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16/03/08

LETTERA APERTA PER LA CULTURA ITALIANA

LETTERA PER LA CULTURA ITALIANA



    Miei cari amati amici blogger, vorrei richiamare la vostra attenzione sul problema cultura, tutta, (dalla scrittura in ogni sua forma, alla pittura, al cinema, teatro, balletto, lirica ecc) come centoautrice vi prego di leggere questa lettera che noi come movimento fuori dalle logiche di partito abbiamo deciso d'inviare ai deputati e ai senatori della prossima legislatura, nella speranza di non perdere quanto ottenuto con quella precedente e nella speranza e nell'esigenza di ottenere una salvaguardia di noi tutti, popolo tanto vituperato schernito e afflitto, di artisti, quelli puri fuori dai vincoli e dalle logiche di potere, non le star della tv o i personaggi inventati dai reality, gli artisti di oggi, di ieri e di domani, per tutti noi, voi, loro, vi chiedo di leggere questa lettera aperta e se decidete di condivederla, mandate il consenso a quest'indirizzo mail piuomecentoautori@libero.it    citando come o dove avete saputo dell'iniziativa, basta scrivere il nome e cognome sottoscrivo ecc.  Vi invito anche a copiarla suoi vostri blog per diffonderla e raccogliere più firme possibile.


Ciao, e mille grazie per l'attenzione,


Rossella Drudi.



I centoautori hanno elaborato questo testo. Chiediamo al mondo del cinema, della TV, del
teatro, e più in generale al mondo della cultura e dell'informazione, di sottoscrivere
questa lettera aperta. Chiediamo a tutti coloro che la condividono di firmare
individualmente, e di aiutarci a diffonderla per raccogliere in breve tempo quante più
adesioni possibile. Per aderire è sufficiente inviare una email all'indirizzo:
piuomenocentoautori@libero.it

Ai deputati e ai senatori della prossima legislatura,
ai ministri del futuro governo

chi vi scrive rappresenta il mondo del cinema, della televisione, dell'audiovisivo. Ciò che
raccontiamo si forma a poco a poco, mettendo insieme scrittori, registi, attori, scenografi,
musicisti, operatori, maestranze: un insieme di creatività e competenze, un grappolo di
saperi - studiati, appresi, tramandati.

Oggi, in un momento in cui si parla di paese `bloccato', vorremmo portare la vostra
attenzione su alcune semplici riflessioni. E avanzare delle proposte. Non lo facciamo con
timidezza, non mormoriamo nei corridoi, non chiediamo la vostra amicizia per vederle
realizzate - come forse un tempo avveniva.
Chiediamo queste cose a voce alta, pubblicamente.
In primo luogo la difesa dell'universo dei nostri `diritti', che sono poi la nostra identità. In
fondo, l'unica cosa davvero nostra. I nostri `diritti d'autore' - inalienabili, incedibili,
intrattabili - sono il frutto delle nostre intelligenze e del nostro cuore, vengono dal nostro
vivere nella comunità: è da qui, da questo `sentire e narrare' degli scrittori, dei registi,
degli artisti, che nasce e via via si rafforza l'immaginario del paese. Chi vorrebbe
rinunciare a questo? Chi vorrebbe avere, al posto di un romanziere, un burocrate? Chi può
mai pensare che un portaborse messo lì da un partito possa essere meglio di un poeta?

E' per questo che vi proponiamo di rovesciare il punto di vista consueto: non stiamo
chiedendo facilitazioni, favori, denaro. Chiediamo che l'avventura storica del nostro
cinema e di tutto ciò che dal cinema `muove' – il racconto televisivo ad esempio – possa
tornare a essere centrale. Vi chiediamo dunque di pensare all'Italia non solo come a una
fabbrica da far funzionare meglio o una famiglia di cui far quadrare i bilanci, ma anche
come a un ambiente da affrescare, una grande parete chiara, una palpebra bianca su cui
scrivere le storie che racconteranno - a chi verrà dopo di noi - ciò che eravamo, ciò che
siamo stati, ciò che abbiamo cercato di essere.

