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30/05/15

La cacciarono da scuola bambina perché ebrea. Ora lo Stato le dà ragione: Edi Bueno, livornese, ha diritto a riscuotere il vitalizio di benemerenza



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da http://iltirreno.gelocal.it/regione/    del  28 maggio 2015

La cacciarono da scuola bambina perché ebrea. Ora lo Stato le dà ragione: Edi Bueno, livornese, ha diritto a riscuotere il vitalizio di benemerenza. Così ha deciso la Corte dei conti. In questa lunga intervista alla nostra giornalista Ilaria Bonuccelli, Edi racconti alcuni toccanti momenti della sua infanzia, come la deportazione evitata per miracolo e quella bici riconsegnata da un soldato tedesco





                                     Edi Bueno ospite al Tirreno in compagnia del niporte Renzo

Sanguinano i piedi. Edi avverte caldo e dolore, ma non si ferma. Scappa per i campi di Marlia. Via dai fascisti. Non ci crede che la vogliano mandare in Germania a lavorare, come dice sua madre. Sirio, il fratellino più piccolo, la segue. Anche il padre cerca un nascondiglio. La mamma e il fratello grande no. Restano nella casa dove si nascondono. Lontani da Livorno, nelle campagne della Lucchesia.

Edi Bueno ha rimosso il cognome della famiglia che li ha ospitati. La fuga dalla casa ce l’ha sempre impressa in mente, invece. È stata l’ultima volta che ha visto sua madre e suo fratello, morti ad Auschwitz. Quest’anno, a gennaio, ha accarezzato due piccole pietre “anti-inciampo” con i loro nomi incisi, Dina Attal e Dino Bueno: sono cementate davanti allo stabile che sorge al posto della loro vecchia abitazione di Livorno, in via della Coroncina, distrutta dai bombardamenti. L’unico segno tangibile del loro passaggio su questa terra. Fino a un paio di giorni fa. Ora ce n’è un altro. Edi Bueno l’ha inseguito per una decina di anni. Sconfitta dopo sconfitta. Ogni volta che si accarezzava le cicatrici sotto i piedi, trovava un motivo per non lasciarsi abbattere. E alla fine la Corte dei Conti di Firenze le ha dato ragione: Edi Bueno di Livorno è perseguitata per ragioni razziali. E ha diritto a riscuotere il “vitalizio di benemerenza”.


La famiglia di Edi Bueno. Da sinistra la tata, il fratello Sirio, il fratello Dino, Edi e la mamma morta ad Auschwitz




A quasi 80 anni dalla pubblicazioni dalle leggi razziali, lo Stato riconosce di averle usato violenza. Non l’ha picchiata, né messa in prigione o mandata al confino come gli oppositori del Fascismo. Ma - secondo la giurisprudenza attuale - gli atti di violenza verso gli Ebrei «sono anche di natura morale». Vanno oltre la «terribile» deportazione di familiari. Nel caso di Edi la violenza ha assunto le forme della quotidianità negata: «Sono andata a scuola fino a 7 anni. Quando sono passata in terza, non mi hanno più voluta». Secondo la magistratura contabile il «provvedimento di espulsione da una scuola pubblica può essere considerato un atto persecutorio» in quanto «limitativo del diritto fondamentale della persona». Proprio come il diritto a vivere nel proprio domicilio, ad avere una propria attività. «Il mio nonno - racconta Renzo Bueno, nipote di Edi e figlio di Sirio, detto Luciano - era benestante. Prima delle legge razziali aveva una merceria a Livorno, in via della Madonna. Ma con il fascismo e quelle leggi la vita cambiò». Lo sa bene Edi: «Le amiche con cui giocavo fino a poco tempo prima si rifiutavano di stare con me perché ero ebrea. Un giorno andai con il mio fratellino andai al bar Lateri, a Livorno, e la commessa non mi dette il gelato perché ero ebrea. Allora protestai con il direttore. E lui mi rispose: “Bimba sai leggere? Guarda cosa c’è scritto dietro di te: non si dà il gelato agli Ebrei”. Non me lo sono più dimenticato». Anche per questo dallo Stato Edi preteso il risarcimento.In denaro, il suo assegno corrisponde al trattamento minimo di pensione  erogato ai lavoratori dipendenti. Non una grande cifra, tutto sommato. Soprattutto se paragonato alla fuga precipitosa del 1944 da Livorno «per una spiata dei fascisti». Ma Edi Bueno non si è mai battuta per i soldi. Piuttosto per la sofferenza: «Dopo 15-20 giorni che eravamo a Santa Caterina, a Marlia, abbiamo visto arrivare i fascisti. Ci hanno messo tutti in un salone. Mio padre mi ha fatto un cenno. Stava cercando di aprire una porta: io e il mio fratellino ci siamo avvicinati e infilati nella stanzetta. Era un bagno. Lì siamo rimasti nascosti, fino a quando non sono andati tutti via. Mia madre e mio fratello si sono lasciati portare via, convinti che sarebbe arrivato presto l’armistizio e che non avrebbero subito nulla di grave. Mio padre non era convinto e aveva ragione».


