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06/04/17

Vince la Juventus: tre romanisti apprezzano Esplode un nuovo caso social dopo tre mi piace messi su Instagram da altrettanti calciatori giallorossi al passaggio di turno dei bianconeri.


da  Sportal.it  del  6\4\2017

Il clima non è di certo dei migliori in quel di Trigoria. Per strappare lo scudetto alla Juve servirà quasi un miracolo, eliminazione dall'Europa League e ultima, ma non di importanza, la bruciante eliminazione in Coppa Italia nel doppio confronto del derby contro la Lazio.

A mettere benzina sul fuoco ci pensa un episodio che ha provocato non poche polemiche: 3 "like" messi da Nainggolan, Rudiger ed Emerson Palmieri all'ex compagno Pjanic, alla foto che ha postato mercoledì il bosniaco su Instagram.
La foto in questione ritrae la squadra juventina dopo il passaggio del turno, che è valso la finale, negli spogliatoi del San Paolo.
I tifosi hanno reagito in maniera diversa: c'è chi ha lasciato sotto dei commenti di cattivo gusto, c'è chi invece riconosce che certe amicizie vanno oltre i colori della maglia con cui si scende in campo, eccone uno: "il valore dell'amicizia. La Roma ha altri problemi, non certo il like a una foto di Pjanic".
L'amicizia tra Pjanic e la maggior parte dei giocatori della Roma non è qualcosa di nascosto, anzi più volte documentata dai social, in particolare il rapporto con il suo grande amico Nainggolan, con il quale Miralem va spesso in vacanza. 

15/01/17

A Torino la squadra peggiore d’Italia: “Perdiamo, ma sempre con il sorriso”

proprio le parole di quest'inno sono adatte a questa vicenda da " sfigati " storie disney di paperino e paperoga . Altro che le grandi squadre di serie che ad ogni sconfitta trovano sempre una scusa o la devono far passare per vittima, questa squadra di sicuro sarà la migliore perchè accetta le sconfitte e dalle sconfitte si diventa i migliori, al contrario di chi vince sempre, perchè chi vince sempre spesso  non sa  rialzarsi



Inoltre  le  sconfitte  insegnano  come dice  una puntata  di un famoso cartone animato 




se  nel caso non riusciste  a vederlo lo trovate  qui  su http://www.dailymotion.com/it


A Torino la squadra peggiore d’Italia: “Perdiamo, ma sempre con il sorriso”
La Crocetta ha il record di ko e gol subiti su mille squadre di Terza Categoria. Ma il tecnico scommette sul primo successo: «Ci divertiamo e non molliamo neanche sotto 12-0»


                                 La formazione della Crocetta al debutto stagionale. 


Girarci attorno è inutile: «Siete la squadra peggiore d’Italia». Ma la notizia non sorprende lo spogliatoio. I calciatori della Crocetta, quartiere chic di Torino, fanno spallucce. «Davvero? Allora siamo i primi degli ultimi», sorride il presidente Stefano Armitano. La squadra, al primo anno in Terza Categoria, è in fondo alla classifica a zero punti. I numeri: 11 sconfitte, 82 gol subiti e 7 fatti (il capocannoniere del campionato, da solo, ne ha segnati il doppio). Nei 148 gironi dell’ultima serie dilettantistica - oltre mille squadre in tutta Italia - nessuno ha numeri simili. In realtà chi ha fatto peggio c’è: l’African Sport United, in provincia di Catania, è a -2, ma solo a causa di una penalità.
“Presto la prima vittoria”
Malgrado la classifica la Crocetta tira dritto con un entusiasmo ingiustificato dalla valanga di gol subiti. Ma chi ve lo fa fare? «Sembra strano, ma noi ci divertiamo, la nostra è una passionaccia. E presto arriveranno i primi punti», scommette il presidente, che ha fondato la società tre anni fa. La
a squadra è il trionfo della passione sconfinata per uno sport, il calcio, ormai ostaggio del business. Sudore e fatica in campetti di provincia, lontani anni luce dai miliardari cinesi che stanno razziando i campionati europei. Il volto sano di chi perde con il sorriso. «Noi ci autofinanziamo. In pratica paghiamo per prendere tutti quei gol», scherza il presidente. Ma non chiamateli Armata Brancaleone. «Partiamo sempre per vincere. Non molliamo mai, anche se siamo sotto 12-0», spiega il tecnico Sheptim Tereziu, con un passato da numero 10 nella serie A albanese. Il tecnico con un passato in A
Lo spogliatoio della Crocetta è un crocevia di storie incredibili. Trovi fianco a fianco uno studente 18enne e un imprenditore vicino ai 50. L’allenatore, classe ‘73, ha giocato nel campionato del suo Paese d’origine contro Bogdani e Tare, vecchie conoscenze del nostro campionato. Poi è arrivato a Torino per lavoro. Un giorno, al parco, il presidente del Crocetta lo vede palleggiare: «La palla non gli cadeva mai: gli ho subito proposto di unirsi a noi». Poi c’è Giovanni Bertolotto, difensore di 26 anni. Fino a tre anni fa era protagonista nella serie A di hockey su ghiaccio. Dopo alcuni screzi ha deciso di lasciare. «Mi mancava l’agonismo e la Crocetta mi ha dato una chance per ripartire».
150 Anni in tre
Saverio Fedele, 56 anni, è invece un dirigente-giocatore. Quarant’anni fa, quando ne aveva 16, doveva firmare per la Reggina. L’affare saltò e scelse di studiare: ora fa l’avvocato. Alla prima di campionato mancava il portiere ed è stato costretto a giocare in porta. Con lui altri due ultraquarantenni, tra cui il presidente-giocatore Armitano. «In difesa avevamo 150 anni in tre - racconta ridendo -. Probabilmente un record Guinness!». Lentamente la squadra è migliorata - ha perso l’ultima per 3-2 dopo essere stata in vantaggio - e grazie agli innesti del mercato invernale («Siete proprio sicuri di cosa state facendo?» ha domandato loro il tecnico) va a caccia della prima vittoria.
La vendetta dai “Pulcini” 
E poi la Crocetta punta sulle giovanili. I pulcini hanno vinto tutte le partite, un record in Piemonte. «Saranno loro, in un futuro non lontano, a vendicarci», scommette il presidente. 


«Saranno loro, in un futuro non lontano, a vendicarci», scommette il presidente.

12/10/16

Street Food, a Bolzano arriva la vegan bike ed altre storie vegane

Anticipo e  brucio su i tempi  coloro  che mi diranno  : 1)    e passato  alla moda  vegana ., 2)  rinunci alla tua  identità  alimentare  per una cosa  non tua  , 3)  ti sei adeguato al sistema  , ecc .
Io non sono  vegano   (   troppi  sacrifici e troppe  rinunce oltre ad uno stile  di vita troppo  rigoroso e  ferreo  )  ache  se  ogni tanto     faccio pranzi  \  cene  con amici   vegani e    vegetariani (  ne  ho parlato qui nel  blog     da  qualche  parte  )   o mangio se  capita senza  fare lo schizzinoso    anche loro   cibi   e pietanze ,     ma  sono   onnivoro perchè limitarsi e   \o fissarsi  su  un determinato   alimento  è come non mangiare o mangiare  solo  cibo  " imposto "  \  standard   vedi Mc Donald e  simili   .  E'vero   che al  giorno  d'oggi   è diventata  un moda  ,   come  succede  a  tutto  il pensiero e l'arte cioè si nasce incendiari e   si finisce  pompieri   e  raramente  si resta   come   si  in origine  ,  ma   non è il mi caso  e\o  di persone  che  conosco   .  Dopo    questa premessa  mi  scuso  per  la lunghezza veniamo al post  d'oggi  









