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07/11/12

Quelli che “tengono tutto” la sindrome dell’accumulo

Per   approfondire
 metodo della sophianalisi

http://www.erickson.it/Libri/Pagine/Scheda-Libro.aspx?ItemId=40191


L'articolo    , che trovate  sotto  , di repubblica  del  6\11\2012 , mi permette  di  spiegare  ( per  il resto  quando riuscirò a   trovare le parole   ed il coraggio  )   uno  dei motivi ( oltre  ad  altri sparsi  nei vari post  del  vecchio e dell'attuale  blog  )    per  cui  ho ripreso ad andare in analisi  e continuare  con il metodo della sophianalisi e  di vedere   sempre  di  più il mio analista   come un compagno  di strada , il merito  è anche di questa  canzone .




Ritornando  a noi  mi sono individuato totalmente in 6 e in una quasi   sui  8  del test  tranne del fatto che mi  vergogno   e lo  faccio di nascosto  che trovate sotto preso  , come l'articolo  sotto   riportato da repubblica  del  6\11\2012 sulla  sindrome  dell'accumulo 



Quelli che “tengono tutto” la sindrome dell’accumulo

da  http://www.erickson.it/Libri/
C’ è un  romanzo scientifico di 270 pagine, si intitola Tengo tutto [ foto  a  sinistra  ] , è stato scritto da due clinici americani,Randy O. Frost e Gail Steketee, e illustra il disturbo del decennio: il bisogno d’accumulo, l’incapacità di buttare via. Giornali, riviste, libri, biglietti dell’autobus. E non solo.Dalle conchiglie ai vecchi fornelli così tenersi tutto diventa una mania L’allarme degli esperti: “Per guarire date meno importanza agli oggetti” .
Poi lattine, ombrelli, tubi,scatole, sacchetti di plasti-
ca, fornelli, vecchie scarpe che non si sa mai, vasetti di yogurt finiti, tovaglioli usati, pezzi di automobili e di passeggini, pietre e conchiglie, set di molle, parti di carrozze, cavalletti per tagliare la legna e tavolozze per la pittura.
C’è chi ha portato dentro casa quattordici pianoforti a coda senza averli mai suonati e pure una Ford modello T. «Tengo tutto è un  racconto per immagini su chi  porta ogni cosa in salotto», spiega  chi l’ha tradotto. Inizia come un  film horror, il capitolo sui fratelli Collyer, e finisce come un manuale consolatorio: si può guarire, anche perché tutti siamo accumulatori. Basta dare meno importanza alle cose e affidarsi alla cultura emergente del riciclo (pubblico, non privato).Lettere d’amore e mail fulminanti, pagelle delle scuole elementari e i primi cento numeri di “Zagor lo spirito con la scure” sono accumuli in bilico tra il sentimento del ricordo e il piccolo collezionismo, alimentati dal timore di perdere memoria e quindi pezzi di sé. Ma quando smettiamo di possedere oggetti e iniziamo a esserne posseduti? Andy Warhol, inventore della pop art, trasformatore del banale in arte, nei Settanta e Ottanta frequentava assiduamente i mercatini delle pulci e conservava ogni cianfrusaglia di cui entrava in possesso: la sua casa newyorkese a cinque piani era  così stipata che lui poteva vivere solo in due stanze. A lato della scrivania Warhol teneva una scatola di cartone e, quando l’impulso lo colpiva, la ripuliva gettando tutto senza distinzione: francobolli di valore, contante, torsoli di mela, una bolletta elettrica. Era la sua “capsula del tempo”, la datava e immagazzinava: dava il senso di ciò che in quell'istante  e  quindi in quella fase storica, era oggetto quotidiano, quindi cultura. Warhol ha realizzato più di seicento capsule del tempo.
Mister Ralph, uno degli uomini incontrati nelle sedute collettive dagli esperti Frost e Steketee, per colpa degli oggetti recuperati nelle discariche la sua unica casa l’ha quasi persa. Si può vivere la sindrome da accumulo da virtuoso miliardario o da vittima degli ufficiali giudiziari. I disturbati, malati di disposofobia per la precisione, il cinque per cento della popolazione mondiale, rinchiudono i propri familiari in spazi sempre più angusti, li fanno spostare dentro corridoi larghi trenta centimetri, sentieri per capre, e poi li  perdono (i familiari). Tutti noi, mediocri accumulatori, nelle regioni subcorticali del cervello teniamo a bada la tendenza ad ammassare con la capacità di programmazione, il disposofobico
impila senza ricevere vantaggi e  pagando costi altissimi. «Sono  persone di intelligenza superiore  alla media», raccontano Frost e  Steketee.
Questa società fino a ieri ossessionata dagli averi (l’ipercrisi sta cambiando nuovamente i riferimenti) ha iniziato a studiare la sindrome d’accumulo focalizzando una storia da Anni Quaranta: i fratelli Collyer, Homer e Langly. Morirono nella loro villa in  arenaria di Harlem sepolti da 170 tonnellate di oggetti che nel tempo erano diventati piloni portanti dell’edificio. La sindrome di Collyer in Russia diventa la malattia di Plyushkin, grazie al racconto di Gogol. Sherlock Holmes era un disposofobico, «incapace di distruggere un documento, li accumulava alle pareti». Già, «senza queste cose non sono nulla».
Metà dei sopravvissuti del World trade center hanno speso tempo per raccogliere i propri averi prima di scappare, anche se le torri tremavano sotto i loro piedi.
Ecco sempre  dallo stesso articolo cosa  dice uno psicologo   Gabriele Melli   autore di una ricerca
“Una patologia che può distruggere una famiglia”“L’accumulo dà una falsa sicurezza che si trasforma in un grave disagio

