fino a portarla alla partecipazione delle olimpiadi come atleta! Una storia bellissima e commovente che ci insegna quanto sia forte l'amore di una madre verso i propri figli.

25/04/14

Le stelle non si spengono da Mariliciaa Sole e Nuvole

www.facebook.com Sono meno brillanti le stelle stasera, nel Cielo aleggia aria di mestizia, è come se tutto fosse sbiadito, una pennellata di grigio ha patinato ogni cosa. Dove si rincorrono le nuvolette rosa, dove si è nascosto lo
spicchio di luna, non sento nemmeno il canto degli Angeli, tutto è fermo in perfetta immobilità. Con lo sguardo incollato alla volta celeste, cerco di frugare alla ricerca di luce, un raggio, un raggio solo per fugare ogni timore. Pensosa scandaglio il Cielo e scaccio i molesti pensieri: se si spegnessero anche le stelle nel buio vivrebbe l'Umanità!  ...continua  a leggere

23/02/14

L'emozionante storia di una donna di Gesturi che ha dato alla luce una bimba mentre viaggiava verso Caglari per partorire.

in sottofondo  Tiromancino - Imparare Dal Vento

Lo so   che a  voi lettori\ trici    la  vicenda  sembrerà banale ed effettivamente  potrebbe esserlo   . Ma  ( misteri e  imprevidibilità della vita  )  ci sono stati , qui in sardegna    diversi casi  quasi una decina  dal 2002 ,  di bambini\e    che hanno fretta  di nascere  e  nascono  in strada    come in questo caso  .

I PRECEDENTI Il sedile come sala parto: dal 2002 a oggi si sono registrati una decina di casi  Sono tanti i neonati con la fretta di venire al mondo

L'ultima volta, il 17 giugno 2011: Emma viene al mondo in via Bacaredda a Cagliari, davanti al Conservatorio, nel sedile di una Opel Corsa partita da Sestu e diretta in una clinica del capoluogo. Ma la bimba ha troppa fretta di scoprire il mondo e non lascia alla mamma Sonia Nioi, 34 anni, e al padre Emanuele Serci, 37, il tempo di arrivare a destinazione.
Nascere in auto capita. Dal 2002 a oggi è successo tante volte. Due sole però in un veicolo in movimento. Il caso della coppia di Gesturi dunque è particolare, anche se partorire nel sedile di una macchina è sempre, bene o male, un'avventura indimenticabile. Il 19 luglio 2010 nel parcheggio di via San Giorgio a Cagliari, a venti metri dall'ospedale San Giovanni di Dio, il bimbo, figlio di una coppia di tunisini residenti ad Assemini nasce sotto la luce dei lampioni all'una e mezza del mattino grazie a due giovani volontari del 118 che passano proprio in quel momento.
Il 23 giugno dello stesso anno Rachele viene al mondo sul sedile posteriore di una Fiat Marea che da Loceri si dirige all'ospedale di Lanusei: con marito e moglie c'è una zia che si improvvisa ostetrica. Il 23 febbraio 2009 tocca a Quartu e alla piccola Miriam: la mamma Cornelia, una ragazza tedesca al terzo figlio, partorisce in viale Colombo mentre il marito Andrea Krause, sergente maggiore in servizio all'aeroporto militare di Decimomannu, cerca di raggiungere Cagliari. Ma i dolori sono troppi forti ed è costretto a fermarsi. Il 4 agosto 2008 il lieto evento avviene sul ciglio della strada statale 195 poco prima della mezzanotte alle porte di Sarroch. I genitori sono due giovani cagliaritani, la bimba si chiama Asia. Il primo febbraio 2007 una coppia di extracomunitari dà alla luce il figlio sul sedile dell'auto che corre verso Isili. Il 3 febbraio del 2005 la “sala parto” è invece l'incrocio tra la provinciale per Settimo San Pietro e la statale 554 all'altezza di Selargius: alle 19,30 sul sedile posteriore di un'auto nasce il bimbo di una donna di 34 anni di Maracalagonis che, in preda alle doglie, non fa in tempo a raggiungere l'ospedale.
Il 27 agosto 2002 l'episodio più datato di questo piccolo resoconto. Le prime cose che vede Luigi, figlio di Salvatore Testa, 34enne di Quartucciu, e di Silvia Orrù, 32enne di Sinnai, sono il cruscotto dell'auto di papà e il piazzale del distributore di benzina in viale Marconi a Cagliari nel quale l'auto è stata parcheggiata per portare a termine il parto. «È stato facile facile», giura la mamma.
Infatti lo stesso Marco Piga il ginecologo dell'ospedale Santissima Trinità che sempre secondo l'unione sarda << non nasconde nel volto un misto di felicità e soddisfazione. «Non mi era mai capitato prima», dice. «Solitamente, quando lavoravo a Isili, in casi urgenti come questo accompagnavo personalmente le mie pazienti in ospedale. Mi mettevo alla guida per guadagnare tempo, non aspettavo l'arrivo dell'ambulanza». (...) >>
Ed  eccoci ad  oggi   sempre  dal'unione   sarda   del  23\2\2014 
 Primo articolo  


Gesturi 
Il miracolo della vita, la forza di una mamma che ha dato alla luce una bambina sulla Statale 131 e il coraggio di un papà che guidava da Gesturi a Cagliari per portare la moglie all'ospedale SS. Trinità.


