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19/04/15

anche la sardegna ha dato il suo contributo alla guerra del 1914-18 eppure come il sud e bistrattato dalla Lega ed dallo stato

per  tutti  gli amici\che  come  me appassionati di storia  e  che  lottano perchè     non si perda la memoria    e   non cada l'oblio  su tali eventi  . da    questo  post    per   tutto il 2015  e  forse anche  per  gli altri   anni  del centenario 1915-1918    riporterò   grazie   a Mario Pirrigheddu   curatore  del   “La Beltula” supplemento  all’Editoriale Digitale Gallurese parlerò  delle  varie  iniziative per ricordare  la storia  della  brigata  Sassari  di  cui quest'anno  si è   celebrato  il  100   anni  e  di cui  uno dei  due reggimenti   è stato  fonato proprio  a   tempio pausania 


n° 01 APRILE 2015

Un tiepido sole ha caratterizzato l’abbraccio che Tempio ha riservato alla BRIGATA SASSARI
in occasione del centenario della sua nascita, un tributo doveroso della città che aveva mandato a combattere i suoi giovani nei teatri della prima guerra mondiale, la-sciandovi un tributo di sangue e di eroismo che è giusto ricordare e tramandare alle generazioni di oggi e di do-mani. Si è trattato di una giornata ricca di eventi e di emozioni, cominciata con l’attribuzione della
CITTADINANZA ONORARIA


alla Gloriosa Brigata nel Salone Comunale alla pre-senza di autorità militari, civili e religiose e proseguita poi nel Parco delle Rimembranze davanti al cippo commemorativo e ai busti del generale Giagheddu e del Tenente Graziani, entrambi originari di Tempio. Dopo il saluto del Sindaco Romeo Frediani, il Vescovo di Tempio Mons. Sebastiano Sanguinetti ha benedetto la corona che è stata deposta da due militari in di-visa storica.
Studenti di varie scuole cittadine hanno letto motivazio-ni, testimonianze e riflessioni, una specie di staffetta tra i giovani di ieri e quelli di oggi, mentre il coro cittadino diretto dal maestro Pasella ha reso ancor più suggesti-va l’atmosfera intonando i più famosi inni patriottici del tempo, mentre i bambini delle scuole elementari sventolavano le loro bandierine tricolori. Di seguito, nei locali
Un grande pannello presenta 72 targhette originali  del parfo di guerra  con i nomi dei combattenti, targhette ritrovate in uno scantinato del Liceo da Mario Pirrigheddu e Giovanni Biosa, ripulite e consegnate dal Comune, in comodato d’uso al Museo della Brigata Sassari.


dell’Ufficio Turistico, tutti in fila per l’annullo filatelico dedicato all’evento e infine, nel pomeriggio, nei locali dell’ex Caserma Fadda, l’inaugurazionedella MOSTRA DEL CENTENARIO DELLA BRIGATA,con reperti, documenti, ricostruzioni, testimonianze capaci di farci com-prendere e toccare con mano una re-altà così dura e difficile: la mostra resterà aperta fino alla fine di maggio e sarebbe
auspicabile che tutti gli studenti potessero visitarla, magari con un percorso didattico di approfondimento.


Oggi la Brigata Sassari continua la sua attività con missioni di pace in territori devastati da guerre, lot-te tribali, regimi autoritari, miseria e difficoltà d’ogni genere, dove i soldati rischiano la vita ogni giorno per portare aiuti a popolazioni stremate, si impegnano in costruzioni di grandi opere come ac-quedotti, dighe, strutture di protezione oppure intervengono laddove si sono verificate catastrofi naturali come inondazioni e terremoti, sempre motivati da quei nobili sentimenti che cento anni fa’ hanno creato il mito dei sassarini.
Il generale Elio Cossu, tempiese e presidente dell’Associazione Brigata Sassari, ha comuni-cato che anche a Tempio sarà aperta una sede della stessa perché si continui ad onorare il 152esimo Reggimento fanteria, nostro cittadino onorario e la memoria di quei giovani che cento anni fa’ hanno sacrificato la loro vita per garanti-re a noi la libertà e la democrazia!
(Paola Scano)
(Foto Vittorio Ruggero)

28/02/15

1\3\1915-1\32015 la brigata sassari l'orgoglio dei sardi

  nel  bene e nel male   essa   è il nostro orgoglio    da prendere  come  punto di ripartenza  per  non farci mettere i  piedi in testa  nè  da multinazional  ne  dallo stato   italiano  

04/01/15

la leggenda dei dimonios ( la brigata sassari ) nacque da una rissa fra soldati sardi e soldati laziali ?

Come  ho già  detto  su mie   account  e  pagina di facebook 
a tutti\e voi e d ai vostri contatti che si meraviglionoo mi dicono che sono strano perchè racconto nel mio blog ( www.ulisse-compagnidistrada.blogspot.com ) racconto storie della gente e del mondo animale . << Non sempre la storia è quella raccontata nei libri o registrata negli archivi. La storia infatti cammina anche seguendo percorsi che restano oscuri, dei quali si conoscono magari gli effetti e le conseguenze, ma non l'origine. Rimangono cioè nell'ombra uomini e donne che, con le loro vite e le loro scelte, hanno determinato eventi che hanno poi lasciato il segno. Questi protagonisti della storia, senza nome e senza volto, sono destinati a essere inghiottiti dall'oblio. Ma ci sono rari casi in cui ricordi remoti o testimonianze apparentemente insignificanti possono, dopo moltissimi anni, riaffiorare dalle nebbie del tempo e ricomporsi, annodando il filo sottile di vite sconosciute al grande rocchetto della storia. >>( Piero Mannironi  la nuova sardegna  versione  online  del  4\1\2015  )
Spero    che questra  sia  La  risposta   a chi mi chiede  nonostante il maifesto e  le faq  con rispettivi aggiornamenti  il  perchè  del tag :  le  storie ,  storie  , ecc  e  soprattutto perchè racconto simili cose
La  storia  che riporto  oggi  , secondo me  verosimile perchè  :1)  c'è  una testimonianza   indiretta  padre-figlio, ma  allo stesso tempo  anche  diretta coomilitoni  e  amici del padre   che   può essere  confermato incrociando i  datti  d'archivio .,  2)  dal  fatto che   almeno fin 'ora dagli archivi militari ufficiali   (  ma mai dire  mai  magari per  il centenario salterà fuori  qualcosa chi  lo  sa'  ) , come  dice  lo  stesso articolista , non dicono nulla sul perché e sul come lo Stato maggiore dell’esercito del regno d'Italia decise di creare questa unità [  i due reggimenti    151  e  152  della brigata  Sassari  ] , composta solo da sardi, che diventò storia  e  leggenda nella Grande guerra.
Ora  per soddisfare  la  vostra  curiosità   eccovi  l'articolo vero e proprio  preso  da  La nuova  sardegna  online  ( non so  la data esatta di quello cartaceo )  del  4\1\2015  

