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24/02/13

La nuova frontiera del ciabattino: suole di plastica e tacchi invisibili


fonte  l'unione  del  24\2\2013
N,b 
 le  foto  sono  solo dimostrative  e prese  dal web in quanto  da  3  anni circa  l'unione sarda  free  cioè queklla  che  puoi scaricare dopo le  19   non contiene  più  le  immagini degli articoli . A meno  che  , ma  ancora non ho capito come fare  a cambiare i Dns  per  avere online  ( o trovare  siti   dei protagonisti dell'articolo  che  riportano sulle loro pagine  le scansdioni  dell'unione  in  questo caso copn l'articolo  su di loro  )   quelli più agiornati  cioè  prima  della  chiusura  dall'italia  all'italia ma non da  estero a italia  del sito www.avaxhome.ws
di GIORGIO PISANO  ( pisano@unionesarda.it ) 
L'insegna è fatta con suole di scarpe appiccicate al muro. Marco Basciu fa il ciabattino e ha imparato negli anni ad ascoltare le scarpe che ripara. Nel senso che riesce a capire tante cose di chi le indossa: c'è il nevrotico e il perfettino, quello clamorosamente fuori taglia e il martire pronto a infilare il piede in una scarpa dove il piede non ci sta.

Lavora in un quartiere piccolo borghese di Cagliari, un posto - dice lui - affollato di pensionati e «di nipoti che usano le Hogan». Non solo: tra la clientela, c'è anche una fetta di nicchia, che non bada a spese ma pretende risultati d'eccellenza. Per esempio la signora che esibisce scarpe strepitose con un tacco 14 che però non c'è. «È il trucco di uno stilista giapponese che è riuscito a sostituirlo con una V metallica». Il problema? La signora non ci cammina bene però non ci rinuncia e aspetta un piccolo miracolo dal suo ciabattino. Poi c'è il vecchio ortopedico che vorrebbe resuscitare la sua borsa di laurea e l'impiegato che vorrebbe riparare una scarpa che in realtà non esiste più.
Quarantasei anni, due figli, Basciu rompe volentieri due sacri tabù del commercio in Sardegna: quando un cliente entra nella sua bottega, saluta e sorride. Evita il pianto greco sulla crisi che non dà tregua e riconosce anzi che la recessione ha rianimato un lavoro altrimenti destinato a fare la fine delle cabine telefoniche. Per integrare, produce cinte e gambali in attesa (verrà un giorno) di poter realizzare scarpe su misura.Suo padre (che era ciabattino) avrebbe voluto farne un «buon chirurgo o un bravo avvocato». Peccato che Marco si sia fermato alla seconda media e non si dichiari nemmeno pentito. In compenso è un divoratore felice di «qualunque cosa si possa leggere purché non siano libri». Moglie che lavora («e questo consente di tirare il fiato in famiglia»), parla molto volentieri di un'attività che «offre tante soddisfazioni». Impossibile però censire la clientela perché «per un calzolaio i mesi non sono affatto uno uguale all'altro». Ci sono quelli ricchi (marzo, aprile, maggio, giugno, settembre, ottobre e inizi di dicembre), quelli così così (gennaio e febbraio), quelli disgraziatissimi (luglio e agosto). «D'estate mi va d'incanto se faccio ottocento euro al mese, d'inverno posso arrivare a milledue».Neanche per un secondo lo sfiora l'idea che il suo sia un mestiere umile. Quando gli domandano cosa fa, risponde serenamente: calzolaio. I figli li ha cresciuti sulla stessa rotta. «Il mio è un lavoro come un altro». Con una piccola differenza: a saperlo conoscere fino in fondo, può regalare lampi di felicità. Questione di attimi, di momenti ma vuoi mettere col grigiore a tempo pieno d'uno sportellista?
Quali sono i requisiti del buon calzolaio?
«Prima di tutto ti deve piacere quello che fai. Poi devi conquistare la fiducia dei clienti. Anche se qualche volta bisogna fargli cambiare idea».
Cioè?
«Se il cliente propone un tipo di riparazione che non va bene, devi spiegargli perché sbaglia. Senza fargli venire il sospetto che ci stai facendo la cresta».
Funziona il passaparola?
«È l'unico sistema che porta gente in bottega. Io lavoro in un rione dove ci si incontra per strada la mattina mentre si fa la spesa. Se hai un buon nome, un cliente tira l'altro».
