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25/10/16

Razzismo, la redenzione di Derek Black dopo l'odio Il figlio dell'ex capo del Kkk ha voltato pagina.e vota per H.Clinton

come  una  persona   può cambiare  con la  conoscenza  dell'altro  e il  dialogo \  confronto . La  storia  di  Derek Black


figlio di  Stephen Donald Black più noto come Don Black (Athens, 28 luglio 1953) è un politico statunitense, tra gli esponenti di spicco del nazionalismo e suprematismo bianco
Ex-leader del Ku Klux Klan ed ex-membro del Partito Nazista Americano, nel 1981 è stato condannato per aver pianificato un colpo di stato in Dominica in violazione del Neutrality Act statunitense. È noto per essere il fondatore del sito internet a sfondo razzista Stormfront, definito il più grande sito d'odio presente in internet[7] e finito anche sotto inchiesta da parte della magistratura italiana.(  continua  qui  su wikipedia  ulteriori nees  sul padre  e su  di  lui  le  trovate  nel  secondo   articolo a  cura   di Mario Calabresi   sull' inserto domenicale  di repubblica  del   23\10\21016   )
Mi ricorda me   quando  ero adolescente   vicio   al becero nazionalismo   e  alla becera destra ovviamente senza generalizzare perchè : 1) il razzismo , l'antisemitismo , la xenofobia - vedere questi commenti sul mio fb a favore delle barricate del ferrarese contro i profughi  - l'omo e la trans fobia non hanno soprattutto dal 1989\92 colore ideologico \ culturale., 2  )  per esperienza   ho conosciuto   e    conosco  tutt'ora  a  destra  , anche  se  si contano  purtroppo  sulle  punte  delle mani  ,   gente  aperta  ed  intelligente  pronta  all'autocritica  come   la  storia      che mi  accingo a riportare


  Sempre  dallo  stesso  inserto  

                    di     Eli saslow
.
IL  loro  convegno  era  stato interrotto da una marcia di protesta e da un allarme bomba, perciò avevano deciso di riunirsi in segreto. All’insaputa di poliziotti e manifestanti, i nazionalisti bianchi si incontrarono in un albergo del centro di Memphis. Pochi giorni prima il Paese aveva eletto per la prima volta un presidente nero e ora, nel novembre del 2008, decine tra i razzisti più noti a livello



mondiale erano decisi a elaborare una strategia per gli anni a venire. “La battaglia per ripristinare un’America bianca comincia ora”, recitava il loro programma. La stanza era gremita da ex capi del Ku Klux Klan e neonazisti di primo piano, ma uno degli interventi di apertura era stato riservato a un ragazzo della Florida, uno studente universitario che aveva appena compiuto diciannove anni. Derek Black aveva già un suo programma radiofonico, gestiva un sito per bambini dedicato al nazionalismo bianco e aveva vinto un’elezione locale. L’organizzatore lo presentò come «la stella del nostro movimento», poi Derek si avvicinò al leggìo. «La strada da percorrere è la politica», disse. «Possiamo infiltrarci. Possiamo riprenderci il Paese».
"Anni  prima  che  Donald  Trump  lanciasse una campagna presidenziale basata, fra le altre cose, sulla politica della razza, un gruppo di nazionalisti bianchi dichiarati lavorava per rendere possibile la sua ascesa allontanando la propria ideologia dal settarismo radicale e avvicinandola sempre più all’estrema destra dello schieramento conservatore. Molti dei presenti in quell’albergo di Memphis si
 All’inizio all’università non sapevano nulla di lui, e Derek cercava di fare in modo che continuasse a essere così. Andò a un incontro introduttivo sul tema delle diversità organizzato dall’ateneo e ne concluse che il modo più sicuro per farsi ostracizzare là dentro era dichiararsi un razzista. Decise di non menzionare il nazionalismo bianco nel campus, almeno finché non si fosse fatto qualche amico. Le cose che prima lo facevano passare per uno strambo — i capelli
Alcuni  membri del gruppo che  si  riuniva  per lo Shabbat iniziarono a chiedere a Derek le sue opinioni e lui le chiarì a voce o per email. Disse che nei confronti dell’aborto era favorevole all’autonomia di scelta delle donne, era contro la pena di morte, non credeva nella violenza o nel KKK o nel nazismo e nemmeno nella supremazia bianca che era un concetto diverso dal nazionalismo bianco. In una email scrisse che la sua unica preoccupazione era che “l’immigrazione di massa e l’integrazione forzata” potessero sfociare in un genocidio bianco. Disse di credere nei diritti di tutte le razze, pur ritenendo che ciascuna razza avrebbe vissuto meglio nella sua terra d’origine. Poi all’inizio del suo ultimo anno al New College decise, una volta per tutte, di rispondere sul forum. Si sedette a un bar e iniziò a scrivere il suo post. «Mi è stato fatto notare che la gente potrebbe sentirsi impaurita a causa di ciò che è stato detto su di me. Vorrei cercare di dare una risposta ufficiale a queste preoccupazioni, in quanto non hanno motivo d’essere. Io non sono favorevole all’oppressione di nessuno per questioni legate alla sua razza, i suoi principi, la sua religione, il suo genere, il suo ceto socio-economico o altre cose di questo tipo». Il post sul forum, che avrebbe dovuto restare all’interno del college, fu fatto arrivare al Southern Poverty Law Center (Splc), che su Derek e altri leader razzisti teneva un file pubblico e che reagì scrivendo direttamente a Derek, chiedendogli spiegazioni. Stava forse sconfessando il nazionalismo bianco? «Le tue opinioni adesso divergono parecchio da quello che pensavano molte persone» diceva la mail. Derek ricevette il messaggio mentre si trovava in Europa per le vacanze invernali. Alloggiava da Duke, che aveva iniziato a mandare in onda il suo show radiofonico da una regione europea nella quale c’erano leggi particolarmente indulgenti nei confronti della libertà di espressione. Derek rispose al Splc dal divano a casa di Duke: «Tutto ciò che ho detto (sul forum) è vero» scrisse. «Credo anche nel nazionalismo bianco. Il mio post e la mia ideologia razziale non sono concetti che si escludono a vicenda».
