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28/09/16

La storia di Isabel e Federica: ieri suore, oggi spose Il rito civile sarà celebrato a Pinerolo: “Dio vuole persone felici”














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antonio giaimo 

La sposa ha 44 anni, una laurea in Filosofia e la vita intera passata nelle missioni del mondo. Anche l’altra sposa si è sempre dedicata ai poveri ed ai tossicodipendenti, da Roma all’Africa. Si sono conosciute durante un viaggio pastorale, essendo entrambe due suore francescane. Ma oggi Isabel e Federica si sono unite in matrimonio a Pinerolo. Perché hanno capito di amarsi. 
«Dio vuole le persone felici, che vivano l’amore alla luce del sole», dice Isabel. «Chiediamo alla nostra chiesa di accogliere tutte le persone che si amano», dice Federica. Sono molto timide, molto forti. E chiedono di non dire altro. 
L’unione civile è stata celebrata dal sindaco del Movimento 5 Stelle Luca Salvai in municipio, la seconda da quando è entrata in vigore la legge. Ma ci sarà anche una funzione religiosa, e forse davvero non poteva essere diversamente. Verrà officiata dalla persona che meglio di tutte conosce la storia di Isabel e Federica. Come è nato il loro amore? «Come tutte le storie d’amore del mondo» risponde don Barbero. «Lentamente. Conoscendosi. Capendo, infine, di provare un sentimento profondo. Sarà bello averle qui nella nostra comunità di ascolto e preghiera». 
Due ex suore si sono sposate oggi, altro non è che una storia d’amore


Il commento di Niccolò Zancan sulla storia delle due ex suore che si sono sposate oggi a Pinerolo, in provincia di Torino.



Non è corretto chiamarlo don. Perché Franco Barbero dopo numerosi processi ecclesiastici, nel 2003 ha ricevuto da Papa Giovanni Paolo II la sospensione a divinis, che di fatto lo ha messo fuori dalla Chiesa cattolica. All’origine della scomunica papale ci sono proprio le sue posizioni sui matrimoni omosessuali. «Ma io continuo a sentirmi un prete fino alla punta dei capelli - dice - amo la mia chiesa, faccio il prete tutto il giorno a tempo pieno. Scrivo dei libri, curo un blog, sono in contatto con tantissimi sacerdoti che la pensano come me. Ed è proprio attraverso la rete che ho conosciuto anche Isabel e Federica». 
Sono coetanee. Una è italiana, l’altra è sudamericana. Il fatto che Isabel qui in Italia abbia solo un visto turistico ha reso necessario accelerare le pratiche per la cerimonia. «Sono due persone belle, con due lauree importanti. Persone di fede intensissima. Si sono conosciute tre anni fa. La loro è stata una decisione pregata. Hanno riflettuto a lungo, è stato un cammino tormentato. Hanno preso la loro decisione con coraggio, sapendo che non sarebbe stata molto condivisa». Molto? «Posso assicurare che non tutti sono stati contrari. Sono state criticate, ma anche capite da alcune consorelle. Così come ci sono tantissimi preti buoni che non condannano questo genere di scelte. E devo aggiungere, per la cronaca, che non è neppure la prima volta che mi capita di sposare due suore». 
Quest’anno Franco Barbero ha celebrato 19 matrimoni omosessuali. Quello di Isabel e Federica sarà il ventesimo. Il rito consiste nella benedizione della coppia. Una messa lunga e partecipata, con liberi interventi e ricordi. Le spose hanno chiesto l’anonimato. Vorrebbero che questo loro sogno coraggioso rimanesse riservato. «Non è pudore, ma paura dei pregiudizi. Non vogliamo diventare delle celebrità, ma vivere serenamente insieme e trovare presto un nuovo lavoro. Usciamo dal convento, ma non lasciamo la Chiesa e non dimentichiamo la fede». 
Stanno distribuendo i loro curricula. Diplomi, lauree, esperienze fatte in Italia e nel mondo. Della loro speranza di una vita nuova, si è già fatta carico la Cgil di Pinerolo. «Ma qui non si tratta soltanto di trovare un lavoro e uno stipendio, ma di un progetto di inclusione. Le due donne hanno una grande esperienza nell’insegnamento, vedremo... ». Così parla il segretario Fedele Mandarano. Che poi aggiunge: «Grazie alla legge Cirinnà si aprono scenari che non eravamo abituati a vedere. Ben venga questa apertura mentale!». 
Per arrivare a questa giornata di festa, Federica e Isabel hanno dovuto fare tutti i passaggi formali in Vaticano per farsi togliere i voti e lasciare il velo. Ma all’ex suora italiana resta ancora il compito forse più difficile. È nata in un piccolo paese del Meridione italiano: «Non solo dovrò dire a mio padre che non sono più suora, ma anche che sono felice di sposarmi con Isabel».

24/09/16

trento Lei marocchina, lui italiano sposi solo grazie al giudice Nozze vietate dal consolato per motivi religiosi, alla fine il tribunale dà il via libera Fatima racconta la sua battaglia: «Ho lottato anche contro la mia famiglia»

Scomettiamo  se il coniuge musulmano invece della donna fosse stato l’uomo? In quel caso - secondo l’ordinamento marocchino - non ci sarebbero stati problemi. Infatti la sentenza permette ad una donna islamica di poter sposare un cattolico senza che lui debba per forza convertirsi all'islam o fare finta






