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22/07/17

Servirebbe più tolleranza e buon senso , ma è difficile pretenderla in questi anni. Forse non siamo ancora pronti all’integrazione \ coesistenza il caso dello Sporting Center di Montegrotto Terme


L'nico commento , oltre quello del titolo , che mi sento di fare davanti a tale news è questo : siamo nel caso d'imbecilità ed ignoranza senza confini .
  Eccone un esempio  su  Politicamente scorretto patriottico pagina di fb  fogna  a  cui  mi avevano inscritto   ma  da  cui poi mi sono  rimosso e   l'ho segnalata

Iside Lilith Dea ha condiviso il suo post.
mici"
A Padova i clienti di una piscina si sono andati a lamentare dal direttore per la presenza di islamici in piscina col burkini

A Padova i clienti di una piscina si sono andati a lamentare dal direttore per la presenza di islamici in piscina col burkini
ILGIORNALE.IT

Certo   neppure a me piacciono certio costumi da bagno , ma mica mi lamento o protesto inutilmente   con i gestori . Vivo e lascio vivere  . 


da http://mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/2017/07/20/

MONTEGROTTO TERME. Una famiglia di religione islamica va a fare il bagno in piscina indossando il burkini, il costume da bagno integrale usato dalle donne musulmane, e diversi clienti italiani s’indignano e vanno a protestare in direzione.




Montegrotto, in piscina con il burkini: i bagnanti si indignano

È successo mercoledì pomeriggio agli impianti dello Sporting Center di via Roma, a Montegrotto, dove il direttore della struttura, Abele Arcolin, ha avuto il suo da fare per calmare gli animi agitati.
«Tre famiglie, presenti mercoledì in piscina, hanno detto che non torneranno più allo Sporting Center, perché non vogliono stare in piscina con gli islamici», riferisce Arcolin.«Mercoledì pomeriggio si è scatenato il putiferio verso le 17, quando è arrivata da noi, per passare un’ora in piscina, una famiglia nordafricana composta da sei persone, di religione islamica. Quando gli altri clienti si sono accorti che le persone erano scese in acqua con il costume intero (anche gli uomini hanno deciso di fare il bagno con gran parte del corpo coperta) nessuno ha esternato proteste contro gli ospiti, ma alcune persone sono venute da me a manifestare il disagio. Alcuni clienti hanno protestato dicendo che queste persone erano entrate in piscina vestite» annota Arcolin.«Ho inviato subito il bagnino a verificare la circostanza, assistito dall’addetto al ricevimento che è islamico e di origini marocchine. Le verifiche hanno evidenziato che queste persone, tra cui due donne, stavano facendo tutte il bagno con il costume intero, il burkini, indumento coerente con la loro religione (scoperti rimangono il volto, le mani e i piedi). Ci siamo solamente sincerati che una delle due donne non entrasse in acqua con il velo che aveva in testa».«Queste persone avevano tutto il diritto di fare il bagno» aggiunge il direttore dello Sporting Center «Indossavano un costume, come gli altri, e si comportavano correttamente con gli altri bagnanti. Cosa avrei dovuto fare? È la prima volta che mi capita un fatto simile nelle nostre piscine. Tre famiglie mi hanno comunque già detto che non verranno più allo Sporting: per fortuna mercoledì c’era solamente una cinquantina di clienti. Se fosse successo nel fine settimana avrei avuto problemi ben più seri. Servirebbe più tolleranza, ma è difficile pretenderla in questi anni. Forse non siamo ancora pronti all’integrazione».Qualcuno ha fotografato la famiglia islamica nelle piscine dello Sporting Center e la foto è girata immediatamente su Facebook. A postarla Alessio Zanon di Forza Italia.


09/03/17

L'elzeviro del filosofo impertinente /7

Il più grande scandalo della convivenza civile risiede nella parola "tolleranza". L'etimologia di tale vocabolo affonda le sue radici nella lingua latina, e mi riferisco al termine tollere che significa proprio sollevare, sopportare. Questa definizione ha riempito per lungo tempo i libri di illustri pensatori e scrittori. Dimentichiamo gli sforzi giustamente intrapresi da Locke, Bayle e Voltaire perché  noi contemporanei abbiamo tradito (e forse superato) le loro aspettative. All'inizio si voleva indicare un'integrazione pacifica tra credenze e stili di vita differenti, ma con il trascorrere del tempo il significato si è colorato di tinte fortemente razziste. Non esiste parola peggiore di tolleranza. Io non voglio essere sopportato ma rispettato e accettato. Non voglio nessuna concessione ad esistere. Io non voglio sopportare le persone che non la pensano come me, ma ascoltarle. Io voglio condividere, dialogare, comprendere, meditare, accogliere le sfaccettature dell'umano e non tollerarle e di conseguenza discriminarle fingendo di sopportarle. Il concetto stesso di tolleranza deve essere rivisto e rivalutato. In questo mondo c'è spazio per tutti e non capisco perché selezionare chi accogliere e chi, invece, sopportare e dunque respingere. Diceva Martin Luther King Jr: “Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci, ma non abbiamo ancora imparato la semplice arte di vivere insieme come fratelli”. Infatti non conosciamo il valore della convivenza. Non siamo in grado di convivere pacificamente con i nostri simili. L'arte del dialogo è il primo tassello per imparare quest'arte della convivenza. Dobbiamo smetterla di essere homo homini lupus ed intraprendere uno sforzo maggiore per la comprensione individuale. Il Dalai Lama sostiene che: "Siamo tutti esseri umani e, da questo punto di vista, siamo uguali. Noi tutti vogliamo la felicità e non vogliamo soffrire. Se consideriamo questo fatto, troveremo che non ci sono differenze tra persone di diversa fede, razza, colore, cultura. Tutti noi abbiamo questo comune senso di felicità". Dovremmo appigliarci proprio a questo desiderio presente in tutti noi. Aneliamo alla felicità e desideriamo la serenità per noi e le persone che amiamo. Tutti abbiamo bisogno di tenerezza e amore, poiché  sono sentimenti universali che non devono essere tollerati ma applicati con religiosa convinzione. Non vi sembra assurdo pensare di sopportare qualcuno quando possiamo, invece, conoscerlo e magari capirlo? Finiamola con il concetto di tolleranza e introduciamo quello di conoscenza. In una società liquida, come la definì il filosofo Bauman, le differenze sono molto sottili e i nostri stili di vita dissimili  possono essere ampiamente superati da ciò che ci accomuna e unisce. Creiamo una coesistenza pacifica, curiosa e rispettosa del prossimo, e riusciremo a donare ai nostri figli e nipoti un mondo più giusto anche se non perfetto.


Criap


® Riproduzione riservata

22/02/17

intervista alle vincitrici italiane di ReAct 2016 [Informarsi, dentro e fuori la Rete E parlarne. Che si debba partire da qui per risolvere il problema ? parte II ]


Ho ottenuto  l'intervista    con  (  anche  se   come    riportato nel precedente post   il lavoro alla realizzazione hanno contribuito anche Claudio Pitzalis, Pier Andrea Cao, Alessio Zuddas, Lucia Corrias e Jacopo Lussu ) le  5 ragazze di  Cagliari che combattono l’odio online (e   sono  state   premiate negli Stati Uniti) Alessia Dessalvi, Giulia Tumatis, Giulia Marogna, Luciana Ganga, Ema Kulova .  Le  quali  si  sono  classificate terze  a livello mondiale  in una competizione di Facebook ed EdVenture Partners .
L'immagine può contenere: 18 persone, persone che sorridono, sMS


l'immagine ed  i video  sopra   riportatate  sono  tratte  da https://react2016.org/


N.b
L'intervista  è  stata  fatto per  motivi  d'organizzazione   e  tempo   collettivamente  e  non  singolarmente 






1) vi conoscevate prima di questo progetto ?