 ROMA — A differenza degli Stati Uniti, in Europa la disposofobia è un campo della psicologia poco
esplorato. In Italia la prima indagine risale a un anno fa ed è stata curata dall’Istituto di psicologia e
psicoterapia comportamentale e cognitiva (Ipsico) di Firenze, presieduto dallo psicologo Gabriele
Melli. 
Dottor Melli, cosa è emerso dalla ricerca ?
«Su 1200 intervistati nella regione Toscana, soffrono di questo disturbo dal 3,7 al 6 per cento.
Non ci sono differenze significative in base a sesso, età, stato civile, lavoro. Si può solo dire che il rischio aumenta con l’avanzare degli anni e con la disoccupazione».
La sindrome di accumulo si manifesta insieme ad altre forme di disagio?
«È spesso associata allo shopping esasperato, ma sembra avere poco a che vedere con i disturbi compulsivo-ossessivi, il controllo ripetuto di alcune azioni come chiudere il gas o l’automobile. Il disposofobico non si pente mai di mettere da parte oggetti,sebbene lo faccia di nascosto perché se ne vergogna. Infatti evita il più possibile di avere ospiti in casa».
Quale significato hanno gli  oggetti per queste persone?
«Danno la sicurezza e un’identità. Senza oggetti si sentono persi. Guai a buttarli via o spostarli: la loro perdita li manderebbe in crisi. Il disagio di una persona affetta da disturbo da accumulo compromette a tal punto la vita familiare che queste persone possono arrivare ad avere problemi, anche gravi, con il partner e persino con i figli».
(c. d.)

  e da qui  che devo iniziare   per  evitare  che essa degeneri   e peggiori ulteriormente   come pote vedere  da  questo mio video  
video
girato  qualche  tempo fa  nella mia camera  

13/05/12

Al confine fra alcolismo e morte: l'assemblea per il decennale DELL'ASSOCIAZIONE 'AMICI DELLA VITA' DI GIORGIO MASEDDU

Prima di riportare la storia d'oggi vorrei precisare che il copia e incolla non è per fare pubblico o riempire il blog e il mio spazio di Facebook su chi i post vanno in automatico ma è dovuto al fatto che solo i giornali locali o quelli nazionali nelle ultime pagine di cronache ai margini appunto ( salvo che esse non si ribellino o non commettano illegalità ) pubblicano tale news che riguardano le anime salve 


e che parlano d'argomenti come questi 



 In sardegna  L'alcolismo ha i numeri di un'apocalisse:  quarantamila famiglie convivono con un etilista. 

  da L'unione sarda Edizione di domenica 13 maggio 2012 - Cronaca Regionale (Pagina 9) 


I morti sono ottocento l'anno. C'è un fronte che resiste. È a Iglesias e si chiama “Amici della vita”, guidato da Giorgio Madeddu. Dice che all'origine della malattia c'è un disagio esistenziale.
L'assemblea dei resuscitati è convocata per giovedì al chiostro di San Francesco a Iglesias: si festeggiano dieci anni di vita ritrovata e un libro che raccoglie testimonianze e memorie dal sottosuolo degli alcolizzati. Di ogni genere: casalinghe adorabili, impiegati rigorosi, solerti vigili urbani, barboni disorientati, signorine insospettabili, pie donne divise tra Dio e la bottiglia, miserabili abbonati all'inferno dalla nascita.Non è il caso che vi prepariate a strizzare lacrime perché questa gente non ne ha bisogno e nemmeno le gradisce. Non chiede elemosine e neppure solidarietà. Si è salvata da sola. Grosso modo si tratta di oltre mille famiglie del Basso Sulcis terremotate dall'alcol.
Col tempo, visto che i risultati sono stati incoraggianti, hanno allargato l'orizzonte ai malati di tumore e agli autistici. Tutti insieme fanno un'associazione che si chiama Amici della vita , associazione - tenetevi forte - che non ha mai chiesto finanziamenti pubblici, non dipende dalla pietà di un padrino politico, non ha voti di scambio da offrire sulla piazza.


