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08/06/08

De André, l'anima salvaa Bresso il 8.6.2008




Questa sera alle 21, al Centro Civico Sandro Pertini di Bresso (Milano), andrà in scena Una goccia di splendore, tributo al grande Fabrizio De André. Ripropongo qui sotto il ricordo che scrissi il giorno della sua scomparsa, consapevole che uno come lui, di là da ogni retorica, ci accompagnerà lieve e silente per tutto il migrare dei giorni.



Fabrizio De André ci ha lasciati con una sensazione di  levità, di dolcezza, di gentilezza. Di famiglia. Perché Fabrizio era la famiglia.

La sua certamente, innanzi tutto. Così presente, e nello stesso tempo così discreta. Così, direi, patriarcale. Con Fabrizio De André non occorrevano molte parole, bastava uno sguardo, un sorriso, un cenno. Il resto era tutto lì, nella secolare saggezza genovese, nei labirinti di una città arcana, obliqua, imprendibile, nel sontuoso (e talora scostante) scarlatto dei palazzi patrizi come nei recessi dei carruggi. Era lì che il giovane Fabrizio fuggiva, o forse si rifugiava, per cogliere il senso vero della vita. E lo trovava fra le pieghe graziose di una ragazzina di strada, nell’allegria insensata di una pazza, nel sorriso storto di un mendicante. Gente nuda. E la gente nuda, si sa, non ha confini né nazione, è apolide per sua natura. Perché è universale, umanità nella sua scaturigine, primavera di creazione. Dappertutto sempre uguale, dappertutto diversa, respinta come diversa. Quanto doveva sembrare limitante, a De André, la gente “perbene”. Poco interessante. Inutile. Di loro non c’era nulla da dire perché nulla manifestavano. Erano, al più, voci, o meglio, dicerie. Suoni senza eco inghiottiti dal vento salmastro. A De André, invece, interessavano i corpi, e il suo compito era quello di tradurre in musica – la più ineffabile delle arti – il linguaggio inarticolato ma vivo di quella gente nuda.
Non casualmente uno dei suoi capolavori (e il disco da me preferito) era La buona novella. Il paesaggio immoto e senza tempo della Palestina non poteva costituire sfondo migliore per dipingere la sua umanità nuda, scarnificata come il Forese dantesco.



“Non voglio pensarti figlio di Dio, ma figlio degli uomini, fratello anche mio”, è il verso che conclude il suo lavoro. Un incontro che, in apparenza, non avviene. De André, alla fine del viaggio, non incontra Cristo. Ma gli basta Gesù: “Non voglio pensarti figlio di Dio”, perché non sei, non ti voglio lontano da questa umanità nuda. Non sei che l’umanità vera, perfetta perché dolente, ingenua, maltrattata, umiliata, sciocca. Sciocca e ingenua come solo i profeti, e i bambini, sanno essere.
Cosa importa se l’uomo Gesù ha sbagliato? Ciò che conta è che ci sia stato, qui, su questa terra. E che questa terra lo abbia partorito, questo è già, comunque, motivo di speranza, ed è uno sguardo sull’infinito, consapevole o meno che sia.

Tanto più inconsapevole quanto più vero. L’unica certezza, per De André, era la vita stessa, il respiro, il soffio. In questa sua attenzione, in questo profondo rispetto per l’individuo terreno si trovano i germi della spiritualità. Attraverso i “suoi” poveri, il borghese De André ha compiuto un cammino a ritroso alle origini di sé. Si è denudato con loro. Sapeva ascoltare, De André. Ecco perché i suoi dischi uscivano con parsimonia, quella parsimonia ligure che sembra scontrosità ed è invece solo meditazione. Fabrizio era così profondamente genovese, ma anche tanto saggiamente zen. Così sensualmente persiano. Così stupito e fiducioso come un bimbo.