Si disegna tra queste immagini la storia di una coppia di Gesturi che ha vissuto la gioia e la tensione del parto in un'auto che viaggiava sulla Carlo Felice. La donna ha parlato al telefono con l'ospedale rimanendo in contatto mentre il parto era in corso. La bambina è sana e i genitori rimane la gioia dopo la grande prova di coraggio .  Un occhio alla strada, l'altro rivolto al sedile alla sua destra, Bruno Lai schiaccia l'acceleratore della Renault Clio infrangendo i limiti di velocità sulla statale 131. La strada è buia, il tempo stringe: l'ospedale Santissima Trinità di Cagliari è ancora lontano, l'auto è appena passata davanti alla Conforama poco oltre Monastir. Sono le 23,30 di venerdì e l'uomo, partito da Gesturi, è in viaggio da circa tre quarti d'ora. D'un tratto sente la moglie al suo fianco avvisare l'interlocutore al telefono: «Ha la testa fuori». Lui si gira, vede qualcosa muoversi e poi torna a guardare davanti a sé. Pochi secondi ancora, il tempo di voltarsi nuovamente a controllare ed è già tutto finito.SALA PARTO In un istante, probabilmente vissuto come una mezza eternità, è appena nato il suo secondo figlio. Anzi: la sua prima figlia. Si chiama Benedetta, è un piccolo fagotto che ora la madre protegge tra le mani mentre, non si sa bene come, continua a parlare al telefono cellulare con chi le ha dato
i protagonisti  
capacità e forza di portare a termine da sola l'impegno più gravoso: partorire. E non in condizioni normali, circondata da medici e infermiere. No: sul sedile anteriore di una macchina che neanche si è fermata al momento del dunque ma si è trasformata in una sala parto improvvisata proseguendo la corsa fino all'arrivo. Un viaggio terminato in una piccola stanza al primo piano del reparto di Ginecologia e Ostetricia, dove Mirella Erbì si è finalmente riposata.
IN OSPEDALE «Non c'era altro da fare». Dodici ore dopo, la neo mamma è seduta sul letto dell'ospedale. In camicia da notte, la bambina dentro una culla a un passo da lei, è serena e contenta. È andato tutto bene, la piccola pesa tre chili e mezzo («nella media», sottolinea il ginecologo Marco Piga) e dorme tranquillamente. «Le contrazioni arrivavano ogni cinque o dieci minuti», ricorda lei, «ormai era l'ora». Mirella, 39 anni, è insegnante precaria alle scuole elementari: ogni anno, da dodici a questa parte, «mi mandano in una sede diversa». Ora è la volta di Villasimius. Un viaggio non da poco, soprattutto per chi non naviga nell'oro. Il marito Bruno, 40 anni, è un operaio di Abbanoa. Lavora all'impianto di potabilizzazione a Isili, ha un contratto a tempo indeterminato. La coppia ha già un figlio di tre anni «e basta così: ci fermiamo», giurano papà e mamma.I DOLORI Tre ore di sonno alle spalle, dopo una notte non esattamente tranquilla, Lai sorride alla moglie e a chiunque gli passi vicino: il momento lo richiede, lo stato d'animo è sull'euforico andante. «Ma soprattutto vorremmo ringraziare tutto il reparto», confida, «e chi ci ha fornito l'assistenza telefonica». Un intervento “moderno”, si potrebbe dire, che ha origine nei primi dolori sentiti dalla donna nel pomeriggio di due giorni fa. «Crescevano, così alle 22,30 abbiamo chiamato il dottor Piga e abbiamo deciso di partire».LA NASCITA Portato l'altro figlio da una cugina, marito e moglie si dirigono verso Cagliari non ipotizzando cosa sarebbe capitato di lì a poco. «Le contrazioni sono aumentate, poi sono diventate fortissime». Bruno Lai suda freddo e accelera mentre Mirella Erbì, scomoda come mai sul sedile anteriore, chiama ancora il ginecologo: «Sento che sta nascendo», gli dice. Il medico cerca di farle mantenere la calma e la fa richiamare dall'ostetrica Barbara Mocci: è lei a guidare la gestante in quei momenti. «La bimba era quasi già nata», ricorda la madre, che poi ha un piccolo buco di memoria e ricorda solo il dopo: «L'ho presa e poggiata sulla pancia, come suggeritomi al telefono, e le ho massaggiato la schiena per farla piangere». Poi l'arrivo in ospedale e la festa. La bambina sarebbe dovuta nascere oggi o domani: la sua fretta di venire al mondo però è stata più forte.

                              Andrea Manunza







il  secondo 

La nascita in diretta telefonica con l'ostetrica

Il telefono del reparto squilla per la prima volta alle dieci e mezza della sera, quando Bruno e Mirella sono ancora nella loro casa di Gesturi. Dall'altro capo del filo, primo piano dell'ospedale Santissima Trinità di Cagliari, il ginecologo Marco Piga si raccomanda: «Venite immediatamente in ospedale». Detto e fatto: la coppia sale in auto e parte.
Quando la Clio è all'altezza di Villagrande il telefono squilla di nuovo: «Mia moglie sente la testa del bambino, sta uscendo». Piede sempre schiacciato sull'acceleratore e mani ferme sul volante, Bruno Lai segue ancora una volta le indicazioni del medico, poi il telefono passa velocemente nelle mani dell'ostetrica, Barbara Mocci, che con voce ferma prende in mano la situazione: «Signora, tenga le gambe allargate il più possibile e quando si presenta una nuova contrazione spinga forte. Continui così sino a quella decisiva». Dopo circa un quarto d'ora il primo vagito della piccola Benedetta si fa sentire, anche al telefono. La gioia dilaga, dell'abitacolo e in tutto l'ospedale. «Porti il bambino a contatto con la sua pelle ma faccia attenzione, non tiri troppo forte per non strappare il cordone». L'ostetrica resta ancora in linea: «Signora copra bene la bambina». Il borsone con tutto il necessario per il ricovero è pronto sul sedile. La mamma prende gli asciugamani e avvolge la piccola. Ora è al caldo, sta bene. Mariella e Bruno, mamma e papà per la seconda volta, arrivano un pochino più sollevati in via Is Mirrionis. Davanti al cancello dell'ospedale, in festa, li accolgono primario, ostetrica, infermieri e tanta, tantissima emozione.

                                    Veronica Nedrini



19/01/14

sensi di colpa , rimorso , rimpianto , , utili o inutili ? eliminarli o conviverci ? 1 puntata

Iniziamo   questa esplorazione   di me  e non solo parlando  \  affrontando  i sensi  di colpa  

per  chi volesse approfondire  


http://www.clinicadellatimidezza.it/il-senso-di-colpa/
http://www.solaris.it/indexprima.asp?Articolo=40
http://www.solaris.it/indexprima.asp?Articolo=2250
http://www.barbarabenedettelli.com/1/ricominciare_il_senso_di_colpa_3092021.html
http://www.laveritachelibera.com/Libri/La_psicologia_della_colpa.htm

Innanzitutto  per poter  analizzare   una cosa   ci si deve  chiedere    cosa  è  o cosa sono  i sensi di colpa   e come influiscono   su di noi e  sul nostro percorso  .