Arroganti, mai?
«Caspita se ce n'è. Con questo genere di persone sorrido e sono gentile più del solito: proprio perché voglio che si rendano conto, che ci rimangano male. È gente che ha una vecchia idea del calzolaio».
Che vecchia idea?
«Una volta a fare i ciabattini erano persone con qualche problema fisico: poliomielitici, disabili, insomma gente che non avrebbe potuto svolgere altri mestieri. Per questo venivano trattati con sufficienza».
Gli arroganti invece?
«Sono i nipotini di quelli che credono d'essere sempre e comunque padroni del mondo. Entrano, non salutano e ti trattano come uno sciacquino».
La tentazione di mandarli a fare in culo?
«Fortissima. Qualche volta non ho resistito e, col sorriso sulle labbra, ho chiesto al cliente se preferiva uscire dalla porta o dalla vetrina».
A proposito di vetrina: perché le vostre sono sempre desolate, disadorne?
«Per via del lavoro che facciamo. Succede anche agli orologiai. Ha mai visto un riparatore di orologi lavorare in un bel posto? Eppoi i tempi».
Che c'entrano?
«Una volta mio padre lavorava in questa stessa via: aveva cinque colleghi e un capo. Erano in sei, calzoleria conosciutissima. Facevano lo scarpino di gala, quello da sposa e altri pezzi importanti. In pratica, era una fabbrichetta».
Il brutto e il bello di questo mestiere.
«Cominciamo dal bello: la soddisfazione. Te ne dà tanta. Mi entra un cliente altissimo, scendo con lo sguardo fino ai piedi e resto impressionato. Sapete quanto aveva? Cinquantuno, ossia una scarpa che misura più di 35 centimetri. Però era contento».
Perché?
«Perché, a vedere i suoi mocassini rotti, non mi sono spaventato. E allora ha cominciato a raccontare i dolori di uno coi piedi come i suoi: solo a Parigi o in Portogallo riusciva a trovare scarpe. L'imbarazzo si è sciolto quando gli ho detto per ridere: lei paga doppio, lo sa?»
Il brutto?
«La fine del mese. Sono cosciente d'essere privilegiato rispetto a un cassintegrato o uno che il lavoro non ce l'ha proprio. Però chi fatica ha il diritto di guadagnare il tanto per vivere».
Quanto sarebbe il giusto, secondo lei?
«Duemila euro, come un qualunque metalmeccanico tedesco».
Una volta eravate tutti esperti di lirica.
«Altra leggenda sulla categoria. Io sono un rinnegato, non so nulla di lirica».
Esiste la solitudine del ciabattino?
«Mi capita di ascoltare la radio fino a quando non mi stufo di sentire i politici. Allora resto in silenzio, anche per mesi. Non mi disturba, il silenzio».
Ci sono clienti che vengono per chiacchierare?
«Certo. La calzoleria, da questo punto di vista, somiglia al salone di un barbiere: è uno spazio aperto. Vengono soprattutto pensionati, mi portano scarpe che non si possono riparare (e loro lo sanno) e ne approfittano per scambiare due parole».
La imbarazza dire che mestiere fa?
«Non me ne vergogno, anche se qualcuno mi guarda male. Dicono che non ho le mani da calzolaio».
Come sono le mani da calzolaio?
«Piene di calli e sempre sporche. A me non va. Mi sono fatto fare apposta anche un dosatore per la colla. Prima usavano il dito o un pennello per spalmarla. A un mio amico che fa il meccanico rimprovero sempre proprio le mani sporche: come fai a usarle per toccare tua moglie?»
Le scarpe sono tutte uguali, più o meno?
«No. Quelle di pelle o di cuoio si possono rivoltare come una maglietta. Altre sono intrattabili. Diciamo che su cento paia che mi portano in bottega, posso intervenire al massimo su 40».
Quando incontra una persona, il primo colpo d'occhio è alle scarpe?
«No, alla faccia. Ho controllato le scarpe nelle primissime edizioni delMauriziocostanzoshow. Mi incuriosiva. Ho scoperto un sacco di scarpe bucate. Se lo sai, d'avere un buco dico, fai attenzione a non sollevare la scarpa da terra. Ma poi, se la conversazione vola, inevitabilmente ti deconcentri e mandi il buco in diretta».
Le scarpe parlano di chi le indossa.
