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08/10/13

cuore e mente ? il caso della fotografa Maria Carmela Folchetti, nuorese, fotografa figlia d’arte L’eredità di un padre che lavorava col cuore e con la mente

da  la  nuova  sardegna  del  7\10\2013
Uno scatto studiatoe nella fotografiavedi il sentimento  In Sardegna c’è un’elevata manualità, in ogni officina c’è un artista: un valore aggiunto che dovremmo saper trasformare in ricchezza economica
NUORO La foto che scatterebbe più volentieri? «Il tramonto di Nùoro. Ma ho quasi paura di dirlo perché, di primo acchitto, la gente penserebbe al declino non solo economico della città. No. Vedo i fasci intensi di luce trans montes, al caleidoscopio di colori dello spettacolare cielo 

nuorese verso Corrasi, col sole che prima brucia poi colora di rosso e di rosa la dolomia del resegone bianco di Oliena. Sotto, la valle di Badde Manna che quasi si assopisce lambita dai raggi vespertini. Sullo sfondo il blu cobalto di San Giovanni di Orgosolo, da una parte le alture grigio-argentee di Orune spesso velate da nuvole tizianesesche nei giorni di ventu malu. È vero che tutto il mondo è bello. Ma ogni sera, sotto l'Ortobene, ho la fortuna di ammirare un capolavoro quotidiano della natura. Ogni sera un'opera d'arte tanto diversa quanto emozionante. E me la godo tutta. Mi impasto, mi nutro dei colori che soprattutto al tramonto inondano case e campagne. Ecco: vorrei riuscire a trasmettere tutte queste emozioni in una immagine. O in un catalogo. Per regalarli al tempo. Per offrirli alla città dove sono nata 45 anni fa». Figlia d’arte. Anche questo spontaneo parlare poetico di Maria Carmela Folchetti la conferma figlia d'arte. Il padre, Carmelo, nuorese di nascita (1929-1985), famiglia sassarese di origini lombarde, è stato "il fotografo di Nuoro" per eccellenza. Basterebbe sfogliare le 135 pagine del volume fatto stampare due anni fa dalla moglie Orsola Fais (tempiese) per rileggere storia e personaggi del capoluogo della Barbagia con la cifra stilistica di chi faceva gli scatti: il caravaggesco Peppe Coa operaio forestale, monsignor Ottorino Alberti, le donne in costume di Dorgali e Ollolai, uomini in "gambales e billubu", piazza Satta e uno scorcio di Lula, le case mussoliniane e il vecchio Comune raso al suolo nel Corso, per finire (1959) col sindaco Pietro Mastino nel giorno della traslazione dal Verano di Roma alla Solitudine della salma di Grazia Deledda. Essere me stessa. Raccogliere questo testimone non è stato facile. «Volevo essere sempre la figlia di..., ma volevo anche essere me stessa, libera di sbagliare, diventare autonoma. Sempre con la fotografia nel cuore e nella testa, come faceva mio padre». C'è riuscita. Non solo perché è titolare di uno studio affermato. Ma perché ci ha messo il plusvalore della conoscenza. Ha pubblicato un catalogo in quadricromia dove documenta il lavoro dei suoi colleghi artigiani sardi (Maria Carmela Folchetti è anche presidente della Confartigianato nuorese) con una cura monacale dei particolari. Sfogliamo insieme: le ceramiche con i graffiti rupestri di Giampaolo Mameli a San Sperate, il Giardino delle rose Paola di Sabrina Stara di Assemini, i Sinzos della nuorese Laura Puggioni, le ciotole griffate Sa terra pintada di Bitti, per andare all'Officina d'arte di Antonio Maria Scanu a Benetutti, le trachiti e i basalti di Fernando Mussoni a Illorai. Per non dire dello scrupolo nell'individuare e immortalare i dettagli dei lavori in legno di Giuseppe Canudu a Oliena o di Pierpaolo Mandis a Mogoro, i tessuti di Franca Carta e Mario Garau di Samugheo o i geniali arazzi di Vilda Scano sempre a Mogoro, le riproduzioni sacro-etniche di Marcella Sogos a Uri o i raffinati corredi di Giovanna Maria Aresi di Busachi. Catturare i sentimenti. Sono foto parlanti. Perché filtra la capacità di catturare i sentimenti. L'obiettivo della fotografa coglie e propone sfumature, ma con particolari capaci di raccontare il tutto. È come se un lettore si nutrisse di un libro leggendone una sola pagina. La Folchetti è capace di intercettare la pagina giusta. Comunica col dettaglio, afferra il carpe diem del lavoro, restituisce significato all'artigiano, all'artigiana e alle loro manifestazioni, è sociologa e antropologa dei luoghi e degli oggetti che deve immortalare. La teoria e tecnica della ricerca sociale con lei è teoria e tecnica dell'obiettivo, del grandangolo, della calibratura