 N.B
chi lo sa  già   può anche saltare  la  parte iniziale  di questo  pezzo

Definizione psicologica del senso di colpa – Il senso di colpa è qualcosa di molto profondo, a volte un sentimento molto doloroso e alla base di gravi problemi e disturbi. Il senso di colpa arriva a determinare le nostre azioni, le nostre scelte, la nostra vita. Nasce dal “non essere all'altezza” e trova terreno fertile in una personalità fortemente autocritica.
da http://www.albanesi.it/

Infatti i sensi di colpa si basano sulla paura interiorizzata, spesso inconscia, di un giudizio negativo (nessuno infatti ha paura di un giudizio positivo), e che tale giudizio negativo comporterà una punizione che la persona vive sempre come un rifiuto o una minaccia di ritiro dell’amore da parte della persona che la giudica negativamente. In definitiva il senso di colpa ci dice “sei colpevole e verrai condannato e punito con l’abbandono”. Quindi sotto ogni senso di colpa c’è sempre il terrore del rifiuto, dell’abbandono e della morte.
Il senso di colpa si basa anche su tre componenti cognitive:


  1. La valutazione negativa del proprio comportamento o anche della sola intenzione;
  2. L’assunzione di responsabilità quando si riconosce di essere stati causa diretta o indiretta di un evento;
L’abbassamento dell’autostima morale, attraverso la valutazione negativa del proprio comportamento, riconosciuto come volontario.
È possibile ipotizzare anche che il senso di colpa nasca anche da una sopravvalutazione delle proprie capacità o dalla sensazione narcisistica di essere, in qualche modo, al centro del mondo. Il pensiero psicoanalitico suggerisce di esaminare questi processi mentali con attenzione: quando in psicologia si arriva alle radici di un senso di colpa apparentemente immotivato, di solito si trova un sentimento ostile nei confronti di qualche componente della famiglia o di un suo sostituto.
Non provare sensi di colpa vorrebbe dire essere totalmente dominati dalla crudeltà', dalla superbia e dall'orgoglio o viceversa essere degli 'illuminati'.


 Ora veniamo   al post  vero e proprio


Secondo  il mio percorso  , fin qui fatto  da  solo e in compagnia    ( ancora  sono in word progres ) ,   posso  dire  che a differenza di  quanto dice  http://www.albanesi.it/Mente/sensocolpa.htm .a  volte faccio una distinzione fra  sensi di colpa  UTILI   e sensi di colpa INUTILI
Gli considero   Utili    quando la  colpa   ti  indica  e  ti rende  consapevole   dell'errore  diretto  o indiretto che fai  con : i  tuoi gesti  , le  tue parole  , i tuoi scritti  , ecc  . insomma  ci permettono di rimediare \  capire  ad errori o di evitarli in futuro.
idem precedente  

INUTILI quando quando non ti servono  o non t'indicano niente    cioè    sono un problema che causa parecchi altri problemi psicologici, oppure e' causato da essi. Io ho un senso di colpa ogni 4 minuti e 30 secondi. Classico esempio da manuale del senso di colpa dannoso e che e' spesso associato ad altri disturbi psicologici: il sentirsi in colpa quando si esce da un negozio senza comprare niente. 

Adesso la mia esperienza   personale  in merito 

Io avevo  ( ed  ogni tanto  ci ricado ancora  )    questo problema che mi opprime per un certo periodo di tempo quando mi capitano situazioni dove, secondo me, il mio intervento avrebbe potuto essere decisivo. Un esempio  ? Qualche  tempo fa il nostro gatto  (  foto a destra  )  e' morto di vecchiaia: quel giorno non
eravamo in casa , sapevamo che'era  malato e che  forse  sarebbe morto  da  li a qualche  giorno  ,  purtroppo pero' al ritorno lo abbiamo trovato morto, come se ci avesse aspettati per andarsene.A questo punto ho cominciato a colpevolizzare così da rendermi la vita impossibile per settimane imputandomi cose come: Se fossi stato a casa avrei potuto stare con lui tutto il giorno ed accompagnarlo <<   non gli hai dato, >> come mi dice  anche mia madre ,  <<  la  soddisfazione   di vederti laureato   lui che  veniva   a sdraiarsi  sulla   tua  scrivania   mentre  studiavi >>   Forse non gli ho dato tutto quello che avrei potuto dargli quando era in vita... Sapevo che era vecchio, potevo passare più' tempo con lui, fargli ancora piu' coccole, godermelo ancora di più' e cosi' via...
Purtroppo ad ogni situazione analoga si ripresenta lo stesso copione di tormenti e sensi di colpa non giustificabili o comunque  troppo  eccessivi e pur riconoscendo questo non posso pero' fare a meno di subire questa tortura psicologica auto-imposta  e lotto  contro  d'essi  
Ora  mi chiederete    come  lottarci  . 
 Dipende   quando  sono tuoi o  non tuoi ( su  questo non posso darvi   nessun consiglio  sei tu  che devi decidere    quando   sono tuoi e  quando  non lo sono  )  . Posso solo dirti che quando  non  sono tuoi, non fanno parte di te quindi non li ascoltare. Per non dargli modo di assalirti e divorarti la poca serenità che hai, non gli devi dare modo di formarsi.  Se  invece si  sono già formati  chiedi  mi serve continuare cosi  o no  ?  Se abbiam fatto qualcosa di sbagliato senza dolo, provare sensi di colpa non aggiunge nulla. Se l'abbiam fatto con dolo, invece, il senso di colpa ha men che mai senso...  le  famose  lacrime di coccodrillo ?  . Se invece  sono i tuoi  ecco un consiglio generale     a cui spesso ricorro  quando m'assalgono   preso da  http://www.ass-arcano.it/

