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05/06/16

misteri e sprechi .tour suoi luoghi dell'altra storia della repubblica italiana 1 puntata

in sottofondo     Aida  di  Rino Gaetano  
“Aida” è l’Italia. In questa canzone, difficile e splendida, Rino Gaetano ha saputo tracciare con il suo stile inimitabile e affidato alla simbologia, un affresco di tutta l’Italia contemporanea, dal fascismo alla guerra, dal dopoguerra agli scandali e alle difficoltà enormi degli anni ’70. peggiorate   fino a diventare  putride  ( vedere le  canzoni a cuyi  accenno nel post   ) con una ventata  d'aria fresca nel  1992\1994 per  poi   ricadere  nel  baratro   che  continua  anche  oggi


Ma  adesso  dopo questa nota introduttiva    veniamo al post  vero e  proprio


A mente fredda ecco una mia considerazione sulla festa del 2 giugno   di cui quest'anno ricorrono  i  70  anni 

da  facebook


















Non ho ancora capito il nesso tra Il 2 Giugno Festa della Repubblica e la Parata Militare, visto che la festa delle forze armate mi risulta sia il 4 novembre. Boh...qualcuno /qualcuna grs miei contatti fra coloro che seguono i miei aggiornamenti ed è amante /simpatizzante delle forze armate o membro stesso me lo saprebbe spiegare

 Una  festa   questa  ormai celebrata passivamente con nostalgia dale vecchie generazioni ( ridateci el puzzone , si stava meglio quando si stava peggio , erano corrotti ed intrallazzoni ma almeno avevano cultura e dignità , ecc ) dalle vecchie e da chi è cresciuto ( è il caso della mia ) con quei valori trasmessili , passivamente ed acriticamente ciioè in automatico ( tanto è fresta si fa vacanza , ecc ) dalle nuove gerazioni in particolare le ultime 3 .
Ed  proprio per  celebrare    i  70  anni in,  già ormai  passati  sotto silenzio  e  passati in secondo piano  da  altre  news    , ho deciso di  fare  un tour ( solo virtuale  non avendo  possibilità  di tempo e  di € )    sui  luoghi e  sui fatti  alternativi  rispetto  alla  retorica  celebrativa  ed  a senso unico  (  cioè quando   capita  che  si celebrino  un detterminato  numero  d'anni   esempio l'anno prossimo  saranno  70   anni   , costituirà  la  2  puntata  ,  della  strage  portella  delle  ginestre  )    ufficiale   su  fatti ed  ombre  \  i cosidetti scheletri  nell'armadio (  vedere   Quarant'Anni ~ Modena City Ramblers 60 anni -Talco )  . Una srie  di  Luoghi e  di fatti   alternativi che   con le  loro  ombre   sono  ormai entrati   anche  se  dalla porta  di servizio , costituendone la base nel bene e nel male    ,  della nostra   storia  nazionale  e  repubblicana


da   me  scattata a  Genova  nei vicoli   (  zona  san  donato   )   sotto  palazzo  ducale 
 Inizio  questa prima puntata   con due  fatti   Morte di Benito Mussolini  e  scempio   dei corpi   da parte dela  folla  in piazzale loreto  (  comprensibile certo  per   ciò che la dittatura  fascista  ha  arreccato  all'italia   ma nonn giustificabile )  . 
Lo che  : 1)  non ho testimonianze dirette  essendo del '76  ma  solo contrapposizione culturali \ e politiche  in famiglia ( mio nonno   e mio prozio fascista   e  mio padre  e mio zio  sinistra  extraparlamentare   marxista  )  ., e  dalla  conseguente lettura  e  sfogliatura di  libri fascisti e  comusti ,  libertari    di  ambo le  pareti    2)  che  sono   contestualemnte diversi  anche se  conseguenziali    dalal nascista dela repubblica  ma  eticamente  collegabili in quanto  c'è  :   come  tute  le rivoluzioni o guerre  civili   "  riciclo"  dei fascisti   nelle istiruzioni repubblicane  .,   continuità  fra  il fascismo specie   quello   della  Rsi   ( repubblica sociale  )  con la repubblica  . 
Oltre  all'ottimo  e  molto esauriente  da questo ottima pagina di wikipedia sulla moerte di Mussolini e   i fatti di piazzale loreto a Milano ( foto  sotto ieri  ed  oggi  ) 

da  www.ildiscrimine.com

da  cinema 900
www.giusepperausa.it

La zona in questione (l'imbocco di viale Monza e di via Padova) risulta oggi (2014) sostanzialmente immutata dopo i radicali cambiamenti

con un ottima  bibliografia    anche documentale   li  due  fatti   cointroversi  specie il primo  possomo essere    sintetizzati dal poeta Ezra Pound, sostenitore del fascismo, in una sua lirica:

« L'enorme tragedia del sogno sulle spalle curve del/ contadino/ Manes! Manes fu conciato e impagliato / Così Ben e la Clara a Milano / per i calcagni a Milano / Che i vermi mangiassero il torello morto »
                     (Cantos, LXXIV, sez. Canti pisani)
 non so che ltro dirvi   se  non rimandarvi  alla  seconda  puntata  . cioè la  strage  di Portella delle  qui trova  quello  che cerca
da  wikipedia 
Ginestre   ho saltato deliberatamente   il processo che porto'  ad indirre  il referendum  e  alla  lotta successiva    (  brogli   si  brogli no  ,  valido  non valido ) fra monarchici e anti monarchici  perchè  se  n'è parlato abbastanza  negli speciali   , andate  a cercarveli  ,  sui  giornali ed  in tv  .  Comunque per  chi volesse  approffondie  e  colmnare  un buco

15/08/15

Due poeti libertari CANTICO DEI FOLLETTI DI VETROFabrizio De André e l'amico e poeta Riccardo Mannerini

le  recenti vicende  dei morti per  droga  e per  lo sballo  (  senza  droghe  )   mi hanno fatto ricpordare  questo  post  dell'amico  matteo tassinari  

http://alice331.blogspot.it/2015/08/due-poeti-libertari.html
Fabrizio De André e l'amico e poeta Riccardo Mannerini


Tutti      moriremo


soli    e a stento

Era il  1968, un anno come tanti, quando uscì Tutti morimmo a stento mente, un Lp che spinse De André a mettere benzina nelle sue virtù artistiche. In un'intervista, Fabrizio disse a proposito di TUTTI MORIMMO A STENTO: "In effetti, a ripensare le canzoni sono tutte belle. Forse è solo il predicozzo finale, il recitativo, che oggi mi dà fastidio". E' inutile. De André non riusciva a combinare qualcosa di perfetto anche quando lo era.
E' però entusiasta

dell'album invece, il discografico di De André, Antonio Casetta, che probabilmente ebbe l'idea di realizzarne una versione in inglese. Non si sa chi effettuò le traduzioni, ma tant'è. De André "riincise" tutto l'album in inglese (si presume riutilizzando le basi musicali). Il disco però non uscì mai sul mercato, e se ne perse traccia. Un piccolo estratto, circa 30 secondi, venne trasmesso in una trasmissione di Rai2 che parlava di rarità.
Nel settembre del 2007
un collezionista mostrò un album, trovato negli USA, con la copertina completamente diversa da quella italiana a dimostrazione che Casetta era arrivato a produrre almeno un vinile. I titoli delle canzoni erano stati tradotti. Per quanto si può valutare ad un ascolto parziale, l'inglese sfoggiato da De André non è gran ché fluido e la resa è lontana, per esempio, dal saggio di bravura della versione spagnola di Smisurata preghiera. Ma il disco si fa ascoltare e la voce calda di Fabrizio mantiene intatta la sua bellezza.
L'apice amicale
Perché l'avventura americana non sia andata a buon fine, questo ancora oggi non s’è capito bene. Un mistero. Più chiaro, invece, è l'episodio dell'uscita o pubblicazione di "Senza orario senza bandiera" fu un successo straordinario, un successo per tutti, anche per Riccardo Mannerini che poté così vivere il periodo più felice della sua tormentata vita artistica e privata. La celeberrima “Cantico dei drogati”, da considerarsi l’apice del sodalizio amicale e artistico di Frabrizio e Riccardo e che sarebbe stata inserita in Tutti morimmo a stento, concept album registrato nell’agosto del 1968 e pubblicato l’anno successivo. Lp che provocò a De André un risentimento forte e pentimenti per alcune parole che non avrebbe scritto..
Il Frigorista