Ci ha lasciati con un disco, Anime salve. Ancora una volta gli amatissimi “poveri”, tra cui spicca la transessuale Princesa. Ancora una volta, dantesco. Il cammino di De André si è concluso perché, come Dante, ha avuto il privilegio di percorrere da vivo non l’Inferno, che per Fabrizio non esiste, ma quel Purgatorio che, nella sua intimità, è il regno della speranza, di quelle anime elette (“O ben finiti, spiriti già eletti”, Purg. III) in attesa del definitivo ritorno a casa.
Ecco perché De André era famiglia. Perché è stato veramente il padre (soprattutto), il fratello, l’amico, l’amante di tutti e di ognuno. E a tutti e a ognuno si è donato con la sua nudità di uomo e di poeta.


Fabrizio De André era il cantore del già e non ancora, l’unico modo di assaporare l’eternità concesso a noi mortali. L’amore, invece, è inesprimibile. Fabrizio non aveva più bisogno di sperare. La speranza termina quando sopraggiunge l’amore. E l’amore non ha più bisogno di parole né di musica, perché basta a sé stesso.



                        Daniela Tuscano

21/06/07

Senza titolo 1901





Proprio  mentre  scrivo questo post mi risuonano  le parole della  famossima   e bellissima   the  end    dei doors




THE END (  the doors  1967 )




This is the end, beautiful friend
This is the end, my only friend
The end of our elaborate plans
The end of everything that stands
The end
No safety or surprise
The end
I'll never look into your eyes again
Can you picture what will be
So limitless and free
Desperately in need of some stranger's hand
In a desperate land
Lost in a Roman wilderness of pain
And all the children are insane
All the children are insane
Waiting for the summer rain
There's danger on the edge of town
Ride the King's highway
Weird scenes inside the gold mine
Ride the highway West, baby
Ride the snake
Ride the snake
To the lake
To the lake
The ancient lake, baby
The snake is long
Seven miles
Ride the snake
He's old
And his skin is cold
The West is the best
The West is the best
Get here and we'll do the rest
The blue bus is calling us
The blue bus is calling us
Driver, where are you taking us?
The killer awoke before dawn
He put his boots on
He took a face from the ancient gallery
And he walked on down the hall
He went into the room where his sister lived
And then he paid a visit to his brother
And then he walked on down the hall
And he came to a door
And he looked inside
Father
Yes son?
I want to kill you
Mother, I want to. . .
C'mon baby, take a chance with us
C'mon baby, take a chance with us
C'mon baby, take a chance with us
And meet me at the back of the blue bus
This is the end, beautiful friend
This is the end, my only friend
The end
It hurts to set you free
But you'll never follow me
The end of laughter and soft lies
The end of nights we tried to die
This is the end


-------------




Questa è la fine
magnifico amico
Questa è la fine
mio unico amico, la fine
dei nostri piani elaborati, la fine
di ogni cosa stabilita, la fine
né salvezza o sorpresa, la fine
non guarderò nei tuoi occhi... mai più
puoi immaginarti come sarà
così senza limiti e libero
disperatamente bisognoso di una... mano straniera
in un... paese disperato
perso in una romana... regione di dolore
E tutti i bambini sono alienati
tutti i bambini sono alienati
aspettando la pioggia estiva
C'è pericolo alla periferia della città
cavalca la King Highway, baby
strane scene all'interno della miniera d'oro
cavalca l'autostrada ovest, baby
cavalca il serpente, cavalca il serpente
fino al lago, l'antico lago, baby
Il serpente è lungo, sette miglia
cavalca il serpente... è vecchio e la sua pelle è fredda
l'ovest è il meglio, l'ovest è il meglio
Vieni qui e ci occuperemo del resto
l'autobus blu ci chiama
Autista, dove ci porti
L'assassino si svegliò prima dell'alba, s'infilò gli stivali
Prese una maschera dall'antica galleria
e s'incamminò verso l'atrio
andò nella stanza dove viveva sua sorella e... poi lui
fece una visita a suo fratello, e poi lui
s'incamminò verso l'atrio
arrivò a una porta... e guardò dentro
padre, sì figlio, voglio ucciderti
madre... ti voglio... fottere
Vieni, baby, rischia con noi
e incontrami sul fondo del bus triste
faccio un rock triste, su un bus blu
uccidi, uccidi, uccidi,
Questa è la fine
magnifico amico
questa è la fine
mio unico amico, la fine
mi fa male liberarti
ma tu non mi seguirai mai
la fine delle risate e delle dolci bugie
la fine delle notti in cui tentammo di morire
Questa è la fine