 e sempre  dallo stesso giornale  l'intervista  GIORGIO MADEDDU  (  foto  sotto a sinistra  )  GUIDA L'ASSOCIAZIONE 'AMICI DELLA VITA' di GIORGIO PISANO ( pisano@unionesarda.it )

L'assemblea dei resuscitati è convocata per giovedì al chiostro di San Francesco a Iglesias: si festeggiano dieci anni di vita ritrovata e un libro che raccoglie testimonianze e memorie dal sottosuolo degli alcolizzati. Di ogni genere: casalinghe adorabili, impiegati rigorosi, solerti vigili urbani, barboni disorientati, signorine insospettabili, pie donne divise tra Dio e la bottiglia, miserabili abbonati all'inferno dalla nascita.Non è il caso che vi prepariate a strizzare lacrime perché questa gente non ne ha bisogno e nemmeno le gradisce. Non chiede elemosine e neppure solidarietà. Si è salvata da sola. Grosso modo si tratta di oltre mille famiglie del Basso Sulcis terremotate dall'alcol.Col tempo, visto che i risultati sono stati incoraggianti, hanno allargato l'orizzonte ai malati di tumore e agli autistici. Tutti insieme fanno un'associazione che si chiama Amici della vita , associazione -tenetevi forte - che non ha mai chiesto finanziamenti pubblici, non dipende dalla pietà di un padrino politico, non ha voti di scambio da offrire sulla piazza.Dietro questo strano popolo di zombi miracolati c'è un medico che ha un'idea bizzarra e vincente per la lotta all'alcolismo: niente farmaci (salvo quelli essenziali)
 ma ricerca in se stessi e sostegno dei propri cari. Così ha fatto nascere i gruppi di auto-aiuto, che sono le cellule della rinascita. Giorgio Madeddu, 56 anni, due figli, vive e lavora a Iglesias. Quale sarebbe stato il suo futuro l'ha capito che era adolescente: una notte, tornando a casa dopo aver visto un film, ha calpestato nell'androne quello che credeva un fagotto di detriti dimenticato dai muratori impegnati in un cantiere vicino. Quando ha sentito un lamento s'è fermato di colpo. «Non era un fagotto, era un uomo. Un ubriaco che aveva cercato rifugio nel palazzo dove 
tenetevi forte - che non ha mai chiesto finanziamenti pubblici, non dipende dalla pietà di un padrino politico, non ha voti di scambio da offrire sulla piazza.Dietro questo strano popolo di zombi miracolati c'è un medico che ha un'idea bizzarra e vincente per la lotta all'alcolismo: niente farmaci (salvo quelli essenziali) ma ricerca in se stessi e sostegno dei propri cari. Così ha fatto nascere i gruppi di auto-aiuto, che sono le cellule della rinascita. Giorgio Madeddu, 56 anni, due figli, vive e lavora a Iglesias. Quale sarebbe stato il suo futuro l'ha capito che era adolescente: una notte, tornando a casa dopo aver visto un film, ha calpestato nell'androne quello che credeva un fagotto di detriti dimenticato dai muratori impegnati in un cantiere vicino. Quando ha sentito un lamento s'è fermato di colpo. «Non era un fagotto, era un uomo. Un ubriaco che aveva cercato rifugio nel palazzo dove abitavo».Quell'episodio lo ha segnato. A parte la laurea in Medicina e i corsi di psicoterapia della dipendenza, ha dedicato la sua vita ad una malattia (perché di malattia stiamo parlando) che ancora oggi stenta ad essere riconosciuta. Qualche numero, giusto per capirci, spiegherà meglio: in Italia gli alcolizzati sono un milione e seicentomila, ogni anno ne muoiono cinquantamila. In Sardegna quarantamila famiglie convivono con un alcolista e i cadaveri ammontano a ottocento l'anno. Madeddu non esita a dissentire da un gigante della materia, il farmacologo Gian Luigi Gessa, che fa risalire l'origine dell'alcolismo a Noè, primissimo ubriacone certificato. «Io invece ritengo che l'alcolismo nasca da un disagio esistenziale». Dunque, curando il disagio cancello l'alcolismo.Le cose stanno davvero così? Il terreno di discussione è decisamente scivoloso ma Giorgio Madeddu difende la sua tesi sulla base di un'esperienza cominciata venticinque anni fa e ancora lanciatissima in tutto il Sulcis. Dove l'alcolismo, racconta, è compagno della miseria. E quando tocca le donne propone poi statistiche taroccate perché omertà e vergogna non fanno affiorare nulla: questo per dire che i dati ufficiali sono, in realtà, infinitamente peggiori. «Noi siamo riusciti ad aprire una breccia evitando giudizi morali ed offrendo in cambio diagnosi e confronto».