La leggenda dei “Dimonios” nacque da una rissa furiosa

Nel 1914 un piccolo gruppo di artiglieri sardi a Genova si ribellò a violenze e angherie. Un generale incredulo: «Una brigata di questa gente può vincere qualsiasi guerra»

di Piero Mannironi



È il caso della nascita della Brigata Sassari. Gli archivi dell'Esercito documentano la sua costituzione il primo marzo del 1915 con due reggimenti, uno a Sinnai e l'altro a Tempio. Ma non dicono nulla sul perché e sul come lo Stato maggiore dell’esercito del regno d'Italia decise di creare questa unità, composta solo da sardi, che diventò leggenda nella Grande guerra. Ma che fu anche un importante laboratorio politico perché, come scrisse Emilio Lussu, «fu il deposito rivoluzionario della Sardegna del dopoguerra»



Nelle trincee - tra la sofferenza, la paura, la furia e l’odore acre della morte - maturò infatti tra i contadini e i pastori in divisa e i loro ufficiali una coscienza nuova della propria identità regionale, anzi nazionalregionale.
Le testimonianze. A fornire una versione molto credibile di come nacque la Brigata è oggi Daniele Lostia Falchi, detto Lelle, di Orotelli. Il suo racconto, che colma un vuoto storico, è il frutto di un lavoro lungo e paziente di ricucitura di testimonianze raccolte negli anni. Ed è un racconto ricco di
passione e di emozioni perché è anche la storia di suo padre: Andrea Lostia di Orotelli, classe 1894, figlio di Giovanni Battista e di Antonietta Marteddu.
«All'origine della Brigata Sassari – dice Lelle Lostia – c'è la storia poco conosciuta di un gruppo di artiglieri sardi che, nel 1914, si ribellò alla boria e agli abusi dei commilitoni continentali. Tra di loro c'era anche mio padre».«Era un uomo molto energico e deciso – continua Lostia –. Fu chiamato alle armi nel 1912, all'età di 18 anni, e destinato al reggimento di artiglieria Fortezza da Costa a Genova. Si distinse fin da recluta quando riuscì a far sparare il gigantesco cannone da 420 millimetri, allora in fase di collaudo. Per questo ottenne come riconoscimento una medaglia».
Ma Andrea Lostia era anche un uomo molto riservato e avaro di parole. Della sua esperienza militare parlò raramente in famiglia. Così il figlio Lelle conobbe la storia del padre attraverso il racconto delle persone che l'avevano conosciuto in quegli anni difficili e che con lui avevano condiviso molte esperienze.
«A Buenos Aires, per esempio, – dice Lelle Lostia –, incontrai anni fa un certo Gianmario Lunesu che mi raccontò come mio padre aveva aiutato lui e molti altri sardi a Genova, dove erano in attesa di imbarcarsi per l'Argentina, la terra promessa».
Ma fu soprattutto un certo Borianu Sanna di Bitti, ex commilitone di Andrea Lostia, a parlare di quella tremenda rissa che poi condizionerà la storia. «Lo incontrai quando aveva 82 anni – dice Lelle – e doveva essere uno dei pochi ex commilitoni di mio padre ancora in vita. Fu lui che mi disse: “Tutte le volte che ci trovavamo in fila per il rancio o per lavarci, noi sardi venivamo ributtati indietro a gomitate. I continentali si credevano superiori ed erano molto più numerosi di noi. Ma dal giorno che gli abbiamo dato quella batosta con tuo padre Andrea le cose sono cambiate e noi sardi passavamo avanti ai continentali nelle file».
«Ci fanno filare come bestie». In quel 1914 cominciavano a soffiare i primi venti di guerra. Il conflitto era imminente e nell’Esercito tutti i congedi erano stati sospesi. Nei reparti si respirava un'aria pesante e la tensione era altissima. Anche nel reggimento Fortezza da Costa di Genova.
«Mio padre era diventato attendente del capitano – continua il racconto di Lelle Lostia –. Una sera tornò in caserma e trovò i suoi amici sardi silenziosi e avviliti. Uno di loro gli disse: «E non bides, Andrì, chi no sunu piccande a truba, e non intendes cussu romanu a punzoso serradoso e brazzoso arzadoso abbochinande chi pro isse bi cherete totta sa Sardigna (non vedi Andrea che ci fanno filare come bestie, e non senti quel romano che a pugni serrati e a braccia alzate urla che per stendere lui ci vuole tutta la Sardegna)”. La risposta di mio padre fu come una frustata: E boisi itte sezzisi ispettanne a l'istrubbare a susu chin corazu e animu determinadu chenza los timere, poi li damus a bidere chi no bi cheret totta sa Sardigna pro los crepare e los isperdere? (e voi cosa state aspettando a saltargli addosso con coraggio e con determinazione senza temerli, poi gli facciamo vedere che non ci vuole tutta la Sardegna per dargli una lezione e farli scappare)».
Orgoglio e rabbia. Fu la scintilla che scatenò una rissa cruenta e furiosa nella quale un pugno di sardi diede una severa lezione a tutto il reggimento di artiglieria Fortezza da Costa. Un sergente maggiore finì addirittura in ospedale per una coltellata in pancia. Le autorità militari pensarono subito a una rivolta contro lo Stato, sospettando infiltrazioni angioine repubblicane tra i sardi. Andrea Lostia fu indicato come il capo di quella ribellione e arrestato. Poi, fu trasferito a Piacenza in attesa del processo.
«Di alcuni protagonisti di quella terribile rissa – dice Lelle Lostia – sono riuscito a conoscere i nomi: Giorgio Satta Puliga di Buddusò, Burianu Sanna di Bitti, Daniele Mulas di Fonni, Domenico Curreli ed Emanuele Soro di Olzai, Salvatore Nieddu di Nuoro e Giovanni Maria Masala di Nule. Mio padre escogitò uno stratagemma per non far sapere ai familiari che si trovava in carcere. Scriveva cioè una lettera per la madre a Orotelli e poi la infilava in una busta più grande indirizzata a Genova al suo amico Daniele Mulas, il quale sfilava la prima busta e la spediva ai Lostia a Orotelli. Ma due cugini di mio padre seppero per caso a Sarule, da un soldato in licenza, che mio padre era finito nei guai e non era più al reggimento. Mio zio agronomo e un suo cugino medico partirono allora per Genova dove seppero che mio padre era in carcere a Piacenza, in attesa di essere giudicato per ribellione contro le istituzioni».
I Lostia presentarono allora al comandante del reggimento le loro credenziali di appartenenti a una famiglia nobile e fedele alla casa reale, tanto che un loro zio, Giovanni Battista, nel 1808, era stato posto da re Vittorio Emanuele a capo della reale Governazione di Sassari e nominato anche comandante della Giurisprudenza.
Lo stupore degli ufficiali. Il colonnello, anche grazie alla testimonianza del capitano di cui Andrea Lostia era attendente, capì che non esisteva alcun complotto e non c’era stata una rivolta, ma solo una furiosa rissa tra sardi e continentali. Il suo rapporto convinse anche il generale che dispose l'immediata scarcerazione dell'artigliere Lostia.
«Mi fu raccontato – prosegue Lelle Lostia – che il generale, del quale non conosco però il nome, rimase profondamente colpito da quella rissa e si chiedeva come fosse stato possibile che un gruppo esiguo di sardi avesse potuto sbaragliare un intero reggimento. “Non è possibile, non è possibile” ripeteva incredulo. Dopo alcune ore convocò i suoi ufficiali e disse: “Se è vero, come è vero, che un gruppo di sardi riesce a sbaragliare un reggimento al completo, allora se riusciamo a formare una brigata di soli sardi potremmo vincere qualsiasi guerra”».
L'idea piacque allo Stato maggiore: erano nati i diavoli rossi, i Dimonios.
«Onestamente non posso essere più preciso e riferire date certe. E sfuggono alcuni nomi – conclude Lelle Lostia –. Ma questa è la storia come io l'ho appresa da una serie di testimonianze, alcune anche dirette. E con le mie parole voglio onorare la memoria di mio padre e il valore e la balentia dei sardi che hanno partecipato alla Grande guerra sugli altipiani del Carso».

