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16/02/15

finalmente Una storia di ordinaria buona sanità in ospedali e struttuire saitarie sempere più allo sfascio

Prima di  iniziare  questo post  , vorrei chiedere scusa   per le  generalizzazioni dei post precedenti  , a  tutti  quelli  che nele strutture  ospedaliere  e di pronto soccorso  coraggiosamente   lottano  contro  tagli assurdi , malaburocrazia  , per  salvare   vite  e garantirci la minor sofferenza possibile  .

Finalmente  dopo   news mala sanità  cattiva sanità e    dopo 

" Tre Angeli volati in cielo", pietoso eufemismo per un dolore troppo grande da sopportare, perchè non si può accettare che tre bimbi muoiano, uno dietro l'altro, Catania, Trapani, Napoli, accomunati "dall'inefficienza" delle strutture sanitarie pubbliche, che avrebbero dovuto curarli e salvarli! Ma quando la sanità funziona, a ben guardare, è soprattutto grazie all'impegno, alla professionalità e allo spirito di sacrificio di tanti operatori sanitari, oltre le carenze anche gravi del settore, a tutti i livelli! E' giusto darne atto!
da Carmìna Conte


capita    che  

  da   http://www.sardiniapost.it/cronaca/

 un signore ultrasettantenne arrivi al Pronto Soccorso del SS.Trinità di Cagliari, il più vicino a casa, un mercoledì mattina, alle 11,10: ha problemi di memoria, non ricorda cosa ha fatto nelle due ore precedenti, ma non accusa altri disturbi, cammina con le sue gambe, non ha né mal di testa né capogiri. Nella saletta di attesa una ventina di persone, giovani, anziani, donne, uomini. Il signore suona alla guardiola per prendere il codice: chissà quale gli attribuiranno.