TRENTO. Pare impossibile, ma in questo mondo globale c’è bisogno del giudice per unire in matrimonio due giovani di nazionalità e religione diversa. E’ stata una battaglia lunga e faticosa, ma alla fine - grazie alla sentenza del tribunale di Trento - Fatima ed Enrico, questi i loro nomi, entrambi venticinquenni, lei operaia e lui dipendente dello Stato, potranno sposarsi anche se lei è di religione islamica e lui cattolico.
Le pubblicazioni sono state autorizzate proprio ieri dal Comune di Trento, ma per capire la storia di questi due giovani fidanzati bisogna fare qualche passo indietro. Ad esempio all’estate scorsa quando la coppia - che in realtà già convive da qualche tempo - decide che è giunta l’ora di unirsi in matrimonio. Ma al momento di raccogliere i documenti arrivano i primi problemi: «In Comune mi hanno spiegato che nel caso di cittadini stranieri serve un nulla osta del consolato» racconta Fatima, che è nata in Marocco 25 anni fa e che è giunta in Italia nel 2008 per raggiungere il padre assieme ai suoi familiari.
Così Fatima si reca negli uffici di Verona per ottenere il via libera dalle autorità marocchine, ma torna a Trento a mani vuote: «Mi hanno spiegato che il nulla osta sarebbe arrivato solamente dopo la conversione all’Islam del mio fidanzato. Altrimenti niente, perché la legge del mio paese non prevede il matrimonio tra una musulmana con un non musulmano».
Ma di una finta conversione, magari alla moschea di Roma, come prevede la procedura, recitando alcuni versi del Corano imparati a memoria, i due ragazzi non ne hanno voluto sapere. Per questo si sono rivolti all’avvocato Nicola Degaudenz per avviare la battaglia legale che si è conclusa nelle settimane scorse con l’ordine del tribunale di Trento al Comune: «Via libera alle pubblicazioni di matrimonio, anche se non c’è il nulla osta del Consolato» hanno stabilito i giudici, visto anche il parere favorevole del procuratore della Repubblica. Perché - si legge nella sentenza - non può essere impedito un matrimonio sulla base di considerazioni che sono contrarie alla libertà di religione e quindi alla Costituzione italiana.
Il matrimonio sarà quindi celebrato a novembre e Fatima - al termine della sua battaglia - ha voluto raccontare la sua storia al Trentino: «Non è stato facile, ho avuto pressioni da parte dei funzionari del Consolato che pretendevano la conversione all’Islam del mio fidanzato. Parlavano sempre con me, lui doveva restare fuori dall’ufficio o in sala d’aspetto: non è stato facile. Ma ho dovuto lottare anche contro la mia famiglia, in particolare mio padre e i miei fratelli, che non hanno mai accettato questo matrimonio con un ragazzo cattolico».
Il percorso di Fatima ed Enrico si concluderà con le nozze (che la famiglia italiana, almeno quella, festeggerà come si deve) ma in altri casi la battaglia legale è stata più difficile. Gli uffici dell’ambasciata infatti spesso si rifiutano di rilasciare il nulla osta senza fornire alcuna motivazione formale, né altre informazioni. Nel caso della giovane residente in Trentino invece è stato almeno allegato
un certificato secondo cui la donna risulta nubile. Tanto è bastato ai giudici per autorizzare le nozze. E se il coniuge musulmano invece della donna fosse stato l’uomo? In quel caso - secondo l’ordinamento marocchino - non ci sarebbero stati problemi.

20/05/16

La coraggiosa denuncia di uno studente contro i "tour propagandistici negli atenei" della Boschi per il SI al referendum



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Complimenti ad Alessio Grancagnolo, uno studente che ha esposto con chiarezza le motivazioni che rendono necessario opporsi alla riforma della Costituzione imposta dal Governo Renzi. Una prova del fatto che le Università italiane non sono seconde a nessun'altra in Europa e negli Usa. Un velo pietoso sull'intervento "politico" del Rettore.Questo paese ha bisogno di piccoli atti di coraggio a partire dal quotidiano" grazie ad Alessio Grancagnolo per non aver modificato il suo intervento sulla riforma costituzionale rivolto alla ministra Boschi durante un incontro presso l’Università di Catania, intervento guarda caso interrotto dal Rettore quando il ragazzo parla di “tour propagandistici
negli atenei” della ministra in vista del referendum costituzionale di ottobre. “Questo incontro non prevede contraddittorio” - replica il Rettore - "chi non gradisce questo format può anche non partecipare".
Vale la pena ascoltarlo fino in fondo e condividerlo!


A che se  sono  per  il No  pubblico  per  correttezza  la  risposta  della     contro parte  .  Perchè .a me piace ascoltare diverse voci sullo stesso argomento. Magari senza pregiudizi. .Ma  in questo caso     come  l'amica    compagna  di strada   


Tina Galante
Tina Galante infatti, senza pregiudizi, ma sicuramente con GIUDIZIO
Tina Galante
Tina Galante poi già 15 minuti, contro gli 8 del ragazzo, pure interrotto dal rettore... già questo basta a farmi scegliere da quale parte stare


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Infatti :  <<  Sono andato a vedermi la risposta della Boschi e ho capito perché non l'hanno pubblicata: perché è molto più efficace della domanda ! Siccome sono un signore, vi mostro il video con domanda e risposta, senza censure di parte. Giudicate voi Emoticon smile  >  condivido l'intento di  Giacomo Picchi  da  cui   hopreso il video  integrale

23/04/16

cosa è oggi la resistenza e perchè bisogna celebrarla o festeggiarla ?

oltre  questa riposta  data  sempre  su  fb a degli amici   che   volevano applicare  questa   slide
 Hai ragione caro Gianpaolo Paolo Scolafurru succede in tutte le rivoluzioni o rovesciamenti di dittature- )  o  la   gjuerra  civile  in spagna    deglia nni  30 del  secolo scorso  come puoi notare da quersto cartone degli anni 50\60 



Tratto dall'omonimo libro di G. Orweel , è piuttosto fedele alla storia, tranne alla fine in cui distorce un pochino gli eventi nel finale rispetto all'opera originale  che  è  più pessimista . Infatti Io Consiglio vivamente di leggere il libro ma se non   hai  nè tempo nè voglia  quantomeno di guarda questo cartone. e capirai insieme a Passi Flora che ha condiviso la stessa slide il 25 aprile 






 anche se non lo si festeggia dev'essere allo stesso tempo ricordato per gl stessi motivi che citate nella slide sopra contro cui bisogna rincominciare a lottare perchè esse sono più subdole e peggiori di quelle della prima metà del secolo scorso . Ecco perchè ora e sempre resistenza  ed              ecco  il  punto  da  cui  ripartire

Grazie  all'amica   Tina  Galante che  mi segue    dagli esordi del blog  ed  ora  su  fb    da  cui ho condiviso   dal suo  fb  la foto di Treccani.it

"Oggi la nuova resistenza in che cosa consiste. [...] Oggi ci vogliono due qualità a mio avviso cari amici: l'onestà e il coraggio. L'onestà... l'onestà... l'onestà. [...] E quindi l'appello che io faccio ai giovani è questo: di cercare di essere onesti, prima di tutto: la politica deve essere fatta con le mani pulite. Se c'è qualche scandalo. Se c'è qualcuno che dà scandalo; se c'è qualche uomo politico che approfitta della politica per fare i suoi sporchi interessi, deve essere denunciato!" (Sandro Pertini, discorso del 31 dicembre 1983)

21/12/15

il senso della vita è dentro di noi in noi stessi


https://www.facebook.com/MassimilianoSechiOfficial
https://www.youtube.com/channel/UCWjooB7HgcI1YiL6rIOj2bA
http://www.macshg.it/

video

Questo è il segreto della mia vita.
E' quello che ho provato da piccolo quando dovevo imparare a convivere con la mia disabilità, quando dipendevo dagli altri, quando la mia famiglia si è distrutta, quando mi vergognavo di uscire con le ragazze perchè mi sentivo un peso.
E' anche quello che mi ha portato a reagire, a voler smettere di credere a quegli sguardi che mi facevano sentire così diverso e così sfortunato.
Questo video è ciò che provo oggi quando riesco ad aiutare gli altri a credere che, nonostante tutto, ritrovando se stessi si può davvero essere felici.
Ecco, se domani lasciassi questa terra, questo è il video che vorrei le persone vedessero.