dei colori. Dà valore sacrale al movimento delle mani che fanno. Se guardate le lane, gli scialli, i gioielli in seta di Veronica Usula di Villacidro capite - ammirando matasse, trame e ricami - che Veronica ha studiato Scienze biologiche a Firenze, che ha rappresentato l'Italia al congresso mondiale dei maestri tintori in India col patrocinio Unesco. Ed emerge così una sapienza, una raffinatezza artigiana che dovrebbe far ricca la Sardegna che invece - e siamo davvero al paradosso - importa il 92 per cento dei prodotti artigianali messi in vendita nelle botteghe e nelle bancarelle di casa nostra. «C'è in tutta la Sardegna una manualità elevatissima, in ogni officina c'è un artista, ogni studio è un museo. Questo è un valore aggiunto che dovremmo saper trasformare in ricchezza economica». Dice le stesse cose per le foto che raccontano Autunno in Barbagia, Cortes Apertas . O i lavori su Costantino Nivola per la Ilisso e il Cis. I laboratori didattici con gli scolari. Che, stando con lei in camera oscura, imparano e interpretano. «Così come era successo a me, guardando mio padre in silenzio davanti al bromografo o all'ingranditore». Scuola e docenti. Pratica e teoria. Tanta. E metodo. Diplomata alle magistrali, Maria Carmela vuol varcare il mare e partecipa a due concorsi per la scuola di fotografia a Milano. Punta al top, Scuola del libro e Museo sociale dell'Umanitaria Riccardo Bauer, economista della Bocconi e amico di Ernesto Rossi e Ferruccio Parri. Scuola severa, durata triennale, laboratori e stage, lezioni frontali e lavori sul campo. «Perché la fotografia è chimica e fisica, ottica e fotonica, geometria e geografia. È studio dell'uomo. Ho la fortuna di avere come docenti il ritrattista Enzo Nocera, il fotografo di arredamento Giorgio Majno, professore di stampa Gianfranco Mazzocchi. Mi aveva detto: devi documentare la cultura barbaricina con le immagini, ma per tagliare questo traguardo devi fare l'anamnesi alla Barbagia. A Nuoro, morto babbo, lavoro con la sapienza di mia madre e mio fratello Francesco. Lo studio al civico 3 di piazza Mazzini. Si faceva di tutto. Anche i matrimoni: che vanno interpretati, resi con dignità, ognuno è diverso dall'altro, si usa la falange dell'indice ma è più importante l'occhio vigile, conoscere la storia della coppia, parlarci a lungo prima di fare gli scatti». La svolta nel 1998. «Apro il mio studio, via Sebastiano Satta, 26. Era il 22 maggio, giorno di Santa Rita. Già dal 1996 avevo fatto un lavoro per conto mio, ordinato dalla Fondazione Nivola di Orani. Ero stata a Pietrasanta di Lucca, mica è facile fotografare i marmi bagnati, devi aspettare la luce giusta. E lì avevo conosciuto la moglie di Costantino, Ruth Guggenheim, con la quale ho avuto una fitta corrispondenza. Tra i marmi, dovevo mettere in pratica le cose apprese a Milano. Sono stati insegnamenti fondamentali. Ho capito che ogni forma di artigianato ha bisogno di conoscenze scientifiche. Anche la fotografia. Frequento altri nomi sacri dell'immagine: Viliano Tarabella, fra gli altri. E poi vado a Firenze, altre esperienze e alte professionalità. Al rientro mi tuffo nelle tradizioni popolari. Feste laiche e religiose, donne che pregano, pastori che mungono, perle e bracciali. E poi gli artisti a cominciare da Antonio Corriga nella sua Atzara dove era se stesso più che altrove». Nozze napoletane. Nel 1999 sposa un docente di Italiano e Filosofia, Amedeo Spagnuolo, coreografia nuziale piazza Garibaldi di Napoli. È mamma di un bambino di sei anni, Domenico Carmelo. Viene rapita anche da Mergellina: i colori, la gente, i rioni, i pescatori, il mercato del pesce, il Vesuvio. Tutto il mondo è paese. Tutti i paesi hanno bisogno di un interprete-fotografo. A Nuoro Maria Carmela è nome che conta. Passando dalle foto con una Comet 126 a quelle della Canon 5D Mark 3. Foto digitali, quelle Comet e Voitglander sembrano preistoria. «Si scatta in continuazione, si rischia di allontanarsi dalla osservazione, dallo studio, dallo sguardo indagatorio. Credo che oggi manchi l'educazione all'immagine, il bombardamento dei media crea disorientamento. I messaggi li lanci se hai qualcosa in te, se il crogiolo è anche dentro l'animo. Diversamente non puoi cogliere l'arte di Gino Frogheri che mi ha insegnato il senso fantastico dell'inquadratura». Alle pareti tante immagini. E sotto i nuraghi? Il fotografo di Nuoro. Carmelo Folchetti ieri. Maria Carmela oggi.