Essendo, il progetto, promosso dal dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Cagliari, siamo partiti come gruppo di 29 studenti provenienti da corsi di laurea differenti: Amministrazione e Organizzazione; Scienze Politiche; Relazioni Internazionali e Politiche Società e Territorio. Molti di noi si conoscevano perché ovviamente erano colleghi, ma grazie a questo progetto abbiamo avuto la possibilità di conoscere persone nuove, lavorare insieme e creare dei legami anche di amicizia che non avremmo avuto mai la possibilità di poter fare. React ci ha dato la possibilità di arricchirci dal punto di vista anche di rapporti umani. 



2) poichè sui media riassumono troppo potete spiegarci meglio di cosa tratta il vostro progetto ? 

React è nato grazie ad un concorso, denominato P2P, promosso da Facebook e dal Dipartimento di Stato Americano al quale abbiamo partecipato. Dovevamo sviluppare una campagna per combattere l’estremismo violento ed il linguaggio violento, in particolar modo sui social media. La prima cosa che abbiamo fatto è stata guardarci intorno. Il nostro paese è afflitto da numerosi problemi tra i quali l’immigrazione, argomento molto difficile da trattare di questi tempi. Concentrandoci su di esso, abbiamo somministrato dei questionari ai nostri stessi colleghi dell’Università per capire quale era la percezione del fenomeno ed abbiamo riscontrato che un altro grande problema della nostra società sono le cosiddette fake news. Le false notizie che circolano sul web e sui social network, spesso correlate al fenomeno dell’ immigrazione, non fanno altro che alimentare lo scontento e la paura, che, purtroppo, sempre più frequentemente sfociano in comportamenti xenofobi e razzisti. Siamo giunti alla conclusione che per combattere l’estremismo dovessimo partire promuovendo una corretta informazione, da questo è nato anche il nostro nome. React è l’ acronimo di: Reject Extremism through Awareness, Courage, Tolerance. Poiché il rifiuto dell’estremismo passa dalla consapevolezza, il coraggio e la tolleranza. Abbiamo sviluppato un sito web dove pubblichiamo i nostri contenuti originali: articoli di controinformazione con dati e fonti certe; materiale informativo; i nostri spot per promuovere la campagna e videointerviste. Il sito è direttamente collegato alle nostre pagine social: Facebook, instagram, youtube e twitter. Abbiamo fatto di Facebook il nostro trampolino di lancio per raggiungere più facilmente i più giovani ma anche le diverse fasce di età degli utenti del social. Proprio con l’ intento di voler diffondere più rapidamente la campagna e di coinvolgere in prima persona i nostri followers, abbiamo pensato ad un gesto universalmente conosciuto che ci rappresentasse al meglio; siamo giunti così al Time Out. Il nostro vuole essere un invito a fermarsi per qualche istante a leggere una notizia, andando oltre al titolo,ed informarsi attraverso fonti attendibili e dati certi per sviluppare una propria opinione cosciente e consapevole sull’ argomento. Oltre alla campagna online abbiamo condotto parallelamente anche una campagna offline, consapevoli dell’ importanza dei rapporti umani. Abbiamo organizzato eventi e principalmente incontri nelle scuole, nei quali non presentavamo solo il progetto ma facevamo capire agli studenti l’importanza dell’informazione corretta sviluppando una discussione da pari a pari. Siamo fermamente convinti che focalizzandoci sugli studenti, quindi sulla società del domani, possiamo raggiungere non solo loro ma le loro famiglie e il loro amici tramite un effetto domino. Questo è anche la spiegazione del perché il nostro logo siano le tessere di un domino. In conclusione la nostra campagna è una campagna sicuramente sociale che tocca molteplici temi ma che si focalizza sull’importanza del creare una propria opinione cosciente in maniera tale che la società non possa essere manipolata e in cui si possano affrontare i problemi altrettanto coscienziosamente, abbattendo i muri del pregiudizio e sconfiggendo la paura del diverso e di una cultura che non conosciamo. 

3) vi aspettavate un simile risultato ? 

L'immagine può contenere: 11 persone, persone che sorridono, persone in piedi e scarpe
dall'account  fb di Alessia  Dessalvi ( https://www.facebook.com/alessia.dessalvi )
Assolutamente no, abbiamo gareggiato con circa 150 Università straniere e mai avremo pensato che potessimo arrivare tra i tre finalisti della Facebook Global Digital Challenge. Ci abbiamo messo il cuore e ci abbiamo creduto fin dall’inizio e a quanto pare è vero che l’impegno ripaga sempre.

4) che idea ti vi siete fatte in merito alla questione sollevata dall'appello lanciato dalla Boldrini su www.bastabufale.it e  di questa  sua lettera  a Zuckerberg  è solo un qualcosa fatto per far vedere che si sta facendo qualcosa cioè " populista " \ demagocico ? oppure sincero , ma solo il primo passo ? 

Dal nostro punto di vista, un punto di vista da studentesse che lavorano ad una campagna che promuove la corretta informazione e non un punto di vista politicamente schierato, ci sentiamo di affermare che è vero che in Italia, così come in altri paesi, la questione delle false notizie è davvero un problema e solo ora si sta incominciando a sentirlo e a farne i conti. I social Network sono davvero un mezzo molto potente di comunicazione che mette in contatto milioni di persone ogni giorno. Proprio per questo motivo, per Facebook è difficile creare subito degli standard che rispettino le libertà di parola e di pensiero di un utente ma che allo stesso tempo non scalfiscano la libertà di un altro. E’ un lavoro che richiede e richiederà molto tempo ed è un lavoro che sarà sempre in divenire ma che dovrà e sarà sicuramente sviluppato, soprattutto anche grazie a questo appello. Al di là delle politiche di Facebook ci dovrebbe anche essere un lavoro parallelo che istruisca la popolazione e i giovani in particolare su come difendersi da tutte le notizie che ricevono ogni giorno, affinché sappiano scindere tra quelle attendibili e non. Pensiamo fermamente che la diffusione del vero e un’opinione cosciente non siano temi di destra o di sinistra ma siano temi che dovrebbe stare a cuore a tutti indifferentemente, poiché una società deve avere solide fondamenta per poter durare a lungo. 



5) Credete che le varie piattaforme debbano necessariamente adottare restrizioni più marcate contro l'odio e le bufale ? Se sì, quali idee proporresti?



