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04/02/16

TIONE Tione, il bambino nasce «fuori orario» L’altro giorno il secondo lieto evento del 2016. Ma il neonato era in ritardo: tutti fermi nel punto nascita “part-time”

TIONE
Tione, il bambino nasce «fuori orario»
L’altro giorno il secondo lieto evento del 2016. Ma il neonato era in ritardo: tutti fermi nel punto nascita “part-time”
  da  http://trentinocorrierealpi.gelocal.it/trento/cronaca/ del 04 febbraio 2016





TIONE. All’ospedale di Tione l’altra sera è nato un bambino. E questa è già una notizia per un reparto dove - dal dicembre scorso - i lievi eventi sono stati appena un paio. Ma fa notizia anche il fatto che il bimbo sia nato fuori orario, cioè alle otto della sera, quando il reparto secondo le indicazioni dell’azienda sanitaria doveva essere chiuso. Ma non si può interrompere il travaglio a metà - come aveva spiegato anche l’ex direttore generale Luciano Flor - quindi medici e ostetrica si sono fermati finché il bambino è nato. E in realtà un paio d’ore in più, come prevede il protocollo. Storia di un parto nel reparto “part time”, dove a questo ritmo nasceranno appena venti bambini all’anno invece di 500, cioè la soglia minima prevista dal ministero della salute per tenere aperto un punto nascita.
I fatti. Era circa mezzogiorno quando si è presentata la donna, che è già madre di due figli. Che fare? Considerato che il tempo non era dei migliori per far volare l’elicottero, ma considerato soprattutto che al terzo parto, generalmente, tutto procede velocemente, ostetrica e medici hanno deciso che quel bambino (almeno quello) sarebbe nato all’ospedale di Tione, in tempo per le ore 18, quando comincia il regime notturno con il trasporto a Trento. Ma i bambini fanno di testa loro, come quello che l’altro giorno (il primo nato del 2016 a Tione) è stato protagonista di un parto precipitoso: è venuto al mondo prima dell’arrivo dell’elicottero giunto in volo da Trento. Il piccolo di cui parliamo invece se l’è presa comoda: alle 18 ancora niente, tanto che il personale si è trattenuto, secondo quanto aveva chiesto la direzione dell’azienda sanitaria invocando la necessaria flessibilita.
Quanto durerà ancora il regime dei punti nascita “part time” che è stato disposto (oltre che a Tione) anche a Cavalese, Cles e Arco? Durerà ancora parecchio visto che qui non si tratta di tenere aperti i punti nascita (su questo il presidente Ugo Rossi e l’assessore Luca Zeni hanno inoltrato una richiesta formale di deroga al ministero), qui il problema è che con l’entrata in vigore il 25 novembre scorso delle nuove norme sul riposo dei medici, non c’è personale
a sufficienza e - come spieghiamo a parte - non ci sono nemmeno sufficienti pediatri sul mercato per procedere alle assunzioni. Intanto le madri hanno deciso da sole e a Tione - in attesa che Roma decida se concedere la droga - non partorisce (quasi) più nessuno.



(a.s.)

16/02/15

finalmente Una storia di ordinaria buona sanità in ospedali e struttuire saitarie sempere più allo sfascio

Prima di  iniziare  questo post  , vorrei chiedere scusa   per le  generalizzazioni dei post precedenti  , a  tutti  quelli  che nele strutture  ospedaliere  e di pronto soccorso  coraggiosamente   lottano  contro  tagli assurdi , malaburocrazia  , per  salvare   vite  e garantirci la minor sofferenza possibile  .