Mentre faceva il frigorista su una nave da carico, un incidente lo rese praticamente cieco. Ciò nonostante continuò a scrivere poesie, come aveva sempre fatto. Ebbe una moglie, Rita Serrando, che gli restò accanto per tutta la vita e un figlio, Ugo. Morì nella primavera del 1980. Mannerini era anche un grande giocatore di scacchi, e s'iscriveva ai concorsi per parteciparvi, diceva Mannerini: "Gli scacchi sono come le donne, non sai mai che mossa faranno". Fra i due nacque una sincera un'amicizia che durò più di 20 anni, sapendo come sia stato lasciato solo alla fine della sua vita. 
Mannerini e De André erano uniti da profonda amicizia, tanto da condividere un monolocale soppalcato in salita Sant'Agostino dove passare i pomeriggi e le notti dell'angiporto genovese, a fianco di via Prè. Si erano conosciuti in casa di amici comuni e il loro sodalizio portò alla musica capolavori indimenticabili come il Cantico dei drogati, appunto, e Senza orario senza bandiera, primo album dei New Trolls. Fu lui - attivista della Federazione anarchica genovese, come tale noto anche alla polizia ad approfondire in De André il sentimento anarchico. Fu seguito dai Servizi per 20 anni senza tirar fuori nulla. Avranno la soddisfazione di aver visto molti concerti del Faber.
L'osceno gioco
Cantico dei drogati, derivata da versi di Mannerini in virtù di una rivisitazione poetica quale solo il miglior Faber più puro e idealista sapeva produrre. Un autentico capolavoro che dopo oltre quarant'anni conserva ancora intatta tutta la sua valenza, originalità e potenza espressiva. Ecco alcuni passaggi della poesia Eroina dai quali Fabrizio ha chiaramente tratto spunto dalle poesie di Mannerini. "Grazie all'alcool la fantasia viaggiava sbrigliatissima", dice De Andre' e, assieme al suo amico anarchico, poeta, marinaio, viene nelle nostre menti a parlarci dei Folletti di Vetro, di un "Osceno Gioco" e, già, di una madre al quale non si sa come confessare la propria paura.
Riccardo
Mannerini
quante volte devono essersi detti che quest'uomo portava il mio stesso nome. Marinai per destino o per forza. Riccardo che ormai non vedeva più che folletti, dato che la luce nei suoi occhi s'andava spegnendo sempre di più. Gli occhi regalati ai padroni, i suoi occhi per loro. Nessuno glieli ridiede, neanche come i fiori restituiti in novembre. Mannerini, era decisamente una delle figure più importanti e formative, della sua vita. In questo senso si nota la ricerca di una figura paterna a cui era molto, forse troppo, attaccato a suo padre, prima Bindi, poi Brassens, poi ancora Mannerini.
Il "Perfettore"

Si, De André era il “perfettore” ossia colui che rende speciale e magnifica una cosa già bella di sua. Il manifesto pubblicitario del libro di poesie di Riccardo Mannerini pubblicato nel 2009 recitava: "Come potrò dire / a mia madre / che ho paura? ... Ho licenziato / Iddio / e buttato via una donna/ Sono sospeso a un filo / che non esiste / e vivo la mia morte / come un anticipo tremendo. Solo quando / scadrà l'affitto / di questo corpo idiota / avrò un premio. / Sarò citato / di monito a coloro / che credono sia divertente / giocare a palla / col proprio cervello". Mannerini, era uno che ci teneva alle sue idee, e non voleva sporcarle con la realtà,
La droga
di cui vivevano
Riccardo e Fabrizio era l'alcol. Nelle parole di De André: "La mia droga è stata l'alcol, io ero proprio marcio fino al 1985. Bevevo due bottiglie di whisky al giorno, e questo praticamente da quando avevo diciotto anni, da quando ero andato via di casa. Ne sono uscito perché mio padre, con il quale avevo ricostruito un ottimo rapporto, sul letto di morte mi chiamò e mi disse: “Promettimi una cosa e io: Quello che vuoi papà.Smetti di bere. E Faber esplose in un: ma porca di una vacca maiala, ma proprio questo mi devi chiedere?” Io, praticamente, avevo un bicchiere in mano. Ma ho promesso. E ho smesso. 

Scrivere il Cantico dei drogati,
che aveva una tale dipendenza dall'alcol, ebbe un valore liberatorio, catartico. Però il testo non lo spaventava, anzi ne era compiaciuto. E' una reazione frequente, tra i drogati quella di compiacersi del fatto di drogarsi. E’ normale fra drogati o alcolizzati compiacersi di bere o eroina. I personaggi della canzone che inizialmente doveva intitolarsi Cantico dei folletti di vetro (il vetro delle bottiglie dei superalcolici), sono i drogati rappresentati dall'interno.

Un viaggio nella
mente di chi ha "il vuoto nell'anima e nel cuore", non riesce che a blaterare suoni incomprensibili e vive in un mondo popolato di fantasmi ("non vedo più che folletti di vetro").
La speranza in un futuro migliore se n'è andata ("chi mi riparlerà di domani luminosi / dove i muti canteranno e taceranno i noiosi"), "i mediocri continueranno ad avere ragione, i semplici staranno zitti". Si recrimina sul mondo (le "grandi pattumiere") e su chi ci ha messo al mondo, un misto di scabrosi esseri, privi di poesia. 

25/05/14

tempus fuggit di Romina fiore

 Evidentemente  la  mia  utente   facebookiana  , autrice del post  sotto riportato , ha  oltre  un ottimo spirito  d'osservazione per  ciò  che la  circonda  ( l'essere  attenti per essere  padroni di  sè stessi  )  . Ma  soprattutto    ha  colto il significato  di questa  canzone 



Ma  ora  basta  con i  giri  di parole  ed ecco il suo  post  


Poco fa, rientrando a casa, ho visto un ammasso di bimbetti sparsi per strada. Saranno stati almeno una ventina, alcuni con le bici, altri con lo skateboard, altri ancora col pallone e quelli senza giochi seduti sul bordo del marciapiede a chiacchierare, ridevano a crepapelle.
Avevano magliette luride e mani nere di polvere, potevo immaginare anche a distanza la loro puzza... mi è sembrato perfino di avvertirla.
Quel gruppo è stata un'immagine di rara bellezza ed ho sentito un moto di autentica felicità per loro. Ho pensato, forse superficialmente, che saranno adulti sereni perchè la strada è una grande maestra di vita. In barba a quei genitori che fanno rimbalzare i poveri figli tra lezioni di pianoforte, informatica, catechismo, inglese e che hanno la fretta di insegnare tutto ed il terrore di perdere tempo.
Dimenticando, invece, che è proprio nel tempo perso che si diventa grandi!
Quel gruppo è stata un'immagine di rara bellezza ed ho sentito un moto di autentica felicità per loro. Ho pensato, forse superficialmente, che saranno adulti sereni perchè la strada è una grande maestra di vita. In barba a quei genitori che fanno rimbalzare i poveri figli tra lezioni di pianoforte, informatica, catechismo, inglese e che hanno la fretta di insegnare tutto ed il terrore di perdere tempo.Dimenticando, invece, che è proprio nel tempo perso che si diventa grandi!

27/11/13

chi lo ha detto che per viaggiare con la mente e nel passato servano droghe , alcool , quando basta anche un foto .il caso Pietro Basoccu e i suoi nove progetti per immagini

  in sottofondo la  canzone  Cara  democrazia - Ivano  fossati  ed in particolare  questi versi
(...)
Siamo i ragazzi del coro
Le casalinghe sempre d'accordo
E la classe operaia
Nemmeno me la ricordo
Democrazie pubblicitarie
Democrazie allo stadio
Democrazie quotate in borsa
Fantademocrazie
Libertà autoritarie
Libertà ugualitarie
Democrazie del lavoro
Democrazie del ricordo e della dignità

il  resto  del testo   qui

ma anche  quest'altra  , CSI - In Viaggio (Live @ Acoustica Videomusic)

dall'unione del 26\11\2013 pagina cultura

Viaggi nel tempo sospeso di un fotografo sociale

Un santino elettorale e l'immaginetta di un Cristo in Croce tra le macerie di un sogno industriale infranto. Dalle ceneri della Cartiera di Arbatax a un progetto che «racconta la scomparsa di realtà industriali e occupazionali che hanno cambiato la Sardegna e l'Italia dal punto di vista paesaggistico, antropologico, economico e sociale». L'obiettivo di Pietro Basoccu è quello di un fotografo sociale. Nato a Villagrande, medico pediatra con studio a Lanusei, ha creato nove progetti-racconti fotografici, rigorosamente in bianco e nero («il colore disturba», parola d'artista) per «descrivere le dinamiche sociali nelle loro molteplici angolazioni», spiega l'artista.
Così sono nati degli album di grande valore introspettivo. Da Familias a Madri e figlie, sublimate nell'unicità di un rapporto speciale, Uno sguardo dentro la realtà del carcere, Minorantias, intese come storie di sport minori (« sa murra, sa strumpa, il biliardo, la mountain bike»), Uguali, il diritto di essere diversi, che narra la vita in una casa famiglia. Eppoi l'universo scuola attraverso Voglia di crescere e Desaparecidos, ovvero la dispersione scolastica come perdita di futuro. La fotografia sociale di Baosccu certifica anche il Tempo sospeso «tra passato e presente, tra sogno e realtà» e Sacrifici, nella fattispecie quelli dell'animale resi attraverso «la sacra gestualità dei nostri padri».
 