                                                  I sensi di colpa


Credo che non esista essere umano che non sia ammalato di SENSI DI COLPA. Tuttavia molte persone, pur nominandoli spesso, non capiscono né cosa siano, né di cosa veramente si stia parlando, poiché i loro sensi di colpa sono profondamente nascosti nell'inconscio. Quindi, pur essendo notevolmente condizionati dai sensi di colpa, non comprendono cosa possano fare per liberarsene.
Allora, il primo lavoro da fare è comprendere cosa sono i sensi di colpa, come cercarli e come riconoscerli attraverso una indagine introspettiva. Riconoscere i propri sensi di colpa è difficile poiché significa ammettere la propria incapacità e la propria debolezza andando a toccare due fattori molto delicati e cioè :
l'IDEA DI PERFEZIONE grazie alla quale ognuno di noi è profondamente convinto di essere sempre perfetto e senza colpa alcuna
il proprio IDEALE DELL'IO, cioè quello che noi vorremmo essere o a cui aspiriamo, e col quale continuamente ci troviamo a confrontarci. Questo ideale dell'io è sempre sproporzionato rispetto alle nostre reali capacità
I sensi di colpa si nascondono spesso dietro una profonda e vasta mancanza di desideri e dietro frasi del tipo "no questo non mi interessa" oppure "no non mi piace" o "no questo non mi va". La verità è che quella cosa non ci va poiché il solo ipotizzarla terrorizza il soggetto che non può ammettere a se stesso questa sua debolezza.
Quindi, proprio per la nostra tendenza a nasconderli, la conoscenza dei sensi di colpa non va mai data per scontata. Anzi ogni tanto è necessario tornare a lavorare su di essi a differenti livelli di profondità partendo ad esempio dalla attuale incapacità a dire dei "NO" alle richieste altrui.
Molte persone hanno fortissime resistenze a riconoscere che molte cose non le fanno PER PAURA e preferiscono mentire inconsciamente, affermando che non fanno certe cose perché "NON GLI VA" di farle. Ma se osserviamo la nostra vita con onestà, scopriamo che le cose che "non ci va di fare" sono veramente molte. Bisogna quindi ipotizzare che non siamo capaci di farle perché altrimenti ci sentiremmo in grave disagio e avremmo paura giacché esse ci furono proibite da nostra madre quando eravamo bambini e poi crescendo abbiamo interiorizzato tali divieti e questi sono così divenuti nostri divieti interni.
Riassumendo è necessario comprendere che :
I sensi di colpa sono un gran peso e non consentono una vita serena e soddisfacente poiché ci allontanano dai nostri desideri e dal nostro progetto di vita.
I sensi di colpa si sono formati nel rapporto con la madre quando eravamo molto piccoli e rappresentano tutto ciò che essa ci proibiva, oppure che noi stessi abbiamo creduto non essere gradito a nostra madre.
La proibizione materna e/o paterna non è stata solo quella esplicita, anzi essa ci è stata passata soprattutto dal loro comportamento esterno che veniva poi interpretato dalle nostre menti ancora poco sviluppate e quindi incapaci di capire coerentemente.
Si scopre così che molte persone vivono proibizioni veramente astruse ed assurde. A volte, per esempio, è sufficiente un commento genitoriale sulla sessualità o altro mentre in famiglia si guardava la televisione, per influenzare profondamente un bimbo e creare in lui minacce e condizionamenti inconsci.
Antonio Mazzetti dice spesso che ognuno di noi ha almeno centomila comandamenti interni che non conosce e non riconosce come tali, ma ai quali ubbidisce ciecamente in modo assoluto. Questi comandamenti sono stati scritti dentro di noi dalla madre e/o dal padre quando eravamo piccoli; sono il super-io freudiano.
Infatti i sensi di colpa si basano sulla paura interiorizzata, spesso inconscia, di un giudizio negativo (nessuno infatti ha paura di un giudizio positivo), e che tale giudizio negativo comporterà una punizione che un bambino piccolo vivrà sempre come un rifiuto o una minaccia di ritiro dell'amore materno stesso. In definitiva il senso di colpa ci dice "sei colpevole e verrai condannato e punito con l'abbandono", che per un bambino piccolo significa con la morte. Quindi sotto ogni senso di colpa c'è sempre il terrore del rifiuto, dell'abbandono e della morte.