Finalmente  dopo   news mala sanità  cattiva sanità e    dopo 

" Tre Angeli volati in cielo", pietoso eufemismo per un dolore troppo grande da sopportare, perchè non si può accettare che tre bimbi muoiano, uno dietro l'altro, Catania, Trapani, Napoli, accomunati "dall'inefficienza" delle strutture sanitarie pubbliche, che avrebbero dovuto curarli e salvarli! Ma quando la sanità funziona, a ben guardare, è soprattutto grazie all'impegno, alla professionalità e allo spirito di sacrificio di tanti operatori sanitari, oltre le carenze anche gravi del settore, a tutti i livelli! E' giusto darne atto!
da Carmìna Conte


capita    che  

  da   http://www.sardiniapost.it/cronaca/

 un signore ultrasettantenne arrivi al Pronto Soccorso del SS.Trinità di Cagliari, il più vicino a casa, un mercoledì mattina, alle 11,10: ha problemi di memoria, non ricorda cosa ha fatto nelle due ore precedenti, ma non accusa altri disturbi, cammina con le sue gambe, non ha né mal di testa né capogiri. Nella saletta di attesa una ventina di persone, giovani, anziani, donne, uomini. Il signore suona alla guardiola per prendere il codice: chissà quale gli attribuiranno.