Cos'è Amici della vita?

«Una comunità di famiglie alle prese con un disagio, una sofferenza. Contiamo cinquecento militanti e quindici centri d'ascolto tra Iglesias e Teulada. C'è un responsabile scientifico, che sono io, e numerosi specialisti che ci affiancano. Il nostro obiettivo è trasformare i pazienti in punti di riferimento per i nuovi arrivati».

Perché non chiedete contributi pubblici?

«Perché non ci si può liberare da una dipendenza e cadere in un'altra. Far capo ad amministrazioni pubbliche o a politici vuol dire che mettiamo in conto di sparire non appena chiudono il rubinetto dei finanziamenti».

Voi invece?

«Facciamo affidamento sulle nostre risorse e bastiamo a noi stessi. Il ginepro non muore nelle estati di siccità. Neanche noi. Interpretiamo la politica nel senso più autentico: stare al servizio degli altri».

Quindi vi fa schifo, la politica.

«Dai politici accettiamo una partecipazione spassionata, se vogliono darla. Ce ne sono di rispettabili: per esempio Tore Cherchi, ex presidente della Provincia. Ha sempre partecipato alle nostre iniziative e non ci ha mai chiesto nulla».

Quanti entrano in associazione per fare carriera?

«Impossibile: con noi c'è da impegnarsi a fondo. La regola numero uno è mettersi in discussione davanti a tutti, e non è facile da fare».

I gruppi di auto-aiuto?

«Nascono dall'esperienza americana avviata nel 1935. Sono comunità di alcolisti (ma non solo) che condividono speranze e disagi. Servono a sostenersi l'uno con l'altro».

Sedute di autocoscienza, insomma?

«No. Di solidarietà incrociata, che è un altro affare».

Cosa sono i 12 passi?

«Il percorso degli alcolisti, dalla presa di coscienza al risveglio spirituale. Funzionano anche coi malati tumorali. Durano tutta la vita. È una guerra permanente contro la società dell'apparenza».

Iniziative?

«Molte. Facciamo trekking, marce, pizzate analcoliche, giornate della sobrietà. Siamo una comunità in marcia».

Lei paragona gli alcolisti agli assetati di danaro e potere: perché?

«Perché dietro, in fondo, c'è lo stesso disagio di vivere. Sono molti i politici detronizzati che vanno in depressione e in dipendenza. Perdendo il ruolo (assistenzialismo e clientelismo) si ritrovano improvvisamente fragili».

Cattolico?

«Sì. E progressista».

Record dei suoi assistiti?

«Ho pazienti che si facevano dieci litri di vino al giorno. Dieci, e non per modo di dire. O signore che bevevano 25 birre, sempre al giorno. Il campione è vario».

In che senso?

«Birra e vino si consumano nei paesi, i superalcolici nelle aree urbane. I giovani invece amano l'abuso multiplo: alcol e cocaina, oppure eroina, ecstasy, canne. Ogni anno nascono in Sardegna venti bambini con ritardo mentale per abuso alcolico in gravidanza».

Successi?

«Applichiamo il Progetto don Bosco, che parte dall'accoglienza, prevede il trattamento a domicilio e si conclude con l'inserimento nel mondo del lavoro. Se tutto il nucleo familiare ci aiuta, risolviamo settanta casi su cento. Conta molto anche l'atteggiamento dei Comuni».

Che c'entrano?

«Di solito erogano assegni di sussistenza ad alcolisti che poi vanno a glorificarli al bar. Noi preferiamo invece che abbiano un lavoro socialmente utile, che ricevano salario e contributi perché solo così si sentono spinti a cambiare».

Saranno stati tutti d'accordo con voi.

«Il Municipio di Iglesias continua a preferire la logica degli assegni ad personam».

Percentuale di ricadute.

«Ampia e frequente. Il 70-80 per cento ci ricasca prima di arrivare alla sobrietà duratura. Il primo anno è il più difficile però è anche quello che fa riassaporare un po' di pace in famiglia, il rispetto ritrovato e perfino qualche euro in più».