erano trasformati da incappucciati del Klan a suprematisti bianchi e poi a “realisti razziali”, come si autodefinivano, e Derek Black rappresentava un altro passo in quell’evoluzione. Non usava mai epiteti razziali offensivi. Non propugnava atti di violenza o violazioni della legge. Aveva conquistato un seggio nel comitato locale del Partito repubblicano della contea di Palm Beach, Florida, dove Trump stesso aveva una casa, senza mai menzionare il nazionalismo bianco e parlando invece dei disastri prodotti dall’ideologia del politicamente corretto, dalle politiche di discriminazione positiva e dall’immigrazione incontrollata di Latinos . Black non era solo un leader del razzismo politico, era anche un suo prodotto. Il padre, Don Black, aveva creato stormfront primo e principale sito del nazionalismo bianco, con oltre trecentomila utenti. Sua madre, Chloe, era stata sposata con David Duke, uno dei più famigerati fanatici razziali statunitensi, e Duke era stato il padrino di Derek, tanto che alcuni nazionalisti bianchi avevano preso a chiamarlo “l’erede”. Ora Derek parlava a Memphis del futuro della loro ideologia. «Quello che voglio è che i Repubblicani si approprino del ruolo di Partito bianco». Qualcuno cominciò a battere le mani, e dopo non molto tutti applaudirono. Erano convinti che il nazionalismo bianco stesse per mettere in moto una rivoluzione. Erano convinti che Derek avrebbe contribuito a guidarla. «Tra alcuni anni ripenseremo a questo giorno», disse. «La grande battaglia intellettuale per salvare il popolo bianco è cominciata oggi». * Otto anni dopo, con le presidenziali del 2016, quel futuro immaginato a Memphis si stava infine concretizzando: Donald Trump ritwittava i messaggi dei suprematisti, Hillary Clinton teneva discorsi sull’ascesa dell’odio bianco menzionando David Duke, che aveva lanciato la sua campagna per un seggio in Senato. Il nazionalismo bianco era riuscito a occupare il centro della politica, ma una delle persone che meglio conoscevano quell’ideologia ora era lontanissima da quel centro. Derek aveva appena compiuto ventisette anni e invece di guidare il movimento stava cercando di tirarsi fuori non solo da quello, ma anche da una vita che non riusciva più a capire. Fin dall’inizio gli avevano insegnato che l’America era un luogo riservato agli europei bianchi e che tutti gli altri prima o poi avrebbero dovuto andarsene. Gli avevano detto di diffidare delle altre razze, del Governo federale, dell’acqua di rubinetto e della cultura pop. I suoi genitori lo avevano ritirato dalla scuola pubblica alla fine della terza elementare, quando avevano sentito il suo insegnante nero dire BJO U (forma negativa generica usata nel gergo afroamericano, OES). Derek era uno dei pochi studenti bianchi in una classe prevalentemente di ispanici e haitiani e i suoi genitori decisero che era meglio farlo studiare a casa. «Ora non subisco più aggressioni da bande di altre razze», scrisse poco tempo dopo, sulla versione per bambini del sito di , che aveva realizzato a dieci anni. «Sto imparando a essere fiero di me stesso, della mia famiglia e del mio popolo». Adesso che studiava a casa, era anche libero di cominciare a viaggiare con suo padre, che per diverse settimane all’anno andava nel profondo Sud per partecipare a convegni di nazionalisti bianchi. Don Black era cresciuto in Alabama e negli anni Settanta si era unito a un gruppo locale chiamato White Youth Alliance, guidato da David Duke, all’epoca sposato con Chloe. Il matrimonio finì e qualche anno dopo Don e Chloe si rincontrarono, si sposarono e nel 1989 ebbero Derek. Si trasferirono nella casa dove Chloe era cresciuta a a West Palm Beach. C’erano degli immigrati guatemaltechi che vivevano in fondo all’isolato e dei pensionati ebrei che si erano trasferiti in un condominio lì vicino. «Usurpatori», li definiva a volte Don. Durante i loro viaggi Don e Derek dormivano sempre da amici del movimento, e Derek ascoltava le loro storie. Di quella volta che a suo padre, all’epoca sedicenne, avevano sparato nel petto mentre lavorava per una campagna segregazionista in Georgia. Di quel giorno in cui lui e altri otto volevano salire su una nave carichi di dinamite, armi automatiche e una bandiera nazista: il loro piano, chiamato “Operazione Cane Rosso”, era impadronirsi del minuscolo Stato caraibico di Dominica, ma Don era stato scoperto, arrestato e condannato a tre anni di carcere. In prigione aveva imparato un po’ di computer e alla fine, nel 1995, aveva lanciato il  stormfront con il motto: “White Pride World Wide” . Negli anni, il sito cominciò ad attirare estremisti di ogni genere: skinhead, miliziani, terroristi e negazionisti. Secondo il Southern Poverty Law Center, organizzazione che monitora i gruppi estremisti, alcuni di quelli che scrivevano post su stormfront  erano passati all’azione commettendo reati, anche omicidi. Nel 2008 Don mise al bando epiteti offensivi, simboli nazisti e minacce di violenza, e Derek rafforzò il rapporto con suo padre diventando il suo più grande alleato ideologico. Cominciò a essere intervistato sull’incitamento all’odio, dalla tv per bambini Nickeloden da talk show di fascia diurna, dalla  e Hbo  e Usa  Today . «Il bambino diabolico», lo definiva a volte Don, con orgoglio e affetto. Cominciava a vedere qualcosa di diverso quando guardava suo figlio: non semplicemente un bambino nato all’interno del movimento, ma un leader emergente. Don aspettava da quarant’anni un risveglio razziale dei bianchi americani e ora cominciava a pensare che quell’adolescente che viveva in casa sua avrebbe potuto fare da catalizzatore. «Aveva tutte le mie qualità senza nessuno dei miei difetti», disse in seguito. Derek lanciò un programma radiofonico quotidiano. Attraverso la radio, contribuì a diffondere l’idea che era in atto un genocidio bianco, che i bianchi stavano perdendo la loro cultura e le loro tradizioni di fronte all’immigrazione di massa di individui di altre razze. Poi finì le superiori, si iscrisse a un community college e si candidò per un seggio nel comitato del Partito repubblicano della contea, battendo il consigliere uscente con il sessanta per cento dei voti. Quindi decise che voleva studiare storia europea medievale e fece domanda per il New College of Florida, una prestigiosa università con un corso di storia rinomato. «Noi vogliamo che tu faccia la storia, non che ti limiti a studiarla», gli ricordavano ogni tanto Don e Chloe. Il New College era una delle università più a sinistra di tutto lo Stato — «piena di canne e di omosessuali», spiegava Don in radio — e nel movimento c’era chi guardava con perplessità a quella scelta. Una volta, in trasmissione, un amico chiese a Don se non fosse preoccupato all’idea di mandare suo figlio in un «focolaio del multiculturalismo», e Don cominciò a ridere. «Se ci sarà qualcuno che verrà influenzato, saranno loro», disse. «Presto tutto il corpo docente e gli studenti sapranno chi c’è in mezzo a loro».