30/12/14

la sardegna non è solo brigata sassari . la storia di Ernesto Butta, quel giornalista sassarese ucciso in battaglia nell' Argonne 8 gennaio 1915





N.B
La  storia  che  riporto oggi presa dalla  nuova sardegna del   30\12\2014   vuole   essere  sia     :  la promessa   cioè  che non avrei riportato solo "  storie  disfattiste  "  ma   anche di eroi e  di gente   che   vi  è morta  per  un ideale  o  in quel ideale  poi strumentalizzato ed  esaltato oltre ogni logica    da  una parte  (  a destra )   o insuiltato ed   considerato solo negativo  dall'altra  ( a  sinistra )  . Sia    sfatare  le esagerazioni  del mito  che  vede  insardi nela grande  guerra  solo nei due reggimenti    della Brigata  Sassari  ( di cui  parlero nei prossimi post ,  nell'ormai prossimo  2015  anno della loro fondazione )  . Ma   che ci furono anche  Sardi ed   Italiani che  ben prima    che l'italia entrò  in guerra ,  maggio  1915 , partirono volontari o    come  nel  caso  della storia  sotto era  già esuli  ,  con I Francesi  .  
IL CENTENARIO

Ernesto Butta, quel giornalista sassarese ucciso nelle Argonne

Il reporter della Nuova Sardegna morì in battaglia l’8 gennaio 1915 prima ancora che l’Italia dichiarasse guerra. Repubblicano, anticonformista e bohemien fu costretto a lasciare il giornale per le persecuzioni poliziesche



È gelido, il pomeriggio, quell'8 gennaio 1915. A poche ore dall'avanzata tedesca sul fronte delle Argonne, i francesi decidono di riconquistare le postazioni appena perdute. In loro aiuto richiamano dalle retrovie la Legione Garibaldina, formata tutta da italiani. La controffensiva è ostacolata dalla furiosa reazione del nemico e dall'ondata di freddo che attraversa le foreste in quella zona di confine molti chilometri a nordest di Parigi da sempre al centro di scontri armati nella Storia. Tra gli italiani che combattono contro la Germania nella Grande Guerra c'è il tenente Ernesto Butta, 38 anni, a lungo giornalista della "Nuova".
Quasi una premonizione. È un repubblicano, strenuo avversario dei Savoia, molto anticonformista e bohemien. Poche settimane prima aveva scritto una lettera al fratello Ettore: «Rammenta che questa partenza è l'ultima verso la mia sorte definitiva: addio». Quel pomeriggio dalla temperatura polare Butta si lancia all'assalto guidando gli uomini della sua compagnia. Pochi minuti più tardi viene colpito da un proiettile. Muore sul colpo. Il corpo viene riportato dai compagni nello spazio di terra in mano francese.
Il cordoglio nell’isola. La notizia arriva in Sardegna tre giorni dopo. Lutto e commozione forti nella città natale e a Nuoro, dove da ragazzo Butta aveva studiato per qualche tempo. Tutti, poi, conoscono bene la famiglia. E c'è un dettaglio che rende la fine in battaglia particolare. L'Italia in quel momento non è ancora in guerra contro le potenze dell'Asse: farà la sua scelta solamente nel maggio successivo. Butta è volontario solo perché crede nell'idea di difendere la libertà della Francia: e per questo paga con la vita.