Street food, ma vegano. Kebab vegetariano con la maionese, ma sano. Il progetto "Vegan Bike" ideato da Manuel Biteznik è una sintesi di concetti che sembrano agli antipodi. È questo il segreto di un'idea che sta funzionando nelle varie piazze del centro città a Bolzano. Un piccolo tour giornaliero che lo porta a spostarsi ogni ora






Forest Green Rovers, in Inghilterra il primo club di calcio totalmente vegano
          
         
Forest Green Rovers, in Inghilterra il primo club di calcio totalmente vegano








E' capolista nella quinta divisione inglese, il suo stadio è completamente biostenibile e dal 2011 ha radicalizzato la scelta di non servire più carne ai suoi tesserati, eliminando dal menu anche tutti ii prodotti di derivazione animale.
“Andate in campo e mangiate l’erba”: è proprio questo il motto della squadra Forest Green Rovers, club di Conference, la quinta divisione inglese (la nostra Eccellenza), il primo ad essere completamente e orgogliosamente vegano. La squadra, già dal 2011 aveva eliminato la carne dal menù servito ai giocatori prima delle partite, ma adesso il cambio è stato più radicale, via tutti i prodotti di derivazione animale. La scelta vegan non coinvolge soltanto i giocatori ma vuole sensibilizzare anche i tifosi e gli addetti ai lavori. Perché il calcio pur essendo passione, grinta e lavoro a volte fa rima con innovazione e cambiamento.
squadra vegan 1
https://www.greenme.it/vivere/sport-e-tempo-libero/18235-squadra-calcio-vegan

http://veggoanchio.corriere.it/2015/11/03/
Mentore e artefice dell’iniziativa è il proprietario del club, Dale Vince, 54 anni, imprenditore per altro molto attivo nel settore dell’ecologia e naturalmente vegano. Il passaggio a questa nuova filosofia di vita ha portato a inserire il verde non soltanto nei piatti ma anche nelle maglie da gioco (la divisa prima era bianconera mentre ora è neroverde). “Il divario tra cibo vegetariano e vegano è in realtà molto piccolo – spiega Vince – Il nostro per esempio era già in parte vegano ma in questa stagione abbiamo scelto di eliminare anche latte e derivati di pesce”. Sebbene il palmarès del club, fondato nel lontano 1890 non sia ricchissimo, meriti sportivi a parte, tre anni fa il Forest Green ha raggiunto il gold standard Eco-Management and Audit Scheme per le prestazioni ambientali. La svolta “green” della squadra, non si limita comunque al cibo: lo stadio, il The New Lawn con sede nella cittadina di Nailsworth è alimentato con pannelli solari e ha un campo di calcio di erba organica dove non vengono usate sostanze chimiche e per l’irrigazione ci si basa su un sistema di raccolta dell’acqua piovana.
“L’industria di carne e latticini è la responsabile maggiore delle emissioni, più di tutti gli aerei che circolano sopra alle nostre teste – dice il patron dei Rovers – Cosa più grave tuttavia è la crudeltà verso gli animali che ne consegue, con numeri di produzione impressionanti e assurdi” conclude Vince. La dieta vegana sino ad ora sta portando i suoi frutti e la squadra è prima in classifica, un punto sopra agli odiati rivali del Cheltenham Town.

04/02/16

Teatro San Carlo, il baritono al direttore: "Facciamo presto, c'è il Napoli"

credevo che  la passione  calcistico  fosse assopita  ed   inglobata  dalla tv  , visto che  gli   stadi sono   sempre  o quasi   (  vuoi per paura dei violenti , vuoi per motivi di sicurezza  es empio quando si vieta  ai tifosi  di una squadra    ospite  di seguirla   perchè essa  gioca in casa  dell'avversario  )  invece

 da  http://napoli.repubblica.it/sport/  4\2\2016  

Il tifo per il Napoli conquista anche i protagonisti della lirica: ieri sera, il baritono Filippo Morace, che interpreta il barone Mirko Zeta, in occasione dell'ultima recita de "La Vedova Allegra" in un teatro San Carlo sold out, ha confessato in diretta il suo amore per la squadra azzurra di calcio prima in classifica. Nell'attaccare la strofa dell'aria del terzo atto si è rivolto al direttore d'orchestra, Maurizio Agostini, dicendo: "Maestro, facciamo presto che c'è il Napoli in tv". Il pubblico ha dimostrato di gradire l'esortazione a scena aperta di Morace arrivata quasi alla fine della rappresentazione e poco prima dell'inizio della gara tra Lazio e Napoli poi vinta dagli azzurri per 2-0.


15/02/15

Stefano Cusin, insegnare calcio a Hebron: “Qui il lato umano non è un dettaglio”

Ogni   tanto  il calcio sa' essere quedllo che  è realmente  sport  e non solo 




Infatti 
E' il primo allenatore italiano in Palestina dopo una vita da globetrotter del pallone. Prima della Cisgiordania era il secondo di Zenga a Dubai: "Un giorno il presidente mi ha detto: mister prima lavoravi per gli sceicchi, ora lo sceicco sei tu"
di | 14 febbraio 2015
 

Stefano Cusin, insegnare calcio a Hebron: “Qui il lato umano non è un dettaglio”

Stefano Cusin, insegnare calcio a Hebron: “Qui il lato umano non è un dettaglio”