27/07/13

Barrico ha ragione bisogna rincominciare dall'educazione culturale cosi evitiamo figuracce di ..... il caso di Allevi su Beethoven


Ora secondo Baricco  sarà  come lo descrive  Wikipedia
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Autore controverso

 La critica accademica è stata spesso severa sulla produzione letteraria di Baricco: Giulio Ferroni lo ha duramente stroncato in un pamphlet collettivo dal titolo: Sul banco dei cattivi. A proposito di Baricco e di altri scrittori alla moda (Donzelli, 2006). Entusiastico invece il parere espresso da Fernanda Pivano nella sua prefazione a Castelli di rabbiaUn'altra critica, molto personale, è venuta dal comico Daniele Luttazzi che, intervistato nel 2004 sulla rivista letteraria Orizzonti da Gianluca Mercadante, ha dichiarato: «Gli autori italiani che preferisco oltre a Gadda sono Manganelli, Buzzi, Arbasino e Flaiano. Non sopporto invece quelli che usano la pagina per mettere il proprio IO in mostra. Un IO in posa.» Scommetto che leggi tutti i romanzi di Baricco, allora! (gli chiede Mercadante). «Ecco bravo, Baricco non lo sopporto proprio! "Castelli di rabbia"! Già solo il titolo mi faceva accapponare la pelle. Apro il libro, leggo la prima frase e mi sono trattenuto dal lanciarlo solo perché ero in una libreria! Troppo lezioso. Troppo. Non a caso, la sua vera attività è fare corsi di scrittura creativa» .>> O copione  <<  Altro dibattito che ha visto coinvolta la sua produzione saggistica è quello che riguarda l'accusa di appropriazione da parte di Baricco di alcune teorizzazioni filosofiche provenienti soprattutto da Walter Benjamin senza che lo scrittore ne mettesse in luce la provenienza, utilizzandole quindi come proprie elaborazioni.

Ma   nel suo  intervento tenuto a  firenze il  6  giugno 2013  al festival la repubblica delle idee  ( trovate il testo integrale   con volume  edito da repubblica  da oggi in edicola  )    in questi due  video  un sunto del discorso  . Il primo  in particolare  il primo   che può essere  anticipatore 
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"Non si cambia il paese se non si cambia il modo di usare le parole. Scuola, televisione e cultura sono i tre sistemi con cui ci giochiamo il gesto dell'educazione, ma non sono connessi tra loro". Così Alessandro Baricco in apertura dell'incontro "Le parole esatte da cui ricominciare: educazione, cittadinanaza, cattiveria, speranza" a La Repubblica delle Idee 2013
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Nel passaggio dedicato alla parola "cattiveria" nel corso dell'intervento dello scrittore a Repubblica delle Idee 2013, il sindaco di Firenze appare particolarmente interessato e impegnato a prendere appunti
 di Marco Billeci 



 delle boiate  dette  d'Allevi  in particolare  quella  del paragone alla  ....  Beethoven -Jovanotti  perchè   non si possono paragonare  di  musicisti  di  epoche  e  generi  diversi  