Altri luoghi, altri tempi. "La Nuova Sardegna" aveva cominciato le pubblicazioni 23 anni prima. Butta arriva al giornale nel 1901 e qualche anno più tardi lo lascia prima di subire una serie di traversìe: persecuzioni poliziesche, viaggi a Roma, New York, esilio a Parigi. Nel numero del 12-13 gennaio 1915, a distanza di qualche giorno dall'uccisione del giornalista inquadrato come tenente tra i garibaldini, "La Nuova", all'epoca composta da sole quattro pagine, dedica la prima quasi interamente alla sua fine in battaglia. "La morte gloriosa del sassarese Ernesto Butta": questo il titolo che campeggia sulle sei colonne di piombo. Il formato è standard per i quotidiani di quel periodo: stampato con una carta così pregiata da rivelarsi dopo un secolo quasi bianca, solo un tantino ingiallita, a ogni modo perfettamente conservata e leggibilissima.
Il segno di un’epoca. Duegrandi articoli sono dedicati alla vicenda. Uno, sulla battaglia delle Argonne, dal titolo "Il violentissimo combattimento fra garibaldini e tedeschi in cui cadde Ernesto Butta". L'altro, destinato a ricostruire la biografia del giornalista, indicato nella pagina semplicemente con nome e cognome, titolo in neretto maiuscolo dai grossi caratteri.
Dettagli che colpiscono. Al di là dello stile del primo Novecento e dell'abbondante retorica che colora i "pezzi", a cent'anni di distanza impressiona la notevole quantità di partic. olari che le agenzie di stampa riuscivano a procurarsi. L'articolo sullo scontro a fuoco è una corrispondenza da Roma. «Il combattimento – scrive il redattore, che sigla con una semplice B. iniziale tra parentesi – avvenne in una località prossima alla Maison des Forestieres. Parecchie migliaia di tedeschi, fatta saltare con la dinamite la prima linea delle trincee francesi, costringevano il reggimento prepostovi alla difesa ad indietreggiare di circa un chilometro e mezzo. Venne chiamata d'urgenza in rinforzo la Legione al comando di Peppino Garibaldi. Con abilissima manovra tattica s'impegnava il secondo battaglione forte di seicento uomini, su quattro compagnie. I volontari, incalzanti con vivacissima fucileria il nemico, che cominciava a trincerarsi nella regione conquistata, riuscivano a ricacciarlo indietro, nonostante un contrattacco violentissimo dell'artiglieria».
Un fronte apertissimo. Peppino è il primogenito di Ricciotti Garibaldi, figlio del generale, e dunque nipote in linea diretta dell'Eroe dei due mondi, dal 1882 sepolto nell'isola di Caprera. Sul versante delle Argonne, nel quadro degli stessi scontri, pochi giorni prima del giornalista sassarese perdono la vita altri due nipoti di Giuseppe Garibaldi: Bruno e Costante, sempre figli di Ricciotti. I loro funerali in Italia saranno motivo di altri conflitti tra interventisti e neutralisti.
Il resoconto sul giornale. Ma di tutto questo naturalmente non si parla nel primo articolo della "Nuova", che così racconta invece la fine del redattore del quotidiano: «Ernesto Butta correva alla testa della terza compagnia tenendo il comando. Giunto presso il capitano Angelotti, questi lo esortava a non esporsi troppo: cercasse di ripararsi. Ma inutilmente: il Butta, pieno di fervore, cacciatosi dove più aspra era la mischia, si slanciava avanti, spronando i suoi uomini ad attaccare con più veemenza il nemico. Una palla esplosiva lo colpiva in fronte e lo uccideva all'istante. Il combattimento continuò, aumentando di intensità. Molti altri caddero».
I giorni successivi. In altri articoli la "Nuova" comunque torna sulla morte di Butta e sulle azioni dei garibaldini. Si dà notizia delle reazioni alla sua morte in tutt'Italia e successivamente dell'ordine del giorno pubblicato dal comandante del corpo d'armata francese nel quale il giornalista sassarese e altri caduti vengono citati "per il loro eroico contegno".

Uno dei primi a perdere la vita. Altre informazioni su Ernesto Butta - che è stato il secondo giornalista italiano ucciso nella Grande guerra dopo Lamberto Duranti - si trovano in qualche saggio e in alcuni memoriali. Si sa così che il suo nome, per un errore di trascrizione, non compare nell'Albo d'Oro dei caduti. E se la sua fine è avvenuta - si è poi appreso con esattezza - nella foresta di Ravin de Meurissons/Varennes, vicino a Verdun, le autorità militari di Parigi sostengono nei loro documenti ufficiali che il proiettile l'ha colpito al cuore, e non alla testa, e in una zona delle Argonnne diverso da quello indicato in un primo momento: a ben vedere, dettagli secondari, che non mutano la ricostruzione dei fatti.