                                            Come si combattono i sensi di colpa
Ci si libera dei sensi di colpe soltanto attraversando le seguenti fasi, tutte necessarie:
Riconoscere i propri sensi di colpa. Ossia vederli ed evidenziarli alla propria coscienza, poiché essi sono quasi sempre totalmente inconsci. Quindi valutare obiettivamente se quando "non ci va" di fare una cosa, non vi si nascondano invece dei sensi di colpa. È molto differente infatti essere educati o riservati per una scelta matura e responsabile od invece esserlo per sensi di colpa inconsci e quindi per paura di perdere l'amore materno. Naturalmente tale esempio è estendibile a infinite altre possibilità.
Calpestare i propri sensi di colpa, ossia provare a fare le azioni sentite come proibite, cercando di farle in una forma "terapeutica" non distruttiva. Se per esempio, avessi paura a prendere a calci l'autorità (che rappresenta la madre o il padre), non devo farlo nella realtà andando a prendere a calci il primo carabiniere che mi capita a tiro, poiché finirei ovviamente (e giustamente) in galera. Potrei invece trovare una forma simbolica che mi consenta di vivere comunque questa esperienza. Ad esempio disegnare su un foglio una figura che rappresenta l'autorità o mia madre e colpirla. Questo spostamento in chiave simbolica non deve essere assolutamente visto con superficialità perché viene vissuto con molte resistenze da parte di tutti. Ma vi assicuro che il riuscire a farlo autenticamente è molto più efficace che nella realtà, giacché viverlo simbolicamente in modo "primario" aiuta molto di più a prendere coscienza della formazione dei sensi di colpa e delle paure infantili. L'azione va fatta, naturalmente, con la coscienza che si sta cambiando una situazione problematica infantile, e che non si sta commettendo nessuna colpa reale. Ecco quindi la necessità di un situazione simbolica.
Conoscere e riconoscere le modalità difensive personali con le quali nascondiamo o riduciamo le sensazioni di sofferenza collegata ai sensi di colpa. Vi elenco alcune difese molto diffuse:
Ridere mentre si esegue l'azione
Chiudere gli occhi per non vedere
Irrigidire tutto il corpo o parti di esso.
Esagerare i movimenti, la voce, la gestualità in modo isterico.
Formulare e ripetersi mentalmente pensieri consolatori o decolpevolizzanti.
Formulare mentalmente pensieri giustificatori delle proprie azioni.
L'esistenza di tutte queste difese dimostra che quando ci si sforza di commettere l'azione proibita bisogna sentire effettivamente tutta la colpa che nostra madre ci ha addossato. Altrimenti si rischia di calpestare i sensi di colpa senza tuttavia riuscire mai a liberarsene. Ciò accade poiché in quel momento si mettono in atto una o più barriere difensive per non sentire le minacce e l'angoscia collegata ai sensi di colpa, strategie difensive che sfuggono al controllo della persona stessa. In definitiva per lavorare sui sensi di colpa è necessario :
vederli
affrontarli con determinazione e costanza
ridurre sempre più le strategie e gli strumenti difensivi personali messi in atto contro il sentire, aiutandosi ad accentuare l'azione proibita in forma terapeutica, imparando a ridurre le resistenze e non a rinforzare lo stimolo.
Un punto fondamentale è perdonarsi ed imparare a farlo, ad ogni fallimento durante questo tipo di lavoro, altrimenti i sensi di colpa si nascondono di nuovo nell'inconscio e si trasformano nella assenza di desideri
Louise Hay afferma che i sensi di colpa sono delle emozioni assolutamente inutili, perché non fanno star bene nessuno e non riescono a cambiare nessuna situazione. Tuttavia il senso di colpa ha una sua utilità specifica e cioè ci consente di comprendere che nascondiamo una colpa reale. Antonio Mercurio afferma che ogni senso di colpa nasconde una colpa reale.
La colpa reale è quella colpa che l'individuo commette nel non realizzare il proprio progetto di vita, la finalità per la quale l'Universo gli ha fatto dono della vita.
Colpa reale è rimanere ancorati ai meccanismi infantili e rifiutarsi di nascere al proprio progetto del se.
Ogni senso di colpa ha come radice una colpa reale, di cui diviene campanello d'allarme, di come siamo ancorati al potere materno e paterno.
Un bambino divorato dalla colpa dell'odio, diviene un bambino ammalato di sensi di colpa. Da adulto sarà un adulto ammalato di sensi di colpa, la sua colpa reale sarà il non fare nulla per liberarsi e realizzare il progetto del proprio se.
Pertanto, riassumendo, quando ci sentiamo in colpa a causa dei sensi di colpa dobbiamo, secondo me, procedere nel modo seguente:
Mi sento in colpa
E' un senso di colpa?
Da quale proibizione materna diretta o indiretta mi deriva?
Quali resistenze o meccanismi difensivi adotto per ridurre la sofferenza?
Se non li affronto e non costruisco "qui ed ora" un progetto per uscire da questo tipo di senso di colpa che sento oggi, mi assumerò una colpa reale contro la mia persona e la mia coscienza.
Nel fare il progetto di liberazione, devo tenere presente sia il grado di libertà che possiedo, sia il concetto di perdono che quello di complicità.
Soprattutto non devo mai scoraggiarmi, poiché il lavoro sui sensi di colpa è lungo e difficile ma ripaga sempre con benessere e libertà.
Ogni piccola vittoria sui sensi di colpa dà una particolarissima soddisfazione, senso di appagamento e di vitalità altrimenti irraggiungibile con altre esperienze.
Per finire un consiglio di Antonio Mazzetti : "Il senso di colpa in realtà, ti viene messo addosso da chi ti VUOLE DOMINARE, quindi liberati dai sensi di colpa."
non so che altro dirvi se  non buona lotta  

09/11/13

questa è la vita


deliberatamente tratto   , eccetto le frasi in grassetto che  sono miei pensieri \ mie integrazioni ,     da
da http://sergiobonellieditore.it/scheda/10270/Sulla-pelle.html




ogni disegno (  in questo caso ogni nostra  opera  d'arte  )  è una piccola  sfida  . Di solito iniziamo  sapendo di dover  arrivare in un luogo inesplorato . 
Lassù da qualche parte del bianco . inquadriamo un punto B   ai margini del foglio.Ma  ancora non conosciamo il percorso   che  dobbiamo  fare  per raggiungerlo . E una misurata  follia .L'esordio di  un'idea .L'unica  cosa di cui possiamo essere  certi  è la partenza . Il nostro punto A .
A  volte succede al termine di un disegno d'avere la tentazione  d cancellare  tutto. Ogni curva  , linea  campitura , ogni traccia del nostro lungo lavoro  . Eppure  ci abbiamo messo l'anima  , abbiamo  come si dice  sputato sangue  e quel sangue  ad  un certo punto è diventato inchiostro (  bit  ) . Un istante  dopo  però , ammirando la nostra opera  dall'alto  , sentiamo  come una vertigine  .. in un momento ci rendiamo  conto che  qualunque sia stato il percorso , in un modo  o nell'altro  siamo arrivati alla  FINE Perché non scordiamoci che siamo partiti dal punto A  per arrivare  al punto B  Quello che  dobbiamo
da https://www.facebook.com/DanielaChiodiPsicologa?ref=stream
domandarci   , osservando la nostra opera   e  se  esprime  ciò  che volevamo   esprimere  .Evitandoci se  nel contempo do chiederci se  abbia un senso  e un significato 
E cosi ogni volta  rincominciamo restiamo in attesa  di un un 'altra  idea un altro progetto  anche se rimuginiamo  ancora  su quello su quello vecchio   e ci chiediamo   se  sarebbero bastati pochi tratti  a renderlo diverso . e  a  fargli prendere  una forma  piuttosto  che un altra  . Comunque  che sia il semplice risultato  dell'unione di due punti  o il percorso  sinuoso  ( curvilineo )  di una penna  ( tastiera  ) nervosa , è meglio non dimenticare mai   che si tratta  di un disegno (  della nostra opera  d'arte  ) 

03/03/13

leggende urbane , morte , ed altre sciochezze


da   facebook Albero piegato dal vento, Yosemite National Park, California, c. 1940
Fotografia di Ansel Easton Adams (1902-1984)