rossi lunghi fino alle spalle, il cappello da cowboy che portava sempre, la passione per le rievocazioni medievali — si incastravano perfettamente con il New College, dove le stramberie erano moneta corrente fra gli ottocento studenti. Forse erano “usurpatori”, come diceva suo padre, ma Derek li trovava anche piuttosto simpatici, e pian piano passò dal non parlare delle sue convinzioni all’impegnarsi attivamente per nasconderle. Quando un altro studente disse che aveva letto un articolo sulle implicazioni razziste del il  signore  degli anelli   J in un sito chiamato stormfrnmt .
 Derek fece finta di non averne mai sentito parlare. Nel frattempo, quasi tutte le mattine dei giorni feriali usciva dal campus e teneva via telefono il suo show alla radio. Diceva agli amici che erano telefonate che regolarmente faceva ai genitori. Dopo un semestre andò a studiare all’estero, in Germania, perché voleva imparare la lingua. Rimase in contatto con il New College anche attraverso un forum online riservato agli studenti. Una sera di aprile del 2011, notò un messaggio che era stato inviato a tutti gli studenti all’1.56. Era stato scritto da uno studente dell’ultimo anno che, facendo una ricerca sui gruppi terroristici, era incappato in un volto noto. «Avete visto quest’uomo?», recitava il messaggio, e sotto quelle parole c’era una foto inconfondibile. I capelli rossi. Il cappello da cowboy. «Derek Black: suprematista bianco, conduttore radiofonico… studente del New College???», c’era scritto nel messaggio. «Come deve reagire la nostra comunità?». Quando Derek fece ritorno al campus per il nuovo semestre, quel post aveva ricevuto più di mille risposte. Chiese il permesso di vivere al di fuori dello studentato e affittò una stanza a qualche chilometro di distanza. Alcuni dei suoi amici dell’anno precedente gli scrissero via email per dirgli che si sentivano traditi ma, per la maggior parte, gli altri studenti lo fissavano o lo ignoravano, anche se sul forum si continuava a parlare di lui. «Forse sta cercando di tirarsi fuori da una vita che non ha scelto». «Lui sceglie di essere un personaggio pubblico razzista. Noi scegliamo di chiamarlo razzista in pubblico». «Vorrei solamente che questo tizio morisse di una morte dolorosa, insieme a tutta la sua famiglia. È chiedere troppo?». Invece di rispondere, Derek leggeva il forum e lo usava come motivazione per organizzare un convegno di nazionalisti bianchi nell’est del Tennessee. «Vincere argomentando: tattiche verbali per chiunque sia bianco e normale», aveva scritto nell’invito. Un altro studente del New College era venuto a sapere del convegno e ne pubblicò i particolari sul forum, dove pian piano stava emergendo un nuovo approccio. «Ostracizzare Derek non servirà a niente», scriveva uno studente. «Abbiamo l’occasione di influenzare uno dei leader del suprematismo bianco in America». «Chi è abbastanza intelligente da pensare a qualcosa che potremmo fare per far cambiare idea a questo tizio?». Una delle persone che Derek aveva frequentato nel primo trimestre ebbe un’idea. Cominciò a leggere stormfront e ad ascoltare lo show radiofonico di Derek. Poi, alla fine di settembre, gli inviò un sms. «Sei libero venerdì sera?».Matthew Stevenson aveva cominciato a organizzare ogni settimana cene per lo Shabbat nel suo appartamento all’interno del campus. Era l’unico ebreo ortodosso in un ateneo dove le infrastrutture per ebrei scarseggiavano, perciò cominciò a cucinare per un gruppetto di studenti nel suo appartamento tutti i venerdì sera. I suoi ospiti erano per lo più cristiani, atei, neri, ispanici, chiunque fosse abbastanza aperto di mente da non avere problemi ad ascoltare qualche benedizione in ebraico. Ora, nell’autunno del 2011, aveva invitato Derek a unirsi a loro. Matthew, che portava quasi sempre la kippah, aveva una lunga frequentazione con l’antisemitismo, abbastanza da conoscere bene il KKK, David Duke e stormfront . Si rimise a leggere alcuni dei messaggi pubblicati da Derek sul sito dal 2007 al 2008: «Gli ebrei NON sono bianchi»; «Gli ebrei si insinuano furtivamente nelle posizioni di potere per controllare la nostra società»; «Se ne devono andare». Matthew decise che il modo migliore per provare a influenzare le idee di Derek non era ignorarlo o affrontarlo, ma semplicemente coinvolgerlo. «Forse non ha mai passato del tempo con un ebreo prima d’ora», ricorda di aver pensato. Era la prima volta che Derek riceveva un invito da quando era tornato nel campus, perciò accettò. Alle cene per lo Shabbat di Matthew in certi casi c’erano otto o anche dieci studenti, ma questa volta furono in pochi a presentarsi. «Trattiamolo come chiunque altro», raccomandò Matthew agli altri invitati. Derek si presentò con una bottiglia di vino. Per riguardo nei confronti di Matthew, nessuno fece allusioni al nazionalismo bianco o al forum. Derek era tranquillo e cordiale. Tornò la settimana dopo e quella dopo ancora fino a quando, dopo alcuni mesi, nessuno si sentì più minacciato. Nelle rare occasioni durante le quali era Derek a guidare la conversazione, si parlava di grammatica araba, o di sport acquatici, o delle radici del cristianesimo in epoca medievale. Derek dava l’immagine di persona brillante e desiderosa di sapere. Chiese a Matthew che cosa ne pensasse di Israele e della Palestina. Entrambi diffidavano ancora l’uno dell’altro: Derek si chiedeva se Matthew non stesse cercando di farlo ubriacare per spingerlo a dire qualcosa di offensivo che sarebbe stato riportato sul forum, e Matthew si chiedeva se Derek non stesse cercando di coltivare l’amicizia di un ebreo per mettersi al riparo da eventuali accuse di antisemitismo. In ogni caso, i due si presero in simpatia e iniziarono a giocare a biliardo in un bar nei pressi del campus. "