Il cimitero in Francia. Ancora oggi il redattore della "Nuova" è sepolto lontano da Sassari. Dopo essere stata ospitata per qualche tempo nel Cimitero de la Forestiere, la salma è stata inumata nel camposanto militare italiano della città di Bligny , tomba numero 1778, dove è stato eretto un monumento con una scritta in onore della legione per le sue imprese. Sulla lapide è scritto: «Bolante, Courtes Chausses, Ravin des Meurissons: qui sono composte le ossa degli anticipatori dell'Argonna, o Francesi o Italiani ubbidite al comandamento garibaldino!». Il ricordo e i riconoscimenti. Le motivazioni della menzione all'Ordine dell'esercito per Ernesto Butta sono state ritrovate di recente dal giornalista Pierluigi Franz: «Ayant reçu l'ordre d'occuper une autre tranchée avec sa section, a exécuté immédiatement cet ordre. Resté en dehors de la tranchée pour s'occuper de ses hommes, a été tué d'une balle au coeur». Il Senza bisogno di traduzione letterale, basterà aggiungere che nella "Citation à l'Ordre de l'Armée" vengono sottolineati due aspettii significativi nell'azione del tenente-cronista: senso del dovere e forte impegno verso gli uomini sotto il suo comando.
Sempre sempre  secondo la nuova sardegna   la  vicenda  di Ernesto Butta Cronista coraggioso riscoperto grazie a una ricerca storica mirata

Infatti
Questa è storia di un tempo lontano: la morte di un giornalista sassarese della "Nuova" nella Grande guerra, un secolo fa, in una delle prime battaglie nella Francia nord-orientale. Ernesto Butta, così si chiamava il cronista, fu ucciso sul colpo da un proiettile sparato dai tedeschi. Si era arruolato volontario tra i garibaldini prima ancora che l'Italia entrasse in guerra. Alle spalle, un passato di contestazioni della monarchia: schedato dalla polizia come sovversivo, in quel periodo viveva in esilio a Parigi. C'era arrivato dopo una serie di sanguinosi duelli e inchieste giudiziarie per diffamazione a mezzo stampa. Un'esistenza avventurosa, la sua, ma per decenni finita nel silenzio post bellico.
La figura di Butta ora è stata riscoperta grazie a una ricerca sui redattori italiani caduti nella prima guerra mondiale. Nel conflitto morirono altri tre giornalisti sardi che oggi sono tuttavia conosciuti e ricordati più per l'attività politica, sindacale e letteraria: il nuorese Attilio Deffenu, il sassarese Annunzio (“Nunzio”) Cervi e il cagliaritano Salvatore De Rosa.
Il dossier elaborato sin qui vede in prima fila nella raccolta di notizie diversi enti e istituzioni, tra i quali un gruppo scientifico della Sapienza di Roma guidato dal docente Luciano Zani . Uno degli studiosi più impegnati sul campo è stato comunque l'ex redattore di punta del "Corriere della Sera" e della "Stampa" Pierluigi Roesler Franz, presidente del gruppo giornalisti pensionati nell'Associazione stampa romanae. «Conduco questa ricerca da 3 anni e mezzo e ho già raccolto parecchio materiale, ma spero adesso di trovare nuovi elementi per raccontare meglio la vita di Butta, che mi pare ricca di spunti di estremo interesse», ha spiegato qualche giorno fa Franz, ancora citato come esempio nella categoria per le puntuali, dettagliatissime, ricostruzioni che hanno contrassegnato il suo lavoro nei due quotidiani nazionali. Oggi, attraverso un'indagine negli archivi della "Nuova" è stato possibile raccogliere nuovi elementi che permettono di colmare una lacuna. Per troppo tempo di Butta non si era parlato più. Ma ora che l'8 gennaio 2015 ricorrerà il centenario della morte è sembrato il momento più giusto per ricordare "le lieutenant BUTTA, du 4ème Régiment de Marche du 1er Etranger", come si legge testualmente nella lapide eretta in sua memoria nel cimitero di Bligny. (pgp)

Egli fu  Schedato come sovversivo ma difeso dalla sua redazione  Perseguitato dalla polizia con l’accusa di aver inviato una lettera minatoria al re. Dall’esilio a New York e Parigi alla scelta d’intervenire per la libertà della Francia     
Sempre  dallastessa  fonte  dei  due precedenti articoli

SASSARI. Sguardo fisso rivolto all'obiettivo, rigido nella divisa militare, sciabola in pugno riposta nel fodero, stivali da cavallerizzo, portamento austero : così appare Ernesto Butta nell'unica foto sinora conosciuta. Una posa realizzata poco prima della partenza per le Argonne. Non è arrivata sino ai nostri giorni nessun'altra immagine riferita ad anni precedenti, neanche tra i banconi della tipografia Gallizzi che allora stampava "La Nuova". E visto che all'epoca soltanto pochi redattori firmavano sui quotidiani è quasi impossibile risalire ai suoi articoli per il giornale, scritti tra il 1901 al 1904 e poi in un secondo successivo periodo.Ma quali sono stati i tratti distintivi del giornalista sardo morto in Francia nel gennaio 1915? Descritto dalla polizia politica come un pericolo sovversivo nemico dei Savoia, ha avuto una vita breve e avventurosa: è stato in realtà un repubblicano convinto, impegnato nelle lotte antimonarchiche, tanto da pagare con l'esilio negli Stati Uniti e in Francia per questa militanza. Dopo la morte, la sua redazione, con un coraggio davvero inaudito per i tempi, ne difende la memoria con forza sulla prima pagina, raccontando le persecuzioni delle quali fu vittima e smontando una per una le accuse che gli erano state mosse .