I social media sono piattaforme sconfinate, aperte a tutti, che offrono un infinità di opportunità diverse ma, proprio a causa di questo, è facile farne un uso sbagliato o condividere dei contenuti inappropriati senza preoccuparsi delle conseguenze. Perciò riteniamo assolutamente necessaria l’ adozione di politiche restrittive verso coloro che divulgano false notizie e fomentano l’ odio online. Come già detto, a causa della loro natura, è più difficile esercitare un controllo sui contenuti e sugli utenti dei social. Per arginare l’ affetto delle bufale un’ idea potrebbe essere la creazione di una sorta di “biblioteca” online, in cui vengono raccolti dati certi e fonti attendibili consultabili in qualsiasi momento per chiarire eventuali dubbi e per poter distinguete più facilmente le false notizie dalle altre. Ad oggi nel 2017 c’ è ancora molto lavoro da fare sotto questo punto di vista.



5.1)  IL  sistema che intende usare twitter è utile oppure sa di censura ed è solo repressivo? 

L’ idea iniziale così come presentata potrebbe essere utile a monitorare i cosiddetti profili fake ed evitare che contenuti aggressivi vengano pubblicati e ottengano visibilità. Vero è però che il rischio di limitare la libertà personale degli utenti nell’ esprimere la propria opinione è dietro l’ angolo. 

6) la nuova proposta , il disegno di legge  Adele  Gambaro   un  "pugno duro" ,   ( link   con  il pdf  del progetto )  contro i bufalari, un'azione inevitabile se si vuole contrastare efficacemente la diffusione sistematica di bufale oppure   si tratta di un nuovo decreto ammazza internet e censura \ repressione del dissenso e della critica con la scusa delle bufale come penso oppure secondo voi è qualcosa di diverso di positivo ?

La diffusione delle fake news è diventato un problema di ingente portata nella nostra società, carburante di odio ed ignoranza. Con questo strumento, secondo noi, non si vuole reprimere il dissenso o a critica ma è mirato all’ eliminazione di notizie infondate e inverificabili.
È anche vero dall'altra parte che un DDL qualora venga approvato sarà sicuramente un atto molto forte e uno strumento che dovrà essere usato in maniera cauta. La nostra opinione è che chiunque impugnerà la legge e chi sarà chiamato a giudicare dovrà seguire delle regole. Nella nostra storia abbiamo lottato per conquistare diritti come quello di opinione che, finché non violano la libertà dell’altro e non sono pericolosi per la società in generale, non devono essere intaccati. Per questi motivi è una legge che deve e dovrà essere regolata. Fornire i propri dati alla Sezione per la stampa del tribunale sarebbe un inizio, per esempio anche i giornalisti e pubblicisti devono essere registrati in un albo o comunque devono avere delle credenziali riconosciute. In Italia esistono comunque già delle sanzioni per chi mette in rete notizie false e incita all’odio sul web. Si tratta di sanzioni attuate dalla polizia postale per reati come istigazione alla discriminazione razziale, non è il reato che il nuovo DDL prevede ma sicuramente sono provvedimenti che ci fanno ben sperare. Infine come già detto le cosiddette Fake news non sono un problema solo di portata nazionale, ma un problema anche internazionale, per questo motivo anche l’Unione Europea sta lavorando e cercando metodi validi per contrastare la loro diffusione.
 
Alessia Dessalvi, Luciana Ganga, Giulia Tumatis, Giulia Marogna, Ema Kulova



24/09/16

trento Lei marocchina, lui italiano sposi solo grazie al giudice Nozze vietate dal consolato per motivi religiosi, alla fine il tribunale dà il via libera Fatima racconta la sua battaglia: «Ho lottato anche contro la mia famiglia»

Scomettiamo  se il coniuge musulmano invece della donna fosse stato l’uomo? In quel caso - secondo l’ordinamento marocchino - non ci sarebbero stati problemi. Infatti la sentenza permette ad una donna islamica di poter sposare un cattolico senza che lui debba per forza convertirsi all'islam o fare finta






TRENTO. Pare impossibile, ma in questo mondo globale c’è bisogno del giudice per unire in matrimonio due giovani di nazionalità e religione diversa. E’ stata una battaglia lunga e faticosa, ma alla fine - grazie alla sentenza del tribunale di Trento - Fatima ed Enrico, questi i loro nomi, entrambi venticinquenni, lei operaia e lui dipendente dello Stato, potranno sposarsi anche se lei è di religione islamica e lui cattolico.
Le pubblicazioni sono state autorizzate proprio ieri dal Comune di Trento, ma per capire la storia di questi due giovani fidanzati bisogna fare qualche passo indietro. Ad esempio all’estate scorsa quando la coppia - che in realtà già convive da qualche tempo - decide che è giunta l’ora di unirsi in matrimonio. Ma al momento di raccogliere i documenti arrivano i primi problemi: «In Comune mi hanno spiegato che nel caso di cittadini stranieri serve un nulla osta del consolato» racconta Fatima, che è nata in Marocco 25 anni fa e che è giunta in Italia nel 2008 per raggiungere il padre assieme ai suoi familiari.
Così Fatima si reca negli uffici di Verona per ottenere il via libera dalle autorità marocchine, ma torna a Trento a mani vuote: «Mi hanno spiegato che il nulla osta sarebbe arrivato solamente dopo la conversione all’Islam del mio fidanzato. Altrimenti niente, perché la legge del mio paese non prevede il matrimonio tra una musulmana con un non musulmano».
Ma di una finta conversione, magari alla moschea di Roma, come prevede la procedura, recitando alcuni versi del Corano imparati a memoria, i due ragazzi non ne hanno voluto sapere. Per questo si sono rivolti all’avvocato Nicola Degaudenz per avviare la battaglia legale che si è conclusa nelle settimane scorse con l’ordine del tribunale di Trento al Comune: «Via libera alle pubblicazioni di matrimonio, anche se non c’è il nulla osta del Consolato» hanno stabilito i giudici, visto anche il parere favorevole del procuratore della Repubblica. Perché - si legge nella sentenza - non può essere impedito un matrimonio sulla base di considerazioni che sono contrarie alla libertà di religione e quindi alla Costituzione italiana.
Il matrimonio sarà quindi celebrato a novembre e Fatima - al termine della sua battaglia - ha voluto raccontare la sua storia al Trentino: «Non è stato facile, ho avuto pressioni da parte dei funzionari del Consolato che pretendevano la conversione all’Islam del mio fidanzato. Parlavano sempre con me, lui doveva restare fuori dall’ufficio o in sala d’aspetto: non è stato facile. Ma ho dovuto lottare anche contro la mia famiglia, in particolare mio padre e i miei fratelli, che non hanno mai accettato questo matrimonio con un ragazzo cattolico».
Il percorso di Fatima ed Enrico si concluderà con le nozze (che la famiglia italiana, almeno quella, festeggerà come si deve) ma in altri casi la battaglia legale è stata più difficile. Gli uffici dell’ambasciata infatti spesso si rifiutano di rilasciare il nulla osta senza fornire alcuna motivazione formale, né altre informazioni. Nel caso della giovane residente in Trentino invece è stato almeno allegato
un certificato secondo cui la donna risulta nubile. Tanto è bastato ai giudici per autorizzare le nozze. E se il coniuge musulmano invece della donna fosse stato l’uomo? In quel caso - secondo l’ordinamento marocchino - non ci sarebbero stati problemi.