10/09/13

© IL MONDO IN UNA STANZA di Daniela Tuscano




Com'è il penultimo giorno di vacanza? Di solito, inutile. E triste. I ragazzi vagano per la città in ordine sparso, sul viso un'espressione un po' così, anche le risate si fanno sommesse, spaginate. È un giorno che se ne va, fin dall'inizio. Resta la grande incognita del rientro, che cancella ogni illusione ma prepara, anche, a nuove avventure. Dove la vita pare più solida.
Nelle aule di oggi non c'è più il mappamondo, quella sfera multicolore, con luce incorporata, che racchiudeva in poco spazio l'intero pianeta. Si dice spesso che la Terra è diventata piccola, tanto piccola che non si trova più un posto, sulla cattedra, per quel globo variopinto, dove Stati e continenti si rincorrevano come instancabili formiche. Eppure, grazie al globo, era lo sguardo, tra fantasioso e incantato, a dilatarsi: l'Italia appariva microscopica se paragonata all'Africa maestosa, dilagata, come un'immensa Furia. Incombente e prossima. Più in là quello che si chiamava l'Oriente misterioso, e che per i più grandi di noi era ancora Mompracem. Il Medio Oriente non lo si capiva bene. Sfuggiva, oggi come ieri. La Mezzaluna fertile, la terra di Gesù. Anche in tal caso però evocazioni mitiche cavalcavano i nostri sogni.
Era un mondo lontano e piccolino ma ognuno sapeva perfettamente dove si trovavano l'Austria e l'Oceania, l'Antartide e il Messico, la Terra del Fuoco e l'Afghanistan. Il mondo era un libro, ma ricco d'incanti e di pozioni, dolce da scoprire. Il mappamondo rappresentava la nostra fiducia nell'altro, la nostra ansia di futuro.
Stamane ho trovato il globo nell'aula di religione, nel corso delle riunioni per materia che precedono l'inizio dell'anno scolastico. Aspettava paziente come un vecchio amico. Pareva incoraggiarmi ad affrontare le prossime fatiche, e gli anni che inesorabilmente avanzano, con rinverdito stupore, da vecchia fanciulla.

© Daniela Tuscano

07/07/13

L'aereo Usa e quel nome di donna dal lago di Bolsena riemerge una storia del 1944



Da Bolsena recuperato un velivolo dei tempi della seconda guerra mondiale. La storia ricostruita grazie al nome della moglie del mitragliere sulla carlingadi MARCO PATUCCHIImmaginiROMA - Dalle acque fredde e torbide non è riemerso solo quel frammento di aereo. Dopo un oblio lungo quasi settant'anni, il lago di Bolsena ha restituito la storia di una missione di guerra e le vicende umane che hanno segnato l'esistenza degli uomini a bordo del bombardiere americano B-17 n°41-24364. E tutto grazie ad un nome di donna dipinto sulla torretta del mitragliere: Ileen Lois.
Il relitto è stato scoperto a 90 metri di profondità dalla Scuola Sub di Bolsena, guidata da Egidio Severi e Massimiliano Bellacima, che poi ha effettuato il recupero della torretta ventrale (sperry ball turret) insieme al Nucleo Sommozzatori dei Vigili del Fuoco di Viterbo e con l'assistenza del perito balistico Martino Farneti.
Una volta riportato in superficie il dispositivo della Fortezza Volante (poteva roteare a 360 gradi ed era armato da due mitragliatrici Browning 50), il ricercatore Mario Di Sorte ha avviato l'indagine che, prendendo le mosse appunto dal nome di donna dipinto sulla torretta, ha consentito di ricostruire la vicenda attraverso testimonianze e documenti recuperati negli Archivi Storici Americani, in quelli della US Air Force, in quelli delle Royal Air Forces e nell'Archivio Centrale Militare Tedesco.



Ileen Lois era la moglie (  foto  sotto   a destra  )
il nome della donna dipinto sulla torretta ha consentito di

 ricostruire  la vicenda dell'aereo e del suo equipaggio 
del mitragliere Ralph W. Truesdale che componeva, insieme ad altri nove uomini, l'equipaggio del bombardiere. Il B-17, al comando del tenente W. I. Pedersen, faceva parte della 429ma Squadriglia di base ad Amendola (Foggia): la mattina del 15 gennaio 1944 dall'aeroporto pugliese decollarono 38 aerei divisi in due ondate; l'obiettivo era Certaldo, a sud di Firenze, dove le Fortezze Volanti dovevano bombardare il ponte della ferrovia e un'area di smistamento di armi e mezzi tedeschi. 
Una turbolenza in aria chiara incontrata sul basso Adriatico costringe la formazione ad una correzione di rotta verso la terraferma. Sopra Perugia i B-17 incontrano la barriera di fuoco della contraerea e il velivolo di Pedersen, che faceva parte della seconda ondata, alle 12,45 viene colpito al motore numero quattro e al numero tre. Il motore numero uno viene spento per equilibrare la spinta e, sorvolando il Lago Trasimeno, l'equipaggio decide di sganciare sei bombe GP da mille libbre per alleggerire l'aereo. Il tentativo è quello di virare e rientrare alla base, ma più o meno sopra Siena la perdita di quota sembra ormai inarrestabile: il comandante Pedersen ordina all'equipaggio di lanciarsi con il paracadute e inserisce il pilota automatico che porterà l'enorme quadrimotore ad inabissarsi nel Lago di Bolsena. 
Dopo un oblio lungo quasi settant'anni, il lago di Bolsena ha restituito la storia di una missione di guerra e le vicende umane che hanno segnato l'esistenza degli uomini a bordo del bombardiere americano B-17 n°41-24364. E tutto grazie ad un nome di donna dipinto sulla torretta del mitragliere: Ileen Lois. In questa galleria le operazioni di recupero del relitto 


Dei dieci uomini dell'equipaggio, una volta a terra cinque vengono fatti prigionieri dai tedeschi (lo stesso Pedersen; il navigatore, tenente K. J. Buol; il bombardiere, tenente K. D. Shawaker; il mitragliere centrale, sergente A. P. Brodniak e il mitragliere di coda, sergente Horace M. Mahabirsing) e torneranno in patria solo a guerra conclusa. Gli altri cinque (oltre al mitragliere Truesdale, il copilota, tenente J. B. Townsend; il tecnico di bordo, sergente Bernard L. Scalisi; il mitragliere centrale, sergente C. Ringler; l'operatore radio, sergente John Sergakis) riescono ad evitare la cattura e separatamente, dopo essere stati aiutati dalla gente italiana, raggiungono nei mesi successivi la base di Amendola.

Il mitragliere Truesdale tornerà in Florida il 23 giugno 1944 e potrà abbracciare, oltre alla moglie Ileen Lois, il piccolo Ralph nato mentre lui era in guerra. Più rocambolesca la fuga del sergente Scalisi che, grazie alle origini italiane e alla minima conoscenza della lingua locale, fuggirà attraverso casolari abbandonati, boschi e piccoli paesi, raggiungerà Roma dove si nasconderà nel Vaticano fino alla liberazione della città.

Storie di ordinaria quotidianità negli anni tumultuosi della guerra. Storie di uomini comuni che hanno combattuto per la libertà di tutti noi.

03/06/13

Il trenino verde e il sogno arrugginito



da lanuovasardegna online del 3\6\2013  di Giovanni Bua  

           Il trenino verde e il sogno arrugginito



Sembra figlio di nessuno il trenino verde. 