In verità, Derek era sempre più confuso in relazione a ciò in cui credeva. Smise di postare interventi su stormfront  Iniziò a inventare scuse per non curare più la sua trasmissione radiofonica: si stava preparando per un esame; stava facendo passare le pene dell’inferno ai suoi professori liberal. Aveva sempre basato le proprie opinioni sui fatti, ma negli ultimi tempi la sua logica era stata smantellata dalle email dei suoi amici del gruppo dello Shabbat. Riceveva da loro link a studi secondo i quali le disparità di quoziente intellettivo tra le razze potevano essere spiegate da circostanze attenuanti, come l’alimentazione prenatale e le opportunità di studio. Lesse articoli sul privilegio bianco e sulla sleale rappresentazione delle minoranze nei telegiornali. Un amico gli scrisse per email: «Il genocidio contro i bianchi è un concetto ingiurioso e umiliante nei confronti dei veri genocidi contro gli ebrei, i ruandesi, gli armeni». «Non odio nessuno per la sua razza o la sua religione» chiarì Derek sul forum. «Non sono un suprematista bianco. Credo che nessun popolo di nessuna razza, religione o altro avrebbe dovuto abbandonare la propria terra o essere segregato o perdere le sue libertà». «Derek», gli rispose un amico, «mi sembra che tu sia il rappresentante di un movimento nel quale tu stesso non credi più di tanto». Durante il suo ultimo anno al New College, Derek frequentò corsi sui testi sacri dell’ebraismo e sul multiculturalismo tedesco, ma per lo più le sue ricerche si concentrarono sull’Europa medievale. È così che imparò che l’Europa occidentale si era costituita non come una società di popoli geneticamente superiori, ma come un territorio tecnologicamente arretrato, che arrancava dietro la cultura islamica. Studiò storia dall’ottavo al dodicesimo secolo, cercando di rintracciare le origini dei concetti moderni di razza e di whitenees senza trovarli da nessuna parte. E quindi giunse alla seguente conclusione: «In pratica, ce li siamo inventati di sana pianta». Dopo la laurea, Derek iniziò a prendere in considerazione l’idea di fare una dichiarazione pubblica. Sapeva di non credere più nel nazionalismo bianco, e pensava di poter prendere le distanze dal suo passato modificando parte del suo nome e andando dalla parte opposta del paese per frequentare il master. Il suo istinto gli suggeriva di allontanarsi in punta di piedi, ma aveva sempre propugnato pubblicamente le sue idee, senza contare che lasciava dietro di sé trasmissioni radiofoniche, post su internet, apparizioni televisive. Quella stessa estate, stava ancora prendendo in considerazione il da farsi quando tornò a casa a trovare i suoi genitori. Suo padre stava seguendo l’ascesa del nazionalismo bianco sulla tv via cavo. Ormai, però, tutto ciò suonava ridicolo alle orecchie di Derek. Quella sera uscì di casa e andò in un bar portandosi dietro il computer, dove iniziò a scrivere una dichiarazione: «Una grande fetta della comunità nella quale sono cresciuto crede nel nazionalismo bianco, e i membri della mia famiglia che io rispetto moltissimo, in particolare mio padre, sostengono tale causa con fermezza. Non mi sentivo pronto a rischiare di provocare screzi in questi miei rapporti. Ma dopo avervi meditato a lungo, ho capito che essere sincero nei confronti della mia lenta ma progressiva disaffiliazione dal nazionalismo bianco è nell’interesse di tutte le persone coinvolte. Non posso essere favorevole a un movimento per il quale non mi è concesso stringere amicizia con chi desidero o per il quale la razza del mio prossimo mi impone di considerarlo in un dato modo, o di nutrire sospetto e diffidenza nei confronti dei suoi successi. Le cose che ho detto e le mie azioni hanno danneggiato persone di colore, di discendenza ebraica, attivisti che si adoperano affinché tutti siano trattati equamente. Mi scuso per il male che ho fatto». Proseguì con questo tono per altri paragrafi prima di spedire la mail all’Splc, proprio il gruppo che suo padre aveva considerato nemico per quarant’anni, aggiungendo: «Pubblicate pure tutto» . Quindi premette il tasto “invio”.
Il pomeriggio seguente, Don era al computer a fare ricerche su Google e il nome di Derek gli apparve nel titolo di un articolo. Da dieci anni, digitava “Stormfront” e “Derek Black” nella barra delle ricerche più volte a settimana, per monitorare l’ascesa del figlio nel nazionalismo bianco. Il titolo dell’articolo era “Figlio attivista di un importante leader razzista sconfessa il nazionalismo bianco”. Quando riuscì a telefonare a Derek, ricorda di avergli detto: «Gli hacker ti hanno rubato l’identità». «No, la lettera è mia» rispose Derek. E subito sentì suo padre chiudere la telefonata. Per alcune ore, Don rimase incredulo. Forse Derek gli stava giocando un brutto scherzo. Forse Derek credeva ancora nel nazionalismo bianco ma voleva aver vita facile. Quella sera, Don si collegò alla bacheca dei messaggi di stormfront . «Sono sicuro che questa notizia starà circolando ovunque in Rete, quindi inizio da qui» scrisse, postando un link alla lettera di Derek. «Non voglio parlare con lui. Derek dice di non capire perché ci sentiamo traditi da lui perché ha annunciato i “principi personali” in cui crede ai nostri peggiori nemici». Per giorni, Don non riuscì a postare nient’altro. «È stato l’evento peggiore nella mia vita di adulto».
Alcune settimane dopo Derek tornò a casa per il compleanno del padre, anche se sua madre e la sua sorellastra gli avevano chiesto di non farsi vedere. «Penso che potrebbero arrivare a ripudiarmi» scrisse a un amico. Tuttavia, essendo in partenza per la Florida per il master, voleva salutare i suoi. Arrivato a casa della nonna per la festa di compleanno del padre, Derek in seguito avrebbe ricordato la strana sensazione di essere considerato a malapena dalle sue sorellastre. Sua madre era stata cortese, ma gelida. Don aveva cercato di farlo entrare in casa, ma il resto della famiglia voleva che se ne andasse. Padre e figlio erano saliti in macchina e si erano allontanati, dirigendosi prima verso la spiaggia e poi al ristorante. Dopo qualche ora Don concluse che «era sempre il vecchio Derek» e la cosa lo sorprese. Il suo dolore era stato così immenso che si era aspettato di vedere in lui una specie di manifestazione fisica della perdita subìta. Chiese al figlio se stava fingendo di essere cambiato per avere una carriera più facile. Era il suo modo di ribellarsi? Quando Derek smentì, Don citò la teoria nella quale ormai era arrivato a credere, la stessa che David Duke aveva postato dopo la pubblicazione della lettera: Sindrome di Stoccolma. Derek sarebbe diventato ostaggio dello schieramento liberal e avrebbe poi provato empatia per i suoi rapitori. «Molto rassicurante come teoria», ricorda di aver detto al padre. «Come posso dimostrarvi che questo è ciò in cui oggi credo davvero?». Al ristorante Derek cercò di convincere Don per alcune ore. Gli raccontò del privilegio bianco e dei ripetuti studi scientifici sul razzismo istituzionalizzato. Citò le grandi società islamiche che svilupparono l’algebra e avevano preannunciato un’eclissi lunare. Ricorda anche di aver detto: «Non solo avevo torto, ma ho anche contribuito ad arrecare danni reali». A sua volta Don ricorda di aver risposto: «Non riesco a credere che sto discutendo proprio con te, tra tutte le persone possibili, di realtà razziali». Il ristorante ormai stava per chiudere, e i due non avevano compiuto nessun passo avanti per comprendersi meglio. Derek andò a dormire a casa di sua nonna, si alzò di primo mattino e lasciò il paese in macchina da solo. 
Da allora Derek continuò ogni giorno a fare il possibile per prendere le distanze dal suo passato. Dopo aver completato gli studi e conseguito il master, iniziò a studiare l’arabo per capire la storia dell’Islam delle origini. Dal giorno della sua defezione non ha più parlato di nazionalismo bianco. Si è invece dedicato con tutto se stesso a recuperare il tempo perduto e a cercare di conoscere meglio aspetti della cultura pop che un tempo gli era stato imposto di diffamare: gli articoli dei giornali liberal, la musica rap, i film di Hollywood. È arrivato ad ammirare il presidente Obama. Ha deciso di fidarsi del governo degli Stati Uniti. Ha iniziato a bere l’acqua del rubinetto. Ha fatto vari viaggi a Barcellona, Parigi, Dublino, in Nicaragua e in Marocco, immergendosi in quante più culture ha potuto. Ha messo a disposizione di estranei alla ricerca di un alloggio temporaneo la sua camera da letto, l’unica del suo appartamento. Si è sentito sempre meglio a potersi fidare delle persone, senza pregiudizi o preconcetti, e dopo un po’ ha iniziato a sentirsi completamente diverso dall’individuo che era stato. Poi, però, è iniziata la campagna elettorale per le presidenziali del 2016 e all’improvviso il nazionalismo bianco che Derek stava cercando di lasciarsi alle spalle è diventato l’ineludibile sottinteso costante del dibattito nazionale sui rifugiati, sull’immigrazione, su Black Lives Matter e sull’elezione stessa. Alla fine di agosto, Derek ha seguito in televisione un comizio di Hillary Clinton durante il quale la candidata ha parlato dell’ascesa del razzismo, spiegando che i suprematisti bianchi non hanno fatto altro che cambiare nome e farsi chiamare nazionalisti bianchi. Ha fatto riferimento a Duke e ha citato il concetto di “genocidio bianco” che Derek stesso un tempo aveva contribuito a diffondere e rendere popolare. Ha raccontato in che modo Trump avesse assunto per la sua campagna un manager che aveva legami con l’“alt-right”, la destra alternativa, e ha detto: «In sostanza, un movimento marginale ha preso il sopravvento sul Partito repubblicano». Si trattava del medesimo concetto nel quale Derek aveva creduto per così tanti anni della sua vita. «È spaventoso sapere che ho contribuito a diffondere questa robaccia» ha detto a un amico del gruppo dello Shabbat. Alla fine dell’estate, per la prima volta a distanza di anni, è andato a far visita ai suoi genitori. In una fase di dibattito pubblico sempre più acceso, voleva sentire cosa ne pensava suo padre. Si sono seduti in casa e per un po’ hanno parlato dei suoi corsi all’università e del nuovo pastore tedesco di Don. Poi, la loro conversazione ha svoltato di nuovo verso l’ideologia, l’argomento preferito di sempre. Don, che di solito non vota, ha detto che questa volta darà il suo pieno sostegno a Trump. Derek ha detto di essersi cimentato con un quiz politico online e di aver scoperto che le sue