Infatti  .quando ci sono persone che si buttano giù anche solo x piccolezze dovrebbero ascoltarti per capire che da soli se vogliamo possiamo cambiare tante cose ed esser felici senza aspettare che le cose ci piovano dal cielo ..c è sempre qualcosa che possiamo fare x migliorare ogni situazione ..anche la più difficile.


22/07/15

Viareggio Un figlio e il cancro: la sfida di Chiara Viareggio: scopre il tumore in gravidanza ma riesce a sconfiggerlo.

canone   consigliata  durante la lettura
IL mondo  --  Csi  

la storia di Chiara che ha scoperto di avere un tumore in gravidanza. È riuscita a diventare mamma e a guarire dal cancro. Ora con un progetto fotografico aiuta le donne a liberarsi dal peso della malattia e dalla paura di morire

Un figlio e il cancro: la sfida di Chiara
Viareggio: scopre il tumore in gravidanza ma riesce a sconfiggerlo. Ora con altre 11 donne si mette in gioco : «Possiamo vincere» di Valentina Landucci





VIAREGGIO. Nel suo grembo ha portato la vita e la morte: suo figlio e il cancro. Tra lei e il suo piccolo c'è stato, per così dire, uno scambio: lei gli ha donato la vita e da lui in qualche modo l’ha ricevuta in cambio.
Chiara Vogliazzo è una bella mamma di 43 anni di Massarosa. Sorriso luminoso, straordinario senso dell’umorismo e una piccola cicatrice sulla pancia, il segno della sua grande e indicibile paura: morire per quella malattia scoperta diventando madre. Un inferno vissuto nel silenzio, tra terrore e speranza. E quel bambino. «È lui che mi ha dato la forza, che mi ha ridato la vita» racconta a distanza di 4 anni dall'operazione: cancro al colon.
Ora Chiara sta bene. Si sottopone a controlli periodici, ma sta bene. E ha deciso di mettersi in i gioco   con il sorriso e in modo originale ideando il progetto “Cicatrici di vita”: la sua e quella di altre 11 donne che come lei si sono fatte fotografare per un calendario mostrando i segni delle operazioni subite per combattere il cancro. Hanno sofferto e combattuto. E ora sorridono di fronte all’obiettivo, alla vita: hanno vinto loro.
«È vero le cicatrici sono profonde - spiega Chiara parlando del suo progetto - ma la rinascita è ancora più forte e dodici donne vogliono mostrare che dal cancro si può guarire e se ne può uscire con il sorriso facendo pace con le proprie cicatrici sia dell'anima che del corpo».

Come hai scoperto la malattia?

«Ho scoperto di aspettare un figlio, tanto desiderato, nella primavera del 2010. Durante uno dei controlli è venuto fuori che avevo una anemia molto forte. Mi ricoverano, faccio delle trasfusioni, scoprono che ci sono delle perdite e che sono necessari ulteriori accertamenti che decido di fare ma solo in parte perché il mio unico obbiettivo è portare a termine la gravidanza. Mi dico: “Una volta che ho partorito si vedrà”. E il 20 dicembre del 2010 nasce il mio bambino. Qualche settimana dopo il parto, come prevede la tabella dei controlli, vado dalla mia ginecologa che è anche il mio medico curante, per una ecografia per vedere se l'utero si è riassorbito. Mi dice che c’è una massa nell’intestino, è preoccupata: bisogna urgentemente fare una colonscopia e capire che cos’è. E gli accertamenti confermano che è necessaria un’operazione d'urgenza. Mi hanno spiegato che la situazione era grave ma potevo guarire».

Avevi un bimbo di poche settimane a casa ad aspettarti, come hai reagito?

«È stato come sprofondare nel baratro più profondo che si possa immaginare. Ho pensato subito al mio bambino. Ho pianto tutte le lacrime del mondo, vissuto momenti di puro terrore, avevo paura di morire. Pensare al mio bambino era la tragedia più grande ma allo stesso tempo è stato lui la mia più grande forza. Mi dicevo: oddio, rimarrà senza mamma. E insieme: ce la devo fare, devo crescere lui. Piangevo a dirotto ma dovevo pensare positivo».

Il 2 maggio 2011 vieni operata al Versilia: c’è la conferma che si tratta di un cancro. E dopo l’operazione comincia un altro dolorosissimo percorso: la chemioterapia. Sei mesi. Come li hai vissuti ?


«La terapia non mi ha fatto perdere i capelli ma mi dava malessere e dolori che mi rendevano difficile prendere in braccio mio figlio. Lo guardavo negli occhi e la paura di morire si moltiplicava milioni di volte. In quel periodo gli ho scritto una lettera… per dirgli come mi sarebbe piaciuto che fosse da grande se io non ci fossi stata più».

E di tutto questo non ha mai fatto parola con nessuno. Almeno fino a un certo punto.

«Ho condiviso questo percorso con i familiari e le amiche più care. Ma come sempre nella mia vita anche di fronte al cancro avevo deciso di vivere il mio dolore in silenzio in contrapposizione con il mio carattere solare. Con il rientro al lavoro, a inizio 2012, decido di mettere “tutta questa roba” in uno sgabuzzino dicendomi “è passata così”. Ma cose così grandi - e forse è anche un bene - prima o poi ti presentano il conto. Nel mio caso è successo con un corso di fotografia che comincio a frequentare a inizio 2013 con il maestro Alessandro Citti. Che nelle sue lezioni non parla solo di tecnica ma anche di immagini e emozioni: in me si smuove qualche cosa. E mentre sono alla guida della mia macchina diretta alla cena organizzata per la fine del corso di fotografia mi viene in mente di chiedere al maestro se se la sente di fotografare le cicatrici di donne operate di tumore per farne un calendario a scopo benefico. Accetta subito. Mi si allarga il cuore: conoscevo il maestro da pochissimo tempo e subito aveva dato la sua disponibilità a realizzare gratuitamente le fotografie per aiutare a sensibilizzare il più possibile su questo argomento, far parlare di questo tema. Con lui siamo subito d’accordo anche su un altro fondamentale aspetto del progetto. Le immagini devono trasmettere un messaggio positivo, non vogliamo foto tetre, ma modelle che sorridono e che trasmettono un messaggio di fiducia e speranza».