Come sottolineato in un’inchiesta delle scorse settimane del nostro giornale, firmata da Sandro Macciotta: «L’Arst lo gestisce tra enormi difficoltà ma non lo promuove. L’assessorato al Turismo, che di questo “attrattore” di viaggiatori e curiosi dovrebbe essere il massimo valorizzatore, si piega invece alle resistenze di un sistema Regione a compartimenti con scarsa capacità di interagire tra assessorati, enti e comunità locali. E così il Trenino verde langue. Mancano vagoni, locomotive e automotrici. E anche le linee hanno bisogno di controlli e urgenti lavori». Un dato su tutti: l’anno scorso sulla Mandas-Arbatax ci sono stati tre deragliamenti senza conseguenze per le persone, ma il problema sicurezza inizia a essere una priorità. E così il parco storico di locomotive a vapore e carrozze Bauchiero (tutte legni e ottone) dei primi del Novecento arrugginisce fermo in gran parte nei depositi, insieme al gran sogno che questo trenino sembrava rappresentare. Non sono passati nemmeno 20 anni infatti da quella domenica di aprile del 1994, quando la vecchia Reggiana 400 aveva ripreso, dopo 100 anni, a sbuffare nelle salite tra il Sarcidano e la Barbagia. Nella “strana ferrovia” che D.H Lawrence aveva descritto nel suo Mare e Sardegna: «Si sfreccia con noncuranza – scrisse l’autore dell’amante di lady Chatterly – su per colline e giù per valli attorno a curve improvvise». La stessa che “la tigre d’Ogliastra” Samuele Stocchino assalì con la sua banda, in perfetto stile indiani e cow boy, almeno tre volte nel 1917, con il nostrano Jasse James che attendeva nei pressi di Arbatax l’arrivo dello scalcinato convoglio, ampiamente annunciato da alti e nerissimi sbuffi.
Un percorso tutto cuore e memoria, fuliggine e speranza. In cui l’Esit, guidato allora da un giovane e rampante Luigi Crisponi, attuale assessore regionale al Turismo, investì tantissimo, per dare nuova vita al turismo delle fiere e superbe bellezze del nostro interno. Un grande progetto, che oggi arrugginisce, insieme a Elsa e Wally, alla Goito (locomotore del 1893) e ai vagoni Breda e Bauchiero. Vittime di un sistema che non riesce a valorizzare quello che già c’è. E men che mai a sognare.
Infatti   ciò viene confermnato dalla    toccante   testimonianza \ commento  Gianni Dessì  rilasciata   20 maggio 2013 alle 18:18
  1. ho trascorso i miglioti anni della mia carriera di macchinista a sassari alla condotta di Elsa e Wally dal giorno della riesumazione dal vecchio deposito di Sorso all’ultimo viaggio rientrando da una gita da Palau.
    Allora ero fiero di essere un ferroviere, fiero di rientrare nero e sporco di carbole perchè ti gratificavano i complimenti dei viaggiatori che felici all’arrivo in stazione scendevano dalle carrozze e si avvicinavano alla locomotiva per salutarci con un caloroso arrivederci hanno distrutto un sogno !
    Abbiamo fatto gite di ogni genere, SPOT pubblicitari ,ma sopratutto diverse edizioni del TELETHON, e la migliore in assoluto è stata quella con il supporto di Andrea PARODI Cecilia CONCAS e Giuseppe MASIA che da Palau a SS adogni fermata si esibivano mentre gli abitanti del posto versavano al funzionario della BNL un contributo per la ricerca sulla distrofia.
    Son cose che mi rimarranno sempre nel cuore, nello stesso cuore che oggi si ratrista nel vederle tutti i giorni in questo piazzale sporche arrugginite e cannibalizzate.

01/05/13

il caso tortora 30 anni dopo una ferita ancora aperta


Ricordavo   anche se  troppo  piccolo ,avevo 7 anni ,  il programma e il su pappagallo --- foto al lato presa  dal 2  video   , vedere sotto l'url ---   che fu un ingiustizia   . ma  non di queste  proporzioni .
non so  che  altro dire  se non lasciarvi all'articolo  di repubblica  online  se  non  erro  