 “Verde, rosso, bianco…chissà a che ora la finisco!”, pensa, mentre la moglie va a parcheggiare la macchina. Giornata fortunata, parcheggio trovato quasi subito, la moglie torna dopo pochi minuti, ma il marito non c’è: gli astanti la rassicurano, è già entrato. La moglie si tranquillizza, si aspetta di vederlo ricomparire con il codice. Dalla porta entrano ed escono persone, già visitate o con il codice e con la specifica di visita. Sul piazzale antistante c’è un via vai di ambulanze, e gente che arriva con i mezzi propri. La saletta si riempie, come sempre. Passano i minuti e non succede niente, il marito ancora non torna con il codice. La moglie comincia a preoccuparsi, suona alla guardiola, si affaccia un’infermiere, gli chiede del marito: la rassicurano, lo stanno già visitando, la chiameranno a breve. “Che strano – pensa la moglie – e il codice? Mah, speriamo bene”. Non resta che attendere. Dopo tre quarti d’ora la chiama una gentilissima e giovane infermiera. La rassicura, il marito è già stato preso in carico: pressione cardiaca a 240/124, a rischio di ictus, è già sottoterapia e gli stanno completando gli esami del caso, a breve farà anche la tac al cranio. “Può stare con lui, in attesa della TAC”.
Alle 14, il signore ha completato tutti gli esami, di routine e specialistici, compresa la TAC, lo convoca il medico di turno, una dottoressa. Con gentilezza gli comunica che ha già predisposto il ricovero, indispensabile per monitorare l’attività cardiaca e l’andamento della pressione arteriosa, che nonostante la terapia continua ad essere alta. La buona notizia è che al momento non appaiono lesioni cerebrali da ischemia o altro, ma che occorrerà ripetere la tac. Dopo il primo momento di panico (“un ricovero? E chi se l’aspettava!”), ci si rassegna e pensa che forse è meglio così. “Piuttosto, per il letto dovrà aspettare, dovrebbe liberarsene uno verso le 15/16, c’è già un paziente in dimissione e sta aspettando che lo vengano a prendere”. Va bè, non c’è problema, aspettiamo.
Si fanno le 17, ma il signore è ancora al Pronto Soccorso, nel frattempo gli continuano la terapia: tutto sotto controllo, per fortuna il pericolo è stato sventato. Riacciuffato per i capelli, è il caso di dirlo dalla sollecitudine, professionalità e impegno del personale medico e infermieristico. La “signora con la falce” dovrà aspettare ancora, speriamo per un bel po’. Ma il letto? “Guardi, ormai è questione di minuti, il suo letto si sta liberando”, lo rassicura un altro medico del Pronto Soccorso: “Sa, noi qui vediamo un sacco di gente, ci arriva di tutto, siamo praticamente sempre in emergenza, e riusciamo anche a fare i miracoli, qualche volta, nonostante la carenza di personale e tanti disservizi. Ma poi tutto si inceppa nell’imbuto della carenza di posti letto: non sappiamo dove far ricoverare la gente che ne ha necessità. È così, tutti i giorni”. Finalmente il signore viene accompagnato in reparto, il letto è libero. Si sono fatte le 18,30: un sospiro di sollievo, il reparto è confortevole, totalmente ristrutturato, dotato di servizi in camera. Sembra quasi una clinica privata! Il massimo per un ospedale pubblico. Al Pronto Soccorso, c’è ancora la gente che aspetta il letto. E già, taglia di qua e taglia di là, nella migliore delle ipotesi la gente viene salvata al Pronto Soccorso, ma poi non si sa dove ricoverarla… Già, il SS.Trinità, altrimenti noto come Ospedale di Is Mirrionis, con 343 posti letto e 37 in day hospital, ha un tasso di occupazione dei posti letto di oltre il 90% con 15.600 ricoveri nel 2014.
Si capisce: è un ospedale generale, l’unico ormai in centro città, in un quartiere popolare e popoloso, dove ci si può recare a piedi anche per fare la dialisi, visto che c’è la struttura compessa di Urologia; e poi c’è l’Ortopedia-traumatologia, la Chirurgia generale, la Gastroenterologia, la cardiologia, la ginecologia-ostetricia, l’otorinolaringoiatria-maxillo facciale e ben due reparti di psichiatria, gli unici della città, che “sopportano” il peso di patologie legate alla sfera psico-comportamentale in aumento esponenziale, purtroppo, come quelle da dipendenza, e non solo da “sostanze”, e come la cronaca, purtroppo, riporta quasi quotidianamente. Eppure qui ci sono reparti che hanno livelli di eccellenza come l’Otorinolaringoiatria, “centro di riferimento nazionale per il trattamento dei tumori del cavo orale, certificato IEO”, come recita il sito istituzionale della ASL 8; e la Maxillo-facciale, dove, oltre alle infinite traumatologie, si fanno anche gli interventi sui bambini affetti da labbro leporini; o come la Dermatologia, uno dei quattro Centri di riferimento nazionale per il Morbo di Hansen, l’unico in Sardegna; o il servizio di Cardiologia, dove è stato effettuato uno dei primi interventi di ablazione transcatetere, mediante radiofrequenza per una grave aritmia cardiaca, senza l’ausilio di raggi X, in una giovane donna alla 27° settimana di gravidanza… e adesso è “capofila” nella campagna regionale “Questioni di cuore”, per le malattie cardiovascolari. E non dimentichiamoci di Geriatria, con il Centro di coordinamento regionale delle Unità Valutative Alzheimer per il progetto Cronos. Si potrebbe continuare, ma si sa, le buone notizie non fanno “notizia”, non più di tanto.
Così come non fa notizia il fatto che medici, infermieri, tecnici e operatori sanitari, lavorino spesso in condizioni estreme: il personale infermieristico, nello specifico, è “al limite”… sempre per la storia dei tagli, pare che da anni quelli che vanno in pensione non vengano “rimpiazzati”, e si fatica anche semplicemente a fare i turni, con conseguenze facilmente immaginabili: sovraccarico di lavoro, limiti nell’assistenza…per fermarci qui. Eppure in questo ospedale ci sono delle ottime équipe di medici e chirurghi: se ci fosse un numero adeguato di anestesisti e infermieri, si potrebbe fare un numero decisamente più elevato di interventi e al massimo livello. E poi, la questione cruciale della sicurezza: il SS. Trinità è un ospedale “aperto”, in tutti i sensi, con molteplici ingressi, alla struttura, ai padiglioni, ai reparti, e il Pronto Soccorso, aperto, ovviamente 24h su 24h. Difficile garantire il controllo, in condizioni normali, doppiamente difficile, se anche i servizi di guardiania sono stati ridotti, già da tempo, sempre per la questione dei tagli. Adesso, alla luce dei fatti incresciosi degli ultimi giorni, Prefettura e Direzione sanitaria annunciano interventi appropriati, per garantire la sicurezza: ma non si poteva intervenire prima, visto che la storia si ripete da tempo? Sempre per la cronaca, il signore ultrasettantenne, e se la cosa interessa, sta bene, dopo tre giorni di ricovero è tornato a casa, grato ai medici del pronto soccorso e di Medicina. “Miracolato” per la seconda volta: 5 anni fa gli hanno salvato la vita, asportandogli un micidiale carcinoma dal collo, con un intervento di alta chirurgia nel reparto di otorinoaringoiatria, ad opera del dr. Giorgio Tore, il responsabile della struttura, senza dover andare “in pellegrinaggio” in altre strutture ospedaliere del “continente” più titolate, come purtroppo spesso capita a molti “isolani”.
Ma si sa, le buone notizie non fanno notizia  o  hanno  vita breve rispetto ad altre magari  meno importanti  e\o significative 
 