A questo punto ti sei messa alla ricerca delle modelle. E tu sei una delle 12 protagoniste del calendario che dovrebbe essere pubblicata a ottobre, di cui peraltro ha già parlato, raccontando anche la tua storia, la direttrice del settimanale Donna Moderna. È stato facile trovare donne disponibili a farsi fotografare mostrando le proprie cicatrici ?
«È stata la cosa più difficile, psicologicamente. È stata la mia terapia. Dovevo raccontare ad altri quello che è successo a me. E sentire le loro storia. Ho ricevuto anche alcuni no, come comprensibile, ma soprattutto tanti sì dati subito e con entusiasmo. Mi ha riempito il cuore vedere la solidarietà che c'è tra chi ha passato questa cosa: tutte sentivano evidentemente la necessità di dare un messaggio positivo e di sensibilizzare su questo tema. Ricordo soprattutto l’incontro con la prima modella, una ragazza che portava il bimbo al nido con il mio. Non la conoscevo ma ho deciso di parlarle del mio progetto. E lei ha detto subito di sì: il suo entusiasmo, la sua commozione la sua gioia mi hanno dato il coraggio di andare avanti. Io inizialmente non intendevo farmi fotografare: mi vergognavo. Sono state le undici donne che ho incontrato in questo percorso a darmi la forza».

A che punto è adesso il progetto?

«Tra novembre 2013 e aprile 2014 abbiamo fatto tutti gli scatti. Il maestro Citti li sta rielaborando. Poi ci sarà il lavoro, anche il questo caso offerto gratuitamente, del grafico Rino D'Anna. Mi sono rivolta all’associazione “Per te donna” che da tanti anni opera con grande impegno sul territorio su questi temi. Mi è subito sembrata la realtà perfetta perché rispetta in pieno la filosofia del mio progetto e anche da parte loro l’adesione è stata entusiastica e immediata. Ho chiesto a loro aiuto per la realizzazione finale del calendario e insieme abbiamo inoltrato domanda di patrocinio a tutti i Comuni della Versilia, all'Asl e alla Provincia. Insieme stiamo cercando gli sponsor per riuscire a stampare il calendario che vorremmo presentare a ottobre. Non sarà in vendita ma raccoglieremo offerte libere per il calendario che si potrà trovare presso l'associazione e anche in occasione delle mostre delle fotografie che faremo sul territorio. Insommasiamo al punto di trovare le risorse necessarie per stampare calendari e pannelli per le mostre. Ci tengo a dire che abbiamo trovato qualcuno già disponibile ad aiutarci anche se per ora non basta. Cosa che mi dà tanta fiducia: ci sono tante persone generose e questo mi riempie il cuore».

11/01/15

“Prof, mi dicono gay!”: così ho fatto coming out con i miei alunni

storia dedicata  a chi   vede  il coming  out  solo come un gesto  esibizionistico   per mettersi in mostra   , ignorando  o non sapendo che  molto spesso dietro  tale  gesto si nasconde  una liberazione da sensi di colpa e sofferenze  come la storia  che propongo oggi 




 «Non parlare con me. Se parli con me la gente penserà che sono frocio». Questa è stata una delle frasi che, quando ero adolescente, mi sono sentito dire più volte in classe, nei corridoi, nei bagni della mia scuola. A volte ciò succedeva di fronte gli insegnanti stessi, che si limitavano a invitare al silenzio. A volte imbarazzati, incapaci di reagire e di dire l’unica cosa possibile. Ciò mi umiliava due volte, come essere umano e come studente. E la mia vita è andava avanti così per diversi anni, fino a quando le cose si sono normalizzate. Ho fatto coming out e quel corredo di insulti e di parole acuminate si è dissolto nel nulla. La gente ha paura delle cose che addita come sbagliate e quando queste si palesano con un volto, un nome e il coraggio di dire «sì, è così. E allora?» certe persone scappano via. Come sempre succede ai codardi. Ma questa è, appunto, una storia vecchia. Almeno per quello che mi riguarda.
Qualche anno fa insegnavo in una scuola di un quartiere popolare di Roma, fuori raccordo. Una scuola ritenuta difficile. Moltissimi migranti, bambini/e i cui genitori si alzano alle quattro e tornano a casa col buio. Persone umili e oneste, ma a causa delle condizioni di lavoro a cui sono sottoposti, spesso assenti. Quei bambini e quelle bambine, in non pochi casi, sono lasciati a loro stessi e lo vedi dai loro volti, dal loro sguardo, quanta rabbia può fare vivere in un mondo che ti descrive come corpo estraneo, ostile, e ti tratta come un reietto. In quella scuola qualcuno ebbe la brillante idea di fare un profilo falso su Facebook con il mio nome, intervallato da un bell’insulto a sfondo omofobico. “Dario er frocio Accolla” mi chiese l’amicizia. Sprofondai in un malessere che pensavo di aver archiviato più di venti anni prima, ma evidentemente certe ferite erano ancora lì, per quanto piccole o lontane. Il sostegno di colleghi e colleghe e delle mie classi stesse mi diede il coraggio necessario. voleva picchiarmi, a sentir lui. Perché ero frocio. Mi vide da lontano e mi raggiunse. Una mia allieva, nigeriana e bellissima, si frappose tra noi. «Embè? Qualche problema?» e il tipo scappò via. Come sempre succede ai codardi, appunto.
Una volta un bulletto di un metro e novanta, quasi sedicenne, venne perché
L’altro pomeriggio, durante l’ultima ora di lezione, un mio alunno mi ha detto che i suoi compagni di classe lo insultano dandogli del “gay”. Capirete da soli le ragioni per cui ho fatto coming out…
«Non c’è niente di male, ad essere gay» gli ho detto.
«Ok, ma a me dà fastidio!»
«E allora impareremo due cose» ho detto alla mia classe «la prima è che non si dice “gay” per insultare nessuno e la seconda è che se dite questo potreste offendere anche altre persone. Magari avete un prof omosessuale e non lo sapete. Oppure lo sapete, e fate finta di nulla…».
E quando i loro occhi si sono cercati, forse vedendosi scoperti, ho sorriso e sono andato avanti con le mie parole.