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Sono state messe in via della Coroncina, dove abitavano Dina Bona Attal e Dino Bueno che furono uccisi nei campi di sterminio



Per questo nasconde i figli e si nasconde. Quando tutto è silenzo, Edi dice al fratellino: «Togliti le scarpe perché dobbiamo correre». E si buttano scalzi nei campi. Il grano è stato appena mietuto. I piedi si tagliano, ma non si fermano fino a quando non trovano un ponticello. «Ci nascondiamo, ma vediamo spuntare due teste. Iniziamo a dire: “Non siamo ebrei, non siamo ebrei”. Le voci - ricorda Edi - ci rassicurano: “Siamo partigiani”. Ci hanno presi e tenuti con sé due notti. Poi ci hanno riportati a Livorno. Davanti a casa abbiamo ritrovato nostro padre. Ma abbiamo avuto tanta paura».

Anche di questa paura, Edi chiede conto allo Stato. Ma ancora una volta la strada è in salita, conferma l’avvocato Jacopo Bandinelli di Firenze.La prima richiesta, infatti, viene inoltrata nell’aprile 2006 alla Commissione per le provvidenze ai perseguitati politici antifascisti o razziali costituita presso la Presidenza del Consiglio. Dopo quattro anni e un’istruttoria suppletiva, l’istanza è respinta: non viene precisato il nome della famiglia presso la quale la famiglia Attal-Bueno si è rifugiata nel periodo trascorso a Marlia, in località Santa Caterina. Gli atti sono considerati «troppo generici».
Edi Bueno non si dà per vinta. Neppure quando il ricorso viene rigettato. «Un sostegno consistente - conferma l’avvocato Bandinelli - arriva dal Comune di Capannori che ci ha aiutato a ricostruire il periodo nel quale la famiglia è rimasta nascosta a Marlia». Inoltre, da ricerche svolte sul sito www.nomidellashoah.it risulta che Dina Attal, il nonno (materno) David Attal e Dino Bueno vengono catturati a Marlia e deportati ad Auschwitz dove muoiono. Di fronte a queste indicazioni, perfino il ministero delle Finanze si è dovuto arrendere: per ordine della Corte dei Conti dovrà pagare il vitalizio a Edi, oggi 85enne. A partire dal 1° maggio 2006. la dovrà risarcire perché le leggi razziali le hanno impedito di frequentare la scuola. Di mantenere il proprio nome e, di fatto, la propria identità. Rinunce quotidiane che oggi sono archiviate, ma non dimenticate.Ci sono le cicatrici sotto i piedi a ricordarle. Ogni giorno, quando bada ai bisnipoti, va al «circolino a lavare i piatti e dare una mano», partecipa alle attività della comunità ebraica di Livorno. E perfino il sabato sera. L’unico giorno in cui i piedi non le dolgono. Perché lì al circolo Pirelli, a Livorno, Edi torna ragazza, prima della guerra. E balla. La samba, la bachata, perfino il rock. Come se le cicatrici non ci fossero. Come se.....