30/01/16

Zerez, l'unica dimensione


Parafrasando il bel post di Loris Righetto "Può una poesia cambiarti la vita?", rispondiamo che cambiarla è forse eccessivo, ma illuminarla, renderla più chiara e percepibile a noi stessi, forse sì. E se tanto può uno scritto, quanto può una vicenda umana, una storia in carne e ossa, insomma una persona? È questa la sensazione che si prova dopo aver ascoltato Claude Zerez, profugo siriano, esperto di Storia dell'arte e arte sacra, ospite domenica 24 gennaio del centro culturale "Alessandro Manzoni" di Bresso.
Claude Zerez,  al centro  . foto   presa  da  https://www.facebook.com/media/set/?set=a.938586892856606.1073741957.128059093909394&type=3  di Daniela ( l'autrice  dell'articolo ) dove  ne trovate altre  

Zerez vive attualmente in Francia. Nel conflitto che insanguina il suo paese ha perso la figlia ventenne, il padre, un fratello e un cugino.
Lo studioso ha lodato "il calore e il cuore dei fratelli italiani", senza dimenticare "la ragione e il cartesianesimo dei francesi". Al cuore, o meglio ai visceri, sicuramente ha parlato, ridestando la nostra antica memoria, sepolta da tempo sotto il cumulo dello scetticismo.
Zerez, cristiano di Aleppo, ci ha accompagnati con un filmato nelle strade bruciate dal sole e nelle penombre fetali, culla della civiltà. Perché l'umanità nasce in Mesopotamia, fra Iraq e Siria. I primi segni di civilizzazione risalgono a settemila anni prima di Cristo. Da quelle parti è nata la scrittura, antenata di quella attuale.
La sensazione è d'un luogo bello, immerso nel tempo e fuori di esso. Uno scampolo d'eterno. A Maaloula, il villaggio cristiano dove ancora si parla e si prega il Padre Nostro in aramaico, la lingua di Gesù, sorgeva la chiesa più antica del mondo, dedicata a Sergio e Bacco, i due martiri e amici, fatti sfilare prima del supplizio in abiti femminili, molto venerati in Oriente. Edificata sui resti d'un antico tempio pagano, è stata quasi completamente distrutta nel 2013, quando il villaggio venne assaltato. La stessa sorte, anzi peggiore, è toccata a San Paolo presso Damasco, alla basilica di San Simeone lo stilita... e a moltissime altre. Ad Aleppo sono state demolite le ultime chiese armene.
Il suq di Aleppo non esiste più. Le vittime sono sia cristiane sia musulmane (anche il minareto d'una moschea del nono secolo è stato raso al suolo e il tempio è cosparso di rovine). "Si viveva in pace, un tempo" ricorda Zerez, e la sua voce non muta tono. È la stessa, semplice, calda ed essenziale, da umanista, da docente. In ogni docente latita un poeta. Rimane sottotraccia, poi d'improvviso esplode. Le pietre degli edifici gli sono care perché conosce il linguaggio dei simboli, e dietro i simboli scorre sangue umano. Sì, per molti secoli le due fedi hanno convissuto pacificamente e ancora adesso, appena si può, ci si riappropria dello spazio rubato, si prosegue, si lava un pavimento, si prega insieme - nella chiesa di San Giorgio si recano cristiani e islamici -, si studia. Dove si può, perché le scuole vengono sistematicamente distrutte.
Le vittime si contano da entrambe le parti. La figlia di Zerez è stata rapita e assassinata da Daesh e il corpo gettato in strada. L'ha recuperato un amico islamico cui la ragazza riuscì a regalare un rosario. Ai funerali, celebrati dopo quaranta giorni, la chiesa era gremita più di musulmani che di cristiani.
Nelle zone controllate da Daesh è proibito tutto, dalla musica alla TV. Il Gran Mufti di Damasco, Ahmad Badr ed-Din Hassoun [noto alle cronache italiane per aver partecipato al digiuno per la pace indetto da Papa Francesco nel 2013, ndA], ha condiviso il dolore di Zerez. Accusato di moderatismo, per ritorsione s'è visto rapire, torturare e uccidere un figlio.
"Non esiste un confine netto tra bene e male, i buoni e i malvagi si trovano dappertutto", ripete Zerez che, come molti orientali, si esprime per apoftegmi, d'una semplicità fin troppo evidente, parabolica. Ma se a pronunciarli è uno che ha attraversato il dolore più atroce, quello per cui non esiste perdono umano, nulla risulta più scontato. E le proposizioni assumono un altro peso, si fanno solide, aprono gli occhi e smascherano il velo dei sofismi. Daesh ha invaso Palmira, occupato il villaggio cristiano di Kariatin, deportato 270 ostaggi. Il parroco, noto per il suo impegno a favore di tutti, è stato camuffato da jihadista e liberato. Si è battuto per la salvezza degli altri concittadini.
Non sempre finisce bene. Durante lo scorso venerdì santo, un cristiano di Raqqa che rifiutava di convertirsi è stato crocifisso in modo da "celebrare" degnamente il suo Dio - questa l'irridente sentenza. Un uomo che aveva rifiutato di consegnare a Daesh la figlia di nove anni s'è visto recapitare la testa della bambina dopo alcuni mesi. Nel 1900 i cristiani erano il 30% della popolazione, ora si attestano intorno allo 0.6%. Corsi e ricorsi storici: lo stesso avvenne nel 1916, dopo il genocidio degli armeni in Turchia.
"Il commercio di organi umani è molto fiorente soprattutto dopo i bombardamenti russi che hanno distrutto una parte considerevole di oleodotti, principale fonte di guadagno per Daesh - prosegue Zerez. - La prospettiva ventilata dai terroristi ai poveri è d'altronde allettante: se un giovane accetta di arruolarsi, gli si garantiscono cento euro al giorno. Poi lo si radicalizza, anche ricorrendo a un'amfetamina come il Captagon che elimina fame, paura e freni inibitori. Dopo sei mesi di addestramento si ordina al 'neofita' di decapitare i genitori e di portarne la testa ai capi di Daesh. Se rifiuta, saranno gli stessi addestratori ad attuare un'incursione, usando violenza alle donne di casa e successivamente eliminandole con tutti gli altri membri della famiglia. Il problema non è religioso. È politico. È culturale. Una casa si ricostruisce, un conflitto armato si può vincere. Ma come ridonare l'innocenza a bambini addestrati a giocare con le teste dei condannati? Queste sono generazioni perdute per i prossimi cinquant'anni".
La maggior parte dei "miliziani" è straniera: "Non parlano nemmeno arabo quindi non conoscono realmente il Corano. Si prefiggono di sradicare dall'Oriente sia il cristianesimo sia la storia siriana".
Zerez ne ha pure per i "foreign fighters" d'origine europea. "Due terzi di essi sono francesi - spiega -, cercano la famiglia che loro manca".
La famiglia, sì. "Hanno cominciato a dimenticare le loro radici giudeo-cristiane e cercano un nuovo senso della vita per colmare il vuoto familiare e spirituale che li opprime". Non c'è spazio, nemmeno qui, per cavilli politicamente corretti. "Il reclutamento avviene tramite il web, come per i loro colleghi di origine extraeuropea. È ben strano - constata il Nostro, ma nemmeno in tal caso muta l'espressività dell'eloquio, sempre ugualmente passionale, mai sarcastico - In nome della laicità e col pretesto d'un presunto 'rispetto' verso altri culti, si aboliscono i presepi [il nostro 'premier', da buon italiano, s'è spinto ben più in là: addirittura velando le antiche statue pagane nude nel timore urtassero la 'sensibilità' del dovizioso ospite iraniano, che peraltro non gli aveva chiesto nulla, ndA]. Ma gli occidentali ignorano che, da noi, i presepi vengono allestiti non solo dai cristiani ma dagli stessi musulmani, i quali considerano Gesù un profeta di pace e di luce. A Damasco, durante le processioni, chiudono le serrande dei negozi in segno di rispetto".
Il dialogo con l'Occidente, lo ammette, è difficile. "Dalle nostre parti non si conosce il concetto di cittadinanza né quello di democrazia. La prima identità è etnica: sei un curdo, un siriano ecc. prima d'ogni altra cosa. La seconda è religiosa; la terza, patriottica. Sono soprattutto i cristiani a tenervi. Io, ad esempio, sono arabo per cultura, ma le mie radici sono aramee. In Siria esiste una confederazione di etnie; se crolla un regime, il rischio di finire come la Libia è concreto e reale. Non so quale soluzione suggerire. So che, in politica, prevalgono gli interessi. L'Occidente stringeva affari con Gheddafi e Assad; poi li ha considerati acerrimi nemici, senza peraltro assumere posizioni precise. La guerra sta dilagando pericolosamente in un effetto-domino che, muovendo dalle ostilità fra sunniti e sciiti, sta per diffondersi in Arabia Saudita, Pakistan, paesi del Golfo e naturalmente Europa: soprattutto in seguito all'intervento russo vi si sono infiltrati 4000 jihadisti, millantandosi come profughi. Si tratta di cellule dormienti, pronte ad agire non appena ricevano un ordine dall'alto". Le cause della guerra sono molteplici: analfabetismo diffuso (circa il 23%), povertà, esasperazione per la corruzione diffusa capillarmente, dalla sommità all'ultimo dei funzionari.
"Dopo l'assassinio di mia figlia ho trascorso sei mesi a ribellarmi contro Dio. Ma, più tardi, la sua assenza è stata sostituita da una grande presenza spirituale. Ho solo quella. Il cimitero dove è stata sepolta non esiste più. Eppure ho avvertito la sua protezione durante la fuga, come facesse scudo a me, a mia moglie, al resto della mia famiglia. Abbiamo superato indenni tutti i pericoli, i posti di sbarramento. No, non ho perso la fiducia nell'umanità. Uomini e donne di pace esistono. Un ebreo canadese molto facoltoso, Steve Maman, ha letteralmente comprato - come Schindler ai tempi del nazismo - centoventi ragazze cristiane e yazide per poterle liberare dalla schiavitù sessuale cui erano destinate. Ricordo con grande affetto le famiglie beduine che sempre ci hanno ospitato e pregato con noi. Penso ancora al Gran Mufti, che accoglieva con me i pellegrini cristiani donando loro un versetto del Corano in cui si loda la Vergine Maria [nella sura 'L'Interdizione', ndA]. Penso agli amici musulmani che mi chiamano profeta, perché secondo loro li aiuto non solo ad amare di più i miei correligionari ma ad approfondire la loro stessa fede. Anche in Libano, i cristiani sono spesso pontieri: vi si trovano comunità miste, di drusi, di sunniti, dove i cristiani non mancano mai per la loro opera di mediazione e pacificazione. Perdono, sì, perdono di cuore. Ma non dimentico. Senza memoria non v'è umanità. Non dimentico, perché 'non sanno quello che fanno'. E ricordo per loro e per me. È il nostro destino, vivere la croce. La nostra dimensione è l'esodo. Ma in Oriente aspettiamo sempre la resurrezione. Arriverà".