Ci sono parole che sembrano dimenticate e che invece vorremmo che tornassero ad avere
senso e forza. Parole come etica, trasparenza, competenza, passione. Parole che, una volte
rese reali, significano che in alcuni ruoli `specifici' non devono mai più andare persone che
rispondano a patronati, ma persone capaci, oneste, felici di essere chiamate a quel ruolo,
e ricche di volontà di fare, preoccupate esclusivamente del bene della collettività.
Nel cinema e nella TV, questo significherebbe avere persone disposte ad ascoltare, a
proporre e a disporre, secondo coscienza personale e non su sollecitazioni esterne.
Nel governo del paese, significherebbe avere un Ministro della Cultura immerso nel battito
vivo del paesaggio intellettuale, capace di dialogare col mondo della creatività, dotato del
linguaggio giusto.

Ci sono parole come ricerca, innovazione, sperimentazione, che sembrano diventate
impronunciabili - parole che spaventano chi crede che un film debba essere pensato solo
per un pubblico chiuso nel conformismo, sconcertato di fronte a qualunque racconto non
elementare o nuovo. E invece non bisogna aver paura del nuovo. Perché il nuovo è il
ghiaccio che si spezza – e sotto, piano piano, viene fuori una ricchezza che si faceva fatica
ad accettare e che in breve diventa poi linguaggio condiviso.

Pensiamo alla parola meno usata di questa campagna elettorale: cultura. Nessuno è contro
la cultura, nessuno ne prende le distanze, nessuno confessa di detestarla, nessuno
ammette di considerarla un peso, una roba per intellettuali lamentosi. E' una parola
consumata, che non dice più nulla, e perfino noi abbiamo difficoltà a usarla, per l'uso
mercantile e falso che se ne è fatto.
E' una colpa imperdonabile aver logorato questa parola così importante, nella terra in cui
la cultura è invece così vicina alle persone comuni: ci camminano dentro quando
attraversano le strade, quando passano davanti alle nostre antiche chiese, quando
guardano certi palazzi gentili, certe fontane armoniose, o quei lungofiumi che disegnano
quinte di case in mirabili teatri all'aperto. Queste persone sono le stesse che provano una
comunanza di sentimenti, pensiero e passione quando, al cinema o in TV, vedono quelle
stesse strade, quelle stesse piazze, attraversate dal corpo e dalla voce dei nostri attori e
delle nostre attrici. La nostra gente ama la cultura, anche se la chiama con tanti altri nomi.
Ma la cultura va di nuovo messa al centro del campo di gioco, non va lasciata ai margini:
bisogna far circolare le idee, far circolare i film, le musiche, i colori, i teatri, e tutto il resto
che ci gira intorno.

Siamo una nazione ricca del nostro lavoro e della nostra cultura, ma proprio in questo
settore, siamo dietro a molti, a troppi paesi. Abbiamo dunque bisogno di cambiare.
Sembra difficile, ma non è difficile. Sembra avere dei costi, e invece, tanto per cominciare,
si potrebbe partire quasi a costo zero: insegnare il cinema nelle scuole; promuovere il
lavoro dei nostri documentaristi sui luoghi di lavoro, nelle case, nelle campagne; avere
delle vere regole di mercato; ruotare le nomine; far valere persone brave e competenti.
Cose semplici, cose abituali in altri paesi. Servirebbe a noi, e a quelli che verranno…

`Quelli che verranno', sono i ragazzi. I nostri – e vostri – figli. Sono quelli che nelle loro
stanze, davanti ai loro schermi privati, scaricano film dalla rete, talvolta legalmente, ma
più spesso illegalmente, arricchendo i provider che usano il nostro lavoro senza
riconoscerlo, privandoci dei nostri diritti. Noi riteniamo che sia giusto che gli autori
tutelino lo sfruttamento delle proprie opere, arginando la marea montante della pirateria,
anche telematica. Ma pensiamo che sia anche giusto che i giovani possano avere accesso
ai nostri film senza pagare un costo che li rende di fatto inaccessibili.
E' qualcosa di cui dovremmo ragionare assieme.

Quando diciamo `assieme', intendiamo dire che, rispetto a quanto accaduto finora,
vorremmo mettere le nostre competenze al servizio della collettività, proprio come sarete
chiamati a fare voi una volta eletti.
Vi proponiamo di prenderci delle responsabilità `dirette'.
Se vorrete avere delle commissioni che ad esempio debbano decidere quali finanziamenti,
a quali produttori, a quali registi, sulla base di quali garanzie - non cercate i nomi nella
vostra rubrica privata, non chiamate i vostri amici, le vostre mogli, le vostre segretarie:
chiamate noi. E non sottobanco, non come consulenti segreti. Ma, come in molti paesi
europei, alla luce del sole. Per periodi di tempo stabiliti in cui non scriveremo, non
gireremo i nostri film - ma assolveremo solo il compito che avremo accettato di svolgere.