02/03/13

Cecilia, 4 anni, in attesa di un trapianto ha potuto riabbracciare nella sua stanza del “Regina Margherita” il suo Black Torino, il cane di famiglia ammesso in ospedale strappo alle regole per una bimba cardiopatica

Speriamo  che  caèpitano  più  spesso queste eccezioni \  strappi alla regola   e che  diventi  la  norma   .
 
fonte   repubblica  del  2\3\2013 
di  VERA SCHIAVAZZI
TORINO 
C’è un attimo magico  quando gli occhi di Cecilia, 4 anni, incontrano quelli di Black,7 anni presunti. La bambina cardiopatica che da dodici mesi vive grazie a un cuore artificiale è seduta nella sua stanza bianca e  piena di macchine e ha davanti un tavolino di plastica rosso della sua taglia, con sopra i pezzi di un  puzzle. Il cane, un meticcio nero col pelo ruvido e le zampe bianche, mite e un po’ timido, è il suo cane, quello con cui Cecilia è cresciuta insieme alla sorellina Sofia, pettinata come lei,che le siede accanto come in tanti altri giorni passati in ospedale.

E il luogo è la stanza 18 del reparto di cardiologia del Regina Margherita di Torino.E’ la prima volta che un cane “forestiero” sale sull'ascensore di un grande ospedale ed entra in una camera sterile. Altri cani prima di lui hanno giocato all'esterno con i piccoli ricoverati o li hanno aiutati a reimparare a camminare nel reparto di ortopedia:erano però i quattro “specialisti” della pet therapy, addestrati e selezionati. Black no,Black è il cane di famiglia, quello che viveva già in casa con Maria e Guillermo, i genitori di Cecilia,
e con Sofia, la primogenita. Da mesi Cecilia chiedeva di vederlo,e giovedì papà e mamma le hanno detto «domani ci sarà  una sorpresa». Ieri all’una la sorpresa è arrivata sulle sue quattro zampe, il cane e la bambina si sono  riconosciuti con uno sguardo,si sono parlati e capiti in un linguaggio sconosciuto agli adulti umani, poi Black si è accucciato ai piedi del tavolino, un po’ disturbato dai flash e dagli  sconosciuti che si davano il turno nella piccola camera di ospedale.
Un po’ disturbata lo era anche  Cecilia, che però ha mostrato tutta la sua forza: sorrisi, carattere e humour, come quando  ha chiesto una ciotola d’acqua  per il suo cane, o gli ha raccomandato di non sporcare per terra.I genitori - Guillermo italiano di origini guatemalteche, e Maria - sono entrambi infermieri a Pinerolo, 40 chilometri da Torino.
Quando alla loro seconda figlia è stata diagnosticata una grave patologia cardiaca, la bimba aveva soltanto otto giorni di vita. La loro è una storia di dolore e di speranza, uguale a quella di tante altre famiglie, ma vissuta col coraggio speciale di chi conosce la malattia e la lotta per sopravvivere. Non hanno paura dell’ospedale, hanno chiesto e ottenuto che anche Sofia possa restarci a dormire, due o tre volte al mese, per portare la casa dentro la camera numero 18 e le risa tra bambine che ieri si sentivano a ogni movimento del cane, a ogni scatto dei flash.
 Loro fanno i turni a Pinerolo per poi correre al Regina Margherita e condividere l’attesa del trapianto che guarirà Cecilia, un giorno dopo l’altro. «E’ stata dura per noi ottenere la legge 104 -- racconta Guillermo riferendosi ai permessi ai quali hanno diritto i familiari di un malato grave -- ma ce l’abbiamo fatta. Ora speriamo che arrivi il trapianto. 
A mia figlia serve il cuore di un bambino, e non c’è ancora abbastanza conoscenza e sensibilità su questo tipo di donazioni.Lo capisco: quando il cuore di un bambino batte ancora, anche se c’è morte cerebrale, è difficile dire sì all’espianto. Ma guardatela, guardate come è serena, sveglia e tranquilla, nonostante tutto. Non vorreste farla vivere?».

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