© Daniela Tuscano

18/01/16

L'APOCALISSE PROSSIMA VENTURA © Daniela Tuscano



Li guardavo ieri in TV e riflettevo: "Quanta strada compiuta, quanta ancora da compiere!". Li guardavo ieri in TV e pensavo: "Quanta fatica per avvicinarsi! Solo piccoli passi, e intorno il caos". Li guardavo ieri in TV e poco dopo venivo raggiunta dalla notizia dell'ennesimo, orrendo eccidio in Siria, del ritrovamento d'un bimbo italiano e di sua madre fra le vittime dell'attentato in Burkina Faso ma soprattutto - per la specificità dell'argomento, perché le coordinate del mondo s'intrecciano tutte lì - dell'arresto d'un'antimilitarista israeliana. Dell'assassinio d'una sua connazionale davanti ai figli per mano terrorista. Della profanazione dell'Abbazia della Dormizione a Sion. Scritte anticristiane, forse opera degli stessi che lo scorso luglio bruciarono vivo il piccolo Ali e quasi tutta la sua famiglia. Li guardavo ieri in TV e lo sconforto mi assaliva, ripetevo che no, non ce la faremo mai, il nostro passo è troppo lento e la violenza procede invece spedita e implacabile. Mancanza di fede, lo so. Non sono così forte. Li guardavo ieri in TV e la mente tornava alla sinagoga di Trieste, visitata quasi dieci anni fa. Sono edifici strani, fantasie tardobabilonesi, trionfi di lapislazzuli. È come rientrare nel ventre materno, ci si sente invadere da una profonda, remota pace. Mentre, attorno, ogni cosa trasuda odio e guerra. Gli incontri fra ebrei e cristiani - ma era presente anche la delegazione islamica del Coreis con Yahya Pallavicini, un gesto di grande forza, in questi tempi - non sono mai uno stanco rituale. È il nostro destino, la nostra forza e il nostro dramma. Quando i simboli diverranno inutili e obsoleti significherà che la fine è giunta. La fine apocalittica, l'instaurazione cioè del regno. Ma, adesso, servono. La visibilità serve. L'occhio deve leggere. Le kippah, ieri indossate non solo dai non ebrei come ormai d'uso nelle occasioni solenni ma anche da alcuni sacerdoti al seguito di Francesco, hanno contrassegnato l'incontro ebraico-cristiano 2016. Ed è stato giusto così. Il simbolo è linguaggio. E come il linguaggio è polisemico. Ci sono momenti in cui diventa opportuno occultarlo. Altri in cui è bene alludervi. Altri ancora in cui diventa tutt'uno con noi, c'incarna. Perché non indica esclusione né superbia ma soggettività, diritto.
Limite, anche: o, meglio, umiltà. Per gli ebrei il piccolo copricapo, imitato poi dai cristiani, indica il solco da non superare, che ci separa dal cielo. È l'argine invisibile al fondamentalismo (l'altro volto dell'idiota nichilismo occidentale,entrambi espressioni d'empietà).                     Suggerire di nasconderlo, com'è accaduto in Francia giorni fa per evitare il rischio di aggressioni terroristiche ricorda molto da vicino l'avvertimento alle donne di Colonia di star discoste un braccio dagli immigrati, e magari di non uscire la sera da sole: per il loro bene,s'intende.     Tentazione diabolica contro la libertà, da respingere con tutta la forza possibile. Gli ebrei, di simboli se ne intendono: dalla nappa gialla imposta dai papi alla stella di Davide con cui li bollarono i nazisti. Simboli di diversità, questi, di esclusione, di "altro" inassimilabile, perché la Norma doveva essere solo una. Oggi, il nuovo nazismo pretende e sfoggia metodi uguali e contrari. Da un lato il nascondimento vergognoso, dall'altro l'ostentazione: assai differente dall'appartenenza. Sia l'uno sia l'altra degradano l'umanità. Il primo vuol cancellare i diversi, la seconda vuol escluderli in modo esplicito. Bene ha fatto il presidente francese Hollande a ribadire il pieno diritto degli ebrei a manifestare i simboli della loro fede. Ma qualcosa, in questo discorso, stride. La Francia è il paese in cui i simboli religiosi sono banditi. E non mi riferisco ai veli integrali di certe donne musulmane, i quali presentano, fra l'altro, comprensibili problemi di sicurezza. Alludo a qualsivoglia oggetto, anche molto discreto, che indichi una qualche appartenenza religiosa. E non va dimenticato: malgrado i proclami di massima, i simboli più colpiti da quelle parti, come in altri paesi europei, sono quelli cristiani. Contro questi ultimi il laicismo pragmatico-capitalista ha ingaggiato da tempo una guerra, sia pure solo culturale ma non meno funesta, per cui s'è rivelato di fatto il miglior alleato di Daesh. Anche questa forma o, se si vuole, di deformazione della laicità è oggi superata e occorre ripensarla. Se uno Stato laico resta obiettivo irrinunciabile (e chi scrive vi tiene molto), è pur vero che la flessibilità insita nella democrazia impone un cambio di passo. In tal senso molto avrebbe da insegnare la laicità italiana, se realmente fosse applicata e vissuta con maturità. Le religioni, oggi sul banco degli accusati con molte ragioni apparenti, sono chiamate ad affrontar grandi sfide. Fin troppo facile dimostrare la loro devastante influenza non appena si appropriano del potere temporale. Ma è sempre, necessariamente, così (chi, del resto, avrebbe ancora l'impudenza di affermare il rispetto dei diritti umani nei regimi atei?)? Storicizzarle, aprirle, contestualizzarle: anch'esse sono prodotti di uomini. Dì uomini maschi, verrebbe da aggiungere. Un apporto alla democratizzazione delle religioni infatti può e deve arrivare dalle donne; solo così, forse, si eviteranno gli eccessi d'un laicismo esasperato e contraddittorio e d'un monopolio del sacro sanguinario, antiumanista e suicida. E solo così i simboli non incuteranno più timore o sospetto. Non si odierà più una kippah, non si strapperà più un chador, se quest'ultimo sarà scelto dalla donna senza rinunciare ai valori della democrazia e della dignità femminile. Nell'istante in cui lo si valorizza positivamente, l'abito tornerà a relativizzarsi, a essere semplice stoffa, brillando sempre più le nostre kippah, i nostri veli (ma, pure, i nostri jeans, le nostre minigonne...) spirituali. "Com'è vostr'uso", declamava la Piccarda dantesca. E il cerchio si chiude, la fine - apocalittica - si avvicinerà. E non sarà un brutto giorno. Splenderà un sole discreto, primaverile, e tutti si riconosceranno come vecchi amici. © Daniela Tuscano