QUALSIASI cosa ci sia dopo, il niente o Dio, è molto probabile che Enzo Tortora non riposi in pace. La vicenda che l'ha spezzato in due, anche se ormai lontana, non lascia in pace neanche la nostra di coscienza. E non solo per l'enormità del sopruso ai danni di un uomo (che fosse famoso, conta parecchio ma importa pochissimo), arrestato e condannato senza prove come spacciatore e sodale di Cutolo. La cosa che rende impossibile archiviare "il più grande esempio di macelleria giudiziaria all'ingrosso del nostro Paese" (Giorgio Bocca) è il fatto che nessuno abbia pagato per quel che è successo. Anzi, i giudici coinvolti hanno fatto un'ottima carriera e i pentiti, i falsi pentiti, si sono garantiti una serena vecchiaia, e uno di loro, il primo untore, persino il premio della libertà.
Non fosse stato per i radicali (da Pannella al neo ministro Bonino, da Giuseppe Rippa a Valter Vecellio) che lo elessero simbolo della giustizia ingiusta e lo fecero eleggere a Strasburgo. Non fosse stato per Enzo Biagi che proprio su Repubblica, a sette giorni da un arresto che, dopo gli stupori, stava conquistando travolgenti favori nell'opinione pubblica, entrò duro sui frettolosi censori della prima ora (da Giovanni Arpino, "tempi durissimi per gli strappalacrime", a Camilla Cederna, "se uno viene preso in piena notte, qualcosa avrà fatto") con un editoriale controcorrente: "E se Tortora fosse innocente?". Non fosse stato per l'amore e la fiducia incrollabile delle figlie (tre) e delle compagne (da Pasqualina a Miranda, prima e seconda moglie, fino a Francesca, la convivente di quell'ultimo periodo). Non fosse stato per i suoi avvocati, Raffaele Della Valle e il professor Alberto Dall'Ora, che si batterono per lui con una vicinanza e un ardore ben al di là del dovere professionale.
Non fosse stato per persone come queste, i 1.768 giorni che separano l'inizio del calvario di Enzo Tortora (17 giugno 1983, prelevato alle 4 del mattino all'Hotel Plaza di Roma) dalla fine della sua esistenza (18 maggio 1988, cancro ai polmoni, nella sua casa milanese di via Piatti 8, tre camere più servizi), sarebbero stati di meno, nel senso che avrebbe ceduto prima.
Paradossali i destini dei nomi impressi sulla tenaglia che ha stritolato Tortora, uno dei volti più noti di quando lo schermo era piccolo. Immaginiamo le due ganasce. Su una stanno gli accusatori, almeno i tre principali, tutti galeotti.
Il capo cordata è Giovanni Pandico, ha ucciso due impiegati comunali perché tardavano a dargli un certificato, ci ha provato senza successo anche con padre, madre e fidanzata, "schizoide e paranoico " per i medici, diventa lo scrivano di Cutolo ed è lui a mettere nel calderone Tortora e a condizionare con la sua versione e la sua perversione molti altri affiliati: dal 2012 è un libero cittadino. Poi ci sono Pasquale Barra, detto "o 'nimale", killer dei penitenziari, 67 omicidi in carriera tra cui lo sbudellamento di Francis Turatello: è ancora dentro, ma gode di uno speciale programma di protezione. Lo stesso di Gianni Melluso, detto "il bello" o "cha cha cha", uscito di galera e rientrato nel luglio scorso, ma per sfruttamento della prostituzione: durante i beati anni della delazione contro Tortora, usufruì di trattamenti di particolare favore, come gli incontri molto privati con Raffaella, che resterà incinta e diverrà sua moglie in un memorabile matrimonio penitenziario con lo sposo vestito Valentino.
Va detto che Melluso fu l'unico di tutta la compagnia, magistrati compresi, a chiedere perdono ai familiari di Tortora, in un'intervista all'Espresso del 2010: "Lui non c'entrava nulla, di nulla, di nulla. L'ho distrutto a malincuore, dicendo che gli passavo pacchetti di droga, ma era l'unica via per salvarmi la pelle. Ora mi inginocchio davanti alle figlie". Risposta di Gaia, la terzogenita: "Resti pure in piedi".
Stupirà, forse, che nel tiro a Tortora non compaia mai il nome di Raffaele Cutolo, il capo di quella Nuova camorra organizzata che aveva messo a ferro e fuoco la Campania per prenderne il controllo e contro cui venne organizzato il grande blitz del 1983. Tempo dopo, i due, Cutolo e Tortora, che intanto era diventato presidente del Partito Radicale, si incontreranno nel carcere dell'Asinara, dove "don Raffaé" albergava all'ergastolo. Il boss fu anche spiritoso: "Dunque, io sarei il suo luogotenente ". Poi allungò la destra: "Sono onorato di stringere la mano a un innocente".
E siamo all'altra ganascia della tenaglia, quella di quei magistrati che, senza neanche l'ombra di un controllo bancario, un pedinamento, un'intercettazione telefonica, basandosi solo sulle fonti orali di criminali di mestiere, sono riusciti nell'impresa di mettere in galera Tortora e condannarlo in primo grado a 10 anni di carcere più 50 milioni di multa. I due sostituti procuratori che a Napoli avviano l'impresa si chiamano Lucio Di Pietro, definito "il Maradona del diritto", e Felice Di Persia. Sono loro a considerare Tortora la ciliegiona che da sola cambia l'immagine della torta, loro a convincere il giudice istruttore Giorgio Fontana ad avallare questo e gli altri 855 ordini di cattura, anche se incappano in 216 errori di persona, tanto che i rinviati a giudizio alla fine saranno solo 640, di cui 120 assolti già in primo grado (con l'appello, l'impalcatura accusatoria franerà un altro po', con 114 assoluzioni su 191). 
Contraccolpi sul piano professionale? A parte il giudice Fontana, che infastidito da un'inchiesta del Csm sul suo operato si dimette sdegnato e ora fa l'avvocato, i due procuratori d'assalto spiccano il volo. Di Pietro (nessuna parentela con l'ex onorevole e onorato Tonino) è procuratore generale di Salerno, dopo aver sostituito Pier Luigi Vigna addirittura come procuratore nazionale antimafia. Non è andata malaccio neanche a Di Persia, oggi in pensione, ieri membro del Csm, l'organo di autocontrollo dei giudici (ma Cossiga presidente pare abbia rifiutato di stringergli la mano durante un plenum).
Restano ancora due indimenticabili protagonisti del primo processo di Napoli, che inizia nel febbraio 1985, un anno e otto mesi dopo l'arresto di Tortora, e si conclude il 17 settembre 1985, con il presentatore che subisce la condanna ma già da deputato radicale al Parlamento europeo: il presidente Luigi Sansone, che firma una corposa quanto friabile sentenza di 2 mila pagine, in sei volumi, uno interamente dedicato a Tortora (con questa apoteosi: "L'imputato non ha saputo spiegarci il perché di una congiura contro di lui"), e il pubblico ministero Diego Marmo, arringa leggendaria la sua, con le bretelle rosse sotto la toga e una veemenza tale da fargli scendere la bava all'angolo sinistro della bocca, specie quando dipinge l'imputato come "un uomo della notte ben diverso da come appariva a Portobello" e quando erutta che i voti presi da Tortora alle Europee sono anche voti di camorristi.
La conclusione, poi, è da pietra tombale sul diritto: "Lo sappiamo tutti, purtroppo, che se cade la posizione di Enzo Tortora si scredita tutta l'istruttoria". Non cadrà, almeno in quei giorni, come non cadranno Luigi Sansone, che si consolerà con la presidenza della sesta sezione penale di Cassazione, né il focoso Marmo, in pensione dal novembre scorso dopo essere stato, tra l'altro, procuratore capo di Torre Annunziata. Nessuno dei delatori sbugiardati è stato incriminato per calunnia. Quanto ai magistrati, poco prima di morire, Tortora aveva presentato una citazione per danni: 100 miliardi di lire la richiesta. Il Csm ha archiviato, risarcimento zero. Archiviato anche il referendum del 1987, nato proprio sulla spinta del caso Tortora, sulla responsabilità civile dei magistrati: vota il 65 per cento, i sì sono l'80 per cento, poi arriva la legge Vassalli e di fatto ne annulla gli effetti.
Quel che resta di Enzo Tortora ("Io non sono innocente. Io sono estraneo", ripeteva come un mantra)
non riposa in pace dentro una colonna di marmo con capitello corinzio al cimitero Monumentale di Milano. La colonna è interrotta a metà da un vetro. Infilata dall'esterno, un'immaginetta di un Cristo in croce con la scritta: "Uno che ti chiede scusa". Dietro il vetro, c'è l'urna dorata con le ceneri e due date (1928-1988). Sotto, un'iscrizione abbastanza misteriosa: "Che non sia un'illusione". La spiega Francesca Scopelliti, l'ultima compagna: "Enzo ha voluto farsi cremare insieme ai suoi occhiali, quelli che gli servivano per leggere e che perdeva di continuo, e a una copia della Storia della colonna infame del Manzoni, con la prefazione di Leonardo Sciascia, di cui era amico. Era venuto a trovarlo pochi giorni prima della fine. Ne scrisse subito dopo sul Corriere della sera, confidando parte di quello che Enzo gli aveva detto: speriamo che il mio sacrificio sia servito a questo Paese, e che la mia non sia un'illusione".
Venticinque anni dopo quel 18 maggio 1988, dubitare è lecito, specie in un'Italia che sembra avere nel proprio Dna la caccia al mostro quale che sia, proprio come nella cronaca del Manzoni. Siamo nel1630, a Milano c'è la peste, vengono arrestati, sulla base della denuncia di alcune comari, due presunti untori accusati di spargere unguenti che propagano l'epidemia. Condannati sbrigativamente allo squartamento, sulle macerie della bottega di barbiere di uno dei due, incenerita a memento, viene eretta una colonna, a dannazione eterna dell'"infame".
L'accusa, all'"infame" di Portobello, piove sulla testa, come un pezzo di marmo caduto da un balcone, venerdì 17 giugno 1983. E da quel giorno, Enzo Claudio Marcello Tortora, figlio di un napoletano che faceva il rappresentante di cotone a Genova, giornalista e presentatore televisivo in gran spolvero, diventa all'improvviso "il caso Tortora".
Intanto sta nascendo a Napoli la prima bambina in provetta, la Fiat lancia la Uno, scompare Emanuela Orlandi, Federico Fellini firma la quart'ultima tappa del suo magistero con E la nave va, Vasco Rossi la prima: Vita spericolata. In televisione, spopola su RaiDue appunto Portobello, un mercatino alla londinese di varia umanità, dovesi vendono e si comprano le cose più strane, dove tra le centraliniste, guidate da "sua soavità" Renée Longarini, spuntano le acerbe glorie di Paola Ferrari, Gabriella Carlucci, Eleonora Brigliadori, dove capitano tizi come quello che propone di abbattere il Turchino per risolvere il problema della nebbia in Val Padana, dove la valletta di colore si guadagna il soprannome di "Goccia di caffè" e dove Tortora, al massimo di se stesso, governa la platea come un lord inglese, esibisce un pappagallo che si chiama Portobello, chiude le trattative con una frase entrata nella piccola storia della televisione: "Il Big Ben ha detto stop". Nella storia entrano anche i risultati del programma: 22 milioni di spettatori di media, con punte ineguagliate all'epoca di 28 milioni.
"Tutta farina di Enzo. Una domenica, si era messo a leggere gli annunci sul giornale: vendo coccodrillo impagliato eccetera. Aveva cominciato a telefonare e aveva scoperto un mondo dietro quei trafiletti. Poi ci aggiunse il pappagallo, perché, mi diceva, un animale ci vuole, fa tenerezza ai bambini ". A ricordare è Gigliola Barbieri, storica assistente di Tortora, fin dai tempi (1969) della sua Domenica sportiva. 
Ora la "Barbi", come la chiamava lui, è produttore esecutivo a Mediaset. "La mattina che venne arrestato, il primo che mi chiamò fu Berlusconi: signora, ha saputo? Stava trattando con Enzo il suo passaggio a Retequattro. Dopo i funerali, mi ha ricontattato: signora, se vuole venire a lavorare da noi...". Parla come una vedova, la Barbi, una vedova non consolata. "Enzo aveva tanti di quei difetti che ci metterei giorni a fare l'elenco. Ma con quella cosa non c'entrava. L'hanno rovinato gratis".
Il giovedì prima di quel venerdì 17 giugno 1983, che segna l'inizio della fine di Tortora, l'allora direttore del
Giorno, Guglielmo Zucconi, chiamò un giovane cronista degli spettacoli, Paolo Martini, egli rivelò di aver ricevuto una soffiata su una maxi retata imminente, che avrebbe riguardato anche un grosso nome dello spettacolo. Chi? "So solo che sta nelle ultime lettere dell'alfabeto". Cominciarono a spulciare l'elenco dal fondo: Vianello, Tortora, Tognazzi. Martini si attaccò al telefono. Trovò Tortora a Roma: "Quando lo avvertii che circolava il suo nome tra i possibili implicati in un blitz di camorra, si mise a ridere. E in effetti, da quella mia chiamata all'arresto la notte successiva, non fece assolutamente niente, non chiamò il suo avvocato né qualche amico del Partito liberale in cui militava né della cerchia di Craxi, acui pure aveva accesso. Tortora era il classico signore borghese di provincia, un bel po' reazionario, lupo solitario assoluto. Non faceva serata, non beveva, aveva orrore per la delinquenza e la droga. L'unica cosa che tirava era un po' di tabacco da fiuto".
Ma la soffiata era giusta. All'alba, tre carabinieri irrompono in una stanza dell'Hotel Plaza di Roma, prologo di quel che per le cronache diventerà il "venerdì nero di Cutolo": 856 ordini di cattura. Tra questi, un nome che da solo dà senso e ribalta all'operazione (non a caso battezzata in codice "Portobello"): Enzo Tortora, indicato dal pentito Giovanni Pandico come camorrista ad "honorém" (con l'accento sulla "e", come dirà al primo interrogatorio), numero 60 di una lista che viene consegnata ai magistrati di Napoli e fa scattare la retata. Mentre lo portano via dal Plaza, Tortora è ancora convinto che si tratti di un caso di omonimia e che tutto si risolverà in poche ore. Sbagliato. 
Aspettando l'ora buona perché si ammassassero troupe televisive e fotografi, il re di Portobello viene fatto uscire dalla caserma dei carabinieri per essere trasferito a Regina Coeli, ammanettato e con la faccia sfatta. Sente i cameraman invocare "i polsi, i polsi!", dalla folla i primi verdetti: "Farabutto, pezzo di merda, ladro". La vendetta sul "famoso" prenderà rapidamente le dimensioni della valanga. L'indimenticato "Tognazzi capo delle Br" brevettato dal Maledi Sparagna&Vincino nel 1978 viene surclassato dalla cronaca: Tortora capo della camorra.
I pentiti che l'accusano si moltiplicano come nella parabola dei pani e dei pesci: da uno diventano 19, complice la fresca legge Cossiga del 1982 che, pensata per sconfiggere il terrorismo, introduce sconti di pena per chiunque collabori a qualunque titolo. È una corsa folle a chi la spara e la scrive più grossa: Tortora ha rubato i soldi raccolti per il terremoto dell'Irpinia, ha uno yacht comprato con i guadagni dello spaccio, si incontra con Turatello, Pazienza e Calvi scambiando valigette di droga e dollari. Un tornado inarrestabile, con Il Messaggero che titola: "Tortora ha confessato". Falso. Il garantismo di sinistra? Assente. 

