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20/05/13

L'anima nel corpo


Un'eco. No, un ruggito. Lontano e possente. Se n'è andato a settant'anni, non giovane, ma nemmeno troppo vecchio, poco più che attempato, si direbbe oggi con un eufemismo che gli farebbe orrore. Carlo Monni s'è portato via un'Italia sanguigna e primordiale. Un'Italia sepolta, composta di mura, crani, sangui, frutti e bestemmie. Un'Italia terragna e pagana, sempre minore, ribollente, come il cuore metallico dei palloni da basket. Un'Italia vernacola e arcimbolda.
Carlo non era colto. Era cultura. Coltivazione, campo. Magari riarso da un sole implacabile. La incarnava in quel suo corpo a volte possente a volte flaccido, talora Ercole, talaltra Bertoldo.
Monni era anima perché corpo. Riassumeva tutto: la colta oscenità del Panormita e l'atarassia dell'operaio frustrato, forse comunista, forse solo alla ricerca d'un riscatto, d'un amore. In silenzio senza capire di fronte a una storia più grande di lui. Che faceva forse l'amore qualche volta, ma in fondo anelava alle donne sfuggenti con desiderio e rimpianto feroci. E rifugiato suo malgrado fra le gonne ambigue della matriarca, come splendidamente immortalato nel capolavoro dell'amico Benigni, che non è La vita è bella ma Berlinguer ti voglio bene. E poi naturalmente Monicelli, Benvenuti, Virzì, L'uomo la bestia e la virtù e, immancabile, Cecco Angiolieri. Ma consentitemi pure un ricordo magari minore, certo non incidentale: il ruolo di manager-squalo nell'unico film scritto e interpretato da Renato Zero, Ciao Nì: personaggio che Monni rivestì con leggerezza e ironia, aprendo uno spiraglio (subito ahimé chiuso) sulle potenzialità profondamente sovversive di certa arte e musica popolari.
Carlo è sempre rimasto alla periferia della notorietà, pur se tanti lo amavano. Pure qui in silenzio, per una sorta di mistico pudore. Un fiore di campo, di quelli che adornavano l'Etruria. Oggi al posto suo sorgono anonime autostrade, qualche fast-food riempito di anonimi volti, evanescenze lisce e senza fine, prive d'inizio, mai degne, quindi, di configgersi nella storia. Tutto è stato bruciato. E non dal sole cocente, ma dalla cenere dell'amnesia.

18/01/12

Benigni fischiato a laurea honoris causa. L’ira degli studenti: “Una trovata pubblicitaria”

Ormai è una prassi consolidata: sempre più atenei concedono lauree Honoris Causa o per vivere attimi di celebrità o più di frequente e molto prosaicamente a compenso. Un titolo ormai inflazionato e che ha perso ogni appeal in personaggi dotati di un cervello appena normal a godere  di tale  titolo  sono    nella maggior parte  dei casi  dei cretini  .  Evidentemente, Benigni non si annovera tra questi, ma lo sapevamo tutti da un pezzo. Per quanto concerne l’Università, a volte gli atenei ricorrono a questo tipo di improvvisa celebrità che li coglie per prendere lo spunto e sottoporre all’antenzione delle competenti autorità problemi finanziari, didattici o di logistici .


Benigni fischiato a laurea honoris causa. L’ira degli studenti: “Una trovata pubblicitaria”

L’Università della Calabria premia il toscanaccio, i ragazzi protestano con l’Ateneo: “Basta con queste passerelle”.
Cosenza. Gli studenti di Calabria contro la laura honoris causa di Roberto Benigni. L’attore e regista toscano questa mattina è stato premiato all’Università di Calabria a Cosenza inaugurando così l’anno accademico ma tra le polemiche. Non dirette contro il toscanaccio, ma contro l’Ateneo accusato di pensare solo a “trovate pubblicitarie”. “Non abbiamo nulla contro Benigni – hanno detto gli studenti – ma con coloro i quali dovrebbero pensare bene ai problemi che vive l’Università. Perché puntare sulle passerelle con i politici locali quando abbiamo problemi seri? Non si capisce, per esempio, perché siano state ritardate di sei mesi le borse di studio. Chi l’ha deciso e per quale motivo? Ed ancora, abbiamo bisogno di biblioteche aperte, di trasporti meno cari e che funzionino. E’ questo quello che serve a noi studenti e a questa Università”. Tra gli studenti che hanno protestato c’è anche chi ha fatto sentire la sua voce perché deluso dall’essere costretto a rimanere fuori dal Teatro. “Non ci hanno fatto entrare – hanno detto – e c’è uno schieramento di poliziotti imponente. Ci chiediamo perché a noi è stato impedito l’accesso?



Il Teatro è per tutti e non per pochi. Invece si è preferito privilegiare gli amici. Non è questa l’Università che vogliamo”.


  

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