25/01/13

nei lager non solo Ebrei ma anche i rom

Continuando co il mio  ricordare  e non celebrare  ( perchè  tali eventi  non si celebrano  ma  si ricordano  senza  retorica  )    come  affermavo nel post precedente io  non celenbro  ma ricordo il 27  gennaio    che  la  tragedia dei Lager  nazisti   non fu solo  Ebraica  . Oggi   voglio parlavi  di  un altro popolo \  etnia  che i media  concentrati   sullo sterminio ebraico   fanno passare sin secondo piano  .Quello    del popolo roma  . E lo faccio  oltre riportando  una serie  di link (  vedi voce  approfondimento  )  con   questa  testimonianza    di Hélène Rabinatt, tratta da: C. Bernadac -L'holocauste oublié, France Empire, 1979, Paris.  è  tradotta   in : Fabrizio De André - ed avevamo gli occhi troppo belli, supplemento al numero 272 della rivista anarchica "A", maggio 2001,Editrice A, Milano .
Mi  scuso   con i puristi  degli spazi   e  nelle punteggiature    per gli  eventuali in  essa   e  ed per gli eventuali  errori  battitura  ma  : 1) non avendo lo scanner  , 2)  non trovandolo  online   lo  dovuto  è non è  stata  una passeggiata  visto che   sono ben ( escluse le foto )   ben  7  pagine  ritrascriverlo tutto


                                                        approfondimenti  





Ansa, l'ultima zingara
a cura di Giovanna Boursier.

Nella notte del 31 luglio 1944 tutti i prigionieri Rom e Sinti
rinchiusi ad Auschwitz vennero sterminati.
Erano almeno 4500: furono eliminati in una notte. Ansa no.
Sopravvisse e venne rinchiusa nel lager di Ravensbrück.
Non poteva parlare con nessuno e nessuno poteva parlare con lei:
pena la morte.
Rom appena giunti al campo di sterminio di Bełżec  da http://ita.anarchopedia.org