 “Verde, rosso, bianco…chissà a che ora la finisco!”, pensa, mentre la moglie va a parcheggiare la macchina. Giornata fortunata, parcheggio trovato quasi subito, la moglie torna dopo pochi minuti, ma il marito non c’è: gli astanti la rassicurano, è già entrato. La moglie si tranquillizza, si aspetta di vederlo ricomparire con il codice. Dalla porta entrano ed escono persone, già visitate o con il codice e con la specifica di visita. Sul piazzale antistante c’è un via vai di ambulanze, e gente che arriva con i mezzi propri. La saletta si riempie, come sempre. Passano i minuti e non succede niente, il marito ancora non torna con il codice. La moglie comincia a preoccuparsi, suona alla guardiola, si affaccia un’infermiere, gli chiede del marito: la rassicurano, lo stanno già visitando, la chiameranno a breve. “Che strano – pensa la moglie – e il codice? Mah, speriamo bene”. Non resta che attendere. Dopo tre quarti d’ora la chiama una gentilissima e giovane infermiera. La rassicura, il marito è già stato preso in carico: pressione cardiaca a 240/124, a rischio di ictus, è già sottoterapia e gli stanno completando gli esami del caso, a breve farà anche la tac al cranio. “Può stare con lui, in attesa della TAC”.
Alle 14, il signore ha completato tutti gli esami, di routine e specialistici, compresa la TAC, lo convoca il medico di turno, una dottoressa. Con gentilezza gli comunica che ha già predisposto il ricovero, indispensabile per monitorare l’attività cardiaca e l’andamento della pressione arteriosa, che nonostante la terapia continua ad essere alta. La buona notizia è che al momento non appaiono lesioni cerebrali da ischemia o altro, ma che occorrerà ripetere la tac. Dopo il primo momento di panico (“un ricovero? E chi se l’aspettava!”), ci si rassegna e pensa che forse è meglio così. “Piuttosto, per il letto dovrà aspettare, dovrebbe liberarsene uno verso le 15/16, c’è già un paziente in dimissione e sta aspettando che lo vengano a prendere”. Va bè, non c’è problema, aspettiamo.
Si fanno le 17, ma il signore è ancora al Pronto Soccorso, nel frattempo gli continuano la terapia: tutto sotto controllo, per fortuna il pericolo è stato sventato. Riacciuffato per i capelli, è il caso di dirlo dalla sollecitudine, professionalità e impegno del personale medico e infermieristico. La “signora con la falce” dovrà aspettare ancora, speriamo per un bel po’. Ma il letto? “Guardi, ormai è questione di minuti, il suo letto si sta liberando”, lo rassicura un altro medico del Pronto Soccorso: “Sa, noi qui vediamo un sacco di gente, ci arriva di tutto, siamo praticamente sempre in emergenza, e riusciamo anche a fare i miracoli, qualche volta, nonostante la carenza di personale e tanti disservizi. Ma poi tutto si inceppa nell’imbuto della carenza di posti letto: non sappiamo dove far ricoverare la gente che ne ha necessità. È così, tutti i giorni”. Finalmente il signore viene accompagnato in reparto, il letto è libero. Si sono fatte le 18,30: un sospiro di sollievo, il reparto è confortevole, totalmente ristrutturato, dotato di servizi in camera. Sembra quasi una clinica privata! Il massimo per un ospedale pubblico. Al Pronto Soccorso, c’è ancora la gente che aspetta il letto. E già, taglia di qua e taglia di là, nella migliore delle ipotesi la gente viene salvata al Pronto Soccorso, ma poi non si sa dove ricoverarla… Già, il SS.Trinità, altrimenti noto come Ospedale di Is Mirrionis, con 343 posti letto e 37 in day hospital, ha un tasso di occupazione dei posti letto di oltre il 90% con 15.600 ricoveri nel 2014.
Si capisce: è un ospedale generale, l’unico ormai in centro città, in un quartiere popolare e popoloso, dove ci si può recare a piedi anche per fare la dialisi, visto che c’è la struttura compessa di Urologia; e poi c’è l’Ortopedia-traumatologia, la Chirurgia generale, la Gastroenterologia, la cardiologia, la ginecologia-ostetricia, l’otorinolaringoiatria-maxillo facciale e ben due reparti di psichiatria, gli unici della città, che “sopportano” il peso di patologie legate alla sfera psico-comportamentale in aumento esponenziale, purtroppo, come quelle da dipendenza, e non solo da “sostanze”, e come la cronaca, purtroppo, riporta quasi quotidianamente. Eppure qui ci sono reparti che hanno livelli di eccellenza come l’Otorinolaringoiatria, “centro di riferimento nazionale per il trattamento dei tumori del cavo orale, certificato IEO”, come recita il sito istituzionale della ASL 8; e la Maxillo-facciale, dove, oltre alle infinite traumatologie, si fanno anche gli interventi sui bambini affetti da labbro leporini; o come la Dermatologia, uno dei quattro Centri di riferimento nazionale per il Morbo di Hansen, l’unico in Sardegna; o il servizio di Cardiologia, dove è stato effettuato uno dei primi interventi di ablazione transcatetere, mediante radiofrequenza per una grave aritmia cardiaca, senza l’ausilio di raggi X, in una giovane donna alla 27° settimana di gravidanza… e adesso è “capofila” nella campagna regionale “Questioni di cuore”, per le malattie cardiovascolari. E non dimentichiamoci di Geriatria, con il Centro di coordinamento regionale delle Unità Valutative Alzheimer per il progetto Cronos. Si potrebbe continuare, ma si sa, le buone notizie non fanno “notizia”, non più di tanto.
Così come non fa notizia il fatto che medici, infermieri, tecnici e operatori sanitari, lavorino spesso in condizioni estreme: il personale infermieristico, nello specifico, è “al limite”… sempre per la storia dei tagli, pare che da anni quelli che vanno in pensione non vengano “rimpiazzati”, e si fatica anche semplicemente a fare i turni, con conseguenze facilmente immaginabili: sovraccarico di lavoro, limiti nell’assistenza…per fermarci qui. Eppure in questo ospedale ci sono delle ottime équipe di medici e chirurghi: se ci fosse un numero adeguato di anestesisti e infermieri, si potrebbe fare un numero decisamente più elevato di interventi e al massimo livello. E poi, la questione cruciale della sicurezza: il SS. Trinità è un ospedale “aperto”, in tutti i sensi, con molteplici ingressi, alla struttura, ai padiglioni, ai reparti, e il Pronto Soccorso, aperto, ovviamente 24h su 24h. Difficile garantire il controllo, in condizioni normali, doppiamente difficile, se anche i servizi di guardiania sono stati ridotti, già da tempo, sempre per la questione dei tagli. Adesso, alla luce dei fatti incresciosi degli ultimi giorni, Prefettura e Direzione sanitaria annunciano interventi appropriati, per garantire la sicurezza: ma non si poteva intervenire prima, visto che la storia si ripete da tempo? Sempre per la cronaca, il signore ultrasettantenne, e se la cosa interessa, sta bene, dopo tre giorni di ricovero è tornato a casa, grato ai medici del pronto soccorso e di Medicina. “Miracolato” per la seconda volta: 5 anni fa gli hanno salvato la vita, asportandogli un micidiale carcinoma dal collo, con un intervento di alta chirurgia nel reparto di otorinoaringoiatria, ad opera del dr. Giorgio Tore, il responsabile della struttura, senza dover andare “in pellegrinaggio” in altre strutture ospedaliere del “continente” più titolate, come purtroppo spesso capita a molti “isolani”.
Ma si sa, le buone notizie non fanno notizia  o  hanno  vita breve rispetto ad altre magari  meno importanti  e\o significative 
 