«Sempre. Le scarpe di uno stressato sono curatissime oppure completamente lise. Il cliente io-so-tutto compra le scarpe e te le porta un minuto dopo per metterci la suola in gomma: non vuole correre il rischio di scivolare. Poi ci sono quelli che io chiamo i colpevolisti».
Perché?
«Perché pare che sia colpa mia se hanno le scarpe strette. Se ne accorgono il giorno che debbono indossarle per una cerimonia e poi rimetterle a dormire in un armadio. Ma se c'è un numero in meno, io che posso farci? Per i miracoli, più avanti c'è la basilica di Bonaria».
Quali segreti ha carpito dai suoi clienti?
«Capisci se hanno problemi nel camminare. Ricordo un signore che aveva una gamba più lunga dell'altra e quindi usava un rialzo interno. Che però gli faceva male. Gliel'ho levato senza dirgli nulla, ha imparato a compensare e ha risolto».
Sono più esigenti gli uomini o le donne?
«Le donne. A differenza degli uomini, badano solo alla bellezza della scarpa. Poi, se è larga, pazienza; se è un po' più corta e comprime il piede, pazienza lo stesso. Tanto, c'è il calzolaio. Gli uomini sono più... più normali. Sarà perché non usiamo tacchi vertiginosi».
Le chiedono il rialzo per sembrare più alti?
«Qualche volta ma in genere i rialzi servono a chi ha problemi di equilibrio».
È vero che dal ciabattino vanno solo i poveri?
«Nel modo più assoluto, no. Ci vanno tutti. Perfino quelli che non ne hanno bisogno».
Come, non ne hanno bisogno?
«Beh, non aveva sicuramente bisogno di me il pensionato che mi ha portato una lampada da tavolo chiedendomi se potevo darle un'occhiata. Gliel'ho aggiustata».
Quali sono le scarpe più belle che ricorda?
«Quelle di un industriale fiorentino, roba fatta a mano. Aveva terrore che gliele macchiassi. Costavano circa tre milioni di lire».
C'è chi si dimentica di pagare?
«Succede. Qualcuno si dimentica sul serio. Ma non potrò mai dimenticare la direttrice di banca che doveva pagare trentamila lire e mi fa: scusi, ha il bancomat? Mi è venuto da ridere: esiste al mondo un ciabattino col bancomat? Mi ha detto che sarebbe tornata ma se n'è scordata».
Il cliente si riconosce al volo?
«Quasi sempre. Vuoi che un direttore di banca non sappia che qui non può esserci un bancomat?»
Le hanno mai chiesto di pagare a fine mese?
«Succedeva col mio predecessore. Era un servizio vero e proprio. Aveva un quaderno dove segnava i conti e la clientela passava poi a saldare».
In un rione ricco come questo non può accadere.
«Qui no, certo. Può entrare in calzoleria una persona modesta ma non al punto da chiederti se le fai credito».
Mai chiesti lavori impossibili?
«Tipo ricostruire scarpe devastate? Certo. Però avverto sempre: la rifaccio, la scarpa; non si può riparare: è come un vetro rotto. Resta rotto anche se lo rincolli».
Ci sono scarpe che non possono essere recuperate?
«L'ho detto: capita in sei casi su dieci. Le tomaie cucite così strette che se provi ad aprirle è finita. Sono scarpe costruite apposta per essere buttate via, un po' come succede oggi con gli elettrodomestici».
E i clienti ci restano male.
«Guardi questi stivali, ultragriffati. Costano 550 euro. Sono fatti talmente male che ripararli è impossibile. La proprietaria me li ha portati dicendo: ci cammino di un male ma di un male che non se lo immagina. Penso: allora, perché se li è comprati? Ma non dico niente».
C'è di peggio?
«Le scarpe con le suole vulcanizzate. Una volta rotte, non c'è nulla da fare. Poi, fossero suole di gomma: no, ora le fanno di plastica. Un tempo le suole erano di cuoio. Oggi adoperano materiali porosi che si sbriciolano».
Differenze di qualità rispetto al passato?
«Infinite. La metà delle scarpe che indossiamo sono cinesi. Comprese quelle firmate. Le più miserabili le riconosci dall'odore di formaldeide, che è un conservante tossico».
Un desiderio impossibile?
«Allargarmi, gestire un'aziendina artigiana dove le scarpe non si riparano soltanto. Si creano».

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