Ai ragazzi del Giffoni ha raccontato: “Un giorno ho capito che dovevo uscire dal polverone e cambiare Approccio con la musica, anche se si trattava di quella classica. Stavo ascoltando a Milano la Nona Sinfonia
di Beethoven. Accanto a me un bimbo annoiato che chiedeva insistentemente al padre quando finisse. Credo che in Beethoven manchi il ritmo. Con Jovanotti, con il quale ho lavorato, ho imparato il ritmo. Con lui ho capito cos’è il ritmo, elemento che manca nella tradizione classica”.Il pianista ha poi esternato la sua amarezza nel sapere che “persone autorevoli” lo considerano un“impostore”“Non posso entrare in molti Conservatori italiani, mi dispiace ricevere a volte le contestazioni degli studenti che li frequentano, mi dispiace sapere che non potrò varcare le loro porte, ma so che la cosa importante è raggiungere il cuore della gente. La mia musica può entrare”.

 e  delle risposte  in particolare   quella  Giuseppe Maiorca

 da  http://noigiovani.it/ (  per    leggere  l'articolo completo  qui )  

  L’indignazione, dicevamo, è generale, ma l’ira dei musicisti classici che non hanno digerito una tale eresia è grande. Talmente, da risvegliare il lato “punk” di alcuni compositori che, nonostante i modi pacati ed eleganti che li caratterizzano, decidono di rispondere nell’immediato alla dichiarazione di Allevi, preferendo alle parole il “non ritmo” di Beethoven. È il caso del maestro Giuseppe Maiorca, compositore e musicista nato in Sicilia e vissuto in Calabria, che attraverso un ironico video 







risponde al giovane pianista proponendo, dal luogo di villeggiatura in cui si trova, il quarto movimento della Sonata op. 31 n.3 di Beethoven con tanto di scuse per “la tenuta non proprio da cerimonia, e per qualche stecca…è il mio omaggio sentito al M°Giovanni Allevi”.

Allevi  sarà  anche  bravo  , infatti alcuni pezzi sono magistrali ,  ma  parla  sono al  cuore  . Ecco perché  è  effimero  ed molto noioso  dopo  che lo hai ascoltato  paio di volte  . E poi le provocazioni e l'auto promozioni  bisogna  saperle  fare   <<  ci vuole  un minimo  di vocazione  >> (  per  parafrasare  una  famosa canzone di de  Andrè )  . Infatti ha  ragione  il  mio  contatto    di  Facebook Daniele  Tarlazzi 

Secondo Giovanni Allevi, Beethoven non aveva senso del ritmo. Ora: capisco che in mezzo a quei capelli i pensieri siano pochi e confusi, ma questa cosa mi pare sia (scusate il francesismo fantozziano) una cagata pazzesca. Quasi come dire che Giotto non sapeva tenere un pennello in mano. Ma ammettiamo per un attimo che Beethoven possa (rabbrividisco al solo pensiero di dover scrivere una cosa del genere) non aver avuto il senso del ritmo, sono certo però che anche al maestro Allevi manchi qualcosa: l'orecchio. Ma poi: mi paragoni Beethoven a Jovanotti? Per carità il buon Lorenzo Cherubini mi è simpatico ed è una persona che stimo e apprezzo, ma non è senza dubbio paragonabile (non vogliatemene) al buon "Ludovico".Se oggi il termine di paragone è Jovanotti / Beethoven, la prossima sparata quale sarà? Che Mozart non aveva il senso della melodia mentre Fabri Fibra si?


ma ,poi sempre secondo Daniele Tarlazzi , non sempre provocare può essere produttivo... Anzi. Ma a dire quella frase, in realtà, cosa ci ha guadagnato? Io temo solo derisione.Mi fa meraviglia di come la casta culturale lo abbia promosso a Gotha dandogli la direzione del'orchestra sinfonica nazionale della Rai o facendolo suonare Nel 2008 al concerto di . Natale al Senato

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