N.b


il solito  prolema   per chi usa  linbux  o mozzila fire fox  le frasi in neretto sottolineate  e  quelle  che vanno a capo sottolineate sono collegamenti ipertestuali 
Alcuni di voi e non solo mi chiedono come abbia una grande passione quasi maniacale per Salvatore Satta e suo ultimo romanzo il giorno del giudizio , tanto da elogiarlo nei post precedenti
La risposta è semplice in esso c'è tutta la mia terra , c'è descritto un cambiamento epocale di un isola che nel giro di un secolo ha perso o trasformato \ svenduto al dio denaro le sue usanze e le sue tradizioni , insomma la sua cultura  soprattutto ad uso turistico  .
Inoltre esso è punto di riferimento anche se scritto nel 1975 , per alcuni degli scrittori sardi più importanti il fu Sergio Atzeni Il figlio di Bakunin ( Sellerio 1991) e Salvatore Niffoi La vedova scalza Adelphi, 2006   solo per citasre i più noti
Stavolta avete ragione la mia passione è maniacale tanto da comprarmi appena avrò soldi l'edizione critica dell’autografo ( ne trovate   a estra  copertina  ) , curata dal bravissimo   Giuseppe Marci , professore di Filologia italiana all’Università di Cagliari per i tipi del Centro di studi filologici sardi e dellacasa esitrice  Cuec di Cagliari ( tel. 070/291077) . Infatti propone, per la prima volta, una trascrizione integrale del manoscritto e lo mette a confronto con il dattiloscritto e con le edizioni a stampa realizzate da Cedam, da Adelphi e da Ilisso fino al 2006\7 perché nelle nuove edizioni in parte i nomi sono stati sciolti ma e q, e qui non lo biasimo ( perché cò che mi ha avvicinato al libro era la curiosità di sapere la famiglia che si nascondeva dietro il nomignolo i corriales citata spesso , in fatti di sangue e di sequestri ) , dice Paolo Manichedda nella recensione al libro di Marci  << (...) In fin dei conti, però, si tratta di una censura veramente da poco, perché i nomi veri forse potrebbero servire a un po’ di storia familiare e a qualche ulteriore pettegolezzo nuorese, ma niente aggiungerebbero o toglierebbero alla sostanza delle cose.(...) >>. Leggendo tale libro Il lettore ha, in tal modo, l’opportunità di entrare nel complesso mondo della scrittura sattiana e di osservarla nel suo divenire, così come ha la possibilità di osservare la storia editoriale abbastanza travagliata e particolare . Infatti come dice lo studioso Massimo Pittau : << [...] Alla prima uscita del romanzo sattiano a noi Nuoresi non è sfuggito il fatto che quasi tutti i nomi e cognomi dei personaggi citati dal Satta risultavano mutati e trasformati, con la conservazione della sola consonante iniziale oppure di una certa assonanza fra l’antroponimo originario e quello sostituito, e che ciò era stato fatto col preciso scopo di non muovere il risentimento dei rispettivi discendenti, che a Nuoro sono ancora numerosi. In realtà questo mutamento dei nomi e cognomi dei personaggi citati ha, sì, conseguito il risultato di evitare il pericolo di eventuali querele per diffamazione o per calunnia da parte degli interessati, mentre non ha impedito per nulla il riconoscimento esatto e puntuale che ne hanno fatto gli stessi interessati e in generale molti altri Nuoresi della vecchia generazione . Si deve però precisare che questa operazione del mutamento dei nomi e dei cognomi non è stata effettuata né voluta dallo scrittore nuorese, ma è stata concepita ed attuata dai suoi familiari e precisamente da quelli che hanno curato la pubblicazione postuma del romanzo. La circostanza mi è stata comunicata per l’appunto da uno di essi, di cui sono quasi coetaneo ed buon amico da vecchia data. Ebbene questa operazione del mutamento dei nomi e dei cognomi effettuata dai curatori della pubblicazione del romanzo ha determinato qualche pasticcio linguistico : Cap. VIII Il soprannome di un anziano maestro Manca, parecchie volte citato dallo Scrittore, maestro che è stato a lungo ricordato dai Nuoresi, anche da quelli che non lo avevano mai conosciuto, era Prediskèdda, che significa esattamente «Pietruzza». Ebbene i responsabili della trasformazione dei cognomi hanno riportato questa esatta traduzione di «Pietruzza», ma purtroppo hanno mutato il soprannome da Prediskèdda in quello di Pedduzza, non badando che quest’ultimo significa non «Pietruzza», bensì «Pellicina», cioè "piccola pelle" (si veda anche nel cap. XVIII Gli stessi responsabili delle trasformazioni linguistiche hanno proceduto a mutare anche il nome di alcune vie e zone della campagna nuorese, nonché di alcuni rioni: ad es. via Angioi in via Asproni, la regione su Tuvu in quella di Locoi, il rione Lollobéddu in quello di Lorenéddu. Ed anche da questa operazione è venuto fuori qualche pasticcio linguistico. [...] ( vedere qui l'articolo integrale ) di uno dei più significativi romanzi del Novecento .