20/02/14

Olbia, i genitori di Elysa: «Donare gli organi? Una scelta difficile» Marco e Teresa parlano della loro figlia quattordicenne morta sabato dopo un attacco di asma non controllato

Leggendo  , l'articolo  ---- che  trovate  sotto ----    della nuova  sardegna  d'oggi  ,  capisco    avendo  subito 22  ani fa  un trapianto di cornea   derivato  dalla degenerazione prematura  in ernia  corneale  del mio cheratocono  ,    la  dolororissima scelta  dei genitori 

Prima di'iniziare  il post d'oggi voglio consigliare  questo libro  di Abate Francesco  l'autore  parla del suo trapianto di fegato 


Valter si burla del mondo perché da sempre è abituato a perdere. Pensa che il mondo debba chiedergli scusa. Ma quando una malattia lo porta a un'odissea senza fine nel dolore, sente che invece è lui a dover chiedere scusa a tutti. Perché quello che credeva il suo dolore è una goccia del dolore del mondo. Una goccia dell'ingiustizia senza rimedio e spiegazione. E allora, forse, Valter può scoprire la gioia. La gioia di accettare e di vivere. La voce beffarda e innocente di un uomo che si è sempre rifugiato nel sarcasmo e nel risentimento per non soccombere. La sua caduta e rinascita diventano, in questo romanzo asciutto e commovente, il tentativo di risarcire ognuno per la misera condizione di essere umano di fronte al potere spesso crudele della natura. Ma anche un'indimenticabile dichiarazione di speranza. Saverio Mastrofranco è il nome con cui un "intenditore" di cinema chiamò Valerio Mastandrea chiedendogli un autografo per strada. Da quel giorno l'attore lo usa per piccole incursioni sulla scena musicale e letteraria. Dall'incontro con il giornalista Francesco Abate, il racconto di una storia vera: la vita ha sempre un lato comico, e questo libro, nudo e limpido come una pietra preziosa, lo scopre nel luogo piú impensato. Nel più estremo dolore.

qui sotto   in questi due articoli sempre  della nuova  sardegna  la vicenda  


di Serena Lullia



 OLBIA. Le lacrime si mescolano al sorriso dei ricordi. Il dolore convive con le risate, il suono della voce di Elysa, fissi nella mente di mamma Teresa e papà Marco Azzena. Un paio di giorni fa la loro figlia di soli 14 anni, è morta per un gravissimo attacco di asma. Dopo una settimana di coma la ragazza ha smesso di vivere. I genitori hanno deciso di donare gli organi. Un gesto di amore che ha ridato la speranza a quattro persone.