Portobello è un programma da lista nera, e poi il suo conduttore, oltre ad essere un liberale di destra, è pure antipatico per il suo fare tra il lacrimoso e lo snob, e in più ha un passato da inviato della Nazione del petroliere Attilio Monti, non proprio un sincero democratico, durante il quale si è distinto per una campagna contro Valpreda e l'anarchia milanese quali responsabili della strage di piazza Fontana. Che la madre Silvia, quando andava in chiesa a pregare, trovasse spesso il foglietto lasciato da qualche anima buona con la scritta "tuo figlio spaccia la droga ", era il segno, uno dei tantissimi, che gli argini erano rotti e che poco si opponeva alla marea montante delle calunnie.
Ma perché proprio Tortora, e non qualche altra star capace di attrarre la morbosa attenzione da spalti del Colosseo? Per una storia di centrini di seta. Un detenuto del carcere di Porto Azzurro, Domenico Barbaro, ne spedisce alcuni alla redazione di Portobello nella speranza che vengano messi all'incanto. Non vedendoli comparire (la trasmissione riceveva allora 2.500 lettere al giorno), Barbaro comincia a bombardare Tortora di lettere sempre più minacciose: essendo però analfabeta, gliele scrive il compagno di cella Pandico. Alla fine, esasperato, Tortora risponde pure, in tono secco, avvertendo che passerà la pratica all'ufficio legale della Rai (nel frattempo, i centrini sono andati persi), che infatti provvede a rimborsare il detenuto con un assegno di 800 mila lire. Caso chiuso? Al contrario: Pandico decide di vendicarsi di Tortora, spiega ai magistrati che i centrini erano un nome in codice per indicare una partita di coca da 80 milioni, che il presentatore si sarebbe intascato fregando i compari. È la prima prova d'accusa presentata ai legali del presentatore, che la smontano in un secondo esibendo la corrispondenza tra Barbaro e Portobello. Risposta: "Trattasi di altro Barbaro".
Ugualmente surreale la seconda prova "schiacciante": trovato il nome di Tortora nell'agendina di Giuseppe Puca, detto "'o giappone", uno dei killer di Cutolo. Ci vorranno cinque mesi perché i magistrati si arrendano all'evidenza: l'agendina è della donna di Puca, il nome scritto a mano è "Tortosa" non "Tortora", e corrisponde al proprietario di un deposito di bibite di Caserta, amico della signora. Il prefisso è 0823, "provate a chiamà, dottore...".
Finisce come era impossibile finisse: Tortora condannato per camorra e spaccio. Tortora, prima della sentenza, eletto a Strasburgo con i Radicali ("sono stato liberale perché ho studiato, sono diventato radicale perché ho capito") con 451 mila preferenze (Alberto Moravia, candidato per il Pci, ne prese 130 mila). Tortora che si dimette da eurodeputato, rinuncia all'immunità e torna in Italia per farsi arrestare. Tortora che ricorre in appello, sfida la giuria prima del verdetto ("Io sono innocente, spero con tutto il cuore che lo siate anche voi") e il 15 settembre 1986 viene assolto da entrambe le accuse (dirà laconico il giudice a latere Michele Morello: "Facemmo giustizia "), cosa che si ripeterà in Cassazione. Tortora che, venerdì 20 febbraio 1987, ricompare in tv e apre la nuova edizione di Portobello con la stessa frase che disse Luigi Einaudi quando riprese a collaborare al Corriere della sera dopo il fascismo: "Heri dicebamus". Dove eravamo rimasti. Silvia Tortora, la figlia di mezzo, la prima che Tortora chiama quando l'arrestano ("Silvia, non crederci, non crederci, tu conosci papà"), vive in un borgo antico alle porte di Roma. È giornalista, sposata dal 1990 con il turbolento e fascinoso attore Philippe Leroy, che le ha dedicato una meravigliosa frase d'amore: "Con Silvia sono tranquillo come una capra felice che gira intorno al suo palo".
Due i figli: Michelle, 17 anni, e Philippe, 21. Conserva due libri, che Enzo Tortora ha scritto per Mondadori (Cara Italia, ti scrivo, 1984, dove racconta la sua vita da detenuto, e Se questa è Italia, 1987, sulla sua vita da imputato). Dice che non si trovano più. Tra tutte le cose che hanno dedicato a suo padre, strade, piazze, premi, quella che Silvia trova più giusta è una biblioteca, voluta da Walter Veltroni in una strada appena fuori Saxa Rubra. "I libri erano importanti per lui, erano lui, in qualche senso". Rabbia ancora, Silvia? "Ricordo che Manganelli, il capo della Polizia appena morto, incontrandomi mi ha detto: quella di tuo padre è stata la merda più gigantesca della storia. Hanno fatto una commissione parlamentare su tutto, persino su Mitrokhin: su Tortora no. Eppure Portobello, che ai tempi mi sembrava una schifezza di show, rivisto dopo l'ho trovato bellissimo".