E' il primo allenatore italiano in Palestina dopo una vita da globetrotter del pallone. Prima della Cisgiordania era il secondo di Zenga a Dubai: "Un giorno il presidente mi ha detto: mister prima lavoravi per gli sceicchi, ora lo sceicco sei tu"
Stefano Cusin non è un mafioso e sbuffa ogni volta che in tavola arriva la pizza. L’ultima tappa di una vita contro gli stereotipi è Hebron, Cisgiordania. La firma sul contratto con l’Ahli Al Khalil ha fatto di lui il primo allenatore italiano in Palestina. “Hebron è una città stupenda – racconta – Popoli e architetture diverse convivono tra loro, un mix che mi ricorda Tripoli qualche anno fa. Sono città complesse, di certo non basta la tv per capire simili posti: qua non sono tutti terroristi”.
Cusin è nato in Canada 47 anni fa, ha giocato tra la Svizzera e la Guadalupa, ha allenato ovunque. Il Camerun dopo Montevarchi e poi Congo, Bulgaria, Libia e tanto Medio Oriente. Le esperienze più significative della sua carriera da globetrotter sono state al fianco di Walter Zenga a Dubai e Abu Dhabi. Ora è tornato in proprio e, nonostante tre lingue fluenti e un curriculum ormai in grado di dare garanzie, ha di nuovo dato retta alla sua curiosità. “Mi trovo bene qua, la gente è generosa: la differenza tra gli Emirati e la Palestina è il lato umano” spiega. Rispetto ai grattacieli e alla “vita al top” Cusin ha scelto “un paese di contenuti”, nonostante uno stipendio di gran lunga inferiore.
“Io vivo per le soddisfazioni. Amo conoscere cose nuove e insegnare il pallone, ogni allenamento è un momento di scambio e confronto. I soldi spariscono, i semi che pianti in simili terreni a distanza di anni danno frutti: le esperienze africane mi hanno insegnato questo”. Stefano Cusin si gode il trattamento riservato dai khalili, gli abitanti di Hebron. Ogni pomeriggio uno o più inviti per bere il the, al campo la sua parola è legge. “Un giorno il presidente mi ha detto: mister prima lavoravi per gli sceicchi, ora lo sceicco sei tu. Altrove l’allenatore è diventato un comprimario, non qui”.
Una stima destinata a crescere in fretta: l’ex vice coach dell’Al Jazira è a Hebron da metà gennaio e ha già messo un trofeo in bacheca. É accaduto negli scorsi giorni, quando l’Ahli Al Khalil ha vinto la coppa di Lega. Nei 42 anni di storia della società è il primo successo. Prossimo obiettivo la West Bank League, il campionato a 12 squadre della Cisgiordania, dove il club è quinto. Gaza è a 50 chilometri di distanza, irraggiungibile. “I territori che fanno parte dello stato palestinese ospitano due tornei distinti, il nostro è più attrezzato e competitivo. La Striscia è isolata, mentre noi abbiamo tutto sommato libertà di movimento. A Hebron mi sposto tranquillamente, fuori capita di essere fermati e controllati ai posti di blocco israeliani”.
La quotidianità procede, ma il ricordo di guerra e bombardamenti è vivo come la paura che possa accadere di nuovo. Fuori dallo stadio Hussein Bin Ali di Hebron, dove i ragazzi di Cusin giocano le loro partite, uno striscione ricorda il sacrificio di Jawhar, 19 anni, e Adam, 17 anni, la cui carriera è stata interrotta a colpi di fucile in un check point in Cisgiordania. Vicende drammatiche, come quella di Mahmoud Sarsak, che dalla nazionale palestinese finì nelle carceri di Israele senza alcun processo. Il pallone può fare molto per questa terra, pensa Cusin. “In squadra ho tre ragazzi che provengono dal campionato israeliano, non tutti sono musulmani – racconta – Sei giocatori sono laureati, quasi tutti parlano inglese, viaggiano, vanno su internet: sono avanti. Dovremmo tentare di trovare nella vita di tutti i giorni l’integrazione che si realizza sul campo da calcio”.
Intanto ci si deve accontentare delle immagini di un paese unito e festoso per la storica prima volta alla Coppa d’Asia. Non è andata bene alla Palestina, tre sconfitte in altrettante sfide, ma poco conta. “Alla terza partita, nonostante l’eliminazione già certa tutti erano ancora davanti alla tv. La partecipazione alla massima manifestazione continentale è di per sé un successo, ma a Gerusalemme come a Gaza City sono consapevoli che in futuro servirà una nuova organizzazione e mezzi maggiori per andare avanti”. L’esperienza e le conoscenze tattiche di mister Stefano Cusin potranno favorire questo processo. Per quanto riguarda la prossima stagione “del doman non c’è certezza”. “Non valuto mai il passo successivo, vivo la vita con intensità giorno per giorno – conclude – Sono felice così: se pensi troppo al futuro rischi di non goderti il presente”.

03/01/15

Southampton: conosce la ragazza seduta vicino con l'aiuto del club

finalmente  i  cosidetti  club  calcistici fanno qualcosa  di  bello  che non sia solo  violenza   e fanatiosmo



  da  http://www.calcioblog.it

Southampton: conosce la ragazza seduta vicino con l'aiuto del club

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Il regalo di Natale per Timothy...




Il Southampton come una sorta di agenzia matrimoniale. La curiosa storia di Timothy, giovane tifoso dei Saints, dimostra come in Inghilterra i club siano spesso al servizio dei propri sostenitori per ogni evenienza. La storia è stata raccontata dai media inglesi e dal sito di Gianluca Di Marzio. Il 20 dicembre il Southampton, attualmente quarto nella classifica di Premier League, gioca e vince contro l'Everton. L'occhio di Timothy tra un'esultanza e un coro per la propria squadra del cuore, cade più volte su una bella ragazza seduta qualche fila più avanti rispetto al suo seggiolino. Timothy rimane folgorato a tal punto da interpellare proprio il Southampton su Twitter per ottenere maggiori informazioni sulla donna. Il club non si tira indietro (come farebbe la maggior parte delle società al mondo) e prende a cuore la questione. Dopo un rapido botta e risposta Timothy promette che si farà risentire sul social network per nuovi aggiornamenti. Qualche ora fa il Southampton è tornato in campo al St. Mary's Stadium per battere l'Arsenal e far gioire i propri tifosi. Manè e Tadic fanno volare la squadra di Ronald Koeman a ridosso del Manchester United e Timothy esaudisce il suo desiderio porgendo un mazzo di fiori alla ragazza che avrebbe voluto conoscere.
I due posano in un selfie con il volto di lei che tradisce un pizzico di imbarazzo.
Il Southampton, nel frattempo, chiede personalmente a Timothy ragguagli sulla sua ricerca e l'interessato ci mette un nanosecondo per postare sul profilo del club la foto con la sua "nuova amica" e i ringraziamenti per l'attenzione dimostrata. "Siamo orgogliosi di te, Timothy", twitta il Southampton, divertito dopo aver contribuito ad esaudire un desiderio sui generis di un suo tifoso.

21/05/14

Nella chiesa di San Paolo i funerali dello storico allenatore dell’Olbia. Una vita dedicata ai valori sani dello sport Una maglia bianca per l’addio a Palleddu

leggendo  , le cronache   spesso feticiste  , della strage  di tempio  pausania  ,  sulla  nuova   nuova  sardegna  Olbia-Gallura  del  20\5\2014  mi sono imbattuto  in questo articolo  .
Descrive  un epoca   di mezzo  fra calcio puro e calcio  corrotto , cioè u quando la corruzione stava iniziando a prendere  piede  ecco  perchè  come tag  ho scelto  calciopoli antelitteram  )  . Insomma un epoca   che  se  ne và  e  che  rimane  solo nei ricordi   .


Nella chiesa di San Paolo i funerali dello storico allenatore dell’Olbia. Una vita dedicata ai valori sani dello sport Una maglia bianca per l’addio a Palleddu

OLBIA Non ha fatto in tempo a rivedere l’Olbia nella serie C unica. La sua Olbia è uscita troppo presto dai playoff per un posto nel calcio che conta. Quel mondo in cui lui, Palleddu Degortes, l’aveva portata nel 1968. Più forte degli avversari, più forte della slealtà sportiva del Latina. Perché, calcisticamente parlando, il suo nome sarà per sempre legato a quell’impresa. L’Olbia del primo boom economico che salta il Tirreno per sfidare Ascoli, Siena, Empoli, e poi il Genoa... Una piccola, grande epopea. Perché sì, è stato l’allenatore di molte squadre, dalla Nuorese al Calangianus, e ovunque ha lasciato un grande ricordo, ma Palleddu è l’Olbia, come dimostra la maglia bianca sulla sua bara, ieri pomeriggio, nella chiesa di San Paolo stracolma di persone arrivate per dargli l’ultimo saluto. Non può che essere così, con quel cognome, Degortes, così terranovese, lui che è nato quando la città si chiamava ancora Terranova, appunto.

 Non può che essere così perché quella promozione, nel caldo 1968, ha proiettato l’Olbia, piena di olbiesi, nel migliore calcio italiano. La serie C, allora, era una cosa seria. Così come, con la riforma che partirà proprio nella prossima stagione, vuole tornare a essere. Il Nespoli, a quel tempo, era sempre pieno in ogni ordine e grado, come dicevano i vecchi cronisti. I bianchi giocavano nel girone F della serie D. Contro Tempio, Calangianus, Carbonia, e poi Rieti, Tevere Roma e Latina. E proprio contro i laziali, l’Olbia di Palleddu, si giocò la promozione. Con un finale da thriller. Olbia-Latina all’ultima giornarta. Con la vittoria dei rivali per 2-1. Con l’Olbia che aveva mancato il salto di categoria. Ma quel campionato non era regolare. Troppi sospetti, tutti sul Latina. Una piccola Calciopoli con alcuni decenni d’anticipo. Ci vollero molti elementi, per ristabilire la verità e dare all’Olbia ciò che le fu ingiustamente sottratto. Palleddu e con lui il presidente, Elio Pintus, combatterono una lotta apparentemente persa.