opinioni collimano al novantasette per cento con quelle di Hillary Clinton. Don ha detto che le restrizioni imposte all’immigrazione gli paiono un buon punto di partenza. Derek gli ha risposto che in verità crede nell’importanza di autorizzare l’ingresso a più immigrati, perché ha studiato i vantaggi sociali ed economici legati alla diversità. Don ha pensato che ciò potrebbe sfociare in un genocidio bianco. Derek ha pensato che la razza è un concetto sbagliato in ogni caso. Sono rimasti uno di fronte all’altro, cercando un modo per colmare l’abisso creatosi tra loro. A un solo isolato di distanza c’era la Baia e proprio sull’altra sponda la tenuta nella quale Trump ha vissuto e trascorso le vacanze per anni, e dove ha fatto installare un palo alto ventiquattro metri per farvi sventolare una enorme bandiera americana. «Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe stato proprio Trump a rendere così alla moda queste idee?» ha detto Don. E nel momento in cui non erano mai stati così distanti l’uno dall’altro su questa affermazione non hanno potuto fare a meno di trovarsi d’accordo. ª
   

24/09/16

non si sconfigge l'odio , il razzismo , l'antisemitismo , l'islamofobia , omofobia censurando o proibendo lo studio a scuola delle opere letterarie del passato

in sottofondo  proibito  - Litfiba  e  a seguire il  giardino  proibito - Sandro Giacobbe

A volte succede mi succede che certi post nascano per caso . E questo è uno dei casi . Leggendo la bacheca generale cioè la home di fb , sono capitato su un post dell'amica \ compagna di viaggio prima  splinderiana ora blogger  ed utente  facebook









Premettendo che non sono un fautore delle bocciature... ma qualcuno può spiegarmi dove sarebbero le novità?? Saranno venti anni che non si boccia più alle elementari... alle medie e superiori poi per fermare un ragazzo non solo occorre fare la "guerra" contro dirigenti e colleghi finti buonisti (alias nullafacenti), ma occorre pure che un ragazzo si impegni a dismisura per ripetere l'anno... a questo punto più che abolire la bocciatura, abolite direttamente la scuola, facciamo prima... e in tutta sincerità, dal momento che sono ormai nauseato, sarei strafelice di cambiare lavoro... W la meritocrazia... manica di incompetenti ignoranti... Nico Iannaccone










Al Ministero si lavora per abolire definitivamente le bocciature alle elementari. Una novità che affiancherà la riforma degli esami di stato per secondaria di …
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stavo cercando   con google ( dante  and  pecore )  perché non ricordavo con precisione  i riferimenti  esatti quelli che  poi   erano versi  81\84   canto  terzo purgatorio  della  Divina  Commedia  di Dante 
 
 Come le pecorelle escon del chiuso
a una, a due, a tre, e l’altre stanno
timidette atterrando l’occhio e ‘l muso;                        
 e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,
addossandosi a lei, s’ella s’arresta,
semplici e quete, e lo ‘mperché non sanno;    

e  mi sono  imbattuto  in questo articolo  del corriere della sera  del  12 marzo 2012 (modifica il 13 marzo 2012)


Un'immagine della Divina Commedia un incunabolo
stampato presso Bonino de Boninis, Brescia 1487, con commenti di Landino


«Dante antisemita e islamofobo. La Divina Commedia va tolta dai programmi scolastici»
in alternativa alcune parti del capolavoro andrebbero espunte dal testo
«Dante antisemita e islamofobo. La Divina Commedia va tolta dai programmi scolastici»
L'accusa di Gherush92 organizzazione di ricercatori consulente dell'Onu



MILANO - La Divina Commedia deve essere tolta dai programmi scolastici: troppi contenuti antisemiti, islamofobici, razzisti ed omofobici. La sorprendente richiesta arriva da «Gherush92», organizzazione di ricercatori e professionisti che gode dello status di consulente speciale con il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite e che svolge progetti di educazione allo sviluppo, diritti umani, risoluzione dei conflitti. (  ...... continua  qui  ) 

Infatti    fra i risultati della ricerca  internet    ho  trovato   sul questo portale   dantesco http://divinacommedia.weebly.com/ che nei  i versi  81-84  del canto  V   del paradiso    ( e nei canti   riportati dall'articolo    prima citato  )    compare  in senso   antisemita la  parola  giudeo  .   Risultato    testimoniato anche  da letture  ed  approfondimenti extra  scolastici  \ universitari   e  dalla  ricerca  su  internet   del  testo   dell'opera  di Dante .
Ora   leggendo   tale  articolo  trovo  conferma   dell'idiozia   e  l'ipocrisia     del politicamente  corretto  a  tutti i costi .Quindi  no alla censura  o   al divieto ipocrita  , la  soluzione   sarebbe  si  a filtri  perché   se  fatti studiare  senza  note  ed  apparati   critici    e slegate  dalla cultura   del tempo   cioè senza  spiegare  che  la  chiesa  in quel periodo  fomenteva  tali mali   , onde  evitare   che queste nuove  generazioni ( al  90  % defilipilizzatibimibiminkia  e la maggior  parte  delle  generazioni social  cresciuti  all'epoca  dei  Game , reality ,  talk  show   in somma   tipo :  1984  di Orweel  e  Fahrenheit 451) prenderebbero  sul serio ed  acriticamene  ciò  che l  viene  spiegato   vedere il film L'onda (Die Welle) del 2008 diretto da Dennis Gansel, tratto dal romanzo omonimo di Todd Strasser

Infatti   Sempre  secondo   l'articolo   in   questione 

CRIMINI - «Oggi - conclude Sereni - il razzismo è considerato un crimine ed esistono leggi e convenzioni internazionali che tutelano la diversità culturale e preservano dalla discriminazione, dall'odio o dalla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, e a queste bisogna riferirsi; quindi questi contenuti, se insegnati nelle scuole o declamati in pubblico, contravvengono a queste leggi, soprattutto se in presenza di una delle categorie discriminate. È nostro dovere segnalare alle autoritá competenti, anche giudiziarie, che la Commedia presenta contenuti offensivi e razzisti che vanno approfonditi e conosciuti. Chiediamo, quindi, di espungere la Divina Commedia dai programmi scolastici ministeriali o, almeno, di inserire i necessari commenti e chiarimenti». Certo c'è da chiederci cosa succederebbe se il criterio proposto da «Gherush92» venisse applicato ai grandi autori della letteratura. In Gran Bretagna vedremmo censurato «Il mercante di Venezia» di Shakespeare? O alcuni dei racconti di Chaucer? Certo è che il tema del politicamente corretto finisce sempre più per invadere sfere distanti dalla politica vera e propria. Così il Corriere in un articolo del 1996 racconta come, al momento di scegliere personaggi celebri per adornare le future banconote dell'euro , Shakespeare fu scartato perchè potenzialmente antisemita Mozart perché massone, Leonardo Da Vinci perché omosessuale. Alla fine si decise per mettere sulle banconote immagini di ponti almeno loro non accusabili di nulla.


Ora   leggendo   tale  articolo  trovo  conferma   dell'idiozia   e  l'ipocrisia     del politicamente  corretto  a  tutti i costi .Quindi  no alla censura  o   al divieto ipocrita  . 
Ora   sarà anche  una news   vecchia  , infatti l'articolo risale  al  2012  , ma  l'imbecillità  non  ha  confini temporali , geografici ,  culturali  , ideologici  . Queste persone  ignorano  il  fatto  che  ( successe  anche  a me     giovane studente  universitario  all'esame di letteratura  italiana   che  definìe  fu  per  questo che il prof  mi fece ripetere  l'esame   senza  però  darmi l'occasione di spiegare l'errore   che mi  usci fuori  quando lui  anziché passare  ad  altro continuava   e  rimaneva insoddisfatto  dello striminzito    riassunto che  feci dell'opera    teatrale , mi pare  fosse  rose  caduche    e lo stile   di verga  ,  attualizzando  e decontestualizzandolo dal  suo  contesto storico  ,  come pedestre  e barbino  ) un opera letteraria  scritta     quasi mile  anni fa  sia  figlia del proprio tempo   e come tale  vada letta ed  attualizzata  all'oggi . E' vero   che  in Dante  , lo stesso discorso potremmo   dirlo  di altri autori ed  artisti   ( scrittori    filosofi   sceneggiatori   registi  , ecc  )  ,  sono presenti  elementi  di : razzismo  , antisemitismo  , omofobia  ,  islamfobia  , ecc ,ma  con questo  mica bisogna  proibirli o censurarli   o chiederne  in base  a leggi   giuste certo    perché tali crimini  non  si diffondano ulteriormente    facendo ulteriori guasti   come    è avvenuto ed  avviene ancora  oggi   nel corso della storia  e    sia  estirpati o ridotti    


la  soluzione   sarebbe ,  come proposto  in alternativa (  forse  in un  barlume  di  falsa  democrazia  e libertà )      dallo stesso  Sereni dell' Gherush92 , d' inserire i necessari commenti e chiarimenti  insoma  le  classiche  note   critiche  . Tesi  che   condivido   rispetto  ala  censura  e al divieto stupido  e cretino    perché   se  fatti studiare  senza  note  ed  apparati   critici    e slegate  dalla cultura   del tempo   cioè senza  spiegare  che  la  chiesa  in quel periodo  fomenteva  tali mali   , onde  evitare   che queste nuove  generazioni ( al  90  % defilipilizzatibimibiminkia  e la maggior  parte  delle  generazioni social  cresciuti  all'epoca  dei  Game , reality ,  talk  show   in somma   tipo :  1984  di Orweel  e  Fahrenheit 451) prenderebbero  sul serio ed  acriticamene  ciò  che l  viene  spiegato   vedere il film L'onda (Die Welle) del 2008 diretto da Dennis Gansel, tratto dal romanzo omonimo di Todd Strasser