16/03/13

a volte basta un niente per sboccarti [ riprende il mio racconto vbiaggio nella frontiera ]

Ascoltando le colonne sonore di  questi  film   :  per un pugno di dollari , per qualche dollaro in più , c'era una volta il west , giù la testa  che  hanno caraterizzato  ( come credo  anche per  voi  genmerazioni precedenti   )  la mia  infanzia  e la mia adolescenza    mi ritorna il proposito di riprendere  e  portare  al termine   il racconto  "  viagfgio  nela  frontiera   " intgerrota  per  la tesi  , cambio blog   e  specialmente  blocco creativo .
Ora   chi mi segue sia  quando  ancora  il blog  si chiamava  cdv.splinder.com e sia  adesso     che  si chiama ulisse-compagnidistrada.blogspot.com avrà letto le puntate precedenti ( che  trovate  qui    e qui  se  non avete  voglia   di cercare    fra i risultati  del "  motorino  " di  www.ulisse-compagnidistrada.blogspot.com )  del racconto  viaggio nella frontiera ambientato nel west .  Tornato  dal mercato   solo andato  a cercami  le  puntate precedenti   ne trovate  sotto il riepilogo  dell'ultima  puntata  (  ch chi volesse   leggersela o rillegerla la  trovatre integramente    qui

(...)  Visto il  clamore e la  fortuna sfacciata dalla nostra parte ( come se  qualcuno la sù ci  avesse voluto aiutare  ed  avesse avuto  pietà  di noi  o  magari ritiene che il nostro tempo non è ancora  giunto )  grande  Naso decise di credermi .Osservo ancora il tatuaggio e la collana  di jack, guardò negli occhi  i nostri salvatori : cerbiatta che.. , coda di lupo , lo stregone e disse  << ok  a fine mese c'è  un torneo fra i vari gruppi della mia tribù , la  il tuo amico bianco ,  mezo scalpo , potra  dimostrare  quello che tu dici .La gara  sarà a due prove ,   tiro semplice e  tiro  al volo . Basta  che  ne vinca  una sola è avrete  salva la vita . Se poi  vincerà  in tutte  e due  prometto  solennemente di portare in consiglio  che seppelirò per sempre finchè sarò in  vita   e lo lascerò  scritto a miei successori ( salvo ovviamente  per difesa o violazioni da parte dei bianchi )  cesserò ogni ostilità e  ogni razzia verso gli uomini bianchi e  tutte le tribù , compresa la tua , oh saggio  ballaconilupi  .
Siete liberi di rimanere qui  , se vi aggradà e credo che a mia figlia cerbiatta fara piacere  andare a trovare  la  tua  famiglia  .L'importantee   è che vi presentiete alla gara.
Vidi che  jackaveva bisogno di cure e decidemmo di rimanere  uno  \  due giorni 

 adesso  vi lascio  e  vado   a  cercare  sia  fonti   ed  immagini per  cui  ispirarmi per le puntate   seguenti   vi lascio  con  la bellissima





  a presto 

09/03/13

c'era una volta

Ecco  delle foto  che faccio per  esercitarmi  in avvicinamento  ( il 15  giugno )  della mostra  a  cui parteciperò insieme a  quelli  del corso  di fotografia   che  sto frequentando  da  novembre  dell'anno scorso  .
Esse  sono fatte  con , una G12 (  foto  presa  dalla  rete  )




Essa   mi è stata  prima  prestata , dopo    che ne avevo rotto una ,  dal mio vecchio  da mio padre    raccomandami  massima attenzione  e cura  perchè  gli  l'aveva regalata  mamma per  i  40 anni di matrimonio  , Poi  "  come   regalo   di compleanno "  me  l'ha  venduta  a metà prezzo .
Oggi  , come tutti  i sabati   non lavoro ( salvo casi eccezionali )  e   mentre andavo ala fiera  per  comprare il pane  biologico ed altri prodotti ( pensare  globale  agire locale  )   a  km zero   ho visto  l'esposizione    di un negozio d'antiquariato , e mi sono ritornate  alla mente  i   racconti dei miei nonni  e letture  (  fumetti, romanzi , racconti, ecc ) . Ed  ecco che   avendo (  sono solito portamela dietro    ovunque  sia che ci siano  come   quella  d'oggi  ---- ne  leggerete  qualcosa nei prossimi post---  avvenimenti  importanti  , sia  che  poco importanti   )    ho scattato  , oltre   a quelle  dell'avvenimento , queste  due  foto .oltre a quelle dell'avvenimento ,   di cui parlerò nei prossimi giorni



Ora    qualcuno\a  che mi segue  dalle origini  di questo viaggio  virtuale  ( cioè  da quando  prima il blog  si chiamava   cdv.splinder.com ) mi chiederà  : <<  strano nelle    tue    foto , almeno quelle che metti  in rete  , hai  sempre usato il colore  , come mai   ora sei passato  al bianco e nero   >>. La  risposta  è semplice  : Non è la prima  volta  che uso il bianco e nero  ( ed  altre  volte il colore   \  effetto  seppia  ) . Se  ho sempre  riportato , qui sul blog ,  quelle  a colori  è  perchè  erano avvenimenti  attuali  e  non  c'è  un eco di passato   come  quelle  d'oggi . E poi  da quello che mi dicono amici\che fotografi ed  appassionati d'essi il bianco e nero permette di cogliere meglio certi dettagli   ed è più puro   fra i colori  perchè  ha messo riflessi 

24/02/13

La nuova frontiera del ciabattino: suole di plastica e tacchi invisibili


fonte  l'unione  del  24\2\2013
N,b 
 le  foto  sono  solo dimostrative  e prese  dal web in quanto  da  3  anni circa  l'unione sarda  free  cioè queklla  che  puoi scaricare dopo le  19   non contiene  più  le  immagini degli articoli . A meno  che  , ma  ancora non ho capito come fare  a cambiare i Dns  per  avere online  ( o trovare  siti   dei protagonisti dell'articolo  che  riportano sulle loro pagine  le scansdioni  dell'unione  in  questo caso copn l'articolo  su di loro  )   quelli più agiornati  cioè  prima  della  chiusura  dall'italia  all'italia ma non da  estero a italia  del sito www.avaxhome.ws
di GIORGIO PISANO  ( pisano@unionesarda.it ) 
L'insegna è fatta con suole di scarpe appiccicate al muro. Marco Basciu fa il ciabattino e ha imparato negli anni ad ascoltare le scarpe che ripara. Nel senso che riesce a capire tante cose di chi le indossa: c'è il nevrotico e il perfettino, quello clamorosamente fuori taglia e il martire pronto a infilare il piede in una scarpa dove il piede non ci sta.