Non credo sia importante o utile chiedersi quanto di vero ci sia in questa testimonianza, se Ansa sia esistita e se i fatti si siano svolti esattamente come sono raccontati. I dati storici ci sono: il 16 Dicembre 1942 Himmler ordino` la deportazione di tutti i prigionieri Rom e Sinti ad Auschwitz, in un campo speciale, il Lager E II Birkenau, lo Ziegunerlager. Qui, la notte del 31 luglio 1944 tutti i prigionieri ancora in vita vennero sterminati. Erano almeno 4500 persone, sole di fronte al loro agghiacciante destino, dovuto all'appartenenza ad un popolo.
Ma non fu solo Auschwitz. I Rom e i Sinti vittime del nazifascismo  furono almeno 500.000, uomini, donne e bambini sterilizzati in massa,rinchiusi nei campi di concentramento, utilizzati come cavie negli
pseudo-esperimenti medici, morti di fame, di freddo, uccisi nelle camere a gas e nei forni crematori. Gli stessi uomini, donne e bambini che dopo la guerra non furono mai riconosciuti vittime,dimenticati o ignorati nei processi e nei risarcimenti.
La persecuzione di cui gli zingari furono vittime durante il nazismo ha radici profonde e anche attuali nella storia di questo popolo,nelle discriminazioni che da sempre ne segnano l'esistenza e non paiono destinate ad avere mai fine. Da qui la necessita` di colmare lacune insidiose, di far conoscere. Il dovere di testimoniare - come lo chiamava Primo Levi - il dovere di non lasciare che qualcuno dimentichi: la coazione a ripetersi dell'orrore fa risaltare l'impotenza, non solo politica, ma anche umana.
G. B.
Negli ultimi giorni di settembre nella baracca di Lucette arrivo` una nuova compagna. La nostra kapo` polacca la presento` al blocco riunito, gridando: "E' una sporca zingara, viene da Auschwitz. E' vietato parlarle. Se lei vi parlera`, sara` impiccata. Se voi le parlerete, cinquanta bastonate e tre giorni senza zuppa. Chiaro?".
Appena ebbe finito di tradurre l'interprete si avvicino` a Lucette e le sussurro` all'orecchio: "Fate attenzione, non sta scherzando.Rischia il posto, le SS l'hanno avvisata. Del resto la zingara non restera` che un mese. Fate attenzione soprattutto la notte: vi terra` d'occhio ed e` pericoloso".
Ansa - avremmo saputo il suo nome tre giorni dopo - era una rom della  Germania settentrionale e poteva avere una trentina d'anni. Tutto, dilei, era scuro: gli occhi, la pelle, i capelli. Un vero pezzo di cuoio lucente. Alta, sottile, un po' curva, usava la pala e la zappa con sicurezza ed eleganza. Abbassava sempre gli occhi. Lucette, senza  parlarle, le regalo` un cucchiaio col manico spezzato. La rom la ringrazio` con un movimento del capo e chiudendo gli occhi. La polacca le trovo` una scodella e Luise uno scialle.
Fédérique la belga approfitto` di una siesta dei due sorveglianti per avvicinare Ansa che scavava nell'ultima trincea. La nostra kapo` si riparava dalla pioggia sotto il grande mucchio di assi della prima
trincea e quindi, anche sporgendosi, non riusciva a vedere Fédérique  ed Ansa. Credo di non aver mai avuto cosi` paura in vita mia, neanche nelle evacuazioni per i bombardamenti. Appoggiate sulla loro zappa Féderique e Ansa parlavano senza timore. Io ero rigida sulla zappa: da un momento all'altro le SS potevano uscire dalla baracca o la kapo` poteva alzarsi. Dopo circa mezz'ora, Fédérique si allontano` da Ansa che riprese il suo lavoro. Fédérique, col viso rilassato, disteso - non le avevo mai visto un'espressione cosi` serena -, non staccava piu` gli occhi dal profilo sottile della giovane rom.
"Allora, cosa fa?", "Diccelo!", "Vogliamo sapere". Ma Fédérique rispondeva cosi` a tutti: "Piu` tardi, piu` tardi!"."La sera stessa, in un angolo del blocco, mentre Ansa e tutte le donne estenuate cercavano di addormentarsi, Fédérique la belga racconto` a me e Lucette la storia di Ansa, "l'ultima zingara di
Auschwitz". Un racconto che mi sconvolse fino alle lacrime. Fu l'unica volta che piansi durante la prigionia, e senza che questo avesse nulla a che fare con l'emozione o il sentimento: erano lacrime di rabbia.
Lacrime di odio. Anche oggi, quando mi capita di incontrare per strada una zingara "dalla pelle di cuoio", devo voltarmi per non scoppiare insinghiozzi. Ansa, la bella zingara che credeva di essere l'ultima  zingara sulla faccia della terra !

Ridevano.
Urlavano.

"Ansa - comincio` Fédérique - e` l'ultima zingara rimasta in Europa.Tutti quelli della sua razza, neonati, bambini, adolescenti, uomini, donne, giovani e vecchie, sono stati sterminati ad Auschwitz. Tutti.
Nelle camere a gas. Nessuna esitazione. Tutti. Gli zingari arrivati ad Auschwitz sono stati radunati in un campo speciale, un campo familiare: lo Zigeunerlager, il campo zingaro, un campo dentro il campo, con il suo filo spinato, i suoi posti di guardia, la sua porta.
il simbolo   che identificava  i  rom nei  lager  