Ma a farlo diventare “ uno dei bagli del mio viaggio “ è stato questo giudizio di uno studioso Americano ( non ricordo il nome ) che ha affermato che la migliore introduzione al giorno del giudizio è quella che ne dà l'autore stesso : << come una di quelle assurde processioni del paradiso dantesco sfilano in teorie interminabili , ma senza cori e candelabri , gli uomini della mia gente .Tutti si rivolgono a me , tutti vogliono deporre nelle mie mani il fardello della loro vita . parole di preghiera o d'ira sibilano col vento fra il cespugli di timo . E forse mentre penso la loro vita , perché scrivo la loro vita , mi sento come un ridicolo Dio , che li ah chiamati a a raccolta nel giorno del giudizio , per liberarli in eterno della loro memoria >> .
Esso dimmostra  : 1)  che da te stesso  e dal  tuo paese   non si  scappa  ; 2) che per poter narrare  le  vicende d'esso devi andare  fuori . 
All'inizio sembra noioso in quanto si sente l'influsso dei romanzi di fine ottocento in particolare Cuore di De Amicis poi s'evolve e ampliando la narrazione al paese . Infatti l'autore recupera , le persone ( ormai tutte morte ma sono vivi i discendenti ) conosciute in vita più precisamente durante la sua adolescenza ovvero abbraccia il periodo fra gli dal 1910 al 1930 circa prima di lasciare la sua Nuoro.
Infatti esso è la
Storia della famiglia di don Sebastiano Sanna e di donna Vincenza, ma anche storia di Nuoro e specchio dell’umanità, Il giorno del giudizio è un romanzo intenso, duro, ricco di g
N.b iudizi e di sentenze senza appello, ritratto della forza e della debolezza dell’uomo. Se da una parte don Sebastiano è un personaggio a tutto tondo, un attardato rappresentante del secolo dei lumi "nutrito dalla certezza nel potere dell’uomo sulle forze della natura", ha però anche tratti di estrema durezza che si esprimono icasticamente nella frase ripetuta per anni alla propria moglie "zitta tu che stai al mondo soltanto perché c’è posto". Egli vede Nuoro, la sua città, è "un nido di corvi", ma lo è per lo stesso motivo per cui lo sono tutte le città del mondo: "c’erano gli oziosi, i miseri e i ricchi, i savi e i matti, chi sentiva l’impegno della vita e chi non lo sentiva, ma il problema di tutti era quello di vivere, di comporre col suo essere lo straordinario e lugubre affresco di un paese che non ha motivo di esistere. (...) Perciò non vi era odio, non vi era amore, c’era la contestazione dell’altro, che diventava la contestazione di sé stessi". Il giurista, insomma, aveva bisogno di una sentenza che sancisse il senso delle cose a lui note, e la pronunciò: "Per conoscersi bisogna svolgere la propria vita fino in fondo, fino al momento in cui si cala nella fossa. E anche allora bisogna che ci sia uno che ti accolga, ti risusciti, ti racconti a te stesso e agli altri come in un giudizio finale". Mi ha molto affascinato oltre che per la vicenda editoriale di cui ho parlato nelle righe precedenti per i riferimenti alla Commedia di Dante soprattutto ai canti XXI ( in particolare questi versi 40-75 ) e il XXII del purgatorio noti meglio come i i canti di Stazio . Infatti i personaggi del romanzo sfilano davanti ai nostri occhi come le figure delle processioni dantesche , e sembrano presentarsi all'autore per chiedere non soltanto d'essere fatti rivivere , ma anche d'essere giudicati . Però quello che Satta ci lascia non è un giudizio morale ma di un semplice scrittore che ha trovato nella scrittura un modo di liberarli dall'oblio e di consegnarli al lettore come persone di famiglia con i loro pregi e difetti . Concludo con quanto dice l'autore nelle avvertenze ai lettori : << riprendo dopo molti mesi , questo racconto che forse non avrei dovuto incominciare . Invecchio rapidamente e sento che mi preparo ad una triste fine [ infatti fu scritto negli ultimi due anni di vita dell'autore ormai minato da un male incurabile ] poiché non ho voluto accettare la prima condizione di una buona morte l'oblio (.,,) . E anche allora bisogna che ci sia uno che ti raccolga , ti risusciti , e ti racconti a te stesso e a gli altri come un giudizio finale . E' quello che ho fatto io in questi anni , che vorrei non aver fatto e continuerò a fare perché ormai non si tratta dell'altrui destino ma del mio >>