«Ho già detto che usare la parola “ebreo” come offesa non fa male solo a chi la subisce, ma a tutte le persone che sono ebree. Ebbene usare “gay” come parolaccia, non dà fastidio solo al vostro compagno, ma rischia di offendere anche me».
Ne è seguita una discussione sul rispetto reciproco, sulla pacifica convivenza e per premiarli ho mandato tutti e tutte a giocare in giardino qualche minuto prima.
Quanto accaduto quel pomeriggio, nella mia aula, è una tappa di un percorso lungo, che si sovrappone a una vita intera. Credo sia un atto di onestà intellettuale dare un nome alla propria identità, soprattutto di fronte a casi di discriminazione, in un contesto così delicato come quello scolastico. Fare coming out ci rende forti, aiuta ad incontrarsi, a capire che il mostro descritto da chi ne ha paura e scappa via quando lo vede, è solo un essere umano. Forse è per questo che i soliti noti non vogliono che se ne parli a scuola: per non essere scoperti di fronte alla loro vigliaccheria.
Ai miei tempi mi avrebbe fatto piacere che un prof avesse detto ai miei compagni quel «non c’è nulla di male nell’essere gay, non ha senso usare quella parola come insulto». Quel pomeriggio, un po’ grigio e un po’ gelido, ho sanato quella ferita fatta al bambino che ero trent’anni fa. E, lo credo davvero, non solo a lui.


e consigliando   tale  libro 

Nel 2010, dopo alcuni suicidi di ragazzi omosessuali vittime delle prese in giro dei loro coetanei, lo scrittore e attivista Dan Savage e suo marito Terry Miller hanno caricato su YouTube un messaggio diretto agli adolescenti che subivano bullismo e discriminazioni a scuola o in famiglia: "Quando avevamo la vostra età" raccontano "è stata dura anche per noi essere gay in mezzo a persone che non ci capivano, ma se oggi potessimo parlare ai quindicenni che eravamo gli diremmo di resistere, perché presto andrà tutto meglio, troveranno degli amici fantastici, troveranno l'amore e un giorno avranno una vita molto più felice di quanto immaginano". È stata la prima di migliaia di testimonianze che hanno dato vita a un sito e a una fenomenale campagna sul web, chiamata It Gets Better. Nel 2013 il progetto è sbarcato anche in Italia, con il nome "Le Cose Cambiano". Dall'esperienza e dal successo dell'iniziativa ha preso forma questo libro, che raccoglie i racconti e le testimonianze più belli provenienti dal progetto italiano e da quello americano. Un archivio di buoni consigli, episodi tristi e divertenti e storie a lieto fine, che unisce le parole di personaggi famosi e persone comuni, scrittori, musicisti, attori, comici, studenti, insegnanti, avvocati, attivisti, omosessuali ed eterosessuali, transessuali e queer. Per ricordare a tutti i ragazzi LGBT che stanno affrontando un momento difficile o fanno fatica a immaginare come sarà il loro futuro, che non sono soli, e che le cose presto cambieranno... 

che   è diventato anche  un sito  http://www.lecosecambiano.org Ma soprattutto  ( vedere  foto  sotto  )  


condividendo il post  , ho  già raccontato al storia   qui  sul blog  , di Viviana Bruno ( https://www.facebook.com/viviana.meladailabrianza


08/06/14

Michele Romeo, prof di matematica e fisica in classe con gonna e tacchi : “Vivo come mi sento”


cazzeggiando in rete ho letto , non ricordo la fonte  questo articolo interessante   . Chi la trova me la può segnalare , e se ciò dovesse essere coperto da copy right resto a disposizione per una rimozione o altro 

potrebbero esservi utili









“Sono androgino, in me convivono aspetti femminili e maschili”. Così ha dichiarato al Piccolo di Trieste Michele Romeo, prof di matematica e fisica che si presenta agli alunni vestito da donna. La sua è una scelta precisa: “La gente deve conoscere, imparare. Spero serva anche a tutte quelle persone che vivono di nascosto e con sofferenza una situazione simile alla mia”.“Amavo indossare gli abiti e le scarpe di mia madre e mi piaceva guardarmi allo specchio, non avevo tanto un problema con me stesso quanto di confronto con gli altri”. Vive a Trieste da circa quattro anni, ma si è laureato a Lecce. A dicembre 2013 si è sposato con una donna con cui stava da 17 anni, e della quale dice “E’ la mia compagna di vita, di lei sono innamoratissima”.

04/06/14

Così Angela è diventata Simone: storia (fotografica) di una transizione

 potrebbe  interessarvi  anche la storia   di   **** di Iside, giovane transessuale MtF e del suo percorso per diventare veramente ciò che è sempre stata: una donna. Dalla realtà incementata di pregiudizio di un piccolo borgo rurale, alle aule spesso troppo grandi, dell'università. Il lungo volo di una farfalla che non vuole rimanere crisalide  . Non ricordo  l'url  del  post  in cui  ne  ho parlto    ,  ma  la  trvate  in questo  crto qui sotto




espresso online del 03 giugno 2014


Simone ha 57 anni. Non ha lavoro, deve cambiare casa, ma è felice. Perché finalmente è (quasi) ciò che ha sempre desiderato essere: un uomo. La fotografa Alessia Bernardini lo ha seguito per i due anni in cui ha vissuto sulla soglia. Dal passato femminile a un futuro maschile. E ha raccolto l'esperienza in un libro, premiato a Riga. E che sarà a Milano il 7 giugno
DI FRANCESCA SIRONI

«All'inizio mi chiedevo: chissà se è vero fino in fondo. Chissà se non è solo un malessere psicologico. Alla fine ho scoperto che no: è reale. E noi non possiamo proprio giudicare». Alessia Bernardini è una fotografa. Che come vicina di casa, due anni fa, si è trovata una donna di nome Angela. Che le ha chiesto: «Aiutami a raccontare la mia storia».