Un campo _meraviglioso_, per gli altri prigionieri, dove gli zingari hanno tenuto i loro vestiti e gli strumenti musicali. E c'erano una scuola e un asilo per i bambini. I pasti non erano migliori che ad
Auschwitz, ma piu` abbondanti perche` c'era maggior sorveglianza e quindi minor saccheggio".
Ansa non aveva mai vissuto in una roulotte. Suo padre, un rom, aveva sposato una cittadina tedesca e, alla nascita di Ansa, si erano trasferiti in una piccola casa con giardino. Il padre di Ansa era elettricista. A vent'anni lei si era sposata col figlio del panettiere. Avevano vissuto felici fino allo scoppio della guerra. Il marito di Ansa faceva le consegne del pane con un piccolo furgone. Avevano due bambini. "Poi - aveva raccontato Ansa - mio marito era andato soldato. Un buon soldato. Era venuto due volte in licenza.Avevamo fatto lunghe passeggiate nei campi. L'ultima volta aveva dei papaveri e io ho fatto per lui una collana di paglia. Un mese dopo mi hanno portato i suoi documenti e un po' di denaro. Era stato ucciso in Russia e seppellito laggiu`. Era morto ufficiale.
 Circa un anno dopo,sono venuti a casa mia. Era mattina presto. Avevano le pistole.Ridevano. Urlavano: 'Allora zingara, ci nascondiamo con la marmaglia!'. Ho potuto portare dei vestiti per i piccoli. In prigioneci sarebbero stati altri zingari. Custodivo i documenti di mio marito sotto la maglia. Molte volte ho ripetuto alle guardie: 'Sono tedesca,mio marito era ufficiale. E' morto in Russia. E' stato decorato'.
Ridevano sempre. Nessuno mi ascoltava.
Poi un giorno, eravamo certamente piu` di cento, ci hanno mandati ad Auschwitz dove gli zingari erano radunati in un angolo del campo. Al nostro arrivo, gli uomini ci rassicurarono: ' Non vi succedera` nulla.Non ascoltate le menzogne. Qui starete bene'. E diedero latte epoltiglia di mais ai bambini. I bimbi nel campo cantarono per noi.Riuscirono persino a coinvolgere qualche donna in una danza. Gli
uomini applaudirono. Ci diedero coperte e panni. Il giorno dopo sapevo gia` tutto sul crematorio, i convogli, le camere a gas camuffate come docce. Vennero due zingari tedeschi. Si sedettero sul letto per interrogarmi.. Avevano un grande quaderno nero e quello che non parlava prendeva appunti. Dissi: ' Non voglio finire nelle camere a gas coi miei figli'. Mi risposero: ' Gli zingari non vanno nelle camere a gas. Saranno liberati alla fine della guerra. Forse anche prima. Preparano una citta`. Con i tram.' Scrissi loro il mio nome.
Presero i documenti di mio marito.Qualche tempo dopo una SS chiamo` il mio numero. Mi condusse in un ufficio dove un ufficiale stava in piedi col suo caschetto e i guanti.Quando entrai saluto` militarmente. Aveva i documenti di mio marito sul tavolo. Mi disse che ero stata arrestata per errore, ma che la Germania era riconoscente ai suoi eroi, ai morti per la patria.
Entrarono altre due SS, due ufficiali. Uno ripete` che c'era stato un errore, che io non ero una zingara come le altre, che presto sarei stata liberata e avrei ritrovato i parenti di mio marito. Ma prima era necessario che l'ospedale verificasse se potevo ancora avere figli.Risposi che, dato che mio marito era morto, non volevo altri figli.Uno degli ufficiali, il piu` alto, che stava preparando molti fogli,mi disse: 'Resterete una settimana all'ospedale. Non e` pericoloso.
Dopo non potrete piu` avere bambini e sarete liberata'.Mi obbligarono a firmare i fogli e mi caricarono su un'auto. Chiesi  di vedere i miei bambini ma quello alto mi rispose che altre donne avevano gia` avuto l'incarico di prendersi cura di loro. Mi portarono in una stanza dove c'erano altre donne, giovani e vecchie, soprattutto ebree, qualche zingara. Percepivo la presenza della morte.
Avevo paura. Un'infermiera mi spiego` come sarebbe stata la sterilizzazione. Piansi. Non volevo farlo. Gridai. Mi picchiarono. Mi trascinai fino alla porta ma una guardiana mi stordi`. Mi accasciai si una sedia. Il giorno dopo fui sterilizzata. Mi aprirono e ricucirono.
Piansi per tanti giorni.