30/05/15

La cacciarono da scuola bambina perché ebrea. Ora lo Stato le dà ragione: Edi Bueno, livornese, ha diritto a riscuotere il vitalizio di benemerenza



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  e questa  puntata  de  il   tempo e la storia  sulle leggi razziali





da http://iltirreno.gelocal.it/regione/    del  28 maggio 2015

La cacciarono da scuola bambina perché ebrea. Ora lo Stato le dà ragione: Edi Bueno, livornese, ha diritto a riscuotere il vitalizio di benemerenza. Così ha deciso la Corte dei conti. In questa lunga intervista alla nostra giornalista Ilaria Bonuccelli, Edi racconti alcuni toccanti momenti della sua infanzia, come la deportazione evitata per miracolo e quella bici riconsegnata da un soldato tedesco





                                     Edi Bueno ospite al Tirreno in compagnia del niporte Renzo

Sanguinano i piedi. Edi avverte caldo e dolore, ma non si ferma. Scappa per i campi di Marlia. Via dai fascisti. Non ci crede che la vogliano mandare in Germania a lavorare, come dice sua madre. Sirio, il fratellino più piccolo, la segue. Anche il padre cerca un nascondiglio. La mamma e il fratello grande no. Restano nella casa dove si nascondono. Lontani da Livorno, nelle campagne della Lucchesia.

Edi Bueno ha rimosso il cognome della famiglia che li ha ospitati. La fuga dalla casa ce l’ha sempre impressa in mente, invece. È stata l’ultima volta che ha visto sua madre e suo fratello, morti ad Auschwitz. Quest’anno, a gennaio, ha accarezzato due piccole pietre “anti-inciampo” con i loro nomi incisi, Dina Attal e Dino Bueno: sono cementate davanti allo stabile che sorge al posto della loro vecchia abitazione di Livorno, in via della Coroncina, distrutta dai bombardamenti. L’unico segno tangibile del loro passaggio su questa terra. Fino a un paio di giorni fa. Ora ce n’è un altro. Edi Bueno l’ha inseguito per una decina di anni. Sconfitta dopo sconfitta. Ogni volta che si accarezzava le cicatrici sotto i piedi, trovava un motivo per non lasciarsi abbattere. E alla fine la Corte dei Conti di Firenze le ha dato ragione: Edi Bueno di Livorno è perseguitata per ragioni razziali. E ha diritto a riscuotere il “vitalizio di benemerenza”.


La famiglia di Edi Bueno. Da sinistra la tata, il fratello Sirio, il fratello Dino, Edi e la mamma morta ad Auschwitz




A quasi 80 anni dalla pubblicazioni dalle leggi razziali, lo Stato riconosce di averle usato violenza. Non l’ha picchiata, né messa in prigione o mandata al confino come gli oppositori del Fascismo. Ma - secondo la giurisprudenza attuale - gli atti di violenza verso gli Ebrei «sono anche di natura morale». Vanno oltre la «terribile» deportazione di familiari. Nel caso di Edi la violenza ha assunto le forme della quotidianità negata: «Sono andata a scuola fino a 7 anni. Quando sono passata in terza, non mi hanno più voluta». Secondo la magistratura contabile il «provvedimento di espulsione da una scuola pubblica può essere considerato un atto persecutorio» in quanto «limitativo del diritto fondamentale della persona». Proprio come il diritto a vivere nel proprio domicilio, ad avere una propria attività. «Il mio nonno - racconta Renzo Bueno, nipote di Edi e figlio di Sirio, detto Luciano - era benestante. Prima delle legge razziali aveva una merceria a Livorno, in via della Madonna. Ma con il fascismo e quelle leggi la vita cambiò». Lo sa bene Edi: «Le amiche con cui giocavo fino a poco tempo prima si rifiutavano di stare con me perché ero ebrea. Un giorno andai con il mio fratellino andai al bar Lateri, a Livorno, e la commessa non mi dette il gelato perché ero ebrea. Allora protestai con il direttore. E lui mi rispose: “Bimba sai leggere? Guarda cosa c’è scritto dietro di te: non si dà il gelato agli Ebrei”. Non me lo sono più dimenticato». Anche per questo dallo Stato Edi preteso il risarcimento.In denaro, il suo assegno corrisponde al trattamento minimo di pensione  erogato ai lavoratori dipendenti. Non una grande cifra, tutto sommato. Soprattutto se paragonato alla fuga precipitosa del 1944 da Livorno «per una spiata dei fascisti». Ma Edi Bueno non si è mai battuta per i soldi. Piuttosto per la sofferenza: «Dopo 15-20 giorni che eravamo a Santa Caterina, a Marlia, abbiamo visto arrivare i fascisti. Ci hanno messo tutti in un salone. Mio padre mi ha fatto un cenno. Stava cercando di aprire una porta: io e il mio fratellino ci siamo avvicinati e infilati nella stanzetta. Era un bagno. Lì siamo rimasti nascosti, fino a quando non sono andati tutti via. Mia madre e mio fratello si sono lasciati portare via, convinti che sarebbe arrivato presto l’armistizio e che non avrebbero subito nulla di grave. Mio padre non era convinto e aveva ragione».


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Sono state messe in via della Coroncina, dove abitavano Dina Bona Attal e Dino Bueno che furono uccisi nei campi di sterminio



Per questo nasconde i figli e si nasconde. Quando tutto è silenzo, Edi dice al fratellino: «Togliti le scarpe perché dobbiamo correre». E si buttano scalzi nei campi. Il grano è stato appena mietuto. I piedi si tagliano, ma non si fermano fino a quando non trovano un ponticello. «Ci nascondiamo, ma vediamo spuntare due teste. Iniziamo a dire: “Non siamo ebrei, non siamo ebrei”. Le voci - ricorda Edi - ci rassicurano: “Siamo partigiani”. Ci hanno presi e tenuti con sé due notti. Poi ci hanno riportati a Livorno. Davanti a casa abbiamo ritrovato nostro padre. Ma abbiamo avuto tanta paura».