La sua storia era la storia di una bambina, poi ragazza, poi adulta, che ha sempre provato vergogna, fino alla rabbia, all'odio, per il proprio corpo. Non perché brutto: grasso, storto o castano. Ma perché “sbagliato”, rispetto a ciò che lei sentiva di essere: il corpo di una donna per una persona che si vede uomo. È complicato, ma, racconta, Alessia, meno di quello che sembra: «Lui è sempre stato convinto».
Così, ha chiesto ad Alessia di accompagnarlo. Per due anni hanno sfogliato insieme vecchi album, camminato per strada, guardato la gente come guarda una donna che vuole essere uomo. Nel frattempo è arrivata anche per Angela la possibilità di realizzare, tramite il Servizio sanitario nazionale, il suo unico desiderio. E così le prime due operazioni. Gli ormoni. Oggi, lui si chiama Simone, ha 57 anni, è un uomo. È disoccupato, ma felice: «Tutta la storia che abbiamo voluto raccontare è un mix di sofferenza e successo, di dolore e possibilità».

le interviste, gli incontri, le fotografie e le vecchie polaroid sono diventate infatti nel frattempo un libro fotografico, intitolato “Becoming Simone” , che ha vinto il primo premio al Self Publishing contest di Riga e sarà presentato il 7 giugno a Milano in occasione dell' evento  "Ladyfest" .
In un momento in cui anche il settimanale “Time” mette per la prima volta in copertina una transgender, Alessia Bernardini dice di aver voluto raccontare «Più che l'aspetto fisico, o le operazioni, lo sdoppiamento interiore, il doppio modo di vedere e vedersi anche nei momenti più semplici. Per questo nel libro passato e presente sono mescolati: non c'è un prima o un dopo nettamente separati. Io quasi, fotografandolo, non mi sono accorta di quanto fosse cambiato con la terapia. Solo dopo aver visto il libro completo ho realizzato»




Il cambiamento non è ancora totale. Manca la terza operazione, la più importante forse, quella che riguarda il pene. «Simone deve aspettare. Ha dovuto aspettare anni per ottenere le prime cure dall'Asl. Se avesse potuto, lo avrebbe fatto subito. E ora ha ancora attese davanti». E il libro, già chiuso? «Il titolo – becoming – racconta il processo. E lui ormai è un uomo». Che deve affrontare da uomo i 57 anni di vita che ha passato da donna.


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A cominciare dagli sguardi degli altri: «Non è che la gente lo osservi: non è una persona appariscente», racconta Alessia: «Piuttosto il problema sono i vicini: lui continua ad abitare nella stessa casa dove la portinaia l'ha sempre chiamato Angela. Vorrebbe trasferirsi, iniziare in un contesto nuovo, con una nuova identità». Senza specchi, insomma del passato. Per ora, non può permetterselo. Ma intanto non prova più vergogna di sé. È felice, dice. Pensa di non aver perso nulla. Anzi: di aver guadagnato un futuro. Partendo dal libro con cui ha voluto provare a raccontarsi. Per dire che è difficile, sì, la transizione. Ma possibile. E che ora, ripete, lui è felice.

11/03/14

chi fa da se fa per tre . Cina, 15 km col figlio disabile in spalla per portarlo a scuola

da  repubblica

Yu Xukang percorre tutti i giorni trenta chilometri a piedi per portare Qiang a scuola. Yu è un papà quarantenne single; Qiiang, un bimbo di 12 anni, affetto da una malattia che gli impedisce di camminare, a cui è stata costruita una cesta su misura per poterlo trasportare agevolmente in spalla.



Vivono nel Sichuan, in una remota località rurale. Ogni giorno Yu si alza alle 6, parte alle 7 con il figlio sulla schiena e arriva a scuola dopo due ore. Va a lavorare e alle 16 lo va a riprendere per tornare insieme a casa. Trascorre sei ore della sua giornata avanti e indietro tra casa, scuola e lavoro per non far perdere neanche un giorno di lezione a Qiang.


La moglie li ha lasciati quando il bimbo aveva solo tre anni e Yu non si è arreso e neanche perso d'animo: "Non arriviamo mai tardi", racconta sorridendo. La storia di Yu, comparsa su diversi giornali locali, ha convinto il Governo ad offrire a questo papà coraggioso, un alloggio vicino alla scuola

06/09/13

Il coraggio di Federica e la vita che non muore

La vita non è perfetta, le vite nei film sono perfette, belle o brutte, ma perfette, nei film non ci sono tempi morti, la vita è piena di tempi morti, nei film sai sempre come va a finire, nella vita non lo sai mai. (  dal film radio freccia  ) 

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Apro l'unione  online  è  leggo    questa triste news (confermata da  questo video del tg Sardo di videolina)

E' morta la  ragazzza Cagliaritana che ha sfidato il tumore creando un blog e pubblicando le cartelle cliniche sul web

Sulla sua pagina di Facebook qualcuno ha scritto che alla fine la guerra l'ha vinta “lui”. Ma forse non è così. Forse, a ben guardare, ha davvero vinto Federica, anche se ora non c'è più. Perché il tumore contro cui ha combattuto come una leonessa e che alla fine l'ha portata via, non potrà mai cancellare ciò che questa ragazza cagliaritana è riuscita a realizzare aggrappandosi solo al suo coraggio e alla sua tenacia, incrollabili come il granito della sua terra. Né, soprattutto, potrà mai togliere la speranza che il suo straordinario esempio ha dato a chi oggi subisce lo stesso calvario.In questo senso lo sconfitto è “lui”. Quel male bastardo che ha tentato senza riuscirci di piegarla, di spegnerne il sorriso, di trasformare una donna nella primavera della vita in una malata terminale sepolta dentro un guscio di disperazione. Federica Cardia, la bella e forte Federica, se n'è andata ieri, a 31 anni, nel silenzio della sua casa di Pirri.Ne aveva due in meno quando scoprì di avere un cancro al colon. Diploma al liceo Pacinotti, laurea alla Sapienza di Roma, un posto di lavoro alla Sony, dopo i primi momenti di disperazione decise di alzare subito la testa. Così, nonostante i medici le avessero detto che non c'era nulla da fare, pubblicò su Facebook le sue cartelle cliniche chiedendo a chiunque poteva di aiutarla. Anche economicamente. Era decisa a tutto Federica, anche a fare da cavia per costosissime cure sperimentali. E per far capire quanto fosse determinata, creò un blog dal titolo eloquente: «Tanto vinco io». In un attimo la sua storia fece il giro dei social network e divenne un caso mediatico. Tanti hanno fatto la fila per intervistarla, c'è chi le ha dato dei premi, chi l'ha paragonata addirittura a una indomabile Giovanna d'Arco dell'era di internet.A lei però non è mai sfuggito quale fosse il reale obiettivo. E se anche per un attimo l'avesse perso di vista, c'era sempre lui, il tumore, a ricordarglielo. Dolori lancinanti, interventi chirurgici demolitivi, sfibranti cicli di chemioterapia. Il suo scopo era dare un messaggio prima a se stessa che agli altri: mai arrendersi anche quando tutto sembra perduto, mai mollare se dentro di te c'è ancora un granello di vita. Viene voglia di piangere leggendo i suoi ultimi post su Facebook, ormai l'unico contatto con le migliaia di persone che si erano innamorate della piccola guerriera sarda in lotta contro il male per definizione. «Due anni e mezzo con il mal di pancia. No, non è umano» . E ancora: «In qualche remotissimo angolo di mondo ci sarà un po' di felicitá anche per me» .Poi però rileggi l'intervista rilasciata lo scorso dicembre a Francesco Abate sull'Unione Sarda e capisci che non è stato tutto inutile. «La mia forza - diceva - è stata nel chiedere aiuto e dire alle persone guardate che forse c'è una speranza anche nella situazione più drammatica. Condividendo energie, conoscenza, un messaggio su facebook di affetto, di amicizia forse riusciamo a cambiare questo cinismo. Un'amica mi ha detto: grazie perché in un'epoca in cui non crediamo più in niente tu credi».È vero, Federica. Alla fine hai vinto tu. Anche se ci mancherai tantissimo.
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Massimo Ledda