Dopo aver ricordato come Butta fu accusato di aver inviato da Ginevra una lettera di minacce a re Umberto I e poi assolto, i giornalisti della "Nuova" aggiungono: «Non aveva altro torto che quello di professare liberamente, alla luce del sole, le proprie idee: torto tanto più grave in quei tempi della bieca reazione». E ancora: richiamato alle armi dopo la leva come sergente, «al comando fu presentato come un sovversivo pericoloso, processato e degradato: ma bisogna aggiungere, per la verità, che egli non se ne accorò… tanto». Anche da qui i nuovi viaggi all'estero: ancora in Svizzera e poi a New York, prima di Parigi.
Nato a Sassari il 26 luglio 1877, il cronista-garibaldino era figlio di un funzionario statale, Giovanni Battista Butta, e di una casalinga, Domenichina Mundula, anche loro sassaresi, nonostante l'origine del padre rimandi ad altre regioni. Se non per parte di madre, è difficile che oggi risiedano ancora nell'isola suoi parenti. Negli elenchi telefonici della Sardegna non risultano Butta. Alcuni discendenti di differenti ceppi dei Mundula, contattati nelle zone settentrionali dell'isola, hanno detto di non aver mai sentito parlare di lui, mentre altrove vivono all'incirca 250 famiglie con questo cognome, sparse in tutt'Italia, dal Nord sino alla Sicilia.
Ernesto Butta, comunque, studiò nella città natale e poi a Nuoro e in Piemonte, dove conseguì la licenza liceale, prima di tornare a Sassari e iscriversi all'università mentre lavorava alla "Nuova". Nel 1915 il giornalista aveva lasciato a Roma un fratello più giovane, Ettore, classe 1890, impiegato delle Poste, e una moglie, Ernesta Contini, nipote dell'attore del cinema muto Dillo Lombardi, allora notissimo. Di quest'ultimo suo periodo "La Nuova" scrive: «All'epoca corrispondente del Giornale di Sicilia e della Patria degli italiani di New York e redattore della Regione, emerse come polemista forte e come brillante resocontista. Ebbe duelli e processi». Appunto dopo una condanna a 10 mesi per diffamazione, Butta arriva in Francia. Si arruola tra i garibaldini. E lì trovverà nelle Argonne quella che il suo primo giornale, “La Nuova”, descrive come "la bella morte". (pgp) 
 
 

20/11/14

le ferite ancora aperte della grande guerra . il caso della fucilazione e decimazione della brigata Catanzaro

amo le STORIE di quelli che non hanno fatto la Storia, le STORIE dei vinti più che quella dei vincitori
 per  approffondire  sula  grande  guerra 
  sulla  brigata  catanzarro  :
Prima di raccontare la storia  dei  fatti  avvenuti  a Santa Maria la Longa  ovvero la  decimazione   della  brigata  Catanzaro  , una delle brigate  più importanti della  grande  guerra    , insieme  alla quella ai due reggimenti  il 151  e il 152  della brigata  Sassari   ,    rispondo  ad iuna Email di 
unonche  crede   soloed  esclusicamente  nei  <<  miti eterni della patria o dell' eroe >>

E accusa   di  disfattimo  e  mancanza  di rispetto  verso :  i morti i, reduci , i mutilati ,le  forze  armate  , ecc  chi  racconta   in maniera   a  tutto tondo  un periodo  storico  cosi  importante  e  fondante  per il secolo scorso  (  ed  ancora per  oggi  visto  che Spesso e volentieri mi sembra che la situazione attuale non sia troppo dissimile al 1914 , macchine statali decrepite, popoli alla fame (o quasi) ,un europa unita che di unito ha solo il nome e per il resto è un vecchio decrepito e paralizzato, focolai di rivolta e guerriglia ovunque  )  raccontando  , fatti sminuti o  ignorati  o  fatti passare in secondo piano a scapito  di  gesti eroici  fra  cui esempio quello  di  La prima è quella del Comandante Giovanni Airaldi di Cuneo . la  cui  storia  è raccontata  in Il caso Arialdi  di Gerardo Unia |-  Editore L'Arciere - 2002 - pp. 139 - ISBN 8886 398 913 .   (  ne  ho parlato precedentemente  qui  su queste  pagine  e  di  altri casi   che  racconterò prossimamente  da  qui al  2018  )    .
da  *******
a   redbeppe@gmail.com
il  5\11\2014 
Salve 
(.... ) 
Non mi piacciono  per  niente   i  suoi  articoli  offensivi  sui due  gruppi di  facebook :  prima guerra  mondiale  e  100 Anniversario della entrata in Prima Guerra Mondiale  riguardanti   le  fucilazioni   avvenute  durante la  1  guerra  mondiale  .  Di  disfattisti  e traditori si tratta  . Di gente   che non   ha  avuto  ordine  e disciplina  .  E poi in guerra   c'è  poco  da  scherzare e quindi  è inevitabile  che   tale  cose  si paghino  anche  con durezza ed  a volte  come alcuni casi da lei segnalati   posono capitare  errori   .  Se  non  avessimo   fatto valere   l'ordine  e la disclipina  tra le truppe  altro che  la sconfitta  di caporetto avremmo subito  .  Il nostro    risorgimento , vanificando   per  non dire  volgarità ,  sarebbe stato vano  ed incompleto .
(...)   Si potrebbe anche ricordare il " guerra alla guerra " del partito socialista dell'epoca che predicava la rivoluzione proletaria alla russa " e noi faremo come la russia ". Cosa che per fortuna non avvenne proprio grazie a quei giovanissimi intellettuali partiti volontari per difendere le libertà di tutti. Grazie a questi giovani eroi ci salvammo dalla dittatura del proletariato e dal medioevo senza fine degli imperi centrali. Che si celibri quindi il centenario di questo grande olocausto offerto dal popolo in difesa delle proprie libertà. rievocandone gli ideali interventisti e non uccidendoli una seconda volta per mano fraterna ( ricordo che i primi a partire in difesa della Francia e ben prima della dichiarazione di guerra furono i Garibaldini italiani, inclusi il figlio di Garibaldi ed i figli dei primi garibaldini ). fu miserabile che su istigazione dei socialisti i reduci vincitori i vennero accolti come traditori della causa del proletariato preparando così la base della DITTATURA REAZIONARIA ( REAZIONARIA VUOLE APPUNTO DIRE CHE FU REAZIONE A QUALCHE COSA ).
 