Cosa le chiedono i suoi pazienti?

«Seguo 1.250 famiglie che fanno capo all'associazione e altre che, per ragioni loro, preferiscono stare nell'anonimato. La prima cosa che mi chiedono? Ricomporre il nucleo familiare disintegrato. L'alcol lo impoverisce, lo distrugge».

Poi?

«Hanno quasi tutti un sogno impossibile: riuscire in futuro a bere in modo moderato. Non si può. Aveva ragione Billy Wilder: un bicchiere è troppo, cento sono pochi . L'alcolista deve sposare la sobrietà per tutta la vita. Di solito ci riesce quando ha trovato una risposta al suo disagio esistenziale».

Cioè?

«C'era un vecchio che mi diceva: ero infelice quando bevevo perché bevevo, sono infelice ora che non bevo perché non bevo . Significa che non aveva risolto il problema che aveva scatenato l'alcolismo».

Capita che se ne vadano sbattendo la porta?

«Certo, soprattutto quando comincio a mettere il naso dentro la famiglia. Uno se n'è andato in malo modo perché gli avevo chiesto di non picchiare la moglie. Questi sono affari miei, dottore».


«L'Alcover vuol dire?
Mai. L'ho sperimentato nel 1990 e mai più utilizzato. È pericoloso perché non interrompe l'abuso alcolico e crea un cocktail micidiale. Prescriverlo è un'ottima soluzione per chi vuole lavarsene le mani».

Botte?

«Qualche volta ci siamo andati molto vicino, è inevitabile».

Che rapporto c'è tra crisi economica e alcol?

«Nessun rapporto ma un lavoro diventa fondamentale per un alcolista in terapia. Proprio per questo collaboriamo con la coop San Lorenzo di Iglesias, attivissima sul fronte-occupazione».

Quante volte ha pensato di non farcela?

«Molte, ma poi basta una telefonata per rimettermi in carreggiata. Purtroppo succede molto più spesso ai pazienti di pensare di non farcela più».

Cioè?

«Alcune volte ho creduto che un recupero sarebbe stato impossibile. E magari mi sbagliavo. Altre volte ho visto la vittoria a un passo e poi tutto è precipitato. In 25 anni di lavoro conto almeno duecento morti per patologie alcol-correlate. Che significa tumori (del cavo orale, dell'esofago), incidenti, suicidi».

Quante sconfitte?

«Ne ho di personali, brucianti. Penso a quel ragazzo polidipendente che mi aveva chiesto un colloquio. Ero infognato di lavoro e gliel'ho rimandato. Due giorni dopo s'è schiantato con la moto contro un muro. È accaduto molti anni fa ma io continuo a domandarmi: se l'avessi ascoltato, sarebbe successo lo stesso?»

Dove ha sbagliato?

«Ho sottovalutato l'importanza di creare un centro per ospitare quei malati che non possono essere trattati in famiglia. Oggi ci ritroviamo liberi ma anche senza il centro per le urgenze».

Il paziente che non dimentica?

«Un impiegato pubblico che ha perso il lavoro perché beveva. A seguire, l'ha scaricato la famiglia ed è finito a fare il barbone. In ospedale, dopo una crisi terribile di delirium tremens, sono riuscito a recuperarlo. Ma si rifiutava di frequentare i gruppi di auto-aiuto e io ero certo che ci sarebbe ricascato. Finché un giorno...».

Che succede?

«Succede che mi invita ad una partita della squadra di calcio che allenava. Era salvo. Sono stato un presuntuoso a credere che solo i gruppi di auto-aiuto potessero proteggerlo. Non esiste una ricetta unica e valida per tutti».

Considera un privilegio lavorare con questi malati.

«Esatto. Perché da questa gente ho imparato più che all'università. L'eroismo delle mogli degli alcolisti che non si arrendono sono un esempio strepitoso di senso della vita. Mi aiutano, mi stimolano, mi incuriosiscono».

Come fa ad essere ottimista?

«Non potrei non esserlo. Appena 25 anni fa la Medicina considerava alcolisti e tossicodipendenti irrecuperabili. Non venivano neanche studiati: erano scarti della società, più o meno degni di solidarietà, ma comunque scarti».

E allora?

«Allora io in 25 anni ho invece assistito a un gigantesco miracolo. Ho visto sotto i miei occhi centinaia di famiglie rinascere, ho visto morti in pole position ricominciare a vivere. Oggi gran parte di queste persone sono miei compagni di strada. Sono o non sono un uomo fortunato?»

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