Tutte
storie

Poi ritrovai i miei bambini al campo degli zingari. Erano dimagriti,ma andavano a scuola e io tornai piu` calma. Eravamo tutti vivi esani. Non volevo piu` tornare dove ero stata cosi` torturata. Glizingari che si occupavano del nostro campo vennero a trovarmi e mi diedero una ventina di lettere scritte piccole su brandelli di carta.
Ce n'erano per tutte le citta`. 'E' perche` sarai liberata. Devi recapitare questi messaggi'. Accettai. Misero i fogli nelle mie scarpe, nascosti nella suola. Aspettai. Aspettai. Aspettai ancora. Un
giorno mi chiamarono. L'ufficiale alto - all'ospedale veniva chiamato dottore - mi disse che avevano verificato l'indirizzo dei miei parenti. Che era vero e che loro mi aspettavano. Mi raccomando`,soprattutto, di non dire mai una parola su Auschwitz: gli ebrei, i forni crematori, il gas, erano tutte storie. Erano tutte storie, confermai. Mi disse che l'ospedale doveva verificare che fossi guarita. Io non volevo tornarci. Disse che era obbligatorio,altrimenti 'non sarete liberata'. I medici mi esaminarono per due giorni. C'erano altre zingare che erano state sterilizzate come me.
Dicevano: 'Tra due giorni saremo libere e ci daranno del denaro'. Poi fu rimandata al campo zingari. Gli uomini che si occupavano di noi dissero: 'Ora non resta che aspettare'. Aspettai ancora per tutto l'inverno, e la primavera.
In estate, un mattino, chiamarono di nuovo il mio numero. Mi portarono da un fotografo e poi mi chiusero in una cella. Rimasi al buio per una settimana, forse due. Poi arrivo` un ufficiale. Mi disse:
'Sei fortunata. Sei l'unica zingara sopravvissuta ad Auschwitz'. Non capii. Lui rideva: 'Il campo degli zingari non c'e` piu`. Sono passati tutti per il camino. Non resti che tu'. Allora capii. Gridai: 'I miei figli! I miei figli! Voglio vedere i miei bambini! Vogliotornare al campo degli zingari!'. Mi gettai su di lui, attaccandomi ai suoi vestiti. Piangevo e urlavo. Non potevano avere fatto questo.Tutto il campo degli zingari. E i miei poveri bambini che avevanocosi` sofferto? Tutto il campo degli zingari! Entrarono due prigionieri e mi presero. L'ufficiale disse: 'Presto sarai libera,potrai tornare a casa. Ma non dovrai parlare'. Io non ascoltavo.Piangevo. Mi schiaffeggio`. Non rideva piu`: 'Se parlerai finirai
nella camera a gas'. Ma per me era uguale. Urlai: 'Portatemi al gas!Mio marito e` morto, i miei figli sono morti. Voglio andare nella camera a gas'. L'ufficiale se ne ando`. I prigionieri mi calmarono.
L'ufficiale torno`: 'Non andrai al gas. Vivrai per tuo marito, per il suo ricordo. Per aiutare i tuoi parenti. Forse potrai risposarti.''Faro` cio` che volete', risposi. Lui aggiunse: 'Presto sarai libera.
Ma prima dovrai lavorare un mese in un campo. Per dimenticare. E non dovrai dire nulla a nessuno. Se parlerai non sarai liberata'. E partii per Ravensbrück, con un convoglio di donne. A Ravensbrück un
ufficiale che aveva i documenti di mio marito mi diede una tavoletta di cioccolato: 'Non devi parlare. Niente. Nemmeno l'operazione. Ti mettero` in un buon kommandos'.""Ansa, che credeva di essere l'ultima zingara vivente, rimase con noi una quindicina di giorni. Fédérique, Lucette ed io chiedemmo, con la mediazione di alcuni vecchi del blocco e dei responsabili politici,soprattutto russi e comunisti, che nessuno mai le rivolgesse la parola o le rispondesse anche se interpellato. Questo valeva la sua vita.
Doveva uscire. Per poter raccontare. Noi - soprattutto Lucette - le avevamo creato intorno una solidarieta` vera. Persino la polacca aveva acconsentito a dare ogni giorno due patate e una razione di pane per lei. Un giorno i russi le portarono un dolce secco e mezzo salsicciotto. Ansa, quel giorno, pianse. Poi parti`. Rivedro` fino alla morte quel suo ultimo gesto, quello sguardo pernoi. Si volto`. Chiuse gli occhi due volte. Sollevo` leggermente la mano destra, poi chiuse il pugno. Non sorrise. C'era un po' di sole e la pelle del suo viso risplendeva come ebano. Fédérique sussurro`:"Buona fortuna, Ansa".Credo davvero che sia stata liberata. Ho poi saputo che piu` di cento zingare deportate ad Auschwitz, tutte sterilizzate al blocco 10,sopravvissero alla liquidazione dello Zigeunerlager.