Lavora in un quartiere piccolo borghese di Cagliari, un posto - dice lui - affollato di pensionati e «di nipoti che usano le Hogan». Non solo: tra la clientela, c'è anche una fetta di nicchia, che non bada a spese ma pretende risultati d'eccellenza. Per esempio la signora che esibisce scarpe strepitose con un tacco 14 che però non c'è. «È il trucco di uno stilista giapponese che è riuscito a sostituirlo con una V metallica». Il problema? La signora non ci cammina bene però non ci rinuncia e aspetta un piccolo miracolo dal suo ciabattino. Poi c'è il vecchio ortopedico che vorrebbe resuscitare la sua borsa di laurea e l'impiegato che vorrebbe riparare una scarpa che in realtà non esiste più.
Quarantasei anni, due figli, Basciu rompe volentieri due sacri tabù del commercio in Sardegna: quando un cliente entra nella sua bottega, saluta e sorride. Evita il pianto greco sulla crisi che non dà tregua e riconosce anzi che la recessione ha rianimato un lavoro altrimenti destinato a fare la fine delle cabine telefoniche. Per integrare, produce cinte e gambali in attesa (verrà un giorno) di poter realizzare scarpe su misura.Suo padre (che era ciabattino) avrebbe voluto farne un «buon chirurgo o un bravo avvocato». Peccato che Marco si sia fermato alla seconda media e non si dichiari nemmeno pentito. In compenso è un divoratore felice di «qualunque cosa si possa leggere purché non siano libri». Moglie che lavora («e questo consente di tirare il fiato in famiglia»), parla molto volentieri di un'attività che «offre tante soddisfazioni». Impossibile però censire la clientela perché «per un calzolaio i mesi non sono affatto uno uguale all'altro». Ci sono quelli ricchi (marzo, aprile, maggio, giugno, settembre, ottobre e inizi di dicembre), quelli così così (gennaio e febbraio), quelli disgraziatissimi (luglio e agosto). «D'estate mi va d'incanto se faccio ottocento euro al mese, d'inverno posso arrivare a milledue».Neanche per un secondo lo sfiora l'idea che il suo sia un mestiere umile. Quando gli domandano cosa fa, risponde serenamente: calzolaio. I figli li ha cresciuti sulla stessa rotta. «Il mio è un lavoro come un altro». Con una piccola differenza: a saperlo conoscere fino in fondo, può regalare lampi di felicità. Questione di attimi, di momenti ma vuoi mettere col grigiore a tempo pieno d'uno sportellista?
Quali sono i requisiti del buon calzolaio?
«Prima di tutto ti deve piacere quello che fai. Poi devi conquistare la fiducia dei clienti. Anche se qualche volta bisogna fargli cambiare idea».
Cioè?
«Se il cliente propone un tipo di riparazione che non va bene, devi spiegargli perché sbaglia. Senza fargli venire il sospetto che ci stai facendo la cresta».
Funziona il passaparola?
«È l'unico sistema che porta gente in bottega. Io lavoro in un rione dove ci si incontra per strada la mattina mentre si fa la spesa. Se hai un buon nome, un cliente tira l'altro».
Arroganti, mai?
«Caspita se ce n'è. Con questo genere di persone sorrido e sono gentile più del solito: proprio perché voglio che si rendano conto, che ci rimangano male. È gente che ha una vecchia idea del calzolaio».
Che vecchia idea?
«Una volta a fare i ciabattini erano persone con qualche problema fisico: poliomielitici, disabili, insomma gente che non avrebbe potuto svolgere altri mestieri. Per questo venivano trattati con sufficienza».
Gli arroganti invece?
«Sono i nipotini di quelli che credono d'essere sempre e comunque padroni del mondo. Entrano, non salutano e ti trattano come uno sciacquino».
La tentazione di mandarli a fare in culo?
«Fortissima. Qualche volta non ho resistito e, col sorriso sulle labbra, ho chiesto al cliente se preferiva uscire dalla porta o dalla vetrina».
A proposito di vetrina: perché le vostre sono sempre desolate, disadorne?
«Per via del lavoro che facciamo. Succede anche agli orologiai. Ha mai visto un riparatore di orologi lavorare in un bel posto? Eppoi i tempi».
Che c'entrano?
«Una volta mio padre lavorava in questa stessa via: aveva cinque colleghi e un capo. Erano in sei, calzoleria conosciutissima. Facevano lo scarpino di gala, quello da sposa e altri pezzi importanti. In pratica, era una fabbrichetta».
Il brutto e il bello di questo mestiere.
«Cominciamo dal bello: la soddisfazione. Te ne dà tanta. Mi entra un cliente altissimo, scendo con lo sguardo fino ai piedi e resto impressionato. Sapete quanto aveva? Cinquantuno, ossia una scarpa che misura più di 35 centimetri. Però era contento».
Perché?
«Perché, a vedere i suoi mocassini rotti, non mi sono spaventato. E allora ha cominciato a raccontare i dolori di uno coi piedi come i suoi: solo a Parigi o in Portogallo riusciva a trovare scarpe. L'imbarazzo si è sciolto quando gli ho detto per ridere: lei paga doppio, lo sa?»
Il brutto?
«La fine del mese. Sono cosciente d'essere privilegiato rispetto a un cassintegrato o uno che il lavoro non ce l'ha proprio. Però chi fatica ha il diritto di guadagnare il tanto per vivere».
Quanto sarebbe il giusto, secondo lei?
«Duemila euro, come un qualunque metalmeccanico tedesco».
Una volta eravate tutti esperti di lirica.
«Altra leggenda sulla categoria. Io sono un rinnegato, non so nulla di lirica».
Esiste la solitudine del ciabattino?
«Mi capita di ascoltare la radio fino a quando non mi stufo di sentire i politici. Allora resto in silenzio, anche per mesi. Non mi disturba, il silenzio».
Ci sono clienti che vengono per chiacchierare?
«Certo. La calzoleria, da questo punto di vista, somiglia al salone di un barbiere: è uno spazio aperto. Vengono soprattutto pensionati, mi portano scarpe che non si possono riparare (e loro lo sanno) e ne approfittano per scambiare due parole».
La imbarazza dire che mestiere fa?
«Non me ne vergogno, anche se qualcuno mi guarda male. Dicono che non ho le mani da calzolaio».
Come sono le mani da calzolaio?
«Piene di calli e sempre sporche. A me non va. Mi sono fatto fare apposta anche un dosatore per la colla. Prima usavano il dito o un pennello per spalmarla. A un mio amico che fa il meccanico rimprovero sempre proprio le mani sporche: come fai a usarle per toccare tua moglie?»
Le scarpe sono tutte uguali, più o meno?
«No. Quelle di pelle o di cuoio si possono rivoltare come una maglietta. Altre sono intrattabili. Diciamo che su cento paia che mi portano in bottega, posso intervenire al massimo su 40».
Quando incontra una persona, il primo colpo d'occhio è alle scarpe?
«No, alla faccia. Ho controllato le scarpe nelle primissime edizioni delMauriziocostanzoshow. Mi incuriosiva. Ho scoperto un sacco di scarpe bucate. Se lo sai, d'avere un buco dico, fai attenzione a non sollevare la scarpa da terra. Ma poi, se la conversazione vola, inevitabilmente ti deconcentri e mandi il buco in diretta».
Le scarpe parlano di chi le indossa.
«Sempre. Le scarpe di uno stressato sono curatissime oppure completamente lise. Il cliente io-so-tutto compra le scarpe e te le porta un minuto dopo per metterci la suola in gomma: non vuole correre il rischio di scivolare. Poi ci sono quelli che io chiamo i colpevolisti».
Perché?
«Perché pare che sia colpa mia se hanno le scarpe strette. Se ne accorgono il giorno che debbono indossarle per una cerimonia e poi rimetterle a dormire in un armadio. Ma se c'è un numero in meno, io che posso farci? Per i miracoli, più avanti c'è la basilica di Bonaria».
Quali segreti ha carpito dai suoi clienti?
«Capisci se hanno problemi nel camminare. Ricordo un signore che aveva una gamba più lunga dell'altra e quindi usava un rialzo interno. Che però gli faceva male. Gliel'ho levato senza dirgli nulla, ha imparato a compensare e ha risolto».
Sono più esigenti gli uomini o le donne?
«Le donne. A differenza degli uomini, badano solo alla bellezza della scarpa. Poi, se è larga, pazienza; se è un po' più corta e comprime il piede, pazienza lo stesso. Tanto, c'è il calzolaio. Gli uomini sono più... più normali. Sarà perché non usiamo tacchi vertiginosi».
Le chiedono il rialzo per sembrare più alti?
«Qualche volta ma in genere i rialzi servono a chi ha problemi di equilibrio».
È vero che dal ciabattino vanno solo i poveri?
«Nel modo più assoluto, no. Ci vanno tutti. Perfino quelli che non ne hanno bisogno».
Come, non ne hanno bisogno?
«Beh, non aveva sicuramente bisogno di me il pensionato che mi ha portato una lampada da tavolo chiedendomi se potevo darle un'occhiata. Gliel'ho aggiustata».
Quali sono le scarpe più belle che ricorda?
«Quelle di un industriale fiorentino, roba fatta a mano. Aveva terrore che gliele macchiassi. Costavano circa tre milioni di lire».
C'è chi si dimentica di pagare?
«Succede. Qualcuno si dimentica sul serio. Ma non potrò mai dimenticare la direttrice di banca che doveva pagare trentamila lire e mi fa: scusi, ha il bancomat? Mi è venuto da ridere: esiste al mondo un ciabattino col bancomat? Mi ha detto che sarebbe tornata ma se n'è scordata».
Il cliente si riconosce al volo?
«Quasi sempre. Vuoi che un direttore di banca non sappia che qui non può esserci un bancomat?»
Le hanno mai chiesto di pagare a fine mese?
«Succedeva col mio predecessore. Era un servizio vero e proprio. Aveva un quaderno dove segnava i conti e la clientela passava poi a saldare».
In un rione ricco come questo non può accadere.
«Qui no, certo. Può entrare in calzoleria una persona modesta ma non al punto da chiederti se le fai credito».
Mai chiesti lavori impossibili?
«Tipo ricostruire scarpe devastate? Certo. Però avverto sempre: la rifaccio, la scarpa; non si può riparare: è come un vetro rotto. Resta rotto anche se lo rincolli».
Ci sono scarpe che non possono essere recuperate?
«L'ho detto: capita in sei casi su dieci. Le tomaie cucite così strette che se provi ad aprirle è finita. Sono scarpe costruite apposta per essere buttate via, un po' come succede oggi con gli elettrodomestici».
E i clienti ci restano male.
«Guardi questi stivali, ultragriffati. Costano 550 euro. Sono fatti talmente male che ripararli è impossibile. La proprietaria me li ha portati dicendo: ci cammino di un male ma di un male che non se lo immagina. Penso: allora, perché se li è comprati? Ma non dico niente».
C'è di peggio?
«Le scarpe con le suole vulcanizzate. Una volta rotte, non c'è nulla da fare. Poi, fossero suole di gomma: no, ora le fanno di plastica. Un tempo le suole erano di cuoio. Oggi adoperano materiali porosi che si sbriciolano».
Differenze di qualità rispetto al passato?
«Infinite. La metà delle scarpe che indossiamo sono cinesi. Comprese quelle firmate. Le più miserabili le riconosci dall'odore di formaldeide, che è un conservante tossico».
Un desiderio impossibile?
«Allargarmi, gestire un'aziendina artigiana dove le scarpe non si riparano soltanto. Si creano».

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