Ma babbo Marco non si sente un eroe. Non pensa di meritare un riconoscimento particolare per quella scelta. «Sono un uomo come tanti – dice –, un papà come tanti. Il gesto che abbiamo fatto non mi rende migliore degli altri, anche se non nascondo che mi inorgoglisce aver ricevuto tanto riconoscimento».
La piccola Elysa era stata ricoverata in ospedale il 6 febbraio. La ragazza era arrivata al Giovanni Paolo II già in stato di coma, da cui non si risveglierà più. «Vorrei spiegare come si possa morire per una crisi di asma – prosegue Marco –. In tanti, in questi giorni, ce lo hanno chiesto. In gergo tecnico si chiama asma non controllato ed è una malattia sottovalutata, silenziosa, che ti impedisce di essere una persona normale, di fare cose che ci sembrano scontate, come fare una passeggiata, fare sport, o solo seguire una lezione di ginnastica a scuola. L’asma non controllato ti costringe a prendere delle pastiglie ogni mattina e a usare la “pompetta” due volte al giorno. Così andava avanti da dieci anni, nella speranza di un miglioramento, nella speranza di guadagnare la cosiddetta normalità. Una normalità che per noi non arrivava mai, che ci ha costretto a girare ospedali, medici specialisti. Ci sentivamo dire che l’asma non era grave. Ma la nostra piccola non migliorava mai. Anzi negli ultimi tempi sembrava peggiorare, sebbene prendesse da tempo dosaggi di farmaci da adulto. Oggi, col senno di poi, penso che, anche solo aver avuto l’ossigeno a casa, le avrebbe allungato la vita e ci avrebbe risparmiato di diventare gli “eroi” della città, un ruolo che non ci si addice, che non avremmo mai voluto».
Papà Marco trova poi la forza di parlare della donazione degli organi della figlia. Sabato era cominciata la fase di osservazione per verificare lo stato di morte celebrale di Elysa. La procedura di accertamento prevede un rigido protocollo: per la constatazione della morte ci si basa sulla verifica, per almeno 6 ore consecutive, della contemporanea assenza dello stato di coscienza, di tutti i riflessi che coinvolgono l'encefalo, dell'attività respiratoria spontanea, dell'attività elettrica cerebrale. «“Io non ci sarei riuscito”, “Che grande gesto”: sono frasi che ci siamo sentiti dire in questi giorni – prosegue il padre di Elysa –. Ed è vero, è una decisione difficile da prendere tanto più perché, non molti sanno, che ti viene chiesto giorni prima, per avere il tempo di fare le analisi del caso e rintracciare i possibili riceventi compatibili da liste chilometriche, togliendoti anche quel briciolo di speranza che ti resta. Nessuno pensi che ci sia stato chiesto di acconsentire allo spegnimento delle macchine. Proprio a chi ha pensato queste cose dico “se un vostro caro avesse bisogno di un trapianto cosa cambierebbe nella vostra testa?”. E allo stesso tempo ci siamo chiesti se ci avessero proposto il trapianto di un polmone, per la nostra Ely, poteva essere la salvezza, la tanto sperata normalità. Questo pensiero ci ha guidati in una decisione che ci è costata, non sapete quanto. Perciò se potete donate. Perché il vostro dolore potrebbe dare la vita ad altre persone. Nel nostro caso quattro, e non sono poche».
La famiglia Azzena rivolge poi un pensiero ai medici del reparto di Rianimazione del Giovanni Paolo II che hanno assistito Elysa fino all’ultimo. «Tante volte ho sentito pesanti critiche nei confronti dei medici – dice papà Marco –, verso un sistema sanitario alimentato dal clientelismo, che troppe volte ha favorito l’amico o il figlio dell’amica a discapito di chi magari avrebbe meritato, perché la sanità pubblica, come tutti gli altri enti pubblici, è solo un bacino di voti in cui pescare all’occorrenza. Io ringrazio il personale del reparto di Rianimazione e il primario, Franco Pala, per esserci stati vicini. Per aver sopportato, per aver fatto tutto quello che potevano per noi, per alleviare la nostra attesa, per Elysa nel tentativo di salvarle la vita. Sono persone come noi, che a volte sbagliano, che si fanno carico di una responsabilità enorme che è la vita delle persone. A loro dico grazie. Come anche ai nostri amici, che hanno dimostrato un affetto per Ely, per noi, che mai ci saremmo aspettati. Agli amici di mia figlia dico “sono orgoglioso di voi, del bene che volevate a Elysa”».

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