Il cinema - quando una storia o un'immagine è allo stesso tempo semplice e profonda -
ha la forza immensa di dirci ciò che non sapevamo, di mostrarci ciò che non potevamo
immaginare, nemmeno su noi stessi. Infatti il cinema, e tutto ciò che dal cinema discende,
è un'arte semplice. Ma semplice non vuol dire banale, semplice significa qualcosa che sta
alla fine di un lungo lavoro. E' per questo che, quando un film `parla' al pubblico e lo
colpisce al cuore, si assiste a una specie di miracolo: lo spettatore, passivo per vecchia
definizione, in realtà non è passivo per niente: si anima, prende parte, si schiera, discute:
che diavolo è il monolite di Odissea nello spazio? E' colpa di Mamma Roma se il figlio
muore? Marcello, nella sua dolce vita, è un tipo malinconico o è uno stronzo? Ha ragione o
no il professor Silvio Orlando a dire che I promessi sposi sono una palla?

La domanda che occorre porsi è questa: di cosa ha bisogno il nostro paese per ritrovare se
stesso, per specchiarsi senza paura della propria immagine, immobilizzata in una
maschera? Può, chi governa, limitarsi ad avere il semplice ruolo di arbitro nella corsa dei
cittadini al benessere economico individuale? Oppure, può limitarsi a chiedere ai cittadini
di riconoscersi come comunità soltanto nel rispetto delle regole, delle compatibilità
economiche, o di una maggiore equità fiscale?
C'è bisogno di qualcosa di più. Dobbiamo decifrare il disagio, e raccontarlo, cercando nei
nostri film, una specie di `utopia concreta', un progetto di `futuro possibile', a portata di
mano, una rivendicazione orgogliosa, capace di vibrare in sintonia col paese reale: vedersi
rappresentati, vedersi raccontati, aiuta a capirsi.
Perché di questo c'è bisogno: di tornare a `vederci'.
Perché l'immagine che oggi ci rimanda gran parte della TV - la TV peggiore, schiacciata a
rincorrere un consenso di puri numeri - non è il paese vero. Dove stanno quelle donne
così finte, dove vivono quegli uomini così stupidi, quei giovani così vuoti? Chi incontra mai
per strada o in un bar gente vestita in quel modo, atteggiata in quel modo, rincoglionita
in quel modo?
Bisogna restituire alla TV - questo potenziale grande strumento di democrazia e
uguaglianza - il suo `occhio': il che non significa deprimere l'ascolto, non significa non
fare spettacolo, non fare intrattenimento, non fare fiction che appassioni il grande
pubblico. Significa fare tutto quello che già si fa, ma pensando che chi guarda abbia voglia
di vedersi come realmente è - o come realmente sogna - e non come viene
sbrigativamente rappresentato.

Abbiamo bisogno di buon cinema e di buona TV perché abbiamo bisogno di un nuovo
sguardo. Non solo per noi, ma per gli spettatori, perché è il pubblico ad avere bisogno di
un racconto di sé più nuovo, più abitato dalla contemporaneità.
Nello stesso modo, non siamo noi - gli autori, i cineasti - ad aver bisogno dello Stato, ma
è lo Stato che deve tornare a chiedersi se non abbia bisogno di noi: per sapere di nuovo
chi siamo, dove siamo, come il paese può essere aiutato a ritrovarsi e a crescere.

Vi ricordiamo, per concludere, quanto il mondo del cinema e della TV e del teatro e della
letteratura aveva scritto un anno fa, in occasione di una grande allegra manifestazione:
"Crediamo che lo Stato abbia l'obbligo di assicurare ai propri cittadini il diritto di accedere
alla più ampia varietà possibile di opere - nazionali e internazionali, commerciali e `di
nicchia', di qualità e di intrattenimento, di documentazione e di ricerca, restituendo al
cinema e alla TV un ruolo di arricchimento culturale. Negli ultimi anni questo diritto si è
indebolito, riducendo la libertà di scelta per autori e fruitori, semplificando i messaggi
trasmessi alle giovani generazioni, impoverendo intellettualmente e umanamente tutta la
collettività."
E' da qui che pensiamo si debba ricominciare. Sediamoci, parliamo. 



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