11/09/12

L’ 11 Settembre È Colpa Mia?

da http://www.reset-italia.net di   - Capranica (Viterbo)


http://sahishin.altervista.org/_altervista_ht/viand.jpg
Tutto il mondo sa cosa successe l’11 settembre dell’anno 2001. Ognuno si è fatta un’idea con un pensiero altrettanto unico e opposto all’altro, religioni e guerre a confronto e in mezzo i morti. Nella Smorfia Napoletana, e nella Tombola, l’11 è il topo, e Suricille in dialetto. Mi farebbe piacere che si conoscessero anche queste immagini, di un grande regista come Ken Loach: “Ken Loach realizza un corto su l’11 Settembre 1973, giorno del colpo di stato militare in Cile ai danni del governo democraticamente eletto, rivolgendosi direttamente ai parenti delle vittime dell’11 Settembre 2001 e realizzando un parallelismo tra passato e presente, libertà e oppressione”.
Far vivere almeno il ricordo di ciò che e di chi è, sparito per sempre, perchè  riappare solo l’oscena faccia del potere ed è una smorfia Globale. Fosse che è colpa mia…” E’ colpa mia se siamo diventati indifferenti  più poveri più tristi  e meno intelligenti  è colpa mia  che non mi curo delle tue speranze  forse perché delle idee non so più che farne è colpa mia non ci avevo mai pensato è colpa mia non presto mai troppa attenzione  è colpa mia perché non prendo posizione  è colpa mia  mi crolla il mondo addosso se ci penso  non me ne frega niente  è colpa mia ho aperto gli occhi all’improvviso…” Dal Teatro degli Orrori.

Doriana Goracci






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Dal testamento di Salvador Allende l’  ultimo discorso del presidente cileno da Radio Magallanes:

“Pagherò con la mia vita la difesa dei principi che sono cari a questa patria. Cadrà la vergogna su coloro che hanno disatteso i propri impegni, venendo meno alla propria parola, rotto la disciplina delle Forze Armate. Il popolo deve stare all’ erta, vigilare, non deve lasciarsi provocare, né massacrare, ma deve anche difendere le sue conquiste. Deve difendere il diritto a costruire con il proprio lavoro una vita degna e migliore. Una parola per quelli che, autoproclamandosi democratici, hanno istigato questa rivolta, per quelli che, definendosi rappresentanti del popolo, hanno tramato in modo stolto e losco per rendere possibile questo passo che spinge il Cile nel baratro. In nome dei più sacri interessi del popolo, in nome della patria vi chiamo per dirvi di avere fede. La storia non si ferma né con la repressione né con il crimine; questa è una tappa che sarà superata, è un momento duro e difficile. E’  possibile che ci schiaccino, ma il domani sarà del popolo, sarà dei lavoratori. L’ umanità avanza per la conquista di una vita migliore. Compatrioti: è possibile che facciano tacere la radio, e mi accomiato da voi. In questo momento stanno passando gli aerei. E’ possibile che sparino su di noi. Ma sappiate che siamo qui, per lo meno con questo esempio, per mostrare che in questo paese ci sono uomini che compiono la loro funzione fino in fondo. Io lo farò per mandato del popolo e con la volontà cosciente di un presidente consapevole della dignità dell’ incarico. Forse questa sarà l’ ultima opportunità che avrò per rivolgermi a voi. Le Forze Aeree hanno bombardato le antenne di radio Portales e di radio Corporacion. Le mie parole non sono amare ma deluse; esse saranno il castigo morale per quelli che hanno tradito il giuramento che fecero. Soldati del Cile, comandanti in capo e associati ,  all’ ammiraglio Merino ‚ il generale Mendoza, generale meschino che solo ieri aveva dichiarato la sua solidarietà e lealtà al governo, si è nominato comandante generale dei Carabineros. Di fronte a questi eventi posso solo dire ai lavoratori: io non rinuncerò. Collocato in un passaggio storico pagherò con la mia vita la lealtà del popolo. E vi dico che ho la certezza che il seme che consegnammo alla coscienza degna di migliaia e migliaia di cileni non potrà essere distrutto definitivamente. Hanno la forza, potranno asservirci, ma non si arrestano i processi sociali, né con il crimine, né con la forza. La storia è nostra e la fanno i popoli. Lavoratori della mia patria, voglio ringraziarvi per la lealtà che sempre avete avuto, la fiducia che avete riposto in un uomo che é stato soltanto interprete di grande desiderio di giustizia, che giurò che avrebbe rispettato la costituzione e la legge, così come in realtà ha fatto. In questo momento finale, l‚’ ultimo nel quale io possa rivolgermi a voi, spero che sia chiara la lezione. Il capitale straniero, l‚Äôimperialismo, insieme alla reazione ha creato il clima perché le Forze Armate rompessero la loro tradizione: quella che mostrò Schneider e che avrebbe riaffermato il comandante Araya, vittima di quel settore che oggi starà nelle proprie case sperando di poter conquistare il potere con mano straniera a difendere le proprietà e i privilegi. Mi rivolgo, soprattutto, alla semplice donna della nostra terra: alla contadina che ha creduto in noi; all’ operaia che ha lavorato di più, alla madre che ha sempre curato i propri figli. Mi rivolgo ai professionisti della patria, ai professionisti patrioti, a coloro che da giorni stanno lavorando contro la rivolta auspicata dagli ordini professionali, ordini di classe che solo vogliono difendere i vantaggi di una società capitalista. Mi rivolgo alla gioventù, a quelli che hanno cantato la loro allegria e il loro spirito di lotta. Mi rivolgo all’ uomo del Cile, all’ operaio, al contadino, all’ intellettuale, a quelli che saranno perseguitati, perché nel nostro paese il fascismo è già presente da tempo negli attentati terroristici, facendo saltare ponti, interrompendo le vie ferroviarie, distruggendo oleodotti e gasdotti. Di fronte al silenzio di quelli che avevano l’ obbligo di intervenire, la storia li giudicherà. Sicuramente radio Magallanes sarà fatta tacere e il suono tranquillo della mia voce non vi giungerà. Non importa, continuerete ad ascoltarmi. Sarò sempre vicino a voi, per lo meno il ricordo che avrete di me sarà quello di un uomo degno che fu leale con la patria. Il popolo deve difendersi ma non sacrificarsi. Il popolo non deve lasciarsi sterminare e non deve farsi umiliare. Lavoratori della mia patria: ho fiducia nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno il momento grigio ed amaro in cui il tradimento vuole imporsi. Andate avanti sapendo che, molto presto, si apriranno grandi viali attraverso cui passerà l’ uomo libero, per costruire una società migliore. Viva il Cile, viva il popolo, viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole, ho la certezza che il sacrificio non sarà vano. Ho la certezza che, per lo meno, ci sarà una punizione morale che castigherà la vigliaccheria, la codardia e il tradimento. Santiago del Cile, 11 Settembre 1973 “

http://sahishin.altervista.org/_altervista_ht/Victor_jara.jpg

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