21/02/15

Risposta a Shady Hamadi


Giorni fa lo scrittore e blogger Shady Hamadi ha indirizzato una lettera aperta “a un occidentale, in particolare italiano” http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/02/18/isis-lettera-a-un-occidentale-scegli-di-sostenere-la-societa-araba-contro-fanatismo-e-dittature/1435194/ (  se  nel caso , come spesso succede     dopo  unpo'   gliurl   vengono per probelemi di spazio rimossi dai  portali , lo trovate  nel mio predente post    ) Qui sotto la mia risposta e la controreplica dello stesso Hamadi.


Caro Shady,
o forse dovrei scrivere "caro orientale, in particolare caro siriano"?
Il tuo post, come altri che scrivi, l'ho pubblicato sulla mia pagina. Affermi molte cose buone e condivisibili, altre discutibili e altre ancora un po' sommarie e sbrigative. È normale sia così, ed è normale esser contestati, perché la democrazia si basa su questo.
Ecco, proprio il tuo incipit mi lascia perplessa. A te infastidiscono le generalizzazioni, anzi ne sei giustamente arcistufo: però io non sono da meno. Ti rivolgi a un interlocutore c.d. “neutro maschile”; e, da donna, non lo tollero più. Tu e i tuoi congeneri, orientali o occidentali non fa differenza, la riterrete senza dubbio un'inezia e invece no: si tratta d'una faccenda molto seria, forse addirittura la radice prima di tutto, come cercherò di spiegare più sotto.
Secondo: l'Italia è senza dubbio un paese occidentale ma, appunto, è principalmente Italia, con una sua specificità e sua storia ben diverse, talvolta anche opposte, rispetto ad altre nazioni europee come la Danimarca o la Germania o la stessa Francia ecc.
L'Italia è anzitutto un paese mediterraneo che peraltro, nel Sud, non è poi tanto diverso da certe zone del Nordafrica, sia come clima paesaggio lasciti culturali arte ecc. ecc. È “occidentale” il Duomo di Monreale? Sono “occidentali” i costumi tradizionali delle donne? Sempre in Sicilia, i nostri illustri connazionali Falcone e Borsellino provenivano dal quartiere della Kalsa, che anche come nome conserva chiarissime le sue origini, e mi limito a questo esempio fra i mille che potrei farti.
Caro orientale e siriano, qui abbiamo avuto le dominazioni arabo-musulmane (non sono sinonimi): siamo un paese "meticcio", per usare un termine caro all’arcivescovo Scola. Lo sottolineai, inascoltata, oltre 25 anni fa, quando preparavo la tesi sulla decolonizzazione dell'Algeria vista da "Le Monde". Scrissi: l'Italia dovrebbe riscoprire la sua vocazione mediterranea, almeno per ragioni d'opportunità, dato che il Medio Oriente non è lontano e l'Africa del Nord si trova ai nostri piedi (letteralmente parlando).
Dall'Italia son passati tutti: e questo è in potenza un grande vantaggio. Non sempre noi sappiamo sfruttarlo ma è un altro paio di maniche.
Caro orientale e siriano, devi sapere che molti "occidentali e in particolare italiani" le obliate "primavere arabe" le hanno sostenute e applaudite; non tifavano affatto per Gadafi e Assad; hanno sfilato in piazza coi vostri uomini e - non dimenticarlo mai - le vostre donne; li hanno voluti incontrare, li hanno invitati ai loro incontri, gioivano per il loro ritrovato, giovanile entusiasmo. E non è giusto tu ora lo dimentichi, benché umanamente lo capisca.
Caro orientale e siriano, commetti l'errore di tanti "occidentali" contrapponendo una religione, l'Islam, essa stessa "occidentale" ed europea (il 50% degli albanesi sono musulmani, lo sono i bosniaci, per non parlare degli immigrati di seconda generazione, dei convertiti… Perfino nella “Commedia” dantesca esistono influenze islamiche, la Spagna fu musulmana per secoli, conosciamo Aristotele tramite Averroè “che ‘l gran comento feo”: lui, europeo e islamico, uno dei padri del libero pensiero!, e via elencando), contrapponendo una religione, dicevo, a un luogo geografico; definizione insidiosa quant'altre mai (Maghreb significa occidente come sai meglio di me); soprattutto strabica: falsa le prospettive.
Parimenti: il cristianesimo ha informato per millenni le società occidentali (ora non più), questo è poco ma sicuro; ma il cristianesimo NON s'identifica (solo) con l'Occidente, NON è nato in Occidente, le radici dell'insegnamento di Cristo provengono da un contesto NON occidentale; anzi, l’Occidente allora come oggi era il nemico da quelle parti. L'esegesi più avanzata l’ha riscoperto dopo la Seconda Guerra Mondiale e il nostro attuale Papa, originario d'un paese NON europeo (mica un caso, eh: il prossimo sarà con tutta probabilità un asiatico o un africano), lo ripete in continuazione: un Medio Oriente senza cristiani non ha senso.
Caro orientale e siriano, tu sostieni – certamente con molta ragione - che non esistono morti di serie A e di serie B e che l'"Occidente" se ne dimentica troppo spesso. Io stessa ho provato sdegno quando una illustre commentatrice ha affermato che i morti di Charlie (beninteso, solo i vignettisti, non Ahmed Merabet o gli altri arabi che pure a quel giornale lavoravano) "valevano" più dei duemila in Nigeria perché i primi simboli della democrazia, gli “altri” emblemi d’una cultura tribale e comunque “abituati” alle violenze. Io stessa continuo a ripetere che mi va benissimo essere Charlie, ma pure il già nominato Ahmed, i ragazzi delle primavere, l'attivista egiziana uccisa il mese scorso, Meriam Ibrahim, Asia Bibi... In questi giorni, peraltro, "sono" soprattutto quei ventun lavoratori copti sgozzati sulle rive d'un Mediterraneo livido che non riconosco come il mio mare. Lavoratori, capisci? Non ricchi e comodi borghesi. Soprattutto non occidentali. E, certo, cristiani, d'un cristianesimo che mi fa vergognare di me stessa. Sono loro ad aver inaugurato la Quaresima 2015. Tu associ, come dicevo poc'anzi, il cristianesimo all'Occidente (un po’ come Fallaci e le sue insensatezze del tipo “io sono un’atea cristiana”); e invece i cristiani provengono anche da paesi come i tuoi e quei paesi oggi li perseguitano.