Molti di voi  mi fanno i complimenti (  chi sinceri chi ruffiani )    e mi  vantano  per  le  storie  e  gli argomenti  che tratto nel blog o di conseguenza   , dove  ho configurato il mio  ( ma  anche  vostro    che mi leggetre  e che  ci scrivete  ) su  : 1)  facebook , twitter ,linkedin . 
Soggetto e sceneggiatura: Giovanni Di Gregorio
Disegni: Ugolino Cossu 
Copertina: Angelo Stano
Ma   a volte  la vita  è assurda  che spesso <<  le  spiegazioni  più assurde  sono anche le  più probabili  . D'altronde  è cosi   difficile   capire >> come giustamente  dice   Dylan Dog  in leggende  Urbane (  copertina  a destra  )   << cosa  esista  e cosa  no ... . >> A  vote  non mi ci raccapezzo , leggendo  storie  che  qui riporto  ,  neppure  io  che  possa succedere  cose  del genere  . Il fatto   che  certe cose  esistano o meno   non significa   che  possiamo  fare  come se  non esistessero . Noi  tutti   non siamo altro che lo specchio delle paure    e delle necessità  più  profonde  dell'uomo moderno  << Cosi come   >>   sempre  Dylan Dog  << in miti  antiche , le  favole , le tradizioni contemporanee  lo erano per i loro contemporanei . Viviamo  sulle vostre bocche  e nelle vostre orecchie   , nei libri  e  tra i canali televisivi [...] >>.L'umanità  ha  bisogno di racconti, e  farne  a meno  non  è semplice ed  quasi  utopistico,ecco perchè bufale  e catene  ( alcune simpatiche  , alcune noiose  e cattive perchè  come   nella  storia  di  Dylan  Dog    SPOILER   illudono i parenti  di un morto   SPOILER   ) , proprio come ha  bisogno di cibo e sentimenti .
Infatti  proprio mentre  scrivo questo  post  , mi è arrivata  una  email , vado  ad  aprirla  e  cosa  vi  trovo  la solita  catena  di  una vedeva  che  ha   ricevuto dal marito  una  reredità ,ma   lei  non ha  bisogno di tutti quei soldi e  vuole regalarteli  , ma  però per  poterli avere devi pagare  le spesse  bancarie   del conto  .Bah storia assurda    come se  non  fosse  sufficiente  la  dura  realtà  a rendere fole  questa  vita . Ma  << in fondo   la  vita  non è  altro   che una storia  senza  ne  capo  ne  coda   il cui finale  è  sempre   quello ed uguale per  tutti  
 Aveva  ragione Luigi Pirandello(1867-1936) le  assurdità della vita non hanno  bisogno di parer  verosimili  è perchè  sono vere  . 
Concludo  e  cosi rispondo  ad  un amico  che parafrasando una famosa  canzone   dei  Nomadi \ Guccini  si chiede  per la morte   di  un suo parente  : << vorrei sapere a che cosa è servito vivere,amare soffrire,spendere tutti i tuoi giorni passati se cosi presto sei dovuto partire (...)  >>


Caro   ***** . la  risposta  è  :1)   nel resto  nella  canzone in particolare   in questo verso  :<< voglio pero' ricortati com'eri  (....)  >>E poi tutti  presto o  tardi  dobbiamo purtroppo speriamo il più tardi possibile, morire  è destino  . Ma  solo le  storie  (  e  il ricordo delle  persone  care  e degli amici   o   dei nemici  )  non muoiono mai    quelle  vere , a volte   storie   speciali  per  gente  normale    storie normali per  gente  speciale per  parafrasare  un'altra  canzone   famosa    stavolta  De Andreiana  



 a volte    quelle finte  , assurde  e verosimili , quelle  tristi , allegre  ( come quella  che  ho riportato qui in un precedente post  )  non cesseranno d'essere  raccontate  o ( nel caso delle catene  e\o leggende  urbane-metropolitane  )  raccontante  nel  web e  tramite il vecchio metodo del passaparola  .  Le   ritroveremo  ancora  , leggermente  cambiate  o sempre  uguale  a se stesse  pronte , chi sa  a raccontarci nuove  emozioni  o incazzature   arrabbiature  e magari  ad  essere    messe  o  in musica  o  raccontate  come  ha  fatto  La  storia  di  Dylan Dog   citata  in questo  post  .  

23/12/12

Il talassemico salvato da una terapia non autorizzataL'altro Natale e il farmaco che non c'era

Sulle note della canzone  vivere la vita  di Mannarino dall'unione sarda ( eccetto la foto visto che l'edizione free online non ha più le foto e avaxhome è stato chiuso ci si arrangia come si può ) del 23\12\2012  e   http://www.surfers.it/sardegna/buggerru/atleta/intervista_emanuele_billai.html  da    cui  ho preso la foto   sotto riportata



Come fa con onde, cadute e batoste, così fa raccontandoti le storie di chi lo ha nel cuore: l'insegnamnto è sottile e palese a chi è pronto per coglierlo; non ha bisogno di passare attraverso interpretazioni e spiegazioni...
Lele si sente arrivare da lontano: la sua voce squillante e allegra è inconfondibile. Non disdegna alcuna mareggiata, dalle più attive e grosse alle scadute dove quasi devi spingere la tavola per partire. Quando non ci sono onde, lo trovi a fare pesca sub nel sotto costa intorno a Buggerru ... o lo vedi sfrecciare dietro alla sua barchetta, con la tavola sotto i piedi, nello sport che ha ribattezzato "manettone".

Lele vuoi raccontarci cosa è successo nel 2002?

Dalla nascita sono affetto da una malattia ereditaria: la talassemia. I miei globuli rossi sono diversi, e non compiono il proprio dovere: devo sottopormi periodicamente a trasfusioni, che hanno come conseguenza un accumulo di ferro negli organi. Esistono dei farmaci che ci aiutano a smaltire il ferro, ma arriva un certo punto in cui questi diventano inefficaci...a me è capitato nel 2002... ho avuto un gravissimo scompenso cardiaco, per il quale ho dovuto passare mesi in ospedale. L'unica speranza per me era ricevere un cuore nuovo...ci sono stati dei momenti di grande sconforto, in cui continuavo a sfogliare riviste di surf nella convinzione che cavalcare un' onda sarebbe stato solo un ricordo. Poi la medicina ha compiuto un piccolo miracolo: hanno deciso di sperimentare con me un nuovo cocktail di farmaci che in 3 (lunghissimi) anni è riuscito a normalizzare il mio cuore.


Come è cambiato il tuo rapporto con il mare durante gli anni di convalescenza?