Anche di questa paura, Edi chiede conto allo Stato. Ma ancora una volta la strada è in salita, conferma l’avvocato Jacopo Bandinelli di Firenze.La prima richiesta, infatti, viene inoltrata nell’aprile 2006 alla Commissione per le provvidenze ai perseguitati politici antifascisti o razziali costituita presso la Presidenza del Consiglio. Dopo quattro anni e un’istruttoria suppletiva, l’istanza è respinta: non viene precisato il nome della famiglia presso la quale la famiglia Attal-Bueno si è rifugiata nel periodo trascorso a Marlia, in località Santa Caterina. Gli atti sono considerati «troppo generici».
Edi Bueno non si dà per vinta. Neppure quando il ricorso viene rigettato. «Un sostegno consistente - conferma l’avvocato Bandinelli - arriva dal Comune di Capannori che ci ha aiutato a ricostruire il periodo nel quale la famiglia è rimasta nascosta a Marlia». Inoltre, da ricerche svolte sul sito www.nomidellashoah.it risulta che Dina Attal, il nonno (materno) David Attal e Dino Bueno vengono catturati a Marlia e deportati ad Auschwitz dove muoiono. Di fronte a queste indicazioni, perfino il ministero delle Finanze si è dovuto arrendere: per ordine della Corte dei Conti dovrà pagare il vitalizio a Edi, oggi 85enne. A partire dal 1° maggio 2006. la dovrà risarcire perché le leggi razziali le hanno impedito di frequentare la scuola. Di mantenere il proprio nome e, di fatto, la propria identità. Rinunce quotidiane che oggi sono archiviate, ma non dimenticate.Ci sono le cicatrici sotto i piedi a ricordarle. Ogni giorno, quando bada ai bisnipoti, va al «circolino a lavare i piatti e dare una mano», partecipa alle attività della comunità ebraica di Livorno. E perfino il sabato sera. L’unico giorno in cui i piedi non le dolgono. Perché lì al circolo Pirelli, a Livorno, Edi torna ragazza, prima della guerra. E balla. La samba, la bachata, perfino il rock. Come se le cicatrici non ci fossero. Come se.....


22/01/14

la storia di Iby Knill e la sua Promessa di una ragazza destinata a morire: sopravvissuta all'Olocausto rompe 70 anni di silenzio per raccontare ultime parole di adolescente prima che lei e twin sono stati portati via per esperimenti di Auschwitz



Promise to a girl doomed to die: Holocaust survivor breaks 70 years of silence to tell of teenager's last words before she and twin were taken away for Auschwitz experiments 
Iby Knill promised teenager she would tell everyone the evil of Auschwitz 

But when the death camps were liberated it 'didn't feel right' 
Now aged 90 and in Leeds, she found the courage as a mature student 

PUBLISHED: 13:04 GMT, 5 December 2013 


A grandmother who survived the Holocaust has finally spoken about the horrors of Auschwitz 70 years after promising a girl she would tell the world what she had witnessed.
Iby Knill, 90, recalls how on the first night she spent at the death camp in July 1944 a frail teenager crawled over to her and begged 'if you live, please tell our story.'

Four years ago Mrs knill took a course in theology and it was during one of the group sessions that she finally revealed she was sent to the concentration camp when she was 20.
In a moving testament she describes the realisation that she faced being gassed like six million others.
Traumatising: Iby Knill, pictured after Auschwitz was liberated and as a Leeds grandmother today, has fulfilled a promise she made to a dying girl to tell the world about the horrors of the death camps. It took almost 70 years



Survivor: Iby Knill, now 90, is the subject of a documentary. She said: 'The girl told me that her and her sister were going to be experimented on. She said they were then going to be gassed and therefore exterminated'



She explains in a new documentary that during a session on her course a group at Leeds University, in the city where she now lives, was discussing whether the Holocaust was a result of evil or sin.
The tutor said that 'only a person who was there could answer that question'. Mrs Knill responded simply with 'I was there'.
For Mrs Knill it was like the floodgates had been opened and, fulfilling her promise to the unknown girl, she decided to write her memoirs.



Horror: Iby Knill spent six weeks at Auschwitz. Pictured is
the famous inscription 'Work makes [you] free'
Remembering her terrible first night at Auschwitz, she said: 'The girl told me that her and her sister were going to be experimented on.
'She said they were then going to be gassed and therefore exterminated. She made me promise to tell the story of the camps, if I were to live.
'Of course I said yes, but after the war was over it didn’t seem right to talk about what had happened.'


Death camps: Iby Knill was at Auschwitz, which comprised two separate camps, for six weeks


nstrument of death: One of the surviving gas chambers at the Auschwitz concentration camps



She said: 'There, you were one of a number, and it came down to how long you could survive.'
After the camps were liberated, she was too traumatised to tell her story but has finally broken her silence.
Mrs Knill, who went on to marry British Army major Herbert Knill, was born in Czechoslovakia but escaped to Hungary in 1942 when the SS began rounding up Jews.
Two years later, when Mrs Knill was 20, Hungary was occupied and she was transported to Auschwitz where she spent six weeks before being transferred to the German labour camp Kaunitz, which was eventually liberated. 
Mrs Knill later moved to Britain where she had two children, Christopher Knill, a psychiatrist, 65, and Pauline Kilch, 58, a teacher.
A film was made out of Iby's memoirs, The Woman Without a Number, by film and television student Robin Pepper, 22, at Teesside University.
He and fellow students Mark Oxley, 26, from Darlington, and Ian Orwin, 22, from Sunderland, made the documentary for a final year project after he read her book in just one day.
Mrs Knill said: 'Robin has done a marvellous job, and I am very happy with the film. It goes some way towards fulfilling the promise I made to the twin all those years ago.'
Robin added: 'It was an honour to work with Iby. She is an amazing lady, and we are really pleased we have helped her keep that promise she made so long ago.'



                                GRUESOME EXPERIMENTS 
The Auschwitz death camps played host to some of the most gruesome Nazi medical experiments, which few survived.
Professor Carl Clauberg oversaw the mass sterilisation of hundreds of Jewish prisoners by putting chemicals in their fallopian tubes and exposing their genitals to X-rays. The procedures were brutal, often causing infections and radiation burns. 
Some ‘patients’ were used for human medical trials of the drugs Rutenol and Periston, reacting with bloody vomiting and painful diarrhoea.
Other experiments had no apparent purpose and were done merely for practice - or pleasure.
Doctors deliberately made the lungs of tuberculosis patients collapse and killed others by injecting lethal phenol into their hearts.
One of the most infamous doctors, Josef Mengele (above right) infected different races with contagious diseases to see how their survival rates compared.
Source: Auschwitz.org
She said: 'There, you were one of a number, and it came down to how long you could survive.'
After the camps were liberated, she was too traumatised to tell her story but has finally broken her silence.
Mrs Knill, who went on to marry British Army major Herbert Knill, was born in Czechoslovakia but escaped to Hungary in 1942 when the SS began rounding up Jews.
Two years later, when Mrs Knill was 20, Hungary was occupied and she was transported to Auschwitz where she spent six weeks before being transferred to the German labour camp Kaunitz, which was eventually liberated.
Mrs Knill later moved to Britain where she had two children, Christopher Knill, a psychiatrist, 65, and Pauline Kilch, 58, a teacher.
A film was made out of Iby's memoirs, The Woman Without a Number, by film and television student Robin Pepper, 22, at Teesside University.
He and fellow students Mark Oxley, 26, from Darlington, and Ian Orwin, 22, from Sunderland, made the documentary for a final year project after he read her book in just one day.
Mrs Knill said: 'Robin has done a marvellous job, and I am very happy with the film. It goes some way towards fulfilling the promise I made to the twin all those years ago.'
Robin added: 'It was an honour to work with Iby. She is an amazing lady, and we are really pleased we have helped her keep that promise she made so long ago.'



15/07/13

corsi e ricorsi della storia , ritorno delle dittature di destra o semplici rigurgiti ?

inizialmente  non avevo voglia  di scrivere  questo  post d'oggi izialmente  non avevo voglia  di scrivere  questo  post d'oggi e lasciare  solo uno sfogo  sulla mia bacheca di fb ( a cui  ho  aggiunto  dei collegamenti ipertestuali



dopo il caso della ragazza di Sassari   (  ne  parlato precedentemente  qui  sul blog  )  che scrive in un tema in classe gli ebrei son o una razza inferiore e la sua bocciatura per il 5 in condotta e denunciata perchè insulta la prof che le spiegava che le fonti erano sbagliate accusandola di essere comunista di ... che difende gli ebrei

è il caso di adesso  c'è un altro imbecille a in lombardia ( vedere news sotto ) l'ideologia malata sta ritornando dalle fogne cosa aspettiamo ad opporci e a chiedere che sia applicati il decreto scelba 1952 e quello mancino ? o i gruppi antifascisti scendano in piazza ?