05/03/07

Senza titolo 1682

Nella  più  completa indifferenza  è morto   sabato 4 marzo  2007  alla veneranda  età di 87  il   Grande Osvaldo Cavandoli.Esso  : <<  è stato un animatore e autore di fumetti italiano, cittadino onorario di Milano. È famoso per il suo cartone animato La Linea.Cavandoli è nato a Maderno, sul lago di Garda, ma si è spostato a Milano all'età di due anni. Dal 1936 al 1940 ha lavorato come designer tecnico all'Alfa Romeo. Appassionato fin da bambino ai fumetti si è avvicinato a questo mondo all'età di 23 anni, ha cominciato poi a lavorare con Nino Pagot. Nel 1950 ha cominciato a lavorare solo come direttore e produttore. Diviene poi famoso con La Linea, apparso la prima volta nel 1969 come carosello. Nel 1978 e nel 1988 ha creato due nuovi personaggi: sexlinea ed eroslinea.  >> (  news  tratte dalla  sua voce  su  wikipedia.it 
Ha  ragione uin  commento  su  blogfriends :   << Una vergogna che domenica mattina c'era solo un micro trafiletto su Repubblica e l'ho saputo così... :"( >>  ora lo so che direte  che  sono cinico , ma  meglio un po'  di cinismo che  essere indifferente  , scometto che se morisse   qualcuno   di noto   come  pippo  baudo  o eros  ramazzoti vengono  versati   i  classici fiumi d'inchuiostro  sui  giornali  e  super speciale  in raimediaset  Poichè le  lacrime  mi stanno bagnando  gli occhi , e m'impediscono di continuare  a  scrivere e poi  per  evitare  frasi fatte o  bieca  \ stucchevole retorica   , metto qui un  video  per  ricordarlo   grazie  youtube .