Non riuscivo proprio a guardare le onde...e quando sapevo che si poteva surfare cercavo di stare a casa. In fondo però speravo, ed ero convinto, di poter tornare in acqua...credo sia questo pensiero la molla ad avermi spinto a curarmi sempre nel miglior modo possibile, anche seguendo una dieta rigorosa (il mangiare dopo il surf è una delle mie più grandi passioni).
[.... ]  continua   nel sito  sopra  riportato

  Adesso  l'articolo dell'unione
di pisano@unionesarda.it

L'altro Natale di Lele Billai, 36 anni, ex pescatore di Buggerru, cade alla fine di primavera. Ed è esattamente quel giorno di dieci anni fa che è riuscito «a uscire dall'ospedale Brotzu di Cagliari passando dall'ingresso principale anziché, come previsto, dall'obitorio ». Talassemico*,il cuore soffocato dal ferro, era stato inserito disperatamente in lista-trapianto.
Gli restavano pochi giorni di vita quando ha accettato di prendere un farmaco sperimentale, non autorizzato e (soprattutto) non completamente testato. Com'è finita? Depennato dalla lista-trapianto, oggi va a caccia grossa e fa surf da onda.La casa dove si festeggiano due Natali anziché uno soltanto è un nido d'aquila sospeso sul mare di Buggerru. Sta in cima al paese, proprio davanti a uno scenario da cartolina. Lele Billai (Emanuele solo per l'anagrafe), 36 anni, ha una lunga coda di cavallo che scioglie esclusivamente quando fa surf. Surf da onda: difficilissimo e travolgente. La sua sarebbe una storia qualunque non fosse per un piccolo dettaglio: Lele è talassemico. Vista l'età, sarebbe dovuto comparire da un pezzo sui necrologi del giornale. Invece no, è andato oltre. Ha superato la morte, come dice lui, grazie a un miracoloso dono di Natale arrivato inaspettatamente a giugno.Anno 2002. Accompagnato dal padre, arriva in ospedale a Cagliari: sta male, non ha neanche la forza di fare qualche passo. L'anemia mediterranea gli ha riempito il cuore di ferro trasformandolo in una sorta di palla che riesce molto debolmente a pulsare. Ha il diametro del ventricolo sinistro, che è la principale pompa del cuore, di circa settanta millimetri (anziché 55), l'indice di contrattilità al 25 per cento (anziché al 65). Le condizioni generali sono disperate e ripetono un destino scritto migliaia di volte: Lele sta per morire, ha abbondantemente superato quella che il vocabolario medico chiamaaspettativa di vita .Ricoverato nel reparto di Cardiologia del Brotzu (diretto da Maurizio Porcu), viene inserito in fretta e furia nella lista dei pazienti che hanno bisogno di un trapianto di cuore. Il tempo intanto stringe e la situazione precipita: al padre spiegano che sarà difficile farlo sopravvivere più di qualche giorno. Quando tutto sembra perduto, uno dei medici propone di giocare una carta disperata: e se si provasse a somministrare il deferiprone? C'è un ma: il deferiprone è un farmaco in fase di sperimentazione, non ha completato i test clinici, soprattutto non è ancora autorizzato ad andare in commercio. Segue un giro concitato di telefonate per ottenere un benestare, sia pure informale. D'altra parte c'è ben poco da perdere: il malato è agli sgoccioli, potrebbe andarsene da un momento all'altro. Esattamente come è accaduto a tanti talassemici come lui.Com'è finita vuol essere lui a raccontarlo. Quel che si può dire è che sei mesi più tardi la Risonanza magnetica rivela che nel suo cuore il ferro è in evidente diminuzione. Sa di essersi salvato grazie a una decisione, come dire?, illegale. Il deferiprone era, come spiegano in gergo, off label: insomma, non ancora benedetto dal Comitato ministeriale per i farmaci. E dunque inutilizzabile. In teoria.Licenza media, Lele parla un italiano ricco ed elegante conquistato con una passione per la lettura che non rilascia diplomi. Per ben due volte, si fa tradire dall'emozione, la voce gli si spezza in gola. «Chiedo scusa, ogni volta che penso alla mia storia mi sento travolgere». Ha campato facendo il pescatore fino a quando la talassemia e una trasfusione tossica non gli hanno imposto di fermarsi. Nel vaevieni infinito da un ospedale all'altro, avrebbe dovuto aspettare la morte nel silenzio e nell'anonimato simile a quello di tanti suoi compagni di calvario. Scompenso cardiaco, avrebbero scritto come mille altre volte nel certificato di avvenuto decesso. Quest'estate, per dire com'è passato dall'inferno al paradiso, ha salvato un turista francese che rischiava di annegare. Lotta dura, nel maestrale in tempesta, ma alla fine ce l'ha fatta. «Sono diventato un'altra persona».
Cosa vuol dire nascere talassemici?
«Significa che appena vieni al mondo ti devi abituare all'idea dell'ospedale, anzi degli ospedali. Devi sottoporti, colpa dei globuli rossi malati, a continue trasfusioni di sangue: è l'unico modo per rigenerarli».
Pendolare casa-ospedale-casa già da bambino.
«Ti abitui rapidamente a questa condizione. Conosci altri talassemici, gente come te, e quindi diciamo che la vivi come una cosa quasi normale. Il difficile arriva quando cresci, soprattutto nell'adolescenza».
Perché, che succede?
«Si comincia ad avere i primi approcci con le ragazze e il mondo diventa improvvisamente più complicato».
Facile cadere nella depressione.
«A me non è successo. La mia fortuna è avere una famiglia, un padre soprattutto e sopra tutti, che mi ha sempre incitato a vivere la vita più normalmente possibile: leggere, guardarsi intorno, lavorare, insomma fare quello che fanno tutti gli altri senza sentirmi mai un disabile».
Perfidie.
«Tante ma se hai la famiglia giusta alle spalle, riesci a neutralizzarle. È capitato con qualche ragazza».
Più difficile innamorarsi?
«No, questo no. Succedeva invece che, frequentando con una certa insistenza una coetanea, i genitori facessero presente - col garbo che l'ipocrisia sociale impone - che in ogni caso non poteva esserci futuro».
Non era cosa, insomma.
«Esatto. Ma non me l'hanno mai sbattuto in faccia in modo così brutale. Ho sempre incassato senza soffrirne eccessivamente e lasciando lo sconforto per qualcosa che valesse davvero la pena. Avevo altro da pensare».
Per esempio?