Aveva sfidato il tumore, raccontando la sua battaglia contro la malattia su un blog che iniziava così: «tanto vinco io». Federica Cardia, cagliaritana, 31 anni di puro coraggio, è morta ieri nella sua casa di
Pirri, salutata da centinaia di messaggi lasciati sul suo profilo Facebook. Struggente il ricordo del padre Mario: «Ho perso una figlia ed è un dolore immenso, è sempre stata combattiva, sin da piccola. Voleva vincere lei».
Con gli occhi  ,  pur  non conoscendola  nè direttamente  nè indirettamente  , gonfi di lacrime  ( come mi accade  per  le morti  specie  quelle  giovanili  vedi post  precedente sulla morte di un mio compaesano   )  leggo  dall'unione  sarda  di  venerdì 06 settembre 2013 - Primo Piano (Pagina 2)  sia l'incipit  del post  sia   questi  due articoli 


«Ha combattuto tanto»
Il padre e la madre distrutti dal dolore: «La sua non era più vita»
La sorella: «Sono orgogliosa, i veri eroi fanno qualcosa di grande»
Il papà Mario, la mamma Milena e la sorella Alessandra sostenuti dall'abbraccio di parenti e amici nella loro casa di Pirri: «Almeno adesso Federica ha smesso di soffrire».

Il libro sul comodino lasciato a metà, i cd disposti con ordine sulla mensola sopra il letto. «Amava leggere e la musica. Aveva una voce divina», Alessandra, venticinque anni, fa fatica a trattenere le lacrime. «Avrei voluto dire tante cose a mia sorella, ma sono sicura che lei le sappia già». Nella cameretta al primo piano della palazzina grigia in via Acuto 8, all'ingresso di Pirri, è tutto come l'ha lasciato Federica. Il copriletto con le margherite, lefoto alle pareti, l'armadio a ponte, la libreria piena.Lei è nella stanza accanto, sembra addormentata, serena come non è mai stata in questi anni di sofferenza. Mamma Milena piange, accarezza i piedi alla sua bambina, la osserva rassegnata, con un senso di impotenza lacerante. Alessandra ha una consapevolezza che va oltre il dolore. Questo mese discuterà la tesi, nella prima pagina la dedica alla sorella: «I veri eroi non sono quelli che vivono nei grandi e nei piccoli schermi, ma quelli che ogni giorno si alzano, lottano e fanno nella vita qualcosa di straordinario» Papà Mario è un uomo forte, ha gli occhi lucidi, ma trattiene l'emozione: «Ho perso una figlia è un dolore immenso. È stato tremendo vederla soffrire per tre anni. È voluta morire così, le do tutte le ragioni del mondo». Dalle finestre affacciate sulla strada si vedono gli amici di Federica. Sono davanti al portone, sotto la pioggia battente, in silenzio, stretti in un dolore sordo. Dentro casa è un viavai continuo di parenti. I volti cupi, e di parlare nessuno ha molta voglia. Federica non c'è più, l'assenza della ragazza guerriera pesa come un macigno. «Era tosta anche da bambina», racconta il padre, orafo a Pirri. «È sempre stata molto combattiva, il suo motto era Tanto vinco io . Voleva battere la malattia, ma negli ultimi tre mesi ha iniziato a perdere la speranza».Aveva un blog, Federica, dove ha messo nero su bianco il suo calvario. «Non sono mai riuscita a leggere niente. Mio marito ogni tanto mi raccontava qualcosa. Io non ce l'ho mai fatta, mi faceva troppo male», ammette la mamma col viso contratto dal dolore. Poi prende i giornali con tutte le interviste a Federica, diventata esempio di coraggio per tante persone che come lei soffrono. «Era una ragazza semplice, solare e umile. Amava scrivere, era molto colta». Alessandra ha un sogno: «Voglio mandare avanti il sito di mia sorella, so che lei desidererebbe questo»..Sulla sua pagina Facebook Federica ha più di tremilaetrecento mi piace, il volto sorridente sulla sinistra, sotto l'ultimo post datato 3 settembre: «Tre mesi e più di ospedale (non continuativi, ma più o meno siamo lì) tra alti e bassi, interventi chirurgici e tanta, troppa stanchezza. Spero di darvi buone notizie nelle prossime settimane, per ora buonanotte!». Sul suo blog il racconto del suo calvario iniziato nel 2011. «Quando la tua vita sembra andare a gonfie vele, quando hai ottenuto il lavoro desiderato da una vita, nella città che ami, quando hai degli ottimi amici e fai una vita attiva, sempre sulla cresta dell'onda tra aperitivi, musica e palestra, quando ti sembra di toccare il cielo con un dito e di poter spaccare in due il mondo con la sola forza del pensiero... ecco, è proprio in questo momento che la tua esistenza viene stravolta da una piccola parolina insignificante che inizia con la lettera C. Ho il cancro ». Federica ha combattuto con tutte le forze, ma il suo male era troppo grande. «Gli ultimi giorni è crollata psicologicamente, diceva io voglio lottare ma questo è troppo», confida il papà. «Mi diceva: Che vita sto facendo?Amava il mare, ma non ci poteva andare. Le piaceva stare con gli amici, e non poteva farlo. A trentun anni rinunciare a tutto questo è troppo».
Sara Marci

L'ESPERTO. L'esempio della blogger visto dall'oncologo Giuseppe Murenu

«Reagire alla malattia aiuta»