Per chi  non  spesse  niente  di lui  e per  chi  c'era   ( anche se di striscio come   me  che sono del '76 )  e vuole  far vedere  ai nipoti o figli  o  perchè  no rivedere    ecco un url con una serie  di video di youtube  delle sue trasmissioni
tinyurl.com/3bb9v7  che  stavolta  grazie  a tynyurl   sono riuscito  a rendere  cliccabili   a differenza  degli altri  presewnti nei post precedenti   ma  lo sapete su soluzioni  non c'è   risposta    e la redazione di splinder  continua a fare lo gnorri  Leggo ora  su Dylan Dog Horror  club n°246   che come Osvaldo  e morto   nell'indifferenza  generale proprio il giorno della  vigilia di natale  un altro grande disegnatore   e sceneggiatore di fumetti  Gino D'antonio   dopo una carriera  di  ben  60° e famoso  non solo in Itlia  ( vedere  ulr  nelle righe sucessive  )  .

Voglio ricordarlo  citando  l'elogio  funebre  tratto  
  da Dylan Dog  Horror  club  : <<   (...)  tutti giù il cappello c'è da rendere  onore ad un autore   che se ne  è andato velocemente in punta di piedi  nell'indifferenza dei media nazionali  la  vigilia di natale  (...) e come ha detto un commossoi Sergio Bonelli  nel  renderli omaggio   durante la cerimonia funebre  " era il più bravo di tutti  . Cerrto  lo si duice  sempre  di chi  muore  , ma  vi giuriamo sul nostro onore  che   che mai come    questa  volta  è vero  . (.... ) >> . Essoi era  famoso  per  " La storia del West  "  una saga  , di cui trovate  un disegno a sinistra  durata  ben  75  album . Essa è : << (  ... )  1967-1980| Esce, edita da Bonelli (la cui casa editrice ora ha assunto il nome di Edizioni Araldo) la Storia del West, l'opera più ambiziosa di D'Antonio.
 Progettata assieme a Renzo Calegari (che avrebbe dovuto collaborare anche ai testi ma che poi limitò il suo apporto alla sola parte grafica), durante la loro collaborazione con lo studio Dami, l'idea iniziale prevedeva la pubblicazione settimanale di brevi episodi di 24 pagine integrati da articoli di approfondimento sull'epopea western, ma lo stesso Bonelli convinse gli autori a optare per il classico albo mensile di 96 pagine. Per ospitare la serie viene varata la Collana Rodeo (e questo accorgimento permetterà, in seguito, di diluirne ulteriormente la periodicità, alternandola nella collana con episodi di altre serie alle quali D'Antonio non collabora) e vengono chiamati altri disegnatori alla realizzazione degli episodi, tutti scritti dal solo D'Antonio. Nei 73 numeri di cui è composta la serie in origine (su 162 numeri totali della Collana Rodeo) si sono alternate, oltre a quelle di D'Antonio e Calegari, le matite di Renato Polese, Sergio Tarquinio, Giorgio Trevisan, Erminio Ardigò e Luis Bermejo Rojo >> (  dal portale  Ubcfumetti  in una pagina  a lui dedicata   continua qui  .
P
er  tutti  coloro che  volessero saperne di più   posso trovare   maggiori news  : 1) qui ( in Italiano )  ., 2)  qui ( in inglese più precisamente  la  voce  della  Comiclopedia of Artists .

  Non so  cos'altro dirvi allla prossima

20/02/06

Senza titolo 1141


Maledizione d’amore


 


Alda Merini


 


Maledetto te


che hai preso il fiore delle mie labbra


e senza baciarlo l’hai buttato per terra


e poi l’hai mostrato a una fanciulla inerte.


O te maledetto


che hai cambiato i miei giorni


in un orrendo frastuono


e non sento più angeli


ma vipere intorno.


 

 



Alda Merini


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