«L'ospedale. È diventata, esente Imu, la mia seconda casa. Nella migliore delle ipotesi ci andavo, e ci vado, quattro volte al mese: due per i prelievi di sangue e altre due per le trasfusioni. Te le raccomando, le trasfusioni».
Non servono?
«Servono eccome. Ma quando il sangue che ti trasfondono è infetto ti becchi, come il sottoscritto, pure l'epatite C».
A tu per tu con la morte.
«Un talassemico se la porta dentro. Sapevo che raramente si riesce ad andare oltre i trent'anni, dunque ho messo in conto tutto».
Tutto, cosa?
«Che avrei vissuto poco, che pian piano l'eccesso di ferro mi avrebbe ucciso, che i miei amici talassemici (a forza di incontrarci abbiamo imparato a volerci bene) avrebbero fatto la mia stessa fine. Era un destino segnato, il nostro. Io, poi, potevo vantare un'esperienza come pochi».
Da che punto di vista?
«Della morte. Non è della morte che stavamo parlando? La mia famiglia è stata sterminata dall'anemia mediterranea: cinque zii uccisi dalla talassemia. Con un precedente così, non potevo certo mettermi grilli per la testa. Peggio, illudermi, sperare. Ho scelto una strategia diversa: reagire».
Reagire come?
«Sembrerà ridicolo ma mi sono fatto l'idea che la talassemia era un guerriero da sconfiggere. Tutto qui. Il problema era solo quello di trovare il coraggio per farlo. Sono convinto che la forza di volontà abbia un peso enorme in una guarigione. Sennò, quando il trapianto di cuore m'ha preso in contropiede, mi sarei sentito finito con troppo anticipo».
Invece?
«Quando mio padre mi ha portato in Cardiologia all'ospedale Brotzu di Cagliari stavo bruciando gli ultimi minuti: troppo ferro nel cuore, impossibile sopravvivere. Faticavo per andare dal letto al bagno, non avevo la forza di muovermi».
Però niente resa.
«Certo che no. Mio padre si è ben guardato dal riferirmi quello che gli avevano detto i medici. Vedrai, qualcosa succederà, mi incoraggiava. Non immaginava che ero in grado di leggergli lo sguardo. Mi rendo conto che non è semplice stare a guardare un figlio che muore a nemmeno 26 anni. Poco importa sapere da prima, da molto prima, che era tutto prevedibile».
Al trapianto non c'era alternativa?
«Purtroppo no. Anzi: si pensava proprio di no. Fino a quando non hanno sperimentato sulla mia pelle un farmaco non ancora autorizzato».
Vi hanno informato?
«Certo. Ma c'era poco da scegliere: mi restava pochissimo da vivere. Roba di giorni, anche se a me non avevano detto nulla».
Quando ha intuito che quel farmaco funzionava?
«Non saprei dire con precisione, ho vissuto giorni piuttosto confusi. Ricordo tuttavia d'essermi accorto che a un tratto il respiro era un po' più lungo, più consistente del solito. Sul momento non ero in grado di valutare l'importanza di questo segnale. Posso dire soltanto che mi sentivo leggermente meglio, stavo uscendo pian piano dal ruolo del quasi-morto. Ma di questo, in fondo, ero sicuro».
Sicuro di che?
«Sapevo di non voler morire. Sapevo d'essere un cadavere in lista d'attesa ma sono sempre stato convinto che in qualche modo da quella lista sarei uscito. Non avevo proprio voglia di andarmene all'altro mondo. È bellissima, la vita».
Quando ha capito d'essere salvo?
«La faccia di mio padre, che teneva i contatti con i medici, era una specie di inconsapevole bollettino-meteo. Passano le settimane e io mi accorgo di respirare sempre meglio. Dopo qualche mese, il cardiologo mi informa che ero stato depennato dall'elenco dei pazienti in attesa di trapianto».
E lei?
«Giuro, non ho afferrato fino in fondo tutto quello che mi ha detto. Ero troppo felice per concentrarmi. Dopo la talassemia, dopo l'epatite C mi stavano comunicando che avevo finalmente vinto una battaglia. Battaglia che, per quanto mi constava, doveva invece essere l'ultima. Un film che avevo visto troppe volte».
Dove?
«Nel passaparola tra di noi, noi talassemici voglio dire. Capitava che non vedevi una delle solite facce agli appuntamenti per le trasfusioni e allora capivi. Inutile fare domande: era una sorte che ci riguardava tutti, sapevamo non solo il quando ma anche il come. Uccisi da troppo ferro: che bestialità».
Tutto questo è passato. Oggi?
«Che dire? Sono un uomo normalissimo. Vado a caccia grossa e magari, durante le poste, ingurgito un po' di medicine: beh, poca cosa se penso a quello che ho passato».
E il surf da onda?
«Pure. Essere invalido civile non preclude lo svolgimento di attività fisiche, ovviamente a livello non intensivo, non agonistico. Buggerru, che è il luogo dove mi piace vivere, ha l'habitat ideale per questo sport».
D'accordo ma ci vuole fiato.
«E io ne ho. Il cuore è tornato ad essere perfetto o quasi. Mi controllo, ovviamente; amministro i miei sforzi quando sono sul surf e mi guardo bene dal fare le maratone di tanti miei amici».
Senza stancarsi.
«Soprattutto senza esagerare. Ma è una sensazione impagabile quella che ti regala il mare, questo mare. Gli devo molto. Mi piacerebbe saper spiegare cosa si prova a stare in cima a un'onda, super-impegnato a conservare un equilibrio ballerino che è poi il segreto della felicità».
Per questo festeggia due volte Natale?
«Ho un doppio Natale, perché negarlo? A parte quello istituzionale, ne ho personalmente un altro che cade a primavera, coincide con le dimissioni dall'ospedale. Non è Natale poter raccontare d'essere uscito dall'ingresso principale del Brotzu anziché dall'obitorio?»
Feste a parte, com'è cambiato?
«Da allora nulla è più come prima. Neppure io sono più quello di una volta. Avevo una disperata voglia di vivere e neppure un attimo di rassegnazione: questo mi ha salvato, ne sono certo. Non volevo infoltire il cimitero di famiglia».
Che futuro ha programmato?
«Ne ho uno bellissimo. Convivo da quindici anni con una ragazza meravigliosa, Stefania. Vorrei un lavoro per sposarmi. La mia fidanzata comincia ad essere stanca d'essere soltanto compagna. Vuol diventare moglie e ha sicuramente ragione. Questo per quanto riguarda il futuro programmato: vuol sapere se ho anche un sogno nel cassetto?»
Sentiamo.
«Mi piacerebbe diventare padre e nel frattempo vedere la talassemia completamente debellata o almeno curata meglio di quanto non accada oggi. Che dice, sogno troppo in  
grande?»

* http://it.wikipedia.org/wiki/Talassemia

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