Tutto è cominciato da quell'infame "nun" applicato alle porte degli iracheni "nazareni", molto simile alla stella giudaica di nazista memoria (a proposito, non diciamo nulla sull'antisemitismo di ritorno?). Applicato da criminali che si rifanno all'Islam; a una sua visione distorta, blasfema, violenta, come il cristianesimo dei roghi e delle Inquisizioni, certo; ma con tale distorta visione dovete obbligatoriamente fare i conti; essi non mancano di proclamarsi rappresentanti dell’Islam “puro” (pericolosissimo quando qualcuno delira di purezza, lo faceva un certo baffetto ottant'anni fa in "civilissime" contrade). Tu denunci che le prime vittime di questi assassini sono i tuoi correligionari e io ti credo, caro orientale e siriano. Non foss'altro, perché più numerose. Non manco mai di ricordarlo nei miei interventi, per il poco che possano valere. Il punto è questo: ti credo e provo la tua stessa pena. Di fronte a questa degenerazione dell'Islam (perché se la "teologia" dell'Isis/Daesh trionfa e l'Islam non riesce a ritrovare il momento umanista pur ampiamente presente nella sua storia scomparirà, lo sai, vero?) chi ama veramente il dialogo rimane annientato/a.
D’altro canto, se gli "occidentali" adesso si spaventano e mormorano d’intervento non lo fanno in nome del cristianesimo. Gli “occidentali” della persecuzione dei cristiani d’Iraq, Siria, Egitto, Libia ecc. non si curano. Leggi i commenti di questi giorni: scherzano, ridacchiano, si ritengono molto spiritosi e “razionali”, qualcuno invoca persino l’arrivo di Daesh “purché distrugga il Vaticano”. Non sono quattro scemi, sono molto numerosi. A me ricordano i conterranei di Noè che seguitavano a gozzovigliare, ubriacarsi, oziare o preoccuparsi degli interessi di bottega mentre il diluvio incombeva.
Gli “occidentali” tecnocrati e avanzati davanti al martirio di uomini e donne dei vostri paesi (ma è giunta voce, dalla torpida Onu, pure di massacri di bambini a suon di crocifissioni, impiccagioni e roghi) rimangono del tutto indifferenti. E alludo pure a una parte non minuscola dei politicamente corretti, degli stipendiati dei diritti umani. Hai mai visto una femminista mobilitarsi per Asia Bibi? Hai letto parole realmente accorate per i martiri di Sirte? Per quei martiri avrebbero dovuto gridare le pietre, ma si è manifestato in modo imponente solo per Charlie. Tu ti lagni dei morti di serie A e B, ma questi erano di serie C: perché arabi, perché cristiani, perché poveri. Capaci, poi, di sfilare con colorate bandierine antirazziste per le opache vie delle nostre metropoli!
Giorni fa a Copenaghen una Femen scampata all’attentato ha rilasciato una lunga intervista in cui esprimeva l’intenzione di continuare a battersi contro l’oscurantismo. Ma l’oscurantismo cui essa si riferiva era sempre e solo quello religioso (cristiano per lungo tempo, adesso anche islamico, pur se mai in modo così virulento). Rivendicava il diritto di ognuno a manifestare le sue idee, ma né lei né le sue socie hanno mai levato una voce per Asia, per Meriem, per le donne perseguitate a causa della loro fede. Non l’hanno fatto ieri e non lo faranno domani, perché nel loro mondo libero e libertario lo spazio per la religione, identificata automaticamente con oppressione e ignoranza, semplicemente non c’è.
Lo scrittore Houellebecq ribadisce il suo diritto all’irresponsabilità, “perché lo scrittore deve essere irresponsabile, la creatività stessa se ne nutre”.

Diritti, diritti, invoca ognuno/a, senza accorgersi che non si dànno diritti senza doveri, e che “l’autentico pluralismo deve essere cosciente di essere parte, e mai tutto” (J. M. Bergoglio, 1984). E ancora: “…noi siamo soltanto un frammento, sicché l’unità resta spostata dal tutto alla parte, e così cadiamo nelle ideologie proprie dell’uomo unidimensionale […]. L’unità superiore implica si sopportino tensioni e conflitti, i quali […] possono mostrarsi come dissonanze, che tuttavia non vanno mai confuse con la cacofonia del monismo gnostico”.
Se questa luminosa descrizione, redatta dal Papa quand’ancora reggeva il collegio gesuita di San José col nome di padre Mario, taglia le gambe a qualsiasi solipsismo fondamentalista, può ben applicarsi a qualsiasi pretesa intellettuale d’usare la parzialità per spiegare il totalità. È vero, è vero: l’artista può fare l’irresponsabile; lo Stato LAICO (non ateo) e l’articolo 18 della Dichiarazione dei Diritti Umani glielo permettono. I cittadini hanno la facoltà di cambiare religione, deriderla, rinnegarla. Permettono, pure, di non professarne alcuna.
È vero anche il contrario, però: che l’irresponsabilità sia elemento indispensabile all’azione creativa lo sostiene Houellebecq; ma si tratta del pensiero di Houellebecq, e basta. Dante e Manzoni erano convinti assertori del contrario e sfido chiunque a dimostrare che con la penna se la cavavano male.
Per tornare all’assunto iniziale non è pertanto la difesa del cristianesimo e dei cristiani d’Oriente l’interesse primo della preoccupazione occidentale. Anzi, alcuni vorrebbero eliminare qualsiasi religione tout court (e sì che i regimi atei sono pur esistiti; non erano esattamente campioni di diritti umani, la laicità è altra cosa; ma l’ignoranza, si sa, acceca).
Ma un altro aspetto mi preme sottolineare.
Io qui posso esecrare la bestemmia, la sguaiataggine delle finte femministe Femen e contrastarle con le mie argomentazioni. E loro hanno il permesso di continuare a bestemmiare e a essere sguaiate. E penso, caro orientale e siriano, che nei paesi islamici nulla di tutto ciò è possibile; che cambiare religione (non dico bestemmiarla o rinnegarla) è punito con la morte o l’esilio, come Meriam che