Non  che  abbia cambiato  tutto  d'un tratto opinione  sul fascismo  e  neonazismo o  sia  caduto ( a volte  succede  ) fra  gli indifferenti  , ma  per  evitare di scrivere  le  solite  banalità e scendere  al loro livello Ma  poi : 1) il commento  dell'amico  \  compagno di strada   Matteo Tassinari  : << non basta, bisogna farci un pezzo qui, riferendomi al dottore >> ., 2) le  inchieste  di repubblica   destra in italia  e  in europa 

il  capitolo   4   dell'inchiesta  italiana  la   di repubblica   e in particolare   capitolo 9   che  trovate  sotto 








mi  hanno  fatto riflettere  non si tratta  solo  di ritorno   di nostalgici o delle  vecchi ideologie  , ma  di qualcosa  di più pericolo   .Infatti   la  nuova destra  o fascisti del  3 millennio pescano  fra i delusi dalla politica  tradizionale  alle paure  della  gente   verso il diverso,il signoraggio, la  globalizzazione  neoliberista  ,  ecc insomma  parlano  alla pancia della  gente   mescolando  il vecchio ( la  vecchia  ideologia  fascista  e nazista  , e nazionalista   ed  il nuovo   facendo leva  anche  nelle curve dello stadio 



Ma  soprattutto perchè  la  news    riportata  sotto   dimostra   il salto  di qualità nel fare proselitismo  indiretto non s'era  , almeno da  quel che ricordo  , visto la mia  giovane  età  a una  tale sfacciatagine  a  voi  ogni ulteriore  commento  alla  news  riporta   dall'edizione Milanese  di repubblica  del 13 luglio 2013






l'ambulatorio del medico neonazista  con il busto di Hitler e i libri antisemiti


Gian antonio Valli, medico di base a Cuveglio, nel Varesotto, riceve i pazienti fra testi a articoli contro il 'flagello delle immigrazioni' e le 'lobby giudaiche'. E le riviste con i suoi articoli che negano l'Olocausto

dal nostro inviato PAOLO BERIZZI






CUVEGLIO (Varese) - Diceva Ippocrate che «è dovere del medico analizzare attentamente le cose sgradevoli e avere a che fare con le cose ripugnanti». E fin qui ci siamo. Ma può un medico di base (o di famiglia), e cioè l’ufficiale sanitario di primo livello del Servizio sanitario nazionale, andare fiero del suo busto di Hitler e sottoporre i pazienti in ambulatorio alla visione di testi e articoli contro il «flagello delle immigrazioni», le «invasioni terzomondiali», il «mondialismo capitanato dalle lobby giudaiche», e ancora scritti su Benito Mussolini e i pilastri del nazionalsocialismo hitleriano? Il tutto condito da periodici (con i quali collabora) che irridono o smentiscono l’Olocausto. Benvenuti nello studio del dottor Gianantonio Valli, medico chirurgo di Cuveglio, 3.400 anime nella varesotta Valcuvia.


Per i cuvegliesi, Valli, 64 anni, origini valtellinesi, è il camice bianco “di fiducia”- termine con il quale si indica il medico di medicina generale che, per conto della sanità pubblica garantita dallo Stato, presta il primo livello di assistenza sul territorio. Per i camerati nazionalsocialisti e antisemiti Valli è invece e prima di tutto una camicia nera, e molto di più: è un autore (e pensatore) di riferimento. Uno degli ideologi, come ama definirsi lui, più prolifici nell’ambito della polemistica antisemita. Titoli di alcuni volumi al suo attivo: Colori e immagini del nazionalsocialismo, Holocaustica
religio, La razza nel nazionalsocialismo, Note sui campi di sterminio, L’ambigua evidenza, l’identità ebraica tra razza e nazione, Invasione - giudaismo e immigrazione.
Quando non è alle prese con visite, diagnosi e ricette, Valli dedica il suo tempo alla diffusione delle sue idee razziste e revisioniste. Collabora, fra le altre, con l’associazione Thule Italia e Olodogma (una biblioteca di testi revisionisti sulla 'Menzogna di Auschwitz'), scrive saggi e partecipa a convegni. Nell’estate 2012 è protagonista di un’aspra polemica con Stefano Gatti (rappresentante del Centro di documentazione ebraica contemporanea), polemica nata in seguito all’intervento dello stesso Valli a una manifestazione (14 luglio) in largo Cairoli a Milano in solidarietà con il popolo siriano. «Un comizio neonazista», scrisse Gatti su romaebraica.it. «Sono stato in Siria con la delegazione del governo italiano», raccontò al microfono Valli snocciolando le sue tesi contro il mondialismo e il potere politico-finanziario giudaico.
A chi lo accusa di essere nazista, offre una risposta che richiede come minimo una poltrona: «Sono compiutamente fascista, ovvero nazionalsocialista. Mi riconosco nel solco del realismo pagano (visione del mondo elleno-romana, machiavellico-vichiana, nietzscheana e infine compiutamente fascista)... e sono in radicale opposizione a ogni allucinazione filosofico-religiosa giudaica e giudaicodiscesa...». Questo è il Valli studioso. Poi c’è il dottor Valli, il medico. Come tutti i medici di famiglia riceve cinque giorni la settimana. Milletrecento pazienti in carico. Due locali in via Vidoletti, nel centro di Cuveglio. Ma il luogo di lavoro di Valli non è anonimo. Riflette le idee del medico.
E’ tutto lì, in bella mostra, incorniciato in sala d’aspetto e in sala visite. Il programma del Fronte nazionale di Franco Freda (movimento politico sciolto nel 2000 per decreto del ministero dell’Interno i cui componenti furono arrestati e condannati per ricostituzione del partito fascista e incitamento all'odio e alla discriminazione razziale); una collezione di articoli contro le invasioni degli immigrati che mettono a rischio la «razza europea»; un poster del Pd di Ravenna con «quattro negri» - sempre parole di Valli - e la scritta “l’Italia siamo noi”; una medaglia d’argento per la commemorazione di un combattente repubblichino di Cuveglio.
In sala d’aspetto, una bella pila di riviste “d’area” nazionalsocialista sono “a disposizione” dei pazienti malati. Alcune: Thoule Italia, un’associazione revisionista che diffonde «idee scomode»; Olodogma, «biblioteca di testi revisionisti sulla 'Menzogna di Auschwitz'» dove trovano spazio pagine tipo “Auschwitz spa, industria dell’Olocausto dal 1945” corredata dalla foto di una nave rovesciata su un fianco e la scritta “affondata”.
E poi i busti: alcuni pazienti giurano che Valli ha sempre fatto bella mostra di quello di Mussolini, lui nega e dice che «ho solo quello di Hitler e adesso l’ho messo al piano sopra, in biblioteca». Che cosa tutto questo ci azzecchi con la medicina generale e con il Servizio sanitario nazionale è ancora da scoprire. Qualcuno si è lamentato per gli arredi dello studio del medico antisemita e per la sfacciata ostentazione delle sue idee razziste e xenofobe. Gennaro Gatto, Osservatorio democratico sulle Nuove destre di Varese, ha segnalato il caso.
Lui, Valli, non sembra preoccupato. «Non mi sono mai nascosto, ho le mie idee». Uno abituato a risultare “scomodo”. Prima ancora dello scambio di accuse con Stefano Gatti (Centro di documentazione ebraica contemporanea), le cronache locali lo avevano visto contrapporsi a Romeo Ciglia, ex sindaco di Cuveglio. Anche qui tutto era partito dall’esuberanza cameratesca di Valli. Forse aveva ragione Ippocrate: «E’ dovere del medico analizzare attentamente le cose sgradevoli e avere a che fare con le cose ripugnanti».



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