 a     ******@******* 
 
Ora Cari  ******** .Non sono disfatta  e non credo che  come fece  la  brigata catanzaro ,  per  citare il caso più  noto  ,   che  si ribellò a degli ordini sciagurati  , debba essere  considerato    ciò che lei  considera    atto vile  . E' vero che in guerra  ci vogliono disciplina  , ma  non credo che si risolva    con fucilazioni assurde  ( la maggior parte )  , decimazioni  ,  e  processi  sommari .  Come il caso   con  dei  4  alpini  fucilati a  Cercivento  (zona di Udine  )    con l'ingiusta  accusa  di diserzione  , solo  per  aver proposto al  comando  un piano alternativo  ad  attacchi inutili  . Io a  penso  come    questo post  su https://www.facebook.com/groups/centenarioprimaguerramondiale
Di spalle al Muro grigio furono messi. i fanti condannati alla fucilazione... le parole Di D' Annunzio sulla decimazione della Brigata Catanzaro.
La pratica usata e abusata dallo stato maggiore per costringere I fanti a combattere senza tregua causa gli errori di conduzione del conflitto. In particolare si ricorda il gen. Capello comandante la 2a armata. Lo stesso Cadorna nel caos di Asiago 1916 ordino la fucilazione Di ufficiali e soldati. Di costoro, vittime della insipienza altrui, non si parla mai, si nasconde l' esistenza stessa. Peccato, sono il lato oscuro di una guerra ufficialmente fatta Di eroi, in realta di gente qualunque

Inoltre   << Non si tratta di rivisitare la storia con gli occhi di oggi, ma con il necessario distacco aaffinché scavando scavando, non solo nella memoria che si tramanda ma essenzialmente nei documenti reperibili, si possa ricostruire - carte alla mano - quegli eventi con la massima asetticità possibile. >>  (  da  http://www.cimeetrincee.it/catanzaro.htm  ) . Ma una revisione seria ed onesta che ci porti ad ammettere errori e misfatti troppo spesso omessi. Insomma  a  fare  chiarezza   e   soprattutto   a  trovare  una    condivisa     e porre   fine  a strumentalizzazioni e ricordi  unilaterale    .  Fare  i  cinti  con  il nostro passato  e   chiudere  con  ferite  ancora  aperte  come  quella (  ne  ho parlato   sul blog  ) del  caso  dei  quattro alpini fucilati dai carabinieri : Silvio Gaetano Ortis da Paluzza, Basilio Matiz da Timau, Giovan Battista Corradazzi da Forni di Sopra, Angelo Massaro da Maniago. La loro colpa fu quella di aver proposto un piano alternativo ai loro comandanti.





da Wipedia alla voce Brigata Catanzaro

La Brigata "Catanzaro" fu una Grande Unità di fanteria del Regio Esercito italiano attiva nel corso della prima guerra mondiale e con il nome di 64ª Divisione fanteria "Catanzaro" un'unità motorizzata operante durante la seconda guerra mondiale.]
Venne costituita il 1º marzo 1915 a Catanzaro Lido in due reggimenti, il 141º e il 142º. I soldati (circa
6.000) che ne facevano parte erano in maggioranza calabresi.
All'atto della mobilitazione del 24 maggio 1915 fu dapprima inquadrata nelle truppe a disposizione del Comando Supremo poi, dopo pochi giorni, fu inviata in Friuli dove fu inquadrata nella 3ª Armata.
La «Catanzaro» fu una delle più sfruttate unità dell'Esercito. Logorata dai lunghissimi turni in trincea di prima linea nei settori più contesi, essa venne impiegata come brigata d’assalto sul Carso dal luglio 1915 al settembre 1917. In prima linea a Castelnuovo, ed a Bosco Cappuccio, nel 1916 combatté a Oslavia, e durante la Strafexpedition sul monte Mosciagh e sul monte Cengio. Tornò poi sul monte San Michele, a Nad Logen, a Nova Vas, sul Nad Bregom e a Hudi Log. Prima di Caporetto fu a Lucatic, sul monte Hermada ed infine a San Giovanni di Duino.
Nel 1918 dopo Caporetto combatté sul Pria Forà, in Val d'Astico ed in Val Posina. Nel giugno del 1920 fu sciolta. La bandiera del 141º fanteria fu decorata con la Medaglia d'Oro al Valore Militare e quella del 142º ebbe la Medaglia d'Argento. Considerata dal comando italiano tra le Brigate più valorose e tenaci (giudizio condiviso dagli austriaci).

«Su monte Mosciagh la baionetta ricuperò il cannone»[modifica | modifica wikitesto]

Numerose furono le località che videro in azione i reggimenti della Brigata Catanzaro, ma, sicuramente, vanno ricordati i fatti che si svolsero sul monte Mosciagh. Questo monte fu scenario di aspre lotte.
I fanti recuperarono alcuni pezzi d'artiglieria da una posizione ancora tenuta dagli Austriaci sulla vetta della montagna e dopo circa due ore di attacchi alla baionetta, riuscirono a cacciare definitivamente il nemico dalle posizioni iniziali conquistandone in definitiva anche l'armamento. L'episodio meritò la seguente citazione sul bollettino di guerra del 29 maggio 1916 n.369 a firma del generale Luigi Cadorna: «Sull'altopiano di Asiago, le nostre truppe occupano attualmente, affermandovisi, le postazioni a dominio della conca di Asiago. Un brillante contrattacco delle valorose fanterie del 141º reggimento (Brigata Catanzaro) liberò due batterie rimaste circondate sul M. Mosciagh, portandone completamente in salvo i pezzi».
La cosa fu ripresa dalla stampa nazionale dell'epoca tanto da meritare la prima pagina su La Domenica del Corriere, che con una bella illustrazione di Achille Beltrame fece conoscere all'Italia intera come «Un brillante contrattacco dei valorosi calabresi del 141º fanteria libera due batterie rimaste circondate sul monte Mosciagh».
Da questo glorioso fatto d'armi il 141º trasse quello che da allora fu il suo motto: «Su Monte motu proprio alla bandiera del glorioso 141º Reggimento la Medaglia d'Oro al Valore Militare con questa motivazione: «Per l'altissimo valore spiegato nei molti combattimenti intorno al San Michele, ad Oslavia, sull'Altopiano di Asiago, al Nad Logem, per l'audacia mai smentita, per l'impeto aggressivo senza pari, sempre e ovunque fu di esempio ai valorosi (luglio 1915 – agosto 1916)».
Mosciagh la baionetta ricuperò il cannone». Il Re, con decreto del 28 dicembre 1916, concesse
Anche la bandiera del 142º ebbe la sua meritata decorazione con la concessione della Medaglia d'Argento al Valor Militare.