  Ma alla fine il muro di omertà che aveva coperto il Latina iniziò a vacillare. Tutto cominciò a Tempio, in casa dei rivali per eccellenza. Con i galletti giocava un olbiese, Balzano, e fu lui a capire che il Latina aveva comprato alcuni suoi compagni (non galluresi) perché perdessero. Quello squarcio divenne poi una rottura quando il presidente del Tempio, Gianni Monteduro, fece collaborare tutti i suoi uomini. Venne fuori che il Latina aveva barato, e la federazione lo punì: 13
in una  foto recente 
punti di penalizzazione, promozione annullata. L’Olbia andò in serie C. Per merito. Perché Palleddu, come tutta la sua vita ha poi confermato, era un uomo giusto. Non a caso, ormai fuori dal giro per limiti di età, andò a insegnare calcio ai ragazzi della comunità Arcobaleno di don Raffatellu. Una meravigliosa esperienza, per un uomo che amava il sociale e trasmetteva valori sani, veri. Il suo primo anno in serie C fu straordinario. L’Olbia arrivò settima, in un girone dominato dall’Arezzo e in cui c’erano Ascoli, Massese, Prato, Pistoiese, Viareggio, Ravenna... Tutte grandi città, rispetto alla piccola Olbia di allora. Era l’Olbia di Bruno Selleri, di Pelè Marongiu, di Benvenuto Misani. Ma era, soprattutto, l’Olbia di Palleddu. Che ora, lassù, tornerà a indossare quella maglia candida come la sua anima. (g.pi.)

09/05/14

Giocare a calcio: diventa realtà il sogno di Francesco, nato senza una gamba A Cagliari due giorni di sport all’aria aperta per il Centro sportivo Day con la Nazionale Calcio Amputati

alla  bellezza dei  margini  - yo yo mundi




da la nuova sardegna di qualche giorno fa e da http://www.castedduonline.it/sport/altri-sport/14987/



CAGLIARI. Due giornate di gioco e di gare tra Coni e piazza dei Centomila organizzate dal Centro sportivo italiano, con la partecipazione della Nazionale di Calcio Amputati. Vale la pena di raccontare la storia di questa Nazionale. È cominciato tutto nel 2011 – si spiega in una nota. Francesco Messori, dodicenne di Correggio in provincia di Reggio Emilia, nato senza una gamba, esprime due desideri: "Voglio giocare a calcio da tesserato, non solo in amichevole, con la squadra con cui mi alleno (la Virtus Mandrio), ma anche formare una Nazionale di Calcio Amputati con ragazzi col mio stesso problema, per misurarmi alla pari con altre nazionali amputati che esistono all'estero". Da allora, passo dopo passo, iI Centro Sportivo Italiano ha realizzato entrambi i sogni di Francesco: viene tesserato al CSI e gioca il suo primo torneo ufficiale il 5 febbraio 2012 a Cremona, inoltre, grazie al gruppo Facebook da lui creato, viene contattato da diversi ragazzi e così l'8 Dicembre 2012 ad Assisi nasce la Nazionale Italiana Calcio Amputati.
nazionale  calcio amputati  da http://www.castedduonline.it/


Il resto è storia recente: 27 aprile 2013 prima partita amichevole internazionale ad Annecy (Francia) e ritorno a Cremona II 5 ottobre 2013. Ma l'anno appena trascorso è fatto anche di allenamenti mensili di preparazione svolti in giro per l'Italia grazie alla Generosità di amministrazioni comunali Società sportive. Associazioni varie. Comitati territoriali e regionali CSI.
Ora la Nazionale Italiana può considerarsi all'altezza delle altre nazionali europee. Gli azzurri, che recentemente hanno aderito alla WAFF (World Amputee Football Federation), hanno in programma amichevoli e tornei con altre nazionali europee, ma il sogno del 2014 è poter partecipare at mondiali in Messico di fine anno. Il sogno continua.

Infatti   secondo  castedduonline  da  cui  ho preso la  foto

Il Centro Sportivo Italiano quest’anno compie 70 anni e in contemporanea in tutta Italia si terrà il CSI Day, due giornate all’insegna dello sport all’aria aperta e gratuito per tutti. Anche il Comitato Provinciale di Cagliari festeggia sabato 10 e domenica 11 maggio in Piazza dei Centomila con un weekend dedicato a “Sport, Giovani e Disabilità” per avvicinare i cittadini al mondo dello sport e dei disabili con tornei e giochi. Ospiti della manifestazione saranno gli atleti della Nazionale Italiana di Calcio a 11 Amputati, che sfideranno i ragazzi degli oratori cagliaritani in un’amichevole, per un’esperienza di vita e di divertimento.Il CSI Day sarà un’occasione di festa e riflessione sui valori dello sport come gioco e sana competizione nel rispetto delle regole. Altro obiettivo della manifestazione è dimostrare, grazie alle partite disabili-normodotati, che nello sport le barriere fisiche e mentali possono essere superate. Il CSI Day è anche colore e divertimento: verranno allestiti aree giochi (con campi per minibasket, pallavolo calcio balilla umano), gonfiabili e stand colorati.La giornata di sabato. La prima giornata (dalle 9.00 alle 13.30 e dalle 14.30 alle 19.30) si apre con le finali del progetto Stand Up, che ha coinvolto degli Istituti superiori di Cagliari in un torneo interscolastico e polisportivo (unihokey, dodgeball, pallavolo e basket). Nel pomeriggio sarà la volta delle semifinali e finali regionali de “I Campanili”, campionato di calcio a 5 delle squadre degli oratori, per le categorie Under 14 e Allievi. A seguire, quadrangolare di calcio A 5. Durante tutta la giornata è possibile usufruire delle aree giochi e del campo CONI per tornei di pallavolo, minibasket e calcio balilla umano con squadre genitori contro figli.La giornata di domenica. L’11 maggio alle 9.30 prenderà il via la manifestazione podistica a staffetta di mezzo chilometro per bambini e ragazzi dai 7 ai 15 anni, con partenza da piazza dei Centomila. Nel mentre sarà possibile divertirsi con il calcio balilla umano genitori/figli. Alle 10 circa la premiazione de “I Campanili”, e alle 11.00, dopo l’Inno di Mameli, si disputerà l’amichevole di calcio a 5 tra la Nazionale Italiana Calcio Amputati e una rappresentanza dei ragazzi degli oratori del cagliaritano. Alle 13.00 saranno consegnati dei defibrillatori dal CSI Cagliari all’Arcivescovo Mons. Arrigo Miglio, quale dono dell’ente alle squadre degli oratori. La cena di gala “MareSolidale” chiude il CSI Day ed è organizzata dal CSI Cagliari nel ristorante di Luigi Pomata, per ringraziare le aziende che hanno sostenuto la causa sociale del CSI Day con un contributo