peraltro musulmana non è stata mai se non per il fatto d’avere avuto un padre appartenente a quella confessione responsabile del suo abbandono a otto anni; che le donne contano meno di zero; che gli omosessuali vengono perseguiti e uccisi; che ai cristiani di quelle zone è proibita ogni forma di proselitismo; che spesso sono disprezzati anche in modo razzistico.
Persino nel paese un tempo “laico” del mondo musulmano, la Turchia, proprio quella che chiedeva l’ingresso in Europa, i diritti umani e femminili sono duramente coartati da un governo sempre più violento, tracotante e oscurantista; e non credo lo sia solo per questioni di opportunità.
Caro orientale e siriano, il fatto di non avere Papi né un clero è un potenziale elemento positivo dell'Islam; tuttavia la presenza di un'autorità centrale, che pur fa i suoi danni (i Papi ne hanno combinati parecchi nel corso dei secoli), in situazioni calamitose come queste sarebbe d'aiuto. Al giorno d'oggi senza dubbio esistono cattolici fanatici che, se potessero, riaccenderebbero le pire e darebbero fuoco anche al paradiso; ma si tratta di pochi pazzi non realmente pericolosi, perché mai il Papa si sognerebbe di conferir loro un qualche minimo riconoscimento; e ciò li disarma ab origine. E quando Ratzinger tentò di legittimare gli scismatici fascisti lefebvriani all'interno del cattolicesimo si creò una vera e propria rivolta.
Caro orientale e siriano, come afferma il tuo correligionario algerino Khaled Fouad Allam è finora mancata al pensiero musulmano quella mutazione in senso umanistico che in Occidente ha portato talora a soluzioni radicali e anche ripugnanti (in Italia, per inciso, non abbiamo mai conosciuto rivoluzioni come quella francese e per gli standard europei siamo uno Stato semi-laico); ma che in tante altre occasioni ha consentito il passaggio a una democrazia in buona parte matura e solida. L’unico sistema in grado di evolvere: per ricorrere a un paradosso caro a Churchill, “il peggior sistema del mondo, eccezion fatta per gli altri”. Nel caso attuale, porre l’accento sulla responsabilità non comporta una limitazione delle libertà. Significa un di più! Significa ampliare questo concetto, ripensarlo nelle sue variabili non solo “occidentali” cogliendo quanto di buono – ed esiste – nelle culture “altre” che ormai ci vivono in casa. A partire dalla valorizzazione di quell’umanità disprezzata per eccellenza, le donne. Anch’esse hanno una cultura, anch’esse sono portatrici di valori, oserei dire per loro natura inclusivi e non agonici, quindi all’opposto degli esausti e bellicosi ideali maschili. Come accennavo sopra, infatti, la prima cagione d'ogni sopruso e violenza è lo spregio maschile verso un essere umano MAI ha ritenuto pienamente tale; quindi la questione Isis-Islam-cristianesimo-democrazia-Occidente-Oriente è anche e soprattutto una questione FEMMINILE e se voi maschi ancora non ve ne rendete conto stavolta ne pagherete carissime conseguenze.
La mutazione umanistica dell’Islam non è (ancora) avvenuta per moltissime ragioni e indubitabilmente per tante colpe occidentali, dal colonialismo allo sfruttamento economico all'appoggio delle varie satrapie ecc., ma la responsabilità non è mai totalmente altrui: questo diventa vittimismo. Non mi stancherò di ribadirlo: esistono molti "occidentali e italiani" favorevoli a una vostra rinascita e prosperità. Se non i governi, la società civile, i giovani, uomini e donne di buona volontà. Personalmente vi vorrei liberi, indipendenti, musulmani (ma anche, chi lo è, cristiano, ebreo, ateo, Houellebecq o Manzoni, Femen o Edith Stein); vi vorrei con la vostra cultura, che è ricca, bella e affascinante e tanto ha dato all'umanità. Vi vorrei con la vostra originalità che del resto non dovrebbe configgere, ma integrarsi armoniosamente, con quella (quelle; sono tante) occidentali; vi vorrei, vorrei tutti, con la loro diversità planetaria. La natura è ricca e così la cultura. Perché ciò avvenga si deve però paradossalmente partire da un sentimento di eguaglianza; dalla certezza di essere, prima che musulmani, cristiani, ebrei, buddisti, pagani, occidentali, orientali, PERSONE UMANE; ché questa è l'individualità, ben diversa dall'individualismo che ne è una fosca caricatura. La percezione della comune appartenenza umana è poi un antidoto invincibile contro tutte quelle ideologie perverse e nefande (fascismo, nazismo, stalinismo, fondamentalismi religiosi, primato del profitto sull’umano: “c’est l’argent qui fait la guerre…”) che da sempre minano la pacifica convivenza.
Ne siamo capaci? Domande irrinunciabili per ENTRAMBI. In un clima di confronto anche serrato ma sempre rispettoso. Ebbene, questi "occidentali e italiani", quelli che conosco io, quelli che per i vostri paesi non vagheggiano i ritorni dei Gadafi e dei Mubarak, e sono tanti, lo vogliono. Voi?

                     © Daniela Tuscano, tratto da "Solo la pace è santa", di prossima pubblicazione.

RISPOSTA DI SHADY HAMADI: Cara Daniela Tuscano la mia lettera è volutamente provocatoria nel contrapporre occidente e islam. Più volte ho sottolineato in articoli precedenti che occidente e oriente non esistono, citando il lavoro di edward said -orientalismo - e che è sbagliato contrapporre islam e occidente. Inoltre, ho tentato più volte di parlare della laicità che è frutto di un percorso storico e culturale endogeno all'europa e non al mondo arabo-islamico e cristiano e che quindi non può essere esportata in un'area del mondo ma è necessario sostenere un processo sociale di critica che porti alla necessità di sviluppare il secolarismo. Sono d'accordo con te che l'Iitalia è differente dalla francia, che la francia è differente dall'inghilterra ecc..proprio perchè ogni paese ha un suo percorso specifico allora, ho sottolineato spesso, lo stesso discorso lo dovremmo riproporre per il medioriente. L'Italia, e qui sfondi una porta aperta, proprio per la sua storia di multiculturalismo -tu citavi la sicilia- dovrebbe essere naturalmente propensa al dialogo ma spesso non è così. E' per questi motivi che ho scelto di scrivere una lettera semplice, diretta, e adoperando degli schemi tanto in voga per sollevare un dibattito e una riflessione che ha stimolato tanti lettori- amici- ma è stata nulla per chi scrive sui giornali. Un caro saluto.




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