La decimazione della Brigata "Catanzaro"[modifica | modifica wikitesto]

Motto della Brigata Catanzaro


Diversi mesi dopo i soldati dei due reggimenti della "Catanzaro" furono protagonisti della più grave rivolta nell'esercito italiano durante il conflitto. Questo episodio si svolse a Santa Maria la Longa dove la brigata era stata acquartierata a partire dal 25 giugno 1917 per un periodo di riposo. La notizia di un nuovo reimpiego nelle trincee della prima linea fece pian piano montare quella che in poche ore sarebbe diventata una vera e propria rivolta.
I fanti della Catanzaro protestarono e la protesta passò in rivolta. Alle ore 22.00 del 15 luglio 1917 iniziò il fuoco che durò tutta la notte. I caporioni di ogni reggimento assaltarono i militari dell'altro inducendo gli stessi ad ammutinarsi e ad unirsi a loro. Molti caddero morti sotto il fuoco dei rivoltosi, altri ne rimasero feriti. La rivolta durò tutta la notte. Per sedare la rivolta vennero impiegati una compagnia di Carabinieri, quattro mitragliatrici e due autocannoni con il preciso ordine di intervenire in modo fulmineo e con estremo rigore. La lotta durò tutta la notte e cessò all'alba.
Sedata la ribellione, il comandante della Brigata ordinò la fucilazione di quattro fanti, colti con le canne dei fucili ancora calde, e la decimazione della compagnia. All'alba del 16 luglio dodici fanti più i quattro colti in flagranza, alla presenza di due compagnie, una per ciascun reggimento, vennero fucilati a ridosso del muro di cinta del cimitero di Santa Maria La Longa e posti in una fossa comune.
I soldati della Brigata Catanzaro, dopo questi gravi fatti, continuarono a battersi con disciplina per tutta la durata della guerra, tanto da ottenere una seconda citazione sul bollettino di guerra del 25 agosto 1917, nel quale si riportava che: «Sul Carso la lotta perdura intorno alle posizioni da noi conquistate, che il nemico tenta invano di ritoglierci. Negl'incessanti combattimenti si distinsero per arditezza e tenacia le Brigate Salerno (89° - 90°), Catanzaro (141° -142°) e Murge (259° e 260°)».

Recentemente  l'Assoaciazione  ha  ( vedere  l'url  inizio post  )  ha  trovato  la croce  con i nomi  dei fucilati   per decviazione dela brigata  Catanzaro  . Ecco  L'articolo dalla  pagina  facebook  dell'associazione   https://www.facebook.com/tapum14.18/ qui  il post    originale  e  l'interessante  discussione  tra pro e contro 

Inedito: sull'Altopiano di Asiago, nella zona del Monte Zebio (e.c. Monte Mosciagh), abbiamo trovato questa croce con i nominativi dei fucilati per decimazione della Brigata Catanzaro. Lungo tutto il Cammino di Ta Pum si trovano cippi che r...icordano il coraggio, l'abnegazione e lo spirito di corpo della Catanzaro...i suoi fucilati lo furono per le proteste rivolte verso comandanti inetti nel gestire l'azione militare, quanto folli nel gestire gli uomini loro sottoposti. Fucilati per decimazione...presi a caso nel gruppo...Non è l'ora, cent'anni dopo, di restituire l'onore a questi poveri soldati ?




 quindi  riprendendono  la risposta  , vedi sopra  a  *****  e  a tuitti    coloro  che  vogliono continuare  a tacere o far  passare  in secondo piano o sminuire  ciò  che  è  stao  ,  ben  venga  il  dibattito  su questi fatti  ,  l'importante  è  non dimenticare  o ricordare  solo ciò che  ci  piace  . 
Concludo     per  chi fosse ionteressato  all'argomento delle fucilazioni   questi libri  (   fin qui  usciti  )

Il  primo  
da http://www.gasparieditore.it/
Per la prima volta un rigoroso studio storico fa il punto sulla giustizia sommaria nell'esercito italiano durante la Grande Guerra. 95 episodi analizzati individualmente, 300 vittime accertate tra civili e militari e 6 casi di fuoco sulle truppe che causarono un numero imprecisato di morti. Il volume presenta numerosa documentazione inedita tratta dalla Relazione sulle esecuzioni sommarie dell'Avvocato generale militare (1919), dall'Archivio centrale dello Stato e dall'Ufficio storico dello Stato Maggiore dell'Esercito

Ulteriori informazioni

AutoreMarco Pluviano, Irene Guerrini
TitoloLE FUCILAZIONI SOMMARIE NELLA PRIMA GUERRA MONDIALE
SottotitoloNo
Altre infoPrefazione di Giorgio Rochat
EditoreNo
ISBN88-7541-010-0
Anno di edizioneNo
Data inserimento08/lug/2004.
Prezzo

il secondo
€ 15,00


TitoloPlotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale
AutoreForcella Enzo; Monticone Alberto
Prezzo
Sconto -15%
€ 20,40
(Prezzo di copertina € 24,00)
Dati1998, 432 p., 2 ed.
EditoreLaterza  (collana Storia e società)

Nella promozione Laterza fino al 24 novembre  su  http://www.ibs.it/code/9788842054924/


 Maledetta la guerra, maledetto chi la pensò», «Non voglio morire per la patria», «Caro padre la guerra è ingiusta», «Molla, molla...»: la rivolta dei soldati della Grande Guerra documentata per la prima volta attraverso le sentenze delle condanne a morte.Non si può capire la tragica realtà dell'Italia del '15-'18 ignorando le manifestazioni di disfattismo in trincea e l'attività repressiva dei tribunali militari.Prefazione Apologia della paura di Enzo Forcella – Introduzione Il regime penale nell'esercito italiano durante la prima guerra mondiale di Alberto Monticone; Sentenze; 1915; 1916; 1917; 1918.



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