06/04/14

Il giovane centrocampista dell’Atalanta Primavera, Alberto GrassiCalciatore espulso per razzismo sconta la sua pena tra gli immigrati

in  sottofondo  
Francesco De Gregori - La leva calciStica della classe '68


 Su    http://www.dirittiglobali.it   foto  comprese , eccetto la  prima  scatata  con il  mio smartphone direttamente  da  repubblica  cartacea  .  trovo   questa  storia   presa  da  la Repubblica  5 aprile2014

Squalificato per aver detto “vu cumprà” a un avversario ghanese Il giovane centrocampista dell’Atalanta Primavera, Alberto Grassi, ha scelto di fare il volontario per dimezzare la punizione
PAOLO BERIZZI,

SORISOLE (BERGAMO) 
TRENTACINQUE giorni all’alba, e Franti sa che non può sgarrare. Dietro la lavagna della vita sta scoprendo che il centrocampo è popolato da «vu cumprà», però quelli veri. Senza tetto, giovani detenuti, drogati, malati di Aids e emarginati sbarcati a Lampedusa ai quali il reprobo adesso serve da mangiare e porta i vestiti che la gente imbuca nei cassonetti di raccolta. «Ho sbagliato, ma non sono razzista. Mai stato. Il compagno di squadra con cui mi trovo meglio è nero (Bangal, mozambichese, ndr) e mia madre ha tenuto a comunione una ragazza di colore. Che effetto mi fa stare qui? È una grande lezione umana, mi apre gli occhi e la testa», dice contrito mentre nel giorno delle presentazioni prende per mano Daniel che è rumeno e ha perso l’autosufficienza dopo aver tentato il suicidio in carcere inalando il gas di un fornelletto.
Franti è Alberto Grassi, 19 anni, bresciano di Lumezzane (la prima squadra di Balotelli professionista) anche se «ormai mi sento bergamasco dentro ». Centrocampista dell’Atalanta Primavera e dell’Italia Under19. Carriera in ascesa, con un prima e un dopo. Lo spartiacque è un insulto: «Alzati, vu cumprà!». È l’8 marzo: 44’ minuto del secondo tempo di Atalanta — Hellas Verona. Il destinatario dell’offesa è a terra e risponde al nome di Alimeyaw Salifù, ghanese, coetaneo di Grassi che è il mittente. Salifù non sente il garbato invito, l’arbitro sì. Risultato: Grassi espulso e mazzata del giudice sportivo. Dieci turni di squalifica per «insulto razzista». Passano pochi giorni e la punizione viene dimezzata (da 10 a 5 giornate). Grazie all’intervento di un sacerdote. È un prete di trincea, uno di quelli che, fuor di retorica, meritano la fama di «amici degli ultimi». Lui è don Fausto Resmini  (  sotto a destra  ) , cappellano del carcere di Bergamo e presidente del Patronato San Vincenzo. La comunità di don Resmini da vent’anni accoglie sulla collina di Sorisole, a 3 chilometri da Bergamo, disperati da ogni continente: soprattutto ragazzi.
Che c’entra il prete con Alberto Grassi? «Lo conosco da quando viveva alla Casa del Giovane (dove alloggiano i ragazzi delle squadre giovanili dell’Atalanta che vengono da fuori provincia, ndr). Quando lo squalificano gli scrivo una lettera e lo invito a venire da noi a svolgere un servizio socialmente utile», spiega Resmini (l’anno scorso il prete “rieducò” due giocatori degli Allievi che avevano postato su Fb un video blasfemo con al centro un crocifisso). Pronti. L’Atalanta, a cui la squalifica di Grassi era sembrata un’enormità ma che ha appena varato un nuovo codice etico, rinuncia a fare ricorso alla Corte di Giustizia Federale. Che dimezza la pena a Grassi perché il giocatore accetta di pagare dazio qui, nel girone degli ultimi. «È un’esperienza che mi servirà e che mi farà crescere — dice — . So che è una specie di castigo ma io non lo vivo così. Sono qui perché ho fatto un errore. Quel giorno ho detto una stupidata. Salifù mi ha insultato e io ho risposto in quel modo.


Non dovevo farlo». «Percorso rieducativo », lo chiamano. È il “dopo” di Alberto. Per De Amicis sarebbe Franti. Per don Fausto è un «ragazzo che non viene a sostituire qualcuno ma a liberarsi dal pregiudizio». La catarsi può iniziare. Sveglia alle 7.30: Grassi parte da Lumezzane, accompagnato dal padre. Alle 9 è in comunità. I suoi tutor si chiamano Roberto, Paolo e Fabio, sono tre educatori. Si comincia con la distribuzione del vestiario alle persone che vivono per strada e che vengono accolte nei container durante la
notte. Poi Alberto da’ la sveglia ai residenti. Sono i ragazzi che abitano e lavorano all’interno della struttura. Detenuti che scontano la condanna in regime alternativo, rifugiati, ex tossicodipendenti, malati, vittime di tratta. Coetanei scappati dall’orrore e la miseria di terre lontane. Come Tamer, 15 anni, egiziano: 5 mila euro agli scafisti per arrivare a Lampedusa, altri 300 euro per il treno e per conoscere l’indirizzo della Questura di Bergamo che lo manda qui. «Davanti alle storie di questi ragazzi capisci quanto sei privilegiato e quanto ancora hai da imparare dalla vita», dice Alberto. Che gliel’abbiano suggerito o sia farina sua, non importa. Conta di più leggere dentro i suoi occhi quando gli si fa incontro Daniel: il passo incerto, una tuta da meccanico, le parole che non escono. A 21 anni voleva farla finita col gas, si è salvato per miracolo ma adesso è come se avesse 2 anni. «Ha bisogno di assistenza continua, non puoi mollarlo un attimo», spiega don Fausto. Turnano accanto a lui i ragazzi della comunità, ora c’è anche Grassi. Arriva, lo saluta. «Ciao Daniel, come stai? Hai lavorato?», butta lì un po’ imbarazzato. È l’ora del girolaboratori: assemblaggio, serigrafia, rilegatoria. «I miei genitori mi hanno detto che ho sbagliato e che devo stare attento a quello che dico in campo. Io vivo per giocare a pallone, però qui dentro ti dimentichi di tutto, e ti fa solo bene». Famiglia umile, i Grassi di Lumezzane.
Lavoratori, gente onesta, quel figlio che a 16 anni è finito in Nazionale. «Esco sempre con l’amico di Balotelli, figuriamoci se sono razzista ». Per cinque settimane, dalle 9 alle 12, ogni martedì e mercoledì — i giorni in cui non si allena a Zingonia, il quartier generale dell’Atalanta — Alberto non solo sfamerà e vestirà i sans papiers che approdano a Sorisole. Andrà anche sul “campo”. Niente maglietta e pantaloncini. Il campo è la stazione della Autolinee. «Salgo sul camper della comunità e raggiungo quel posto che è la casa degli emarginati. Lì arriva gente disperata che chiede aiuto, cerco di rendermi utile come posso… ». Don Resmini fissa un concetto. «A Grassi chiedo di fare uno sforzo: stare in mezzo a queste persone e aprire lo sguardo. Capirà che cosa vuol dire essere “vu cumprà”… la fatica che si fa a vivere da straniero in Italia». La chiosa finale è un pezzo di contrappasso: il calciatore che si fece volontario. Dice Alberto: «Se prima avevo delle chance di esordire con la prima squadra (in serie A), adesso con questa storia me le sono giocate». Palla al centro. Chissà se finirà davvero così.



chi vivra'  vedrà 

16/03/14

Giappone, ecco il super tiro alla ''Holly e Benji''

http://it.wikipedia.org/wiki/Episodi_di_Holly_e_Benji






Kosuke Ota e Naohiro Ishikawa sono due calciatori del FC Tokyo molto appassionati di manga giapponesi. Amano leggere soprattutto “Capitan Tsubasa”, meglio noto in Italia con il nome di “Holly e Benji”. Il manga è famoso per i tiri strabilianti dei giocatori protagonisti, ma Kosuke e Naohiro non vogliono essere da meno. Decidono così di imitare il super tiro del loro fumetto preferito. Kosuke riceve un passaggio da Naohiro e lascia partire un esterno sinistro ad effetto che si infila sotto l’incrocio. Un tiro talmente preciso da essere considerato un fake da alcuni utenti su YouTube, dove ha già raccolto un milione e mezzo di click in tre giorni.