Pensare positivo è una delle cure più importanti

«Avere un atteggiamento positivo e combattivo di fronte alla malattia è importante quanto seguire una terapia corretta. E per chi ne ha avuto il dono anche la fede aiuta tantissimo, anzi è fondamentale».
Giuseppe Murenu, primario di chirurgia sperimentale all'ospedale Oncologico di Cagliari, sa bene di cosa parla e non solo perché da medico deve ogni giorno fare i conti con la vita e la morte. Pure lui, qualche anno fa, si è trovato dall'altra parte della barricata e ha vissuto sulla sua pelle il trauma della malattia. «La prima cosa che pensi è “perché è capitato a me?”», confessa. Federica Cardia, la blogger cagliaritana morta ieri dopo due anni di lotta contro il cancro, confidò di aver avuto la stessa reazione. «È normale che sia così - spiega Murenu -, è la non accettazione di un qualcosa che ci fa paura e che non puoi controllare. Poi però bisogna reagire. Ecco perché l'esempio di questa ragazza è molto importante, perché è un esempio di coraggio. Non bisogna mai perdere la speranza e questo è il giusto modo di affrontare la malattia. Un atteggiamento così è utile anche dal punto di vista clinico e non solo psicologico: pensare positivamente è importante, non a caso l'insorgere di molti tumori è favorito dallo stress cronico».Pensare positivo dunque, anche perché negli ultimi anni la ricerca ha fatto dei passi da gigante. «Oggi la maggior parte dei tumori si possono curare - conferma Murenu - io mi occupo soprattutto del cancro alla mammella e se penso alle possibilità di guarigione che c'erano 30 anni fa rispetto a quelle di oggi dico che di strada ne abbiamo fatta tantissima: nel 2013 i tumori al seno per il 90 per cento si curano». Va da sé che si devono comunque evitare stili di vita e comportamenti a rischio: «Beh certo, quello è scontato anche se è sempre utili ricordarlo. Come è molto importante la prevenzione che consente di fare diagnosi precoci». ( m. le. )Essi  ( specie il  2 articolo )   rafforzano  la mia convinzione a  lottare    contro le malattie  sia fisiche  che  psicologiche  . Strada intrapresa  da sempre , ma  rafforzatasi   con   la lettura  sia della riedizione speciale    sia  della versione normale  di mater morbi di Dylan Dog   


GRAZIE  FEDERICA  

28/07/13

LA LETTERA La mia vita prigioniera in fuga dall'amore violento

da  repubblica  online 

Sono chiusa qua dentro senza la possibilità di uscire né di ricevere visite, tutto questo per la mia sicurezza. Questa è la mia storia. Tutto ha avuto inizio circa un anno fa, quando, nel bel mezzo della mia ex spericolata vita è apparso lui: Mario. Come tanti ragazzi della nostra età ci siamo innamorati e abbiamo dato inizio alla nostra storia d'amore. Almeno così la vedevo io, noi ci amavamo anche se lui era molto geloso. Sotto la sua crescente pressione ho cancellato tutte le mie foto perché se no lui si incazzava, così pure i numeri di telefono degli amici maschi. E ancora non bastava per lui. Ho dovuto cambiare numero di cellulare per evitare che i miei amici mi chiamassero, non parlare più di uomini nemmeno con le mie amiche. Tutto mi sembrava sopportabile pur di essere felici insieme e far andare bene la nostra relazione.

Poi sono iniziate le botte. Potevano scattare per gelosia così come per paranoie che lui si ficcava in testa (come che lo tradissi, che parlassi male alle sue spalle, che gli nascondessi qualcosa) o perché ero egoista e tirchia, come diceva lui, perché non gli sistemavo i vestiti o non usavo la mia paga per soddisfare i suoi desideri.
Anche un'uscita se non avveniva sotto sua autorizzazione comportava pugni, tirate di capelli, sputi e una miriade di insulti e minacce (anche di morte). Tutto è accaduto molto gradualmente e Mario è stato un maestro nel dosare con me dolcezza e attenzioni a momenti di prevaricazione e violenza.

Così a ogni nuova umiliazione io mi ritrovavo sempre più legata a lui, inizialmente per amore e perché, scioccamente, ero convinta di poterlo cambiare e poi, con il tempo, per la paura che le sue continue minacce e le botte avevano incastonato in me. Per sapere tutto ciò che ho vissuto e sopportato ogni giorno della mia vita da un anno a questa parte (sto parlando di violenza fisica, psichica, economica e sessuale) basterebbe leggere il verbale della mia denuncia, che contiene gran parte degli episodi di violenza da me subiti.

Sì, perché io ho denunciato il mio ragazzo, la persona che credevo a me più vicina, e l'ho fatto per salvarmi la vita, per non essere una di quelle tante ragazze uccise dai propri compagni le cui storie occupano due minuti nei notiziari o vengono raccontate ad "Amore criminale" mentre le loro famiglie, impotenti, sono straziate di dolore.

Ma non sto scrivendo per commuovere o perché cerchi commiserazione. Sto scrivendo perché sono incazzata e indignata. 

Pensate di farvi una gita allo zoo. Pagate il biglietto, entrate e vi mettono in una gabbia come si deve, dotata di sbarre, serratura e lucchetto e vi sbattono in mezzo a un luogo popolato di leoni che vi gironzolano attorno affamati.

Assurdo, si dirà. È il predatore che deve stare in gabbia per non nuocere alla gente e non le persone che si devono segregare mentre il leone se ne gira beato per la città mietendo vittime. Beh, è quello che è stato fatto a me. Io ho chiesto aiuto alle persone a me più vicine (essendo limitata in tutto), e per fortuna loro hanno parlato con la polizia e i servizi sociali. Risultato? Un giorno sono uscita dalla casa in cui vivevo con Mario per far visitare il mio cane dal veterinario e, una volta scappata, ho finto la mia scomparsa. Lo stesso giorno due educatrici mi hanno presa, con solo quello che portavo addosso, e portata qui in gran segreto. Oggi non sto scrivendo perché un'altra storia possa essere raccontata per intrattenere la gente. Sto scrivendo perché questo è l'unico modo per far sentire la mia forza, la mia voglia di ribellarmi contro questa situazione che mi è capitata ma che capita ogni istante a migliaia di donne come me.

Sto alzando la mia voce perché anche altre persone abbiano il coraggio di scappare e denunciare i loro aguzzini ma ancora di più perché spero che le forze dell'ordine accolgano queste richieste di aiuto e non rimandino le vittime nelle mani dei loro torturatori. 

Ma questo non è possibile se lo Stato non si mette dalla nostra parte e non fa finalmente una legge (già presente negli altri paesi dell'Ue) che punisca i veri colpevoli e non noi vittime. E se non saranno i ministri a farlo dobbiamo essere noi a farci sentire per avere diritto ad una vita da esseri umani e non da prigionieri.
La mia vita è cambiata per sempre. Spero che, grazie a questa mia testimonianza, possa cambiare in meglio la vita di tante donne come me.

Per motivi di sicurezza abbiamo concordato con l'autrice di omettere il suo vero nome

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