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31/08/13

A DUE VOCI di © Daniela Tuscano ©


IL post d'oggi di Daniela mi fa venire in mente questa frase : << E' com'ebbe cessato di parlare, disse a Simone : " prendi il largo , e cala le reti per pescare >> ( Luca 5:4 )




Uno era alto, dal tratto nobile e solenne. In lui "quella che, in altre età, era stata bellezza" s'era trasformata in una sorta di "floridezza verginale", come scriveva Manzoni a proposito del cardinale Borromeo.



L'altro, bello non è stato mai. Piccolo, un po' impacciato nell'ampia sottana, ricordava più un buon parroco di paese che il vescovo della più grande diocesi d'Europa. Eppure tra i due correva una consonanza spirituale e una solidità teologica degne della miglior tradizione lombarda. Carlo Maria Martini e Dionigi Tettamanzi. Entrambi, in modo diverso, ci mancano. Tettamanzi, attualmente in pensione a Vigevano dove è amministratore apostolico, continua a rispondere personalmente alle molte lettere di fedeli e amici che gli scrivono per un saluto, un consiglio, una preghiera. Di Martini oggi ricorre il primo anniversario della scomparsa.
Il mio vuol essere un ricordo squisitamente affettuoso. Tocca agli esperti analizzare la sua pastorale e il suo insegnamento, così profetici e abissali. Non amo l'aggettivo "progressista" applicato a un religioso, per la sua scivolosità e, ammettiamolo, sciatteria linguistica. Un religioso, in realtà, dovrebbe essere per natura un progressista, poiché la Scrittura è una realtà viva, che si muta e matura a seconda del discernimento e, per un credente, della grazia; "la Scrittura evolve con l'uomo" secondo la felice definizione di Enzo Bianchi, fedele, del resto, al dettato evangelico: "La Scrittura è un tesoro da cui si traggono cose vecchie e cose nuove". Martini fu pertanto, sotto quest'aspetto, un sicuro progressista, cioè un continuatore della tradizione: che nella sua radice implica l'idea del cammino, della continuità. Martini fu il Vangelo giovane, ma non solo per i giovani.
Il più bell'epitaffio glielo scrisse, sia pure involontariamente, uno dei quotidiani che lo avversarono con una energia, che non risparmiò nemmeno il suo successore, "Il Giornale": "Muore il cardinale che piaceva agli atei". E' vero, Martini era amato dagli "atei", dai musulmani e dagli ebrei (i quali gli attribuirono il titolo di Giusto d'Israele) e, in genere, da quelli che la Chiesa teneva lontani: gli emarginati, gli irregolari. Martini non era il cardinale dei giusti, ma di quelli che si consideravano, o venivano ritenuti, peccatori.
E quale testimonianza più cristiana di questa? Un vescovo che si compiace solo dei "suoi" ribalterebbe le parabole evangeliche del buon pastore e del padre misericordioso. Starebbe con le novantanove pecorelle e col figlio coscienzioso; certo, noi lo faremmo; sarebbe una logica naturale, "così naturale!", esclamerebbe ancora il Federigo Borromeo manzoniano. Sarebbe la logica del mondo, ma non quella di Dio, che ha altre strade, che surclassa in misericordia perché legge nel cuore dell'uomo; altrimenti, a nulla sarebbe servita una "Buona Nuova". Seppe addirittura, all'inizio della missione, disarmare i terroristi con la forza della testimonianza. Un terzo elemento in comune col predecessore Borromeo, alle prese con l'Innominato.
Martini rese ancora fascinoso e attraente il cristianesimo, e l'ha fatto dalla metropoli, allo stesso modo, migliaia di chilometri più in là, d'un cardinale argentino di nome Jorge Mario Bergoglio, forse più simile a Tettamanzi nell'impostazione dottrinale, ma anch'egli gesuita e di origini piemontesi come lo ieratico arcivescovo di Milano.
Al termine della vita Martini giunse a riconsiderare alcune questioni - in verità, disseminate qua e là durante l'intero suo percorso - che considerava improrogabili per la Chiesa: la posizione della donna, la morale (divorzio, omosessualità, fine vita...), l'ecumenismo, la salvaguardia dell'ambiente, la stessa gerarchia ecclesiastica per una più autentica collegialità. Senza peraltro dimenticare i problemi concreti delle persone. Martini viene infatti talora percepito come un finissimo intellettuale, ed è giusto, lo era. Ma la sua speculazione non rimaneva mai astratta, la sua, diremmo così, "etica della metropoli" lo portava a occuparsi delle urgenze più impellenti e "ordinarie". Bene ricordare la Cattedra dei non credenti; ma sarebbe altrettanto positivo non scordare quella sua altra intuizione, non contrapposta, ma innervata dalla prima: il Fondo Famiglia-Lavoro destinato agli indigenti, esodati, cassintegrati e disoccupati. E non si trattò di semplice azione caritativa. Martini non era uomo da alzare la voce ma fu il primo a intuire le conseguenze nefaste d'un'economia basata sulla speculazione finanziaria. E a denunciarle. Con pacata fermezza. Egli aveva maturato pienamente la convinzione per cui "non c'è pace senza giustizia" e che, anzi, la giustizia è il nuovo nome della pace.
Tettamanzi fu, in qualche modo, il prolungamento "fisico" e quotidiano di Martini. La sua traduzione a livello popolare. Non ci si fraintenda, però. Martini amava il contatto con la gente, il suo approccio era cordiale e simpatetico - anch'egli spesso rispondeva di suo pugno alle lettere pervenutegli -; tuttavia, forse anche suo malgrado, l'indole contemplativa e l'andamento grave lo rendevano sempre un tratto più in là, e più su, della comunità umana. Martini era un cardinale a suo perfetto agio nella porpora, che indossava con semplice disinvoltura. Tettamanzi è sempre parso più vicino alla schiettezza nativa di papa Giovanni. S'è dimostrato un buon allievo di Martini, con un calore domestico e sincero. Al punto che, come accennato, anch'egli divenne presto attacco della virulenza volgare della destra, Lega in primis, la quale riuscì pure a condizionarne la successione. Non va però dimenticata nemmeno la solidità teoretica di Tettamanzi, a cui un domani occorrerà dedicare uno studio altrettanto approfondito.
Oggi di entrambi sentiamo la mancanza, ma al tempo stesso la prossimità della profezia. Se in Vaticano qualcosa sta forse mutando, è grazie anche a queste due voci.

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