(a cura di Ivano Pasqualino)

  e per  rinfrescare la menoria    o  far  conoscere   alle nuove generazioni    tale  manga    eccone la sigla italiana

  e la  sigla  giapponese  


18/02/14

c'er a una volta il calcio vero . paletta cuore di roma il difensore partigiano : << il calcio oggi è un farwest >>

la storia  di Giacomo losi vedere sotto , mi ricorda   la  due canzoni canzoni  che  consiglio oggi  


Nato il 10 settembre 1935 a Soncino (Cremona), ha giocato con Cremonese (dal '52 al '54) e con la Roma (dal '54 al '69): in giallorosso 386 partite di campionato, due Coppe Italia e una Coppa delle Fiere vinte


di GIANNI MURA  da  repubblica del 17\2\2014
Giacomo Losi nel campo dei ricordi ha il numero 3, ma andrebbero bene anche il 2, il 5 e il 6. Tutti i ruoli della difesa li ha coperti, semmai c'è da chiedersi come riuscisse, lui alto 1.68, a marcare giganti come John Charles. Losi è nato a Soncino, in riva all'Oglio, un centro che dista una trentina di chilometri da Brescia, da Cremona e da Bergamo. Ed è catalogato tra i borghi più belli d'Italia, per la sua Rocca sforzesca e le mura che racchiudono il centro abitato.
"Una volta c'era l'acqua nel fossato intorno alle mura. Ma per noi bambini la festa era il fiume, anche se da
festeggiare c'era poco. La mia famiglia era povera, io e mio fratello dormivamo nello stesso camerone dei genitori. Mio padre Pietro lavorava in una cooperativa di facchini che riempivano e svuotavano i grandi silos. Mia madre Maria, era in filanda. E di quelle filandere toste, che andavano a discutere col padrone. Me la ricordo, nel primo dopoguerra, che si dava da fare a organizzare i comizi di Pajetta. Mio padre non ha mai voluto saperne della tessera del Fascio. Era di famiglia socialista. 
Così una notte del '43 sono venuti gli squadristi a prenderlo in piena notte. Stai tranquilla, hanno detto a mia madre, lo mandiamo a lavorare per la patria e sei fortunata, perché ti spedirà a casa dei bei soldini. Mai visti, ma il peggio è che per quasi due anni non abbiamo più saputo nulla di lui, dov'era, se era vivo, e un giorno torna che quasi non lo riconosciamo, magro come un chiodo, la barba lunga, era scappato e 
ha dovuto nascondersi. Era stato a scavare in un campo di lavoro in Cecoslovacchia, di fianco c'era un campo di concentramento. Non ha mai voluto parlare di quel periodo". Piccola pausa. Credo stia pensando a quel che ha visto e patito suo padre. Per allontanarlo dai brutti pensieri gli chiedo dello sport, di come ha cominciato. "Nel dopoguerra, e non era così semplice arrivarci. 


Mio padre aveva 8 fratelli: tre morti in guerra, anzi dispersi, uno morto appena tornato a casa, il nonno a Soncino sotto le bombe. La terza l'ho passata più nei rifugi che sui banchi. Ero un bambino vivace, con due miti: Coppi e il Grande Torino. I ritagli di allora su Coppi, Gazzetta e Calcio e Ciclismo Illustrato, li ho ancora tutti. Il viaggio di nozze, in 1100, l'avevo organizzato da coppiano. Andiamo in Francia, ho detto a mia moglie. Ma già a Grosseto la batteria fa i capricci, ci fermiamo in un alberghetto, ripartiamo il giorno dopo: Sanremo, Montecarlo, Nizza
, poi via verso l'interno: Grenoble, Briançon, l'Alpe d'Huez, l'Izoard, le montagne di Coppi. E sul Galibier ho capito lo spazio che c'è tra storia e leggenda. Quando Coppi è morto non potevo andare al funerale, ma con la bella stagione ho organizzato un viaggio in bici da Soncino al cimitero di Castellania. Sì, avevo la macchina, ma era un pellegrinaggio più che una gita e volevo andare in bicicletta, quella che sognavo da bambino e non ho mai avuto. 
Ho smesso in quinta elementare, c'era da dare una mano in casa, ero l'aiuto di un sarto, mi piaceva. I calzoncini della mia prima squadra, nata tra amici, li ho cuciti io. L'avevamo chiamata Virtus, ci sembrava un bel nome. Ma i giochi più pericolosi erano con le bombe. Nel '45 portavo bombe e nastri di mitragliatrice ai partigiani che sparavano giù della Rocca. I tedeschi si arrendevano e sul camion lasciavano di tutto, una pacchia per la gente: coperte, scarponi, ma io prendevo solo baionette e maschere antigas. Facevamo i fuochi d'artificio con la polvere da sparo, ma un giorno al fiume accade un dramma. La guerra era finita, ma gli ex partigiani usavano le bombe per pescare. In un'ansa era rimasta una bomba chiara, più grande. diversa dalle altre, e noi ragazzini a provocare: vediamo chi ha il coraggio di andarla a pescare. Io, anche se era un bel quattro metri sotto. La porto a riva e uno più grande, sui 15 anni, dice: lasciate fare a me, ci penso io. Eravamo in sette. Grande botto, schegge dappertutto, una mi trancia la falange di un pollice, vede? Passa il mugnaio col carretto e ci carica per andare all'ospedale. 
Ne manca uno, gli dico. Torniamo indietro, il ragazzo era già morto. Da quel giorno ho chiuso con le armi. Lo sport ha la faccia di don Giovanni, il prete dell'oratorio. Oltre a farci giocare a calcio con una palla di stracci, organizzava le Olimpiadi soncinesi. Salto in alto, in lungo, 100 metri e maratona, che poi era due
volte il giro delle mura, circa 5 km. E vincevo tutto io. Ah, e poi suonavo il clarinetto nella banda di Sonci-no, ci sono entrato sperando di avere la tromba. Verdi, Donizetti, Puccini, ma anche le serenate che allora usavano nei paesi. Fino ai 15 anni suonavo per un piatto di pane e salame e gli altri pomiciavano. Ho iniziato nella Soncinese, da attaccante: 17 gol in 12 partite. Poi alla Cremonese, in D e in C, sono diventato difensore. Poi mi ha preso la Roma. Buffo".

In che senso?
"Avevo provato con l'Inter, vincendo il torneo di Sanremo e realizzando il rigore decisivo, e col Bologna. Mai saputo chi e come mi abbia segnalato alla Roma. La Cremonese mi aveva pagato 500mila lire e mi rivendette per 8 milioni, un buon affare. A 19 anni mi ritrovo a Roma, un mondo da scoprire. Senza sapere che con la maglia giallorossa giocherò 386 partite di cui 299 da capitano. E che mi chiameranno Core de Roma, ma anche Palletta perché saltavo come se rimbalzassi. Oggi la chiamano forza esplosiva, allora un difensore non era valutato solo in centimetri. E io, come difensore, sui palloni alti non stavo incollato all'attaccante, anzi. Sui corner, mi piazzavo sul primo palo, importante era capire in anticipo dove sarebbe andato il pallone, e a quel punto saltavo con una breve rincorsa. Giocavo sulla palla, non sull'avversario. Sarà anche vero che oggi il calcio è più veloce e tecnico, ma mi sembra troppo esasperato e meno pulito, quasi più una recita che uno sport. Ma lo sa che ci sono ragazzini di 12 anni col procuratore? A quelli che alleno, al Nuova Valle Aurelia, insegno il rispetto delle regole. Che sono importanti. Io, per tanti anni capitano, all'arbitro mi rivolgevo dandogli del lei e con le mani sempre dietro la schiena. Oggi vedo cose da Far West, placcaggi, insulti, gestacci e cose così. Non va bene".

Ricordi in campo?
"Ghiggia marcato in allenamento. Gento all'esordio in Nazionale. Me la sono cavata bene, anche se abbiamo perso. Uno con cui non l'ho mai vista, Garrincha. Aveva una gamba più corta, veniva avanti ciondolando, come stesse per cadere, fintava da una parte e partiva dall'altra. Ho marcato Bobby Charlton quand'era ala sinistra, ho marcato Charles, Sivori, Altafini, uno dei più pericolosi, Jair, Corso, Virgili, Jeppson, Vinicio e tantissimi altri. Chi m'ha fatto più soffrire è Brighenti, con una gomitata all'arcata mi ha aperto uno squarcio, 12 punti di sutura, mai pensato che l'avesse fatto apposta. Giocavo sull'anticipo. Mai espulso e una sola ammonizione, all'ultima partita in A, a Verona. Loro avevano Bui e Traspedini, veloci e grintosi. Santarini, stopper, andava sempre avanti, spronato dal Mago, loro partivano in contropiede e io mi sono arrangiato. Al terzo intervento l'arbitro Motta di Monza mi ha detto: mi spiace, Losi, ma devo ammonirla. Ci sono rimasto male, ma era giusto così".

Lei con Helenio Herrera non legò molto.
"Credo fosse geloso della mia popolarità in città, anche se non la facevo pesare. Andavamo nei club dei tifosi e chiede-vano l'autografo prima a me che a lui. E sì che quand'era all'Inter mi voleva. Parlai con Allodi: Mino, quanto prendi a Roma? Glielo dissi. Ti diamo il triplo, disse lui. No, dissi io, queste cose non le faccio. Così presero Picchi. A Herrera non ho mai perdonato di aver fatto rientrare la squadra da Cagliari quando Taccola morì sul lettino dello spogliatoio. Io non c'ero, ero a Roma, e mi toccò andare a informare la famiglia di Giuliano. Forse a Herrera non faceva piacere che io rifiutassi la pillola quotidiana di Evoran, gliele procurava il massaggiatore Wanono in Francia. Mai presa, e dicevo ai compagni di starci attenti. Lui diceva che erano vitamine, ma noi cosa ne sapevamo?".

I momenti più neri, per lei?
"Quando l'allenatore Lorenzo organizzò la colletta tra i tifosi al Sistina, e io, il capitano, giravo con un secchio tra le file a raccogliere i soldi. Settecentomila lire in tutto. Le mandammo agli alluvionati. Brutto periodo, quello. Non ci volevano negli alberghi, non ci volevano nei ristoranti, società piena di debiti. Un altro brutto momento fu quando la Roma mi fece fuori mandandomi a casa un usciere con una busta: dentro c'era il mio cartellino e una breve lettera di ringraziamento, più formale che altro, in cui si diceva che avrebbero organizzato per me la partita d'addio. Cosa mai avvenuta".

I più belli?
"Uno dei più belli, certamente il più curioso visto con gli occhi di oggi: il 25 aprile del '61 a Bologna, Italia-Irlanda del Nord, 3-2 per noi, marco bene Mc Parland. Il giorno dopo a Roma c'è il ritorno della semifinale di Coppa delle Fiere con l'Hibernian, 2-2 all'andata. Prendo il treno e vado all'albergo dov'è in ritiro la squadra, per far sentire il tifo del capitano. Piove molto, avvantaggiati loro, Foni, l'allenatore, mi fa: cosa diresti se ti chiedessi di giocare stasera? Non me l'aspettavo. Se i compagni sono d'accordo, gioco, ho detto. Evviva, pacche sulle spalle: gioco. E sono utile, perché sul 3-3 a pochissimo dalla fine tolgo dalla linea di porta un loro tiro che avrebbe significato l'eliminazione. Così si va alla bella, 6-0 per noi e poi, col Birmingham, grazie a un immenso Cudicini 0-0 là e 2-0 qua: prima coppa europea nella storia della Roma. Tra le cose belle ci metto anche l'amicizia con Di Stefano, nata durante una tournée in Venezuela: Roma, Real, Porto e Vasco da Gama. Col Real eravamo nello stesso albergo, noi avevamo portato scorte alimentari dall'Italia e grattavamo il Parmigiano sulla pastasciutta. Lui s'avvicina al tavolo e chiede: cosa ci mettete sopra? Un nostro formaggio. Posso assaggiare? Ma è meraviglioso. Come posso averlo a Madrid? Mi dai il tuo indirizzo e te lo spedisco io. Così ho fatto e da lì siamo diventati amici, sono stato a casa sua, ho visto il monumento al pallone. Adesso le mostro una cosa". 

Fruga nel portafogli e ne estrae un ritaglio di giornale piegato con cura, una fotografia.
"Spagna-Italia vecchie glorie, capitani io e Di Stefano. Il più grande di tutti, fortuna che non ho mai dovuto marcarlo. Un altro bel ricordo è personale. Mio padre veniva ogni tanto a vedermi giocare, ma senza dirmelo. Un giorno me lo ritrovo vicino al nostro pullman, a San Siro. Sai Mino che hai imparato a giocare a calcio, adesso? Cazzo papà, ho 32 anni, ho pensato. Ma non l'ho detto. Ho preso quella frase come una medaglietta da appuntare al cuore".

concludo   sempre  in musica    con le note  in sottofondo di questa   toccante  canzone  della mia infanzia   di cui riporto  interamente  il testo   oltre  questo  stupendo video  di  NoteSplendentiDiLuna  di youtube



Mise il Cuore dentro alle scarpe e corse più veloce del vento..
Sole sul tetto dei palazzi in costruzione, 

Sole che batte sul campo di pallone

e terra e polvere che tira vento e poi magari piove

Nino cammina che sembra un uomo, 
con le scarpette di gomma dura, 
dodici anni e il cuore pieno di paura
Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore, 
non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore, 
un giocatore lo vedi dal coraggio, dall'altruismo
e dalla fantasia. 
E chissà quanti ne hai visti e quanti ne vedrai di giocatori tristi
che non hanno vinto mai 
ed hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro 
e adesso ridono dentro al bar, 
e sono innamorati da dieci anni 
con una donna che non hanno amato mai
Chissà quanti ne hai veduti, chissà quanti ne vedrai
Nino capì fin dal primo momento, 
l'allenatore sembrava contento 
e allora 
mise il cuore dentro alle scarpe 
e corse più veloce del vento. 
Prese un pallone che sembrava stregato, 
accanto al piede rimaneva incollato, 
entrò nell'area, tirò senza guardare 
ed il portiere lo fece passare
Ah Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore, 
non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore, 
un giocatore lo vedi dal Coraggio, dall'Altruismo e dalla Fantasia 
Il ragazzo si farà
anche se ha le spalle strette, 
quest altro anno giocherà con la maglia numero setteeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeEeeeee



02/09/13

CHI LO HA DETTO CHE BISOGNA TIFARE PER LA SQUADRA CHE TIFANO I GENITORI ?

Di  solito  , per  esperienza  personale  con amici\che milanisti ed  interisti  ,  avevo sempre  conosciuto  gente  che tifa   una determinata  squadra perchè la  si tifava  in famiglia . Ma  questa   storia   , conferma  anche il mio  percorso  calcistico da  ex  juventino ( tranne che   nelle coppe  europee )    dopo gli scudetti  vinti illecitamente    o presunti tali come  quello  del  1996\7  contro l'inter  ,  ho smesso di tifare fisso   per  una squadra   e  mi appassiono di calcio  in generale  .  Sono passato a : << (...)  Il tifo sportivo non hanno una logica, è irrazionalità pura, non mi sono mai chiesto né ho mai capito perché tifi Ducati e McLaren, è così e basta e non c'è verso che cambi idea. Ad esempio tifo Basket Napoli, una squadra che dopo paio di fallimenti non esiste più e da allora non c'è verso di farmi interessare ad un club di basket, guardo solo la nazionale.Il tifo sportivo non si sceglie, ti capita.( Biagio Scotto di Carlo  commento   all'articolo dell'HuffingtonPost


Mio figlio che tifa per il Cagliari

Pubblicato: 31/08/2013 18:45  DI 
Darwin Pastorin




Ho fatto il possibile, lo giuro. E anche l'impossibile. Da piccolino, lo mettevo davanti alla TV: a vedere la Juventus. Vinceva? "Visto, come siamo bravi?". Perdeva? "Visto come siamo generosi?". Gli parlavo del mio idolo Pietro Anastasi, che ad Arpino ricordava il ragazzo Rosario del mai finito romanzo "Le città del mondo" di Elio Vittorini, della fantasia di Sivori, Platini, Roberto Baggio e Del Piero, degli scudetti e delle coppe.
TIFOSI ROSSUBLU' IMMAGINE SIMBOLO  . DALL'UNIONE  SARDA  ONLINE 

Lui, mi accorgevo, non sorrideva mai. Fino a quando, avrà avuto quattro, cinque anni, mi annunciò, abbandonando lo stadio durante un match di campionato tra la Juve e il Verona: "Basta con questa Juventus! Io sono del Cagliari!". Fine delle trasmissioni, dell'abbonamento insieme per seguire i bianconeri... Santiago, così si chiama mio figlio, per il pescatore de "Il vecchio e il mare" di Hemingway e non per lo stadio Bernabeu di Madrid, aveva deciso di scegliere la parte materna, i nonni sardi della Barbagia. "E non ti offendere, papà, mi piace ltua par-brasio mi sento sardo. Viva Casteddu e viva su Casteddu!
Così, andiamo allo stadio una sola volta a stagione. Per Juventus-Cagliari. Dove lui, in piena tribuna juventina, si presenta con sciarpa e maglietta rossoblù. Due anni fa, dopo una rete di Vucinic a inizio incontro, gli dissi: "Figliolo, al tre a zero torniamo a casina...". Mi rispose: "Non è finita, non fare il presuntuoso bianconero...". Si alzò il presidente Cellino, vide mio figlio e lo aabbracciò e accarezzò, manco fosse Sant'Elia. Alla fine, su Casteddu pareggiò, con Cossu. Santiago esultò, urlando: "Questa si chiama giustizia!".
Mio figlio, oggi quindicenne, è mancino. Gigi Riva, al telefono, mancino per eccellenza, gli disse: "Santiago, ricordati: storti sono gli altri non noi!".
È irrecuperabile. Anche perché, come ricorda spesso Eduardo Galeano, "una persona nella sua vita può cambiare moglie, idea politica, religione, persino il sesso, ma non la squadra del cuore" (Emilio Fede a parte, ovviamente). E il poeta Giovanni Raboni insegnò: "Si è tifosi della propria squadra perché si è tifosi della propria vita, di se stessi, di quello che si è stati, di quello che si spera di continuare a essere. È un segno, un segno che ognuno riceve una volta per sempre, una sorta di investitura che ti accompagna per tutta la vita, un simbolo forte che si radica dentro di te, insieme con la tua innocenza, tra fantasia, sogno e gioco".

 )

24/02/13

anche le suore giocano a calcio il caso di Suor Maradona a Castellammare di Stabia presso l'Acqua della Madonna

 Cazzeggiando in rete  in particolare  su  youtube trovo questo video  di  http://www.youtube.com/user/fra1585 e messo qui tramite donwloadhelper
video

 

Avviene a Castellammare di Stabia, terra di campioni dello sport, che tutti ma proprio tutti si cimentino col pallone! E così, può capitare di vedere all'opera una suora che stoppa palleggia e tira bordate verso una porta dipinta sul muro del convento, dove un bimbetto inerme tenta la parata.. Suor Maradona si allena a Via Benedetto Brin nella piazza che ospita le cannelle dalle quali sgorga l'Acqua della Madonna e qualcuno parla già di miracolo.....

07/01/13

cori razzisti in serie A indignazione ma nessun fatto concreto come Milan-pro patria

Come volevasi dimostrare  il dubbio  espresso nel post precedente  riguardo  all'abbandono   dell'abbandono  dei giocatori    del milan e  della pro  patria  durante  l'incontro  , trova  conferma  da questo  fatto    e dalla mancanza  di proteste  e   solo  una  normale  indignazione .  Ma  perchjè  c... non passano  all'azione   invece  di  bla  ....  bla...   . Tutti a parole   lo condannano ma   quelli che  contano  sono  i fatti

unione  sarsda  Domenica 06 gennaio 2013 07:09

Pinilla condanna i cori contro il rossoblù
Anche Boateng solidale con Ibarbo

Pinilla condanna i cori contro il rossoblù Anche Boateng solidale con IbarboIL TWEET DI MAURICIO PINILLA
Ieri la punta rossoblù si era scagliata contro il pubblico via Twitter: "Non imparate niente...!!!". Poi sulla sconfitta decisa da un rigore inesistente commenta: "Ora basta c..." Oggi, anche il milanista ha solidarizzato con il giocatore del Cagliari.Il caso Boateng era destinato a far discutere, questo si sapeva. Certo non era prevedibile che cori razzisti si sarebbero sentiti già da stasera, allo stadio Olimpico nel corso di Lazio-Cagliari. Il rossoblù Mauricio Pinilla lo fa notare su Twitter. "Cori razzisti contro Ibarbo all'Olimpico...Non imparate niente...!!!" Poi l'attaccante retwitta un post di Skysport: "Buu razzisti nei confronti di Ibarbo, a breve un comunicato dello stadio. In caso non cessino probabile stop".
SULLA GARA ALL'OLIMPICO - Sono trascorsi pochi minuti dalla fine della sfida con la Lazio e Pinilla non ci pensa due volte a postare su Twitter poche parole: "BASTAAAAA C...."
OGGI ANCHE BOATENG su Twitter - "E' triste sentire questi cori razzisti due giorni dopo che noi abbiamo lasciato il campo dopo aver ricevuto simili insulti. Molto triste!!!". Con questo messaggio su Twitter il milanista Kevin Prince Boateng ha commentato gli ululati contro il colombiano del Cagliari Victor Ibarbo